SOLO

12 novembre 1996

Massimo CANETTA


Una nottata tremenda. Si svegliò tutto sudato, con un'angoscia che lo faceva tremare come se fosse stato completamente nudo ai piedi di un ghiacciaio.

Era stato investito da incubi terribili. Si era svegliato parecchie volte, stringendosi nelle coperte come per cercare un abbraccio, un conforto che sapeva non esisteva affatto.

Rimase a fissare il soffitto alla tenue luce della lampada che aveva lasciato accesa sul comodino dalle quattro, quando l'incubo più terribile l'aveva travolto come un autotreno in corsa. Respirava ancora a fatica ma riuscì a controllare il proprio respiro fino a quando si fu regolarizzato del tutto.

Uno strano silenzio avvolgeva la stanza e lo infastidiva. Non sentiva i soliti rumori che provenivano dalla tangenziale, lì a due passi dalla finestra della camera da letto.

"Nemmeno di domenica c'è questa quiete." - pensò mentre si dirigeva in bagno.

Sollevò la tapparella e guardò fuori: il cielo era scuro, carico di nuvole ed effettivamente non si vedevano automobili, né camion, né altro sfrecciare su quella maledetta tangenziale.

Si fece la barba, poi ad un certo punto spense il rasoio elettrico.

Rimase immobile ad ascoltare il silenzio che riempiva la stanza da bagno.

Passato qualche secondo posò il rasoio e andò in cucina, accese la macchina del caffè ed accese la televisione. Probabilmente c'erano dei problemi con l'antenna perché non si riusciva a ricevere nemmeno un canale.

Era qualche settimana che quell'antenna dava i numeri, avrebbe dovuto dirlo all'amministratore. Domani, magari.

Spense il televisore e tornò in bagno.

In bagno accese la radio ma ottenne lo stesso risultato della televisione.

"Merda!" - esclamò e spense l'apparecchio, riprendendo il rasoio. Riprese a farsi la barba.

Quando ebbe finito si lavò in fretta ed andò a cambiarsi, in camera da letto.

Il silenzio era assordante.

Guardò l'orologio, quasi pensando di essersi svegliato troppo presto, ma l'ora che appariva sulla sveglia, confermata poi dal suo orologio da polso, era la stessa di tutte le mattine, di tutti i maledetti giorni della settimana, di tutto l'anno.

Si sedette sul letto e guardò la foto della moglie sul comodino. Era più di due anni che se ne era andata con il loro bambino di appena sei anni, che ancora non capiva perché la mamma ed il papà vivessero separati, ma che aveva ormai imparato a subire questo strano modo di vivere.

Faceva fatica a trovare la forza di iniziare quella giornata, identica a quella precedente e, sicuramente, identica a quella che sarebbe venuta l'indomani, triste, pesante, sovraccarica di inutili responsabilità e scadenze e totalmente priva di soddisfazioni personali.

Si alzò e aprì la finestra.

Quello strano silenzio lo infastidiva terribilmente.

Guardò fuori con insistenza ma non trovò anima viva nel cortile, così come nelle strade vicine e nemmeno attraverso le finestre degli appartamenti del palazzo di fronte.

Apparentemente era come tutti gli altri giorni: qualche tapparella abbassata, qualcuna sollevata. Una sola differenza lo colpì: nessuna finestra aveva una luce visibile e nessuna finestra era aperta.

Scosse la testa cercando di allontanare gli strani pensieri che lo colsero all'improvviso.

Gli vennero in mente le allucinanti immagini di "The Day After", degli unici esseri viventi scampati ad una guerra atomica, quelle de "I Sopravvissuti" un serial televisivo di tanti anni prima.

L'unico essere vivente al mondo. Sorrise un po' a fatica e si vestì. Andò in cucina e si versò il caffè.

Mentre lo sorseggiava aprì la finestra della cucina e guardò fuori anche da quella parte dell'appartamento. Il retro del cortile era disabitato, esattamente come la parte anteriore. Tutte le macchine erano parcheggiate, alcune fuori dalle righe, come sempre, alcune addirittura in mezzo alla strada: tutto come ogni giorno, ma non c'era anima viva, dannazione.

Gli venne un'idea. Posò la tazza del caffè ed aprì la porta dell'ingresso.

Uscì sul pianerottolo e suonò al campanello dei suoi due vicini di casa.

"Senz'altro li sveglio, a quest'ora." - si disse.

Non rispose nessuno e dalle porte usciva il solito e imbarazzante silenzio di quella mattina, di quella strana mattina che non riusciva a decollare per il verso giusto. Rientrò nervosamente nel suo appartamento e sbatté la porta. Finì in fretta il suo caffè e mentre lo posava sul tavolo, scoppiò in lacrime. Forse la tensione del sonno agitato, forse quest'angoscia del risveglio privo di esseri umani di contorno, gli fecero crollare ogni difesa.

Piangeva come un bambino, singhiozzando.

Poi lo sconforto si placò e decise di uscire allo scoperto. Chiuse la porta dell'appartamento e decise di recarsi al lavoro. Tutte quelle idiozie gli sarebbero senz'altro svanite strada facendo. Magari avrebbe raccontato tutto al suo collega, così si sarebbero fatti quattro risate.

Probabilmente poi l'avrebbe preso in giro per tutto il mese. L'ascensore era guasto così dovette farsi i cinque piani a piedi: proprio non era la giornata giusta.

Si fermò, curioso, al terzo piano ed origliò alle porte: nessun suono fuoriuscì dagli appartamenti e l'angoscia crebbe, aumentandogli i battiti del cuore.

Quando giunse al piano terreno era senza fiato, sia per lo sforzo che per la disperazione.

Rimase qualche secondo appoggiato al muro dell' ingresso e sentì le lacrime tornargli nuovamente. Fece uno sforzo terribile per trattenerle ma ce la fece ed uscì in strada. Silenzio, silenzio ed ancora silenzio.

Strillò, istintivamente, senza pensarci. Si vergognò per quella reazione ma nessuno pareva aver udito il suo grido selvaggio.

Aumentò il passo, passò davanti alla portineria che avrebbe dovuto essere aperta a quell'ora ed invece era chiusa; nessuno era venuto ad aprirla, quella mattina.

Davanti al cancello automatico si fermò e sollevò lo sguardo verso il cielo: neanche un uccello, un aereo.

Era proprio solo.

Scosse nuovamente il capo per allontanare i pensieri deprimenti che l'avrebbero colpito come un bastone, facendolo crollare ancora.

Arrivò alla sua automobile e vi salì. Provò ad avviarla ma non accennò minimamente a partire.

"Cristo santo ma cosa sta succedendo?" - appoggiò le mani al volante e pensò con più insistenza al fatto che qualcosa di tremendo fosse accaduto mentre lui dormiva.

Stava per scappare quando si accorse che aveva dimenticato le luci accese della macchina e quindi la batteria si era scaricata durante la notte.

"Beh, è un po' una magra consolazione." - pensò cercando di sorridere, ma l'angoscia ormai si era impadronita di lui e non lo mollava, nemmeno di fronte al più piccolo segnale di normalità.

Chiuse l'automobile e si diresse verso una cabina del telefono, situata a pochi metri da dove si trovava.

Introdusse la scheda telefonica ma il telefono era muto.

"Ci avrei scommesso" - gridò tirando un pugno all'apparecchio.

 

Corse fuori dalla cabina ansimando per l'agitazione. Si guardò in giro, freneticamente.

"Aiuto!" - gridò, scoppiando in lacrime. Si sedette per terra tenendosi la testa tra le mani.

Ascoltò nuovamente quel tremendo silenzio che lo circondava, pensò ancora a quelle storie sulla guerra atomica, su chi sarebbe rimasto, sui topi e sugli scarafaggi, sulle malattie.

Improvvisamente pensò a sua moglie e a suo figlio, a cosa gli fosse accaduto, ai suoi amici.

Cominciò a tremare visibilmente.

Si alzò e corse verso il cancello del condominio.

Cercò nervosamente le chiavi ed entrò.

Corse sulle scale e giunse, senza fiato, davanti alla porta del suo appartamento. Faticò ad infilare le chiavi nella serratura, ma alla fine ce la fece ed entrò. Si sbatté la porta alle spalle.

Intanto, dal piano terra, cominciò a materializzarsi un brusio che, lentamente, saliva per le scale.

Decine di persone cominciarono ad affollare le scale; anche dai portoni del palazzo di fronte cominciò una lenta processione di uomini, donne, bambini, ogni gruppo con in testa una persona che pareva guidarli silenziosamente verso una meta precisa.

Le persone sulle scale raggiunsero la porta dell'appartamento e l'uomo alla loro guida alzò una mano per fermarli ed imporre loro il silenzio più assoluto.

 

"Pronti?" - sussurrò.

"Pronti!" - fu la replica, altrettanto silenziosa, dell'uomo alle sue spalle. Fece un cenno con la mano ad un altro che portava sulle spalle una grossa telecamera.

Aprì la porta ed entrò con il suo seguito.

"Sorridi," - strillò una volta entrato con l'uomo con la telecamera che filmava tutto - "sei su Candid Camera. E' stato fantastico, vero?" - la folla, fuori dall'appartamento, applaudì fragorosamente.

L'uomo tuttavia non rispose, mentre il suo corpo, pesante, oscillava, appeso al lampadario del soggiorno con il viso reso livido dal cappio che gli avvolgeva il collo. Gli occhi vitrei della morte si erano impadroniti della sua angoscia ed ora riposava, per sempre.

 


FINE

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