IL TRENO

3 dicembre 1998

Massimo CANETTA


Il paesaggio scorreva veloce attraverso il finestrino e Giulio lo guardava assonnato, cullato dal movimento del treno.
Stava tornando a casa. La solita trasferta a Firenze lo annoiava, non gli dava più stimoli. Era un po’ di tempo che il suo lavoro gli faceva pensare di aver sbagliato tutto.
Aveva quasi trent’anni e non aveva ancora una famiglia sua. Non c’era nulla di strano, andava così ormai, però cominciava a pensarci un po’ troppo spesso.
E i suoi desideri? Le sue aspirazioni? Gli piaceva scrivere, eppure faceva l’impiegato in banca. Un impiego sicuro. Sospirò e guardò fuori la campagna scorrere nella luce del tramonto.
La porta si aprì di scatto e un signore sulla cinquantina, quasi calvo, entrò nello scompartimento e si sedette di fronte a Giulio che trasalì.
"Va forte, vero?" - chiese il nuovo venuto.
"Come, scusi?" - Giulio cercò di riprendersi.
"Dicevo... E' veloce questo treno, vero?" - ripeté il signore.
"Ah, sì, forte." - Giulio tremava ancora per lo spavento e le parole gli uscirono strozzate.
"Il mio nome è Mario e il mio cognome è Rossi. Banale, vero? Mario Rossi. Sembra una presa in giro, ma è così. E' il mio nome e non posso farci nulla. Ho provato a cambiarlo ma mi hanno detto che non c'è motivo perché io lo debba cambiare. Dovevo chiamarmi Troia oppure Culoni o chissà cos'altro per potermi staccare di dosso questa stupida etichetta.".
Giulio pensò che lo stesse prendendo in giro, che là dietro alla tendina dello scompartimento ci fosse una telecamera, un sacco di persone che stavano facendogli uno scherzo e gli venne da sorridere.
"Devo trovare uno scopo nella mia vita, capisce?" - il signore aveva ripreso a parlare.
Questi si alzò e guardò fuori del finestrino.
Giulio lo guardò e solo in quel momento si accorse che il tizio era in pigiama. Cominciò a credere di essere impazzito.
"Sto aspettando la stazione giusta, " - riprese lo strano signore - "però comincio a temere che non esista davvero un luogo adatto, per la mia vita, per dire ciò che ho da dire e dimostrare chi sono in realtà, non solo Mario Rossi, insignificante e uguale a centinaia di altri Mario Rossi.".
Giulio cominciò a calmarsi, sentì il proprio respiro tornare regolare. Stava quasi provando pena per quell'uomo che non accennava minimamente ad ascoltare nulla oltre le proprie parole.
Giulio si alzò e guardò anch'egli fuori dal finestrino. Entrarono in una galleria e si vide riflesso nel vetro ma accanto a sé non vide nessuno. Si staccò allora dal vetro e vide che, effettivamente, al proprio fianco non c'era più nessuno.
A quel punto si lasciò cadere sul sedile, spaventato.
Cercò di riprendersi; si asciugò il sudore sulla fronte e si alzò. Ormai erano usciti dalla galleria.
Tirò di lato la tendina e sbirciò fuori. Il corridoio era vuoto. Pensò che forse poteva fare una passeggiata per vedere cosa stesse accadendo.

Il corridoio era molto luminoso e tutti gli scompartimenti avevano la tendina tirata in modo che non si potesse vedere l’interno.
Giulio si fermò al primo scompartimento vicino al suo. Tirò la maniglia per aprire la porta ma era chiusa dall’interno.
Bussò.
“Un momento.” - una voce melodiosa, femminile, gli rispose da dietro il vetro.
La porta scivolò di lato e all’interno dello scompartimento apparve una signora, di mezza età, in vestaglia.
“Buon giorno signora...” - Giulio era un po’ imbarazzato, non sapeva come cominciare.
“Buon giorno a te.” - rispose la signora con fare davvero gentile. Gli sorrise e gli tese la mano. Giulio si sentì un po’ più a suo agio e riprese a parlare, mentre la signora lo faceva accomodare all’interno dello scompartimento.
“Grazie. Vede... avrei bisogno... prima c’era un signore, nel mio scompartimento, ma non mi...”.
“Vuoi una tazza di tè?” - la signora aveva un sorriso gentile e in quel momento di tensione Giulio si sentì rinfrancato.
“Sì, grazie, però vorrei sapere...” - Giulio si alzò dal sedile.
“Stai pure comodo, ” - riprese la signora - “l’acqua bolle in un secondo.”.
Giulio si sedette, un po’ preoccupato e vide che sul fornello, appoggiato al tavolino vicino al finestrino, non c’era nessun pentolino.
“Ecco qua.” - la signora prese un pentolino e lo appoggiò sul fornello. Dopo nemmeno un secondo lo tolse e ne trasse acqua bollente che versò in una tazza.
“Grazie, ” - rispose Giulio che ormai si stava adattando a non cercare di capire il perché di certi avvenimenti. Il che cosa stesse accadendo su quello strano treno era, invece, il suo pensiero ricorrente. “però vorrei che mi...”.
“Io mi chiamo Eleonora. Eleonora Danzi. E’ un nome d’arte. Il mio vero nome non me lo ricordo nemmeno più. Sono un’attrice, lo sai?” - d’un tratto lo sguardo della signora si fece triste. Tirò la porta dello scompartimento e si sedette di fronte a Giulio.
“Signora...” - Giulio cercò di alzarsi.
“Non andare via, aspetta...” - la signora gli pose una mano sul ginocchio, per fermarlo - “Io sto aspettando la mia stazione. Sono un’attrice ma non posso accettare una parte qualsiasi. Io sono un’attrice di alto livello. Io recito solo parti importanti e la mia parte non è ancora stata scritta. Io so però che un giorno troverò la stazione giusta, troverò la città in cui sarà rappresentato quello spettacolo e la mia parte sarà lì, ad attendermi.”.
“Ma signora...” - Giulio stava per arrabbiarsi.
“Ci saranno tutti a ricevermi. Ci sarà una banda con i tappeti rossi ad aspettarmi mentre scenderò da questo treno.”.
Giulio si alzò ed afferrò la maniglia dello scompartimento tirando violentemente. La porta scorse sui binari e si aprì. Giulio uscì nel corridoio e si chiuse la porta alle spalle.
Gli venne da piangere.
Fece un respiro a pieni polmoni per bloccare quel nodo che gli saliva in gola.
Non c’era nessuno in corridoio.
Decise di andare verso la porta del vagone. Magari poteva gettarsi dal treno in corsa.
Improvvisamente il treno entrò in un tunnel; tutto si fece scuro. Non vide più nulla.
Vi fu un grido, di terrore, proveniente da uno degli scompartimenti, chiusi, del vagone.
Riemerso dall’oscurità il treno, il silenzio calò nuovamente su Giulio che decise, poi, di andare nella direzione da cui provenne il grido.
Si fermò davanti ad uno scompartimento in cui, dietro al vetro, si vedeva il volto di una bambina che lo fissava con sguardo implorante.
Lui le sorrise e la bambina si ritrasse dal vetro, scomparendo all’interno dello scompartimento, al riparo delle tendine.
Prese la maniglia e fece scorrere la porta sui binari.
La bambina non c’era più. C’era una ragazza, molto carina, in piedi che lo guardava con un lieve sorriso sulle labbra.
“S-salve, ” - balbettò Giulio, arrossendo davanti a quella bella ragazza, dai capelli corvini.
“Ciao Giulio.” - la ragazza si sedette ed invitò Giulio a sedersi di fronte a lei.
“Come fa...” - gli venne da chiedere come facesse a conoscere il suo nome, ma lasciò cadere la domanda, memore che tutto ciò che stava accadendo non aveva alcun senso. Si sedette.
“Ero proprio curiosa di vedere com’eri fatto” - Giulio vide negli occhi della ragazza formarsi delle lacrime, pronte a precipitare sulle guance se lei non fosse riuscita a fermarle in tempo.
“Com’ero fatto?”.
“Sì... se eri biondo, bruno, con gli occhi azzurri, alto, basso, magro, questo genere di curiosità.”.
“E la bambina?” - chiese Giulio, ricordandosi solo ora che non aveva visto la bambina che lo guardava poco prima dal vetro dello scompartimento.
“La bambina?” - la ragazza sorrise dolcemente - “La bambina è un po’ cresciuta, ormai”.
Giulio socchiuse gli occhi quasi cercasse di cogliere il significato delle parole attraverso una messa a fuoco migliore.
“Io sarò la tua ragazza.” - lo accarezzò sulla guancia - “E poi sarò tua moglie.”.
“Ma cosa stai dicendo?” - Giulio si alzò di scatto - “Non dire cazzate. Non so nemmeno chi sei, così come non so chi sono tutti ‘sti cretini che sono sul treno. Se è uno scherzo direi che è durato fin troppo, non vi pare?”.
La ragazza lo guardava intenerita.
Lui alzò la voce: “Ma è possibile che qui dentro ci sia solo gente con la testa che non funziona? Qualcuno mi può spiegare cosa sta succedendo?”.
Aprì lo scompartimento con una forza che nemmeno lui era conscio di possedere. La ragazza allungò una mano, implorandolo di non andarsene ma lui la ignorò e si richiuse di scatto lo scompartimento alle spalle.
Respirava a fatica, con i battiti del cuore che gli rimbombavano nel cervello.
Ripensava a ciò che aveva appena detto quella ragazza. Sua moglie... ma che diavolo succedeva su quel treno? Prima quel rincoglionito col pigiama, poi quella mezza matta che faceva l’attrice, poi quella ragazza.
Da uno scompartimento qualche metro più avanti si udì il fracasso di oggetti sbattuti contro le pareti e Giulio riuscì a dirottare i pensieri sull’attualità degli eventi e decise di avanzare verso il rumore.
Aprì lo scompartimento e si trovò di fronte un bambino, di circa cinque o sei anni, che lo guardava stupito. Dopo qualche secondo riprese il suo gioco, che consisteva nello sbattere tutti i suoi giocattoli presenti nello scompartimento contro le pareti e il finestrino.
“Puoi smetterla per favore?” - chiese Giulio.
Il bambino si fermò un istante e rimase in attesa.
“Grazie.” - Giulio gli sorrise - “Non c’è nessuno qui oltre a te? La tua mamma, il tuo papà?”.
Il bambino lo guardò come se non avesse capito una parola di quello che aveva appena detto.
Poi gli rispose dolcemente.
“Ciao papà. Sono arrabbiato e devo spaccare tutti i giochi.”.
“Non ti ci mettere anche tu, per piacere. Non sono tuo padre, così come non sono il marito di nessuno” - lo disse guardando fuori dallo scompartimento in direzione dello scompartimento precedente.
Il bambino alzò le spalle e riprese a gettare i giochi contro le pareti.
Giulio uscì da quello scompartimento con la stessa agitazione e lo stesso senso d’impotenza che gli altri scompartimenti gli avevano già regalato.
Vide una figura vestita di nero alla fine del vagone, ma la vide solo per qualche secondo poi sparì.
Decise di cambiare vagone, nella speranza di capire qualcosa di più di quello strano treno e dei suoi passeggeri.
Passò davanti al penultimo scompartimento e sentì una donna dall’interno che stava piangendo.
Voleva fermarsi ma era, allo stesso tempo, attratto dalla possibilità di verificare l’esistenza di altri vagoni. Voleva liberarsi di quel vagone il più in fretta possibile ma si sentiva anche fatalmente attratto da ogni scompartimento.
Decise di fermarsi.
Fece scorrere la porta.
Il suo respiro si fermò all’istante.
Davanti a lui sua madre lo guardava atterrita.
“Mamma.” - Giulio si diresse verso di lei con le braccia tese.
La donna alzò una mano intimandogli di fermarsi.
“Non farlo. Stai fermo dove sei, non ti avvicinare.”.
Giulio la guardò perplesso e si sentì sempre più solo e in balìa degli eventi che, ormai, precipitavano vorticosamente intorno a lui.
“Mamma, sei tu?” - Giulio aveva ormai le lacrime agli occhi.
“Sì.” - la donna singhiozzava.
Solo allora Giulio si accorse che la donna di fronte a lui invecchiava a vista d’occhio. Quando aveva aperto la porta dello scompartimento quella donna era proprio sua madre. Ora, però, passati alcuni secondi, si notava visibilmente l’incedere della vecchiaia, le rughe, gli occhi più spenti e il corpo che si inarcava sempre più. Anche la voce diventava tremolante e insicura.
“Mamma, ma cosa...”
“Non dire nulla, figliolo.” - rispose ormai quasi senza più fiato nei polmoni - “Prosegui, non ti fermare. Io sono l’inizio e il ponte. Sono l’inizio della tua vita e il ponte sull’eternità.”.
Giulio la guardò senza capire cosa stesse dicendo. Osservava il dissolversi della vita di sua madre, impotente, senza poter nemmeno dire una parola.
La donna si sedette, cercò il respiro a fatica un paio di volte poi si volse verso di lui e gli chiese di andarsene, senza parlare, con un lieve gesto della mano. Giulio chiuse lo scompartimento e crollò a terra, singhiozzando.
Provò a riaprire lo scompartimento senza riuscirvi. Era accaduto qualcosa di incredibilmente irreale e lui aveva visto sua madre spegnersi davanti ai suoi occhi. Guardò fuori il paesaggio che scorreva velocemente. Entrarono in una galleria.
Si vide riflesso nel vetro e notò che il suo volto era invecchiato terribilmente. Non si spaventò, stava quasi accettando passivamente gli eventi. Si diede all’incirca una sessantina d’anni e sorrise.
Si alzò e decise di affrontare l’ultimo scompartimento, terrorizzato all’idea di trovare qualcosa di spaventoso.
Toccò a fatica la maniglia e passarono parecchi secondi prima che trovasse il coraggio di dare la forza alle mani per aprire lo scompartimento.
Lo fece. La porta scivolò sui binari e lo scompartimento si aprì alla sua vista.
L’interno era vuoto, senza viaggiatori, senza bagagli, solo lo scompartimento, vuoto. Intuì che, forse, doveva entrare, riempire quel vuoto. Ormai aveva compreso che quel percorso lo doveva compiere fino in fondo e soltanto lui poteva mettere la parola fine a quella storia assurda. Chiuse gli occhi ed entrò, temendo che gli potesse accadere qualcosa. Non accadde nulla. Si fermò davanti al finestrino e guardò fuori. Tutto scorreva velocemente: la campagna, i campi, le case e tutta la vita che vi era intorno. Sentì un nodo in gola come se avesse visto passare il sogno di una vita e lo avesse visto dissolversi nel nulla. Era proprio quel genere di commozione, malinconica, di abbandono all’inevitabilità della rassegnazione.
Si sedette e si mise a piangere come un bambino. All’improvviso sentì dentro di sé una paura crescente, palpabile. Sentì che stava per morire.
Terrorizzato si alzò e cercò di uscire dallo scompartimento ma non riusciva ad aprire la porta, che si era richiusa da sola quando lui era entrato.
Cominciò a gridare aiuto, a battere i pugni contro il vetro della porta, ma non ottenne alcuna risposta. Per la prima volta da quando erano cominciate quelle assurdità si sentiva davvero in pericolo. Non avrebbe saputo spiegare perché sapeva di stare morendo ma lo sapeva e basta. Sentiva la vita scivolare fuori dal proprio corpo e, allo stesso modo, comprendeva di non poterlo impedire.
Si sedette sfinito, tremante.
D’un tratto la porta dello scompartimento si aprì e lui si alzò e si precipitò verso l’esterno ma un uomo lo spinse indietro e fu costretto a rientrare e cadde sul sedile da cui si era alzato poco prima.
“Dove crede di andare?” - era il controllore che lo guardava con aria minacciosa.
“Pensavo di...”.
“Scappare?” - il controllore si chiuse la porta alle spalle e non abbassava quello sguardo inquisitore.
“Come, scappare?”.
“Sì, scappare. Senza farmi vedere la sua destinazione. Ha il biglietto?”.
Giulio cercò il biglietto nella giacca mentre il controllore batteva ritmicamente la biro contro il blocco che teneva tra le mani.
“Eccolo!” - disse Giulio, tutto sudato.
Il controllore guardò attentamente il biglietto poi gli sfuggì un lieve sorriso.
“L’ultimo viaggio, eh?” - sospirò l’uomo togliendosi il berretto.
“Ma che cazzo?!” - Giulio si alzò, livido in volto.
Il controllore si sbottonò il primo bottone della camicia ed allentò il nodo della cravatta.
“Si calmi, non c’è motivo di alterarsi.” - il controllore gli fece cenno di sedersi.
“No, non mi calmo proprio per niente. So che sto per morire, anche se non ho ancora capito perché e la cosa mi sta tanto sulle palle!”.
“Lo so, la capisco, ma consideri il vero senso di questa morte.” - aprì il blocco e lo sfogliò rapidamente.
Giulio cercava di leggere ma non riusciva a mettere bene a fuoco i caratteri.
“Si lasci guidare da ciò che le è accaduto. Tutto, nella vita, serve per comprendere il cammino che stiamo percorrendo e nulla per lei è più importante di questa morte. Lesse a voce alta:
“La coscienza è il primo passo. Comprendere l’orizzonte significa cogliere il confine tra il giorno e la notte e non capire il significato delle singole parole.”.
“E questo, cosa significa?”.
Il controllore non rispose ma guardò Giulio intensamente come se cercasse nei suoi occhi da dove fosse nata quella domanda che ora, lui stesso, sentiva completamente stupida e fuori luogo.
Il controllore voltò pagina e lesse:
“Il sogno è il cammino della speranza. E’ la linfa che mantiene in vita lo spirito. E’ il caldo abbraccio che scalda il cuore.”.
Giulio cominciava a capire che ciò che il controllore stava leggendo era una sorta di spiegazione di ciò che gli era accaduto su quel treno. Ascoltò con maggiore attenzione. Il controllore passò alla pagina successiva:
“Il calore di un abbraccio è il fuoco che scalda il cerchio dell’umanità. Uomini e donne intorno al fuoco comprendono il senso del loro vivere nel mondo.”.
“E il bambino?” - Giulio guardava il blocco del controllore che - lo vide solo in quel momento - aveva pagine riempite di caratteri a lui sconosciuti.
“Il bambino risorge dalle ceneri del dovere. La rabbia e il desiderio alimentano il suo passo incerto verso la conoscenza, verso la maturità per poi riaccompagnarlo nel mare della giovinezza eterna”.
Giulio si alzò e guardò fuori dal finestrino. Ormai il buio si era appropriato del paesaggio che stavano attraversando e Giulio non vedeva altro che luci, in lontananza.
“Il legame con l’eternità è il ponte che la vita possiede per chiudere il cerchio. E’ la fiamma che arde nello spirito per illuminare la via che porta alla vita vera.”.
“Il passato e il futuro?” - chiese Giulio.
“Già...” - il controllore chiuse il blocco e gli toccò una spalla - “ora le manca soltanto di legare la sua vita a tutto questo. Lei non sa quanto è stato fortunato a prendere questo biglietto.”.
Giulio prese il biglietto dalle mani del controllore e lo lesse.
Sorrise e lo rimise nella tasca della giacca.
“Bene.” - il controllore si rimise il berretto e si alzò - “Ora posso andare. Le auguro di terminare il viaggio con serenità.”.
Giulio gli porse la mano e il controllore la prese e la strinse con tutte e due le mani.
“Grazie.” - Giulio si sentiva molto stanco e, quando il controllore allentò la presa, ritrasse le mani e se le guardò. Le rughe solcavano tutta la superficie del dorso e le macchie della vecchiaia erano ormai estese.
Uscirono insieme dallo scompartimento e Giulio si diresse al proprio mentre il controllore andò nella direzione opposta, verso un altro vagone.
Giulio, prima di entrare nello scompartimento, si volse a guardare tutto il corridoio. Doveva assolutamente sedersi, altrimenti sarebbe caduto a terra, non riusciva a reggersi in piedi. Entrò nello scompartimento e ritrovò le proprie cose: la valigetta, il giaccone, la valigia.
Si sedette e appoggiò la testa alla parete del finestrino. Si lasciò cullare dal movimento del treno e sentì la forza della vita uscire dal proprio corpo attraverso il respiro, che si faceva sempre più lento. Stava per morire e, si stupì, non ne aveva paura. Sapeva che non era una morte corporale, sentiva che la morte che stava sopraggiungendo era un atto dovuto. La sua “vecchia vita” doveva sparire, doveva lasciare il posto alla nuova coscienza che sentiva là dietro, che si avvicinava dietro a quel dolce rollio.
Sentì il buio dentro di sé.

Trasalì quando si aprì la porta dello scompartimento. Entrò un uomo anziano che si sedette al primo posto accanto alla porta. Giulio si ricompose e l’uomo lo ignorò.
Giulio respirò a pieni polmoni e sorrise a se stesso. Si alzò e prese la valigia. L’aprì, estrasse il portatile, si sedette e lo accese.
Aprì un documento nuovo e sentì un brivido che lo percorse per tutto il corpo. Era una nuova forza che gli spingeva le parole nella testa. Doveva scrivere, doveva assolutamente scrivere. Ormai la sua nuova vita era esplosa e lui doveva cambiare tutto.
Cominciò quello che sapeva sarebbe diventato il suo primo romanzo. Giurò a se stesso che quel romanzo avrebbe avuto dentro la sua stessa vita, quel nuovo vento di serenità e conoscenza che d’ora in avanti lo avrebbe accompagnato fino al ponte con l’eternità.
Scrisse il primo paragrafo.
“Il paesaggio scorreva veloce attraverso il finestrino e Giulio lo guardava assonnato, cullato dal movimento del treno.”
 
 

 
 


FINE

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© 1996 Massimo Canetta
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