Il paesaggio scorreva veloce attraverso
il finestrino e Giulio lo guardava assonnato, cullato dal movimento del
treno.
Stava tornando a casa. La solita trasferta
a Firenze lo annoiava, non gli dava più stimoli. Era un po’ di tempo
che il suo lavoro gli faceva pensare di aver sbagliato tutto.
Aveva quasi trent’anni e non aveva ancora
una famiglia sua. Non c’era nulla di strano, andava così ormai,
però cominciava a pensarci un po’ troppo spesso.
E i suoi desideri? Le sue aspirazioni?
Gli piaceva scrivere, eppure faceva l’impiegato in banca. Un impiego sicuro.
Sospirò e guardò fuori la campagna scorrere nella luce del
tramonto.
La porta si aprì di scatto e un
signore sulla cinquantina, quasi calvo, entrò nello scompartimento
e si sedette di fronte a Giulio che trasalì.
"Va forte, vero?" - chiese il nuovo venuto.
"Come, scusi?" - Giulio cercò di
riprendersi.
"Dicevo... E' veloce questo treno, vero?"
- ripeté il signore.
"Ah, sì, forte." - Giulio tremava
ancora per lo spavento e le parole gli uscirono strozzate.
"Il mio nome è Mario e il mio cognome
è Rossi. Banale, vero? Mario Rossi. Sembra una presa in giro, ma
è così. E' il mio nome e non posso farci nulla. Ho provato
a cambiarlo ma mi hanno detto che non c'è motivo perché io
lo debba cambiare. Dovevo chiamarmi Troia oppure Culoni o chissà
cos'altro per potermi staccare di dosso questa stupida etichetta.".
Giulio pensò che lo stesse prendendo
in giro, che là dietro alla tendina dello scompartimento ci fosse
una telecamera, un sacco di persone che stavano facendogli uno scherzo
e gli venne da sorridere.
"Devo trovare uno scopo nella mia vita,
capisce?" - il signore aveva ripreso a parlare.
Questi si alzò e guardò
fuori del finestrino.
Giulio lo guardò e solo in quel
momento si accorse che il tizio era in pigiama. Cominciò a credere
di essere impazzito.
"Sto aspettando la stazione giusta, "
- riprese lo strano signore - "però comincio a temere che non esista
davvero un luogo adatto, per la mia vita, per dire ciò che ho da
dire e dimostrare chi sono in realtà, non solo Mario Rossi, insignificante
e uguale a centinaia di altri Mario Rossi.".
Giulio cominciò a calmarsi, sentì
il proprio respiro tornare regolare. Stava quasi provando pena per quell'uomo
che non accennava minimamente ad ascoltare nulla oltre le proprie parole.
Giulio si alzò e guardò
anch'egli fuori dal finestrino. Entrarono in una galleria e si vide riflesso
nel vetro ma accanto a sé non vide nessuno. Si staccò allora
dal vetro e vide che, effettivamente, al proprio fianco non c'era più
nessuno.
A quel punto si lasciò cadere sul
sedile, spaventato.
Cercò di riprendersi; si asciugò
il sudore sulla fronte e si alzò. Ormai erano usciti dalla galleria.
Tirò di lato la tendina e sbirciò
fuori. Il corridoio era vuoto. Pensò che forse poteva fare una passeggiata
per vedere cosa stesse accadendo.
Il corridoio era molto luminoso e tutti
gli scompartimenti avevano la tendina tirata in modo che non si potesse
vedere l’interno.
Giulio si fermò al primo scompartimento
vicino al suo. Tirò la maniglia per aprire la porta ma era chiusa
dall’interno.
Bussò.
“Un momento.” - una voce melodiosa, femminile,
gli rispose da dietro il vetro.
La porta scivolò di lato e all’interno
dello scompartimento apparve una signora, di mezza età, in vestaglia.
“Buon giorno signora...” - Giulio era
un po’ imbarazzato, non sapeva come cominciare.
“Buon giorno a te.” - rispose la signora
con fare davvero gentile. Gli sorrise e gli tese la mano. Giulio si sentì
un po’ più a suo agio e riprese a parlare, mentre la signora lo
faceva accomodare all’interno dello scompartimento.
“Grazie. Vede... avrei bisogno... prima
c’era un signore, nel mio scompartimento, ma non mi...”.
“Vuoi una tazza di tè?” - la signora
aveva un sorriso gentile e in quel momento di tensione Giulio si sentì
rinfrancato.
“Sì, grazie, però vorrei
sapere...” - Giulio si alzò dal sedile.
“Stai pure comodo, ” - riprese la signora
- “l’acqua bolle in un secondo.”.
Giulio si sedette, un po’ preoccupato
e vide che sul fornello, appoggiato al tavolino vicino al finestrino, non
c’era nessun pentolino.
“Ecco qua.” - la signora prese un pentolino
e lo appoggiò sul fornello. Dopo nemmeno un secondo lo tolse e ne
trasse acqua bollente che versò in una tazza.
“Grazie, ” - rispose Giulio che ormai
si stava adattando a non cercare di capire il perché di certi avvenimenti.
Il che cosa stesse accadendo su quello strano treno era, invece, il suo
pensiero ricorrente. “però vorrei che mi...”.
“Io mi chiamo Eleonora. Eleonora Danzi.
E’ un nome d’arte. Il mio vero nome non me lo ricordo nemmeno più.
Sono un’attrice, lo sai?” - d’un tratto lo sguardo della signora si fece
triste. Tirò la porta dello scompartimento e si sedette di fronte
a Giulio.
“Signora...” - Giulio cercò di
alzarsi.
“Non andare via, aspetta...” - la signora
gli pose una mano sul ginocchio, per fermarlo - “Io sto aspettando la mia
stazione. Sono un’attrice ma non posso accettare una parte qualsiasi. Io
sono un’attrice di alto livello. Io recito solo parti importanti e la mia
parte non è ancora stata scritta. Io so però che un giorno
troverò la stazione giusta, troverò la città in cui
sarà rappresentato quello spettacolo e la mia parte sarà
lì, ad attendermi.”.
“Ma signora...” - Giulio stava per arrabbiarsi.
“Ci saranno tutti a ricevermi. Ci sarà
una banda con i tappeti rossi ad aspettarmi mentre scenderò da questo
treno.”.
Giulio si alzò ed afferrò
la maniglia dello scompartimento tirando violentemente. La porta scorse
sui binari e si aprì. Giulio uscì nel corridoio e si chiuse
la porta alle spalle.
Gli venne da piangere.
Fece un respiro a pieni polmoni per bloccare
quel nodo che gli saliva in gola.
Non c’era nessuno in corridoio.
Decise di andare verso la porta del vagone.
Magari poteva gettarsi dal treno in corsa.
Improvvisamente il treno entrò
in un tunnel; tutto si fece scuro. Non vide più nulla.
Vi fu un grido, di terrore, proveniente
da uno degli scompartimenti, chiusi, del vagone.
Riemerso dall’oscurità il treno,
il silenzio calò nuovamente su Giulio che decise, poi, di andare
nella direzione da cui provenne il grido.
Si fermò davanti ad uno scompartimento
in cui, dietro al vetro, si vedeva il volto di una bambina che lo fissava
con sguardo implorante.
Lui le sorrise e la bambina si ritrasse
dal vetro, scomparendo all’interno dello scompartimento, al riparo delle
tendine.
Prese la maniglia e fece scorrere la porta
sui binari.
La bambina non c’era più. C’era
una ragazza, molto carina, in piedi che lo guardava con un lieve sorriso
sulle labbra.
“S-salve, ” - balbettò Giulio,
arrossendo davanti a quella bella ragazza, dai capelli corvini.
“Ciao Giulio.” - la ragazza si sedette
ed invitò Giulio a sedersi di fronte a lei.
“Come fa...” - gli venne da chiedere come
facesse a conoscere il suo nome, ma lasciò cadere la domanda, memore
che tutto ciò che stava accadendo non aveva alcun senso. Si sedette.
“Ero proprio curiosa di vedere com’eri
fatto” - Giulio vide negli occhi della ragazza formarsi delle lacrime,
pronte a precipitare sulle guance se lei non fosse riuscita a fermarle
in tempo.
“Com’ero fatto?”.
“Sì... se eri biondo, bruno, con
gli occhi azzurri, alto, basso, magro, questo genere di curiosità.”.
“E la bambina?” - chiese Giulio, ricordandosi
solo ora che non aveva visto la bambina che lo guardava poco prima dal
vetro dello scompartimento.
“La bambina?” - la ragazza sorrise dolcemente
- “La bambina è un po’ cresciuta, ormai”.
Giulio socchiuse gli occhi quasi cercasse
di cogliere il significato delle parole attraverso una messa a fuoco migliore.
“Io sarò la tua ragazza.” - lo
accarezzò sulla guancia - “E poi sarò tua moglie.”.
“Ma cosa stai dicendo?” - Giulio si alzò
di scatto - “Non dire cazzate. Non so nemmeno chi sei, così come
non so chi sono tutti ‘sti cretini che sono sul treno. Se è uno
scherzo direi che è durato fin troppo, non vi pare?”.
La ragazza lo guardava intenerita.
Lui alzò la voce: “Ma è
possibile che qui dentro ci sia solo gente con la testa che non funziona?
Qualcuno mi può spiegare cosa sta succedendo?”.
Aprì lo scompartimento con una
forza che nemmeno lui era conscio di possedere. La ragazza allungò
una mano, implorandolo di non andarsene ma lui la ignorò e si richiuse
di scatto lo scompartimento alle spalle.
Respirava a fatica, con i battiti del
cuore che gli rimbombavano nel cervello.
Ripensava a ciò che aveva appena
detto quella ragazza. Sua moglie... ma che diavolo succedeva su quel treno?
Prima quel rincoglionito col pigiama, poi quella mezza matta che faceva
l’attrice, poi quella ragazza.
Da uno scompartimento qualche metro più
avanti si udì il fracasso di oggetti sbattuti contro le pareti e
Giulio riuscì a dirottare i pensieri sull’attualità degli
eventi e decise di avanzare verso il rumore.
Aprì lo scompartimento e si trovò
di fronte un bambino, di circa cinque o sei anni, che lo guardava stupito.
Dopo qualche secondo riprese il suo gioco, che consisteva nello sbattere
tutti i suoi giocattoli presenti nello scompartimento contro le pareti
e il finestrino.
“Puoi smetterla per favore?” - chiese
Giulio.
Il bambino si fermò un istante
e rimase in attesa.
“Grazie.” - Giulio gli sorrise - “Non
c’è nessuno qui oltre a te? La tua mamma, il tuo papà?”.
Il bambino lo guardò come se non
avesse capito una parola di quello che aveva appena detto.
Poi gli rispose dolcemente.
“Ciao papà. Sono arrabbiato e devo
spaccare tutti i giochi.”.
“Non ti ci mettere anche tu, per piacere.
Non sono tuo padre, così come non sono il marito di nessuno” - lo
disse guardando fuori dallo scompartimento in direzione dello scompartimento
precedente.
Il bambino alzò le spalle e riprese
a gettare i giochi contro le pareti.
Giulio uscì da quello scompartimento
con la stessa agitazione e lo stesso senso d’impotenza che gli altri scompartimenti
gli avevano già regalato.
Vide una figura vestita di nero alla fine
del vagone, ma la vide solo per qualche secondo poi sparì.
Decise di cambiare vagone, nella speranza
di capire qualcosa di più di quello strano treno e dei suoi passeggeri.
Passò davanti al penultimo scompartimento
e sentì una donna dall’interno che stava piangendo.
Voleva fermarsi ma era, allo stesso tempo,
attratto dalla possibilità di verificare l’esistenza di altri vagoni.
Voleva liberarsi di quel vagone il più in fretta possibile ma si
sentiva anche fatalmente attratto da ogni scompartimento.
Decise di fermarsi.
Fece scorrere la porta.
Il suo respiro si fermò all’istante.
Davanti a lui sua madre lo guardava atterrita.
“Mamma.” - Giulio si diresse verso di
lei con le braccia tese.
La donna alzò una mano intimandogli
di fermarsi.
“Non farlo. Stai fermo dove sei, non ti
avvicinare.”.
Giulio la guardò perplesso e si
sentì sempre più solo e in balìa degli eventi che,
ormai, precipitavano vorticosamente intorno a lui.
“Mamma, sei tu?” - Giulio aveva ormai
le lacrime agli occhi.
“Sì.” - la donna singhiozzava.
Solo allora Giulio si accorse che la donna
di fronte a lui invecchiava a vista d’occhio. Quando aveva aperto la porta
dello scompartimento quella donna era proprio sua madre. Ora, però,
passati alcuni secondi, si notava visibilmente l’incedere della vecchiaia,
le rughe, gli occhi più spenti e il corpo che si inarcava sempre
più. Anche la voce diventava tremolante e insicura.
“Mamma, ma cosa...”
“Non dire nulla, figliolo.” - rispose
ormai quasi senza più fiato nei polmoni - “Prosegui, non ti fermare.
Io sono l’inizio e il ponte. Sono l’inizio della tua vita e il ponte sull’eternità.”.
Giulio la guardò senza capire cosa
stesse dicendo. Osservava il dissolversi della vita di sua madre, impotente,
senza poter nemmeno dire una parola.
La donna si sedette, cercò il respiro
a fatica un paio di volte poi si volse verso di lui e gli chiese di andarsene,
senza parlare, con un lieve gesto della mano. Giulio chiuse lo scompartimento
e crollò a terra, singhiozzando.
Provò a riaprire lo scompartimento
senza riuscirvi. Era accaduto qualcosa di incredibilmente irreale e lui
aveva visto sua madre spegnersi davanti ai suoi occhi. Guardò fuori
il paesaggio che scorreva velocemente. Entrarono in una galleria.
Si vide riflesso nel vetro e notò
che il suo volto era invecchiato terribilmente. Non si spaventò,
stava quasi accettando passivamente gli eventi. Si diede all’incirca una
sessantina d’anni e sorrise.
Si alzò e decise di affrontare
l’ultimo scompartimento, terrorizzato all’idea di trovare qualcosa di spaventoso.
Toccò a fatica la maniglia e passarono
parecchi secondi prima che trovasse il coraggio di dare la forza alle mani
per aprire lo scompartimento.
Lo fece. La porta scivolò sui binari
e lo scompartimento si aprì alla sua vista.
L’interno era vuoto, senza viaggiatori,
senza bagagli, solo lo scompartimento, vuoto. Intuì che, forse,
doveva entrare, riempire quel vuoto. Ormai aveva compreso che quel percorso
lo doveva compiere fino in fondo e soltanto lui poteva mettere la parola
fine a quella storia assurda. Chiuse gli occhi ed entrò, temendo
che gli potesse accadere qualcosa. Non accadde nulla. Si fermò davanti
al finestrino e guardò fuori. Tutto scorreva velocemente: la campagna,
i campi, le case e tutta la vita che vi era intorno. Sentì un nodo
in gola come se avesse visto passare il sogno di una vita e lo avesse visto
dissolversi nel nulla. Era proprio quel genere di commozione, malinconica,
di abbandono all’inevitabilità della rassegnazione.
Si sedette e si mise a piangere come un
bambino. All’improvviso sentì dentro di sé una paura crescente,
palpabile. Sentì che stava per morire.
Terrorizzato si alzò e cercò
di uscire dallo scompartimento ma non riusciva ad aprire la porta, che
si era richiusa da sola quando lui era entrato.
Cominciò a gridare aiuto, a battere
i pugni contro il vetro della porta, ma non ottenne alcuna risposta. Per
la prima volta da quando erano cominciate quelle assurdità si sentiva
davvero in pericolo. Non avrebbe saputo spiegare perché sapeva di
stare morendo ma lo sapeva e basta. Sentiva la vita scivolare fuori dal
proprio corpo e, allo stesso modo, comprendeva di non poterlo impedire.
Si sedette sfinito, tremante.
D’un tratto la porta dello scompartimento
si aprì e lui si alzò e si precipitò verso l’esterno
ma un uomo lo spinse indietro e fu costretto a rientrare e cadde sul sedile
da cui si era alzato poco prima.
“Dove crede di andare?” - era il controllore
che lo guardava con aria minacciosa.
“Pensavo di...”.
“Scappare?” - il controllore si chiuse
la porta alle spalle e non abbassava quello sguardo inquisitore.
“Come, scappare?”.
“Sì, scappare. Senza farmi vedere
la sua destinazione. Ha il biglietto?”.
Giulio cercò il biglietto nella
giacca mentre il controllore batteva ritmicamente la biro contro il blocco
che teneva tra le mani.
“Eccolo!” - disse Giulio, tutto sudato.
Il controllore guardò attentamente
il biglietto poi gli sfuggì un lieve sorriso.
“L’ultimo viaggio, eh?” - sospirò
l’uomo togliendosi il berretto.
“Ma che cazzo?!” - Giulio si alzò,
livido in volto.
Il controllore si sbottonò il primo
bottone della camicia ed allentò il nodo della cravatta.
“Si calmi, non c’è motivo di alterarsi.”
- il controllore gli fece cenno di sedersi.
“No, non mi calmo proprio per niente.
So che sto per morire, anche se non ho ancora capito perché e la
cosa mi sta tanto sulle palle!”.
“Lo so, la capisco, ma consideri il vero
senso di questa morte.” - aprì il blocco e lo sfogliò rapidamente.
Giulio cercava di leggere ma non riusciva
a mettere bene a fuoco i caratteri.
“Si lasci guidare da ciò che le
è accaduto. Tutto, nella vita, serve per comprendere il cammino
che stiamo percorrendo e nulla per lei è più importante di
questa morte. Lesse a voce alta:
“La coscienza è il primo passo.
Comprendere l’orizzonte significa cogliere il confine tra il giorno e la
notte e non capire il significato delle singole parole.”.
“E questo, cosa significa?”.
Il controllore non rispose ma guardò
Giulio intensamente come se cercasse nei suoi occhi da dove fosse nata
quella domanda che ora, lui stesso, sentiva completamente stupida e fuori
luogo.
Il controllore voltò pagina e lesse:
“Il sogno è il cammino della speranza.
E’ la linfa che mantiene in vita lo spirito. E’ il caldo abbraccio che
scalda il cuore.”.
Giulio cominciava a capire che ciò
che il controllore stava leggendo era una sorta di spiegazione di ciò
che gli era accaduto su quel treno. Ascoltò con maggiore attenzione.
Il controllore passò alla pagina successiva:
“Il calore di un abbraccio è il
fuoco che scalda il cerchio dell’umanità. Uomini e donne intorno
al fuoco comprendono il senso del loro vivere nel mondo.”.
“E il bambino?” - Giulio guardava il blocco
del controllore che - lo vide solo in quel momento - aveva pagine riempite
di caratteri a lui sconosciuti.
“Il bambino risorge dalle ceneri del dovere.
La rabbia e il desiderio alimentano il suo passo incerto verso la conoscenza,
verso la maturità per poi riaccompagnarlo nel mare della giovinezza
eterna”.
Giulio si alzò e guardò
fuori dal finestrino. Ormai il buio si era appropriato del paesaggio che
stavano attraversando e Giulio non vedeva altro che luci, in lontananza.
“Il legame con l’eternità è
il ponte che la vita possiede per chiudere il cerchio. E’ la fiamma che
arde nello spirito per illuminare la via che porta alla vita vera.”.
“Il passato e il futuro?” - chiese Giulio.
“Già...” - il controllore chiuse
il blocco e gli toccò una spalla - “ora le manca soltanto di legare
la sua vita a tutto questo. Lei non sa quanto è stato fortunato
a prendere questo biglietto.”.
Giulio prese il biglietto dalle mani del
controllore e lo lesse.
Sorrise e lo rimise nella tasca della
giacca.
“Bene.” - il controllore si rimise il
berretto e si alzò - “Ora posso andare. Le auguro di terminare il
viaggio con serenità.”.
Giulio gli porse la mano e il controllore
la prese e la strinse con tutte e due le mani.
“Grazie.” - Giulio si sentiva molto stanco
e, quando il controllore allentò la presa, ritrasse le mani e se
le guardò. Le rughe solcavano tutta la superficie del dorso e le
macchie della vecchiaia erano ormai estese.
Uscirono insieme dallo scompartimento
e Giulio si diresse al proprio mentre il controllore andò nella
direzione opposta, verso un altro vagone.
Giulio, prima di entrare nello scompartimento,
si volse a guardare tutto il corridoio. Doveva assolutamente sedersi, altrimenti
sarebbe caduto a terra, non riusciva a reggersi in piedi. Entrò
nello scompartimento e ritrovò le proprie cose: la valigetta, il
giaccone, la valigia.
Si sedette e appoggiò la testa
alla parete del finestrino. Si lasciò cullare dal movimento del
treno e sentì la forza della vita uscire dal proprio corpo attraverso
il respiro, che si faceva sempre più lento. Stava per morire e,
si stupì, non ne aveva paura. Sapeva che non era una morte corporale,
sentiva che la morte che stava sopraggiungendo era un atto dovuto. La sua
“vecchia vita” doveva sparire, doveva lasciare il posto alla nuova coscienza
che sentiva là dietro, che si avvicinava dietro a quel dolce rollio.
Sentì il buio dentro di sé.
Trasalì quando si aprì la
porta dello scompartimento. Entrò un uomo anziano che si sedette
al primo posto accanto alla porta. Giulio si ricompose e l’uomo lo ignorò.
Giulio respirò a pieni polmoni
e sorrise a se stesso. Si alzò e prese la valigia. L’aprì,
estrasse il portatile, si sedette e lo accese.
Aprì un documento nuovo e sentì
un brivido che lo percorse per tutto il corpo. Era una nuova forza che
gli spingeva le parole nella testa. Doveva scrivere, doveva assolutamente
scrivere. Ormai la sua nuova vita era esplosa e lui doveva cambiare tutto.
Cominciò quello che sapeva sarebbe
diventato il suo primo romanzo. Giurò a se stesso che quel romanzo
avrebbe avuto dentro la sua stessa vita, quel nuovo vento di serenità
e conoscenza che d’ora in avanti lo avrebbe accompagnato fino al ponte
con l’eternità.
Scrisse il primo paragrafo.
“Il paesaggio scorreva veloce attraverso
il finestrino e Giulio lo guardava assonnato, cullato dal movimento del
treno.”