Aperti gli occhi quella mattina si trovò se stesso sdraiato accanto.
Guardò meglio ma non c’erano dubbi:
al suo fianco, nel letto, era disteso il proprio corpo, non quello di sua
moglie.
Spaventato si alzò di scatto dal
letto, ma come si trovò di fronte allo specchio dell’armadio, notò
che il peggio, probabilmente, doveva ancora accadere: l’immagine riflessa
era quella di sua moglie.
Si accasciò sul letto tenendosi la testa fra le mani.
“Cosa succede?” - la voce alle sue spalle,
sinistramente mascolina, lo fece sobbalzare.
“Come?” - la cosa terrificante era che
dalla propria bocca uscì la voce di sua moglie.
Scoppiò in lacrime e si diresse di corsa verso il bagno; si chiuse a chiave la porta alle spalle.
“Stai male?” - la sua stessa voce gli stava parlando dall'altra parte della porta.
Passò qualche secondo, in cui i
suoi polmoni si rifiutarono di incamerare aria, la testa gli pulsava in
un modo spaventoso. Stette in silenzio, deglutendo a fatica. Diede un’occhiata
furtiva allo specchio sopra al lavabo. L’esito fu terribile: i suoi capelli,
gli occhi; non c’era più una cosa al proprio posto. Si guardò
il torace: due protuberanze spingevano in fuori la maglietta.
Si mise istintivamente una mano in mezzo
alle gambe: il vuoto.
Respirò con calma; un paio di respiri
profondi e poi aprì la porta.
Il se stesso era lì ad aspettarlo
con un’espressione piuttosto preoccupata.
“Amore, stai poco bene?” - allungò
una mano per accarezzarle i capelli.
“Amore un cazzo!” - sbottò innervosita
- “Cosa sta succedendo?”.
“In che senso?” - chiese l’uomo.
“Nel senso che io sono te e tu sei me.”.
“Come?” - l’uomo sorrise - “Hai fatto
un brutto sogno?”.
“Nessun brutto sogno.” - si passò
nervosamente una mano tra i capelli - “Io ora sono una donna e ieri sera
quando sono andato a letto non lo ero.”.
L’uomo alzò la mano sorridendo, come per mandarla scherzosamente a quel paese e le voltò le spalle, dirigendosi verso la cucina.
“Non sto scherzando!” - ora la sua voce era strozzata - “Cosa ci faccio io qui dentro?”.
L’uomo la guardò con gli occhi tristi.
Lei scoppiò in lacrime.
Lui si avvicinò e l’abbracciò.
Stettero così qualche secondo poi lui la lasciò e le asciugò
le lacrime col fazzoletto.
“Non ti preoccupare, devi aver fatto un brutto sogno: tutto qua.”.
Lei, senza neppure guardarlo in faccia,
tornò in bagno e si chiuse nuovamente a chiave.
Si guardò allo specchio e non vi
erano ormai più dubbi. L’immagine riflessa era proprio quella della
donna che per dieci anni aveva condiviso la propria vita con lui. Ora aveva
le tette e in mezzo alle gambe non aveva più nulla di maschile,
proprio nulla.
Gli parve di vivere davvero un sogno che
faceva fatica ad abbandonare il suo cervello.
Si lavò il viso con dell’acqua
fredda ma il risultato non cambiò assolutamente.
Come fosse potuto accadere non lo poteva nemmeno immaginare, ma non era la sua principale preoccupazione. Ciò che l’angosciava maggiormente era che fosse accaduto e non riusciva a vedere una via d’uscita, se non svegliarsi improvvisamente, guardare sua moglie stesa accanto a lui e farsi una bella risata.
Invece la voce maschile di là dalla porta chiamò proprio lui, che era chiuso nel bagno.
“Vieni che il caffè è pronto,
piantala di dire stupidaggini su quel sogno: tu sei tu, la donna che ho
sposato e io sono tuo marito. E’ sempre stato così. E poi mi sembra
ridicolo anche il solo parlarne.”.
Ci furono un paio di secondi in cui pensò
di essere ammattito, poi strinse i pugni ed uscì dal suo rifugio.
“Grazie.” - disse uscendo - “dev’essere
stato proprio un brutto sogno.”.
Bevve il caffè ma mentre lo sorseggiava
continuava a pensare alla sua situazione.
L’uomo la guardava preoccupato: “Dobbiamo
andare da tua madre” - disse.
“Certo.” - esclamò.
“E adesso, come cazzo mi vesto?” - pensò
tra sé.
Apri’ l’anta dell’armadio, provando un
certo disagio nel movimento, innaturale, dell’anta scorrevole verso sinistra
anziché verso destra. Ecco davanti ai suoi occhi i vestiti della
moglie. E adesso? Scelse un vestito e si spogliò. Si guardò
allo specchio e, per la prima volta da quando si svegliò quella
mattina, gli sfuggì un mezzo sorriso.
Passò una giornata terrificante,
tra i discorsi isterici di sua madre... sì, sua madre... sua suocera,
la sua ex-suocera, che gli era sempre stata sulle palle e che ora come
madre continuava a starle sulle ex-palle. Il pranzo, poi, fu terribile,
visto che in quello stomaco, così piccolo, non ci stava proprio.
Finalmente riuscirono a sganciarsi dalle
chele affettuose dei ‘suoi’ genitori e se ne andarono.
“Vuoi andare da qualche parte?” - disse
lui... suo marito... quel ‘coso’ al suo fianco.
“No, grazie, vorrei solo andare a casa.”.
Giunti a casa prese il giornale e si buttò sul divano.
Il se stesso che poi era suo marito la fissò perplesso.
“Ma non avevi da stirare?” - chiese.
“Chi? Io?” - cominciò a preoccuparsi.
“Beh, direi di si’. Ma cosa ti succede?”.
“Niente...” - cercò di sorridere
- “è che non mi sento troppo bene; pensavo di riposarmi un po’.”.
E adesso? Cosa poteva fare? Prima o poi sarebbe anche arrivata l’ora di cena... e lui non sapeva cucinare. Poi sarebbero andati a letto.
“DIO MIO! “ - si alzò in piedi di
scatto.
“Cos’è successo.” - lui la guardò
preoccupato.
I suoi pensieri andavano a trecento all’ora.
Cosa sarebbe successo una volta a letto?
Eh, no... quello no... cazzo!
Riuscì ad evitare il pericolo ferro da stiro, per la cena decisero per una pizza ordinata al telefono, così, tanto per cambiare un po’, fare qualcosa di diverso, ma il letto non riusciva a toglierselo dalla mente.
“Se solo prova a mettermi le mani addosso lo castro!” - pensava terrorizzata solo all’idea ‘penetrante’ che continuava a scorrerle davanti agli occhi.
Lui spense la televisione e la guardò,
non molto intensamente, ad essere sinceri, ma comunque TROPPO intensamente
per un lui che era diventato una lei senza esserne accondiscendente e che
quindi cercava di evitare gli sguardi da pesce lesso di un lui che era
sempre stato una lei… insomma cercò di guardare da un’altra parte.
Prese il telecomando e riaccese il televisore.
“Non vieni a letto?”
“Guarda… credo che sia colpa della pizza.
Lo sai che mi mette sempre un po’ di acidità di stomaco. Vai pure
avanti, io vengo dopo.”.
“Veramente era a me che metteva acidità
la pizza, comunque credo sia meglio mettere una pietra sopra a questa giornata.”.
“Buona notte.”.
“Ciao”.
Luilei rimase seduto sul divano con in mano il telecomando.
Lui abbandonò il salotto per entrare nella zona notte che luilei paragonò immediatamente alla zona del suo cervello che ospitava le conoscenze di tutta la vita. Era buia; probabilmente si era dimenticato di pagare le bollette al cervello e questo l’aveva abbandonato crudelmente tra le fauci del buio più profondo. La cosa sconcertante era che solo lui vedeva questo scompiglio, gli altri no. Beh, gli altri… lo scambio era avvenuto con lui, insomma con sua moglie, suo marito o come cazzo lo doveva chiamare.
Cominciò a pensare che doveva trovare una soluzione, come se una soluzione potesse esistere per una situazione così disastrosa. Cosa poteva essere successo?
Un sogno aveva appurato che non era perché altrimenti si sarebbe già svegliato, forse.
Cercò mentalmente nel suo archivio di libri letti di fantascienza e poteva effettivamente trovare qualcosa, qualche scambio di cervelli, ma erano storie, e per di più di fantascienza.
Il suo cervello, seppur al buio, lavorava alla velocità della luce, cercando ogni plausibile spiegazione ma, ad ogni teoria si accodava un ‘forse’, un ‘probabilmente’ e comunque erano messi proprio per cercare di dare un senso alla stessa teoria, ma non la sostenevano assolutamente.
L’orologio, sul mobile dove c’era il televisore
segnava ormai le tre e un quarto e lui di solito, a quell’ora, dormiva,
tranquillo, nel proprio letto e ora era costretto da una terribile quanto
giustificata insonnia a restare seduto davanti al
televisore con gli occhi sgranati.
Passò qualche immagine di telefoni
hard con prosperose signorine che ammiccavano verso il telespettatore agitando
immense mammelle e ondeggiando natiche inimmaginabili.
Doveva provare disgusto?
Fastidio?
Eh, no, porca miseria, quelle tette erano
esagerate ma non passavano inosservate e nemmeno quelle chiappone gli davano
poi molto fastidio.
Il cervello funzionava perfettamente. Era il corpo che non era al posto giusto.
La cosa peggiore, quella che lo metteva davvero in crisi, era che suo ‘marito’ fosse a posto o, per lo meno, si sentisse a posto, tranquillo. In pratica c’erano due lui. Possibile che il suo stesso cervello si fosse duplicato? A pensarci bene era sparita proprio sua moglie. C’era solo il guscio. Il suo cervello non c’era più. Avrebbe capito – anche se non riusciva davvero ad immaginare come – uno scambio completo:
“O Madonna! Amore, io sono te e tu sei
me. E adesso, come facciamo?”
Questo l’avrebbe capito ma quello che
era successo era successo solo a lui.
O ad uno solo dei due lui.
E l’altro era sempre lui?
Ma come poteva essere due lui? Due teste
maschili pensanti con un solo uccello?
Decise di andare a guardare l’altra parte
di sé che se ne stava beata nel letto, al suo posto. Colui che era
l’unica parte di sé che ne conservava i privilegi: l’armadio, i
vestiti, la porzione di letto e, scusate se poco, il suddetto uccello.
Entrò in camera senza fare rumore.
Lui era lì, disteso, tranquillo che si faceva i suoi sogni tranquilli. Lui… con i suoi occhi chiusi, che russava, senza essere minimamente preoccupato di quello che era accaduto a lui, che poi erano la stessa persona, forse.
Quel maledetto forse… lo stringeva alla gola come un boa constrictor e lo soffocava.
Fu quasi un caso, come quelle immagini che si riescono a cogliere con la coda dell’occhio. Quelle che ci devi tornare perché non sei certo di averle viste davvero.
Quello che vide fu una luce verde, appena percettibile, sotto le palpebre del lui che dormiva.
Quando guardò nuovamente non vide nulla ma non si diede per vinto. Stavolta no.
Si avvicinò con il naso a pochi
centimetri da quello di lui che, disteso sul fianco sinistro, porgeva il
volto al lato del letto.
Il suo respiro caldo e regolare usciva
dalle narici e giungeva fino alla punta del naso che indagava chino e silenzioso
su di lui.
Eppure aveva visto qualcosa.
Che fosse un androide o una cosa del genere? Di quelle creature che aveva visto al cinema o letto sui libri? Come si intitolava quella storia incredibile? Avevano anche girato un film e un remake del vecchio film… L’invasione degli ultracorpi. Sì, poteva essere successa una cosa del genere: un baccello che aveva assorbito la sua personalità e lui magari si era svegliato in tempo prima che il transfer fosse completo. La sua copia era lì, davanti a lui e lui era…
Eh, no… lui sarebbe ancora dentro al proprio corpo, con il trasferimento non ancora terminato. Cosa c’entrava il corpo di sua moglie?
Magari dovevano essere “duplicati” tutti
e due e lei si era svegliata e quindi la copia era rimasta sospesa.
Ma cosa diavolo stava pensando? Eppure
lui aveva visto qualcosa. Sicuramente c’era qualcosa che non andava e,
probabilmente, quell’uomo disteso nel letto era la fonte di quei problemi.
Si sollevò da quella posizione scomoda,
con le gambe percorse da un formicolio tremendo.
Decise di tenere sotto controllo quell’essere
e poi avrebbe deciso il da farsi. Ora però doveva stare sveglio,
non poteva permettersi di addormentarsi.
Passò la notte ad osservare il corpo al suo fianco ma non vide altre stranezze. Lo vide voltarsi un paio di volte con un’erezione voluminosa e provò un senso di disgusto, misto alla voglia di mollargli un calcio nelle palle per fargliela pagare ma resistette alla tentazione e proseguì la veglia.
La mattina giunse con una lentezza sfinente.
Essendo domenica, la sveglia non faceva
parte della procedura mattutina e quindi, generalmente, si dormiva ad oltranza.
Aveva tutto il tempo di prepararsi la
colazione e così, almeno, riusciva a far passare il tempo in attesa
che l’altro lui si alzasse. Prima o poi avrebbe fatto un passo falso, sicuramente.
E se fosse stato pericoloso?
Magari era armato.
E se leggesse nel pensiero?
Per un momento si preoccupò di quei
pensieri. Ormai era entrato in un vicolo cieco. Difficilmente sarebbe riuscito
ad uscire da quei pensieri perversi. La certezza si stava facendo largo
nella sua mente. Aveva trovato la strada giusta, aveva capito tutto.
Restava solo di cogliere l’attimo giusto,
cogliere la rivelazione, ciò che gli avrebbe permesso di smascherare
l’essere che gli aveva succhiato il proprio essere e, con tutta probabilità,
aveva ucciso sua moglie.
Già… e una volta colto l’attimo?
Cosa avrebbe fatto?
Avrebbe dovuto ucciderlo?
E se uccidendolo avesse ucciso anche se stesso? Era un rischio un po’ eccessivo. Immobilizzarlo era difficile: gli aveva lasciato un corpo più debole e se anche fosse riuscito a colpirlo, immobilizzarlo, non sapeva di cosa fosse capace. Probabilmente proveniva da chissà quale pianeta e con chissà quali risorse.
Mentre pensava a tutte queste cose lui entrò in cucina.
Il nostro lui trasalì, si alzò di scatto e, appoggiandosi alla parete lo guardò, non riuscendo però a fissare il proprio sguardo in quello dell’essere.
“Ma si può sapere cosa ti succede?”
– l’essere sembrava davvero preoccupato.
Sicuramente era un’altra delle sue mosse:
avrebbe affondato il colpo decisivo quando lui avesse abbassato le difese.
Ma decise di non abbassarle. Mai più.
Riuscì ad alzare lo sguardo. Tremava
visibilmente.
“Sono solo un po’ stanca. Il cambio di
stagione mi frega sempre, lo sai.”.
L’essere lo guardò un po’ perplesso. Avanzò di un passo e tese una mano.
“Vorrei essere lasciata in pace per un
po’. Ho bisogno di stare da sola.”.
Niente da fare. L’essere avanzò
ancora di un passo.
Lui, istintivamente, mise le mani dietro la schiena, come per evitare di tendere la mano all’essere che aveva di fronte.
Lo guardò meglio: chissà quale pelle squamosa si nascondeva sotto i suoi lineamenti rubati? Si stava avvicinando ancora di più; doveva trovare al più presto una soluzione. Poteva temporeggiare ancora? Poteva rischiare di essere completamente annientato, com’era successo a sua moglie?
Le mani, nascoste dietro la schiena, incontrarono una sporgenza. Riconobbe immediatamente la maniglia del cassetto.
Lì dentro c’erano le posate.
Un coltello. Ecco una soluzione: poteva difendersi con un’arma. Doveva essere pronto e colpire alla gola. Vuoi che un essere vivente, anche se non umano, non abbia dei centri vitali nella zona della nostra giugulare?
Aprì lentamente il cassetto e riuscì a farvi passare la minuscola mano e anche parte del polso. Tastò con una calma assolutamente impensata finché riconobbe il lungo coltello che sua moglie – questo pensiero lo incupì per qualche secondo e gli fece scorrere ancora più rabbia nel sangue – usava per tagliare il pane. Lo estrasse diagonalmente per evitare di sporgersi troppo e lasciar intravedere il movimento dietro la schiena. La lama lunga e fredda gli accarezzò le vene del polso mentre estraeva il coltello e un brivido lo percorse per tutta la schiena.
L’essere si fermò.
In quel momento cominciò a dubitare delle proprie forze. Probabilmente l’essere era più furbo di quanto avesse previsto. Leggeva il pensiero o qualcosa di simile perché passò dallo stupore di qualche secondo prima al meno consolante atteggiamento di sfida che portava in quel momento, un mezzo sorriso che lasciava trasparire la soddisfazione che l’essere, probabilmente, provava nel vederlo vacillare.
“Perché non ne parliamo? Non fare così. Siediti che vediamo di capire cosa sta succedendo.”.
Era una trappola. Sicuramente avrebbe approfittato
del suo movimento per colpirlo in qualche modo. Cercare d’infondergli sicurezza
e comprensione per ammorbidire le reazioni.
Strinse ancora più forte il manico
del coltello e calcolò mentalmente la distanza che lo separava dalla
gola dell’essere per predisporre la forza da imprimere al braccio per colpirlo,
senza mettere a rischio la propria vita.
E se non fosse riuscito?
E se l’essere fosse riuscito a fermare
il colpo? Doveva essere un fulmine. Il più rapido possibile.
“Non so, sono davvero preoccupata. Avrei
bisogno di riposare.” – doveva rispondere a tono, lasciare la mossa all’avversario,
temporeggiare.
E se poi fosse rimasto in quelle condizioni,
anche dopo aver colpito l’essere?
Sarebbe rimasto una donna, per sempre?
Effettivamente non era forse il modo migliore di arrivare alla maturità
ma decisamente meglio dell’essere risucchiato definitivamente nelle viscere
di chissà quale immondo essere per il resto della propria esistenza.
Addirittura poteva essere ucciso e sarebbe
finita lì. Morto. Come sua moglie.
Ecco un altro buon motivo per mettere fine a quell’assurda storia: doveva vendicare sua moglie. Ora poteva vendicarla utilizzando il suo stesso corpo. La vendetta sarebbe stata ancora più gustosa.
Gli si formò un ghigno agghiacciante sul volto tanto che l’essere sbiancò. Gli angoli della bocca si arcuarono verso il basso e gli occhi si aprirono con la massima estensione delle palpebre.
Fu quello il momento giusto.
Se potessimo vedere l’immagine al rallentatore vedremmo il polso piegarsi leggermente da una parte per permettere alla lama di allontanarsi dalla posizione in cui si trovava dietro la schiena. Vedremmo anche la lama passare ad un paio di millimetri dal fianco destro per dirigersi in direzione della gola dell’essere che non riesce ad accorgersi del movimento se non quando il metallo inizia a lacerare la carne. Quando la lama ha percorso tutta la sua lunghezza per concludere l’incisione con la propria punta, il sangue inonda il volto dell’aggressore e gli occhi dell’essere si chiudono stretti in una morsa di dolore acuto. Poi si riaprono e vanno all’indietro, lasciando intravedere il bianco mentre le mani si portano alla ferita.
Senza il rallentatore si vedrebbe unicamente il bagliore della lama che riflette la luce del lampadario della cucina e il fiotto di sangue che fuoriesce, inondando il volto di lui.
L’essere è ora in ginocchio e cerca di parlare, ma dalla sua bocca esce soltanto un denso liquido vermiglio e qualche accesso di tosse, gorgogliante.
Il pavimento è cosparso di sangue.
“Ma quanto sangue hanno in corpo gli alieni?” – il suo pensiero più immediato.
L’essere è ora immobile, in ginocchio,
con i gomiti poggiati al pavimento e gli avambracci che formano un angolo
retto.
La testa tiene il corpo in equilibrio,
con la fronte che tocca terra.
Una posizione decisamente innaturale per uno che dovrebbe essere morto.
Lei si pulì la faccia con la manica
del pigiama, tenendo sempre stretto il coltello nella mano destra.
Il corpo dell’essere ebbe un sussulto
e s’inarcò, come fanno i gatti quando soffiano mostrando tutta la
loro forza all’avversario. Poi cadde di lato.
Passarono un paio di minuti di immobilità
assoluta. L’essere accasciato senza vita sul pavimento in mezzo al proprio
sangue e la donna con il coltello stretto nella mano destra.
A quel punto le forze della donna scomparvero
e lei si trovò a terra, seduta, con il coltello posato accanto alla
coscia e le mani sulla faccia.
Singhiozzava.
Fu quella la scena che videro i genitori
di lei quando entrarono in casa. La porta era chiusa a chiave ma le chiavi
erano poggiate sul portaoggetti in anticamera. Non si sa mai, diceva sempre
lei.
Quando entrarono in cucina lanziana donna
svenne e suo marito guardò la figlia, seduta in mezzo a tutto quel
sangue con un coltello poggiato accanto alla coscia.
“Dio mio!”
“Ho dovuto farlo.” – alzò lo sguardo
verso il padre, con il volto completamente ricoperto dal sangue del marito.
Suo padre prese il telefono e compose un numero di telefono. Non sentì
le parole che entrarono nel microfono.
Non le avrebbe mai creduto nessuno, ne era certa. Se avesse sostenuto la verità, probabilmente l’avrebbero presa per matta ma ulteriori accertamenti avrebbero sicuramente attestato che lei era sanissima di mente e sarebbero riusciti ad estorcerle chissà quale confessione.
Ora che ci pensava bene, però, non riusciva a capire per quale motivo il corpo di suo marito le risvegliasse tutto quell’orrore. Era certa di aver fatto la cosa giusta ma non ricordava il motivo scatenante. Era sicura che lui fosse un essere alieno ma a lei non aveva fatto alcunché.
Eppure era così sicura…
Anche i genitori, ora che li guardava bene,
avevano qualcosa di sospetto.
Anche i poliziotti, che le stavano mettendo
quelle manette così strette, facevano sicuramente parte del complotto.
Sorrise.
Probabilmente non era servito a molto ma
uno era stato eliminato.
Una risata agghiacciante pervase il locale
e i genitori di lei si abbracciarono. La madre piangeva. Anche suo padre
piangeva.
Lei passò accanto a loro, sorretta
dai poliziotti e sputò a terra.
Mentre usciva dalla porta diede calci
a chiunque fosse nei paraggi. Quando fu fuori dal palazzo cominciò
a schiumare dalla bocca.
“Chissà cosa le è passato
per la testa? Povera donna.” – fu il commento del portiere.