Parliamo ora del famoso trittico de La bella estate, anch'esso immerso nel filone simbolico a cui accennavamo in precedenza. Anche qui ci troviamo di fronte un romanzo a due piani: La tenda. E' la storia di Ginia, una ragazza giovane che lavora presso una sarta. Ginia si trova immersa in un mondo che è opposto al suo: i pittori della Torino degli anni '40. Ve la introduce un'amica: Amelia, una modella che posa per i pittori. Ginia ne conosce uno, Guido, di cui s'innamora subito e, per un certo periodo, vive con lui, dividendo la soffitta-studio, pur sapendo che Guido non l'ama affatto. Ginia, dunque, paga il conto che la vita le ha riservato e si affida alle mani di Amelia, colpita dalla sifilide. La battuta finale è molto importante per il significato del romanzo che qui viene evidenziato maggiormente; Ginia dice ad Amelia: "Conducimi tu.". All'apparenza sembra un racconto da settimanale femminile, ma è ben più profondo il contenuto. Questo romanzo rappresenta lo scontro tra l'innocenza (Ginia) e la corruzione (Guido ed Amelia). Il significato della vicenda è tutto nella perdita dell'innocenza da parte di Ginia. E' un tema che va visto anche come un'iniziazione alla vita. L'innocenza perduta è appunto il passaggio da uno stato felice, quello dell'infanzia e dell'adolescenza, ad uno stato diverso, quello della maturità. E qui va visto il personaggio ambiguo di Amelia come il tramite di questo passaggio. Amelia è un personaggio, in parte, negativo, ma necessario al compimento di questo sacrificio. E', ne sono certo, il simbolo con cui Pavese rappresenta la morte, piuttosto come lui la vede: ambigua, perfida, ma allo stesso tempo invitante, al punto da farsi guidare verso una vita che, a livello personale, non gli appartiene. Così Ginia vede Amelia, tanto da farsi guidare in un mondo che non è il suo. Quindi il gioco con i simboli non è ancora finito.