Aveva chiuso gli occhi, si era come addormentato. L’ultimo respiro lo aveva fatto in silenzio, come gran parte delle cose della sua vita.
Si era spezzato un altro anello della catena che
teneva unita la mia famiglia. E il cerchio si stringeva ulteriormente.
Il dolore era forte, il silenzio era opprimente,
il calore che riempiva quella stanza insopportabile. Lui stava lì,
ormai senza più la fiamma della vita che ardeva dentro al suo corpo.
Tutti i suoi giorni passati, i suoi ricordi, le sue lacrime e le sue gioie erano racchiusi dentro ad un corpo senza vita, come una scatola, fredda.
Si aprì la porta ed entrò mia moglie, piangendo. Dietro di lei altre persone, che al momento non riconobbi, restando chiuso dentro di me, stringendomi forte per darmi l’unico calore che avrei voluto sentire.
Lo guardai di nuovo, quel corpo ormai svuotato dei miei giorni, delle mie parole; quel corpo che aveva perso ogni pensiero e che ormai restava inchiodato alla realtà della propria morte.
Immerso in questi pensieri non vidi mio figlio che entrava nella stanza. Avrei voluto che non entrasse, avrei preferito che restasse fuori, che lasciasse lontana dai suoi occhi l’immagine della morte, il significato di un corpo spento, lontano anche solo dalla sua immaginazione. Lui che aveva solo cinque anni e non poteva capire.
Invece mi sorprese il suo passo sicuro, silenzioso, lo sguardo fisso sul corpo di mio padre.
Teneva in mano un palloncino.
Si volse e mi guardò negli occhi: mi sorrise,
quasi per darmi coraggio.
Vacillai per un istante, la sua forza mi scosse
profondamente.
Fu come se il tempo si fermasse, sentii tutti trattenere
il respiro.
Lui tranquillo e silenzioso si avvicinò al letto dove il corpo di mio padre non lo avrebbe accarezzato come sempre, dove non avrebbe incontrato i suoi occhi che si commuovevano davanti a lui.
Si fermò e si strinse il palloncino al petto.
Si volse di nuovo verso di me e vidi che piangeva.
Povero piccolo. Mia moglie fece per muoversi ma la fermai con una mano.
Il bambino prese il suo palloncino e con esso toccò
la fronte di mio padre. Lo fece lentamente, ma con sicurezza. Sentii che
stava ancora piangendo.
Il suo piccolo volto era rigato di lacrime. Stringendo
al petto il suo palloncino ci oltrepassò ed uscì dalla stanza.
In silenzio lo seguimmo, come in una processione.
Mio padre rimase da solo nella stanza, come lo sarebbe rimasto ormai per sempre.
Mio figlio era in giardino. Stava aspettando che tutti uscissimo, che non rimanesse in casa nessuno, all’infuori di mio padre.
Fu allora che capii cosa voleva fare. Fu allora che cominciai a piangere, in silenzio, con le lacrime che mi scendevano piano sulle guance.
Mio figlio guardò il cielo, si portò il palloncino davanti agli occhi e lo baciò, poi lo lasciò andare.
Vidi il palloncino volare in alto, sempre più
su, verso l’azzurro del cielo.
Il piccolo corse verso di me e io lo presi tra le
mie braccia. Rimanemmo così per parecchi minuti, stretti l’uno all’altro
con gli occhi verso il cielo, a guardare quel palloncino che diventava
sempre più piccolo, che volava sempre più lontano, sempre
più in alto, finche’ scomparve alla nostra vista, per sempre.