IL CARCERE


Negli scritti giovanili e soprattutto in Ciau Masino, Pavese ha bruciato molte delle storie e delle infatuazioni che altrimenti lo avbrebbero, forse, accompagnato per tutta la vita. Quando uscì Il carcere, pubblicato insieme a La casa in collina in Prima che il gallo canti, alla critica sembrò strano, dato che insieme ai racconti Pavese aveva inserito le date di compilazione dei singoli racconti, (Il carcere '38/39; La casa in collina '47/48) che un piccolo capolavoro quale fu definito Il carcere fosse scaturito dalla penna di uno scrittore con così poca esperienza. Pavese rispose che le date erano effettivamente quelle e che non gli era costata nessuna fatica la produzione del racconto. Il Pavese in prosa, se escludiamo Ciau Masino, comincia dal 1936 e dal '31 abbiamo il lavoro saggistico e di traduzione sulla letteratura americana. E' vero che Pavese non scrive racconti e romanzi, ma in fondo è abbastanza giustificato, in questo periodo, dal fatto che da un lato abbiamo il periodo più ricco di Lavorare stanca e dall'altro abbiamo il forte impegno nelle traduzioni e nei saggi sulla letteratura americana. Cioè è vero che Pavese non scrive racconti e romanzi, ma tutte le sue forze sono concentrate in questa ricerca che darà frutti più precisi in seguito. Nel '36, infatti, Pavese sente ormai che l'idea della poesia-racconto viene ad essere un qualche cosa di sperimentato al massimo, viene in sostanza ad essere un approccio letterario ormai meccanico e, a quel punto, allora il discorso si allarga naturalmente e dalla poesia si sfocia nel racconto. (...) "i racconti che Pavese comincia a scrivere nel '36 sono a loro volta degli esperimenti che portano avanti il lavoro iniziato con Lavorare stanca, ma che di per sè già costituiscono come un'esperienza precisa e valida di per sè. Quindi documento, è vero, di un trapasso tecnico dalla poesia alla prosa, ma anche un documento di un lavoro letterario non casuale, non occasionale, non estraneo al lavoro di Pavese. Questi racconti, a partire da Terra d'esilio, del '36, sono tutti perfettamente inseriti nell'opera di Pavese.". (...) "In fondo, Pavese non scrive racconti per scrivere racconti, come spesso capita a molti scrittori. Non dimentichiamoci che allora le condizioni storiche e letterarie erano ben diverse: scrivere sulla terza pagina di un giornale, significava scegliere una determinata tendenza letteraria. Allora, tra il '30 e il '40, prima si scriveva un racconto, poi si pensava a pubblicarlo. E quindi, proprio per questo, i racconti acquistano nell'ambito dell'opera pavesiana un pregio e un peso letterario tutt'altro che indifferente, perché sono il documento di una ricerca condotta giorno per giorno nell'ambito della ricerca letteraria.".1

Comunque, dopo questa parentesi sulla formazione del racconto pavesiano, passiamo al 1949. A Prima che il gallo canti; perché risulta composto tra il '38 e il '48. Dieci anni, dieci anni di lavoro per la composizione e la pubblicazione di un volume di due romanzi brevi? No, Il carcere, primo romanzo; il secondo, La casa in collina, tra il '47 e il '48. Cominciamo con l'analizzare il primo dei due romanzi, lasciato in sospeso per dieci anni, cosa che a Emilio Cecchi parve priva di senso. In una lettera del 17 gennaio '49, Pavese scrive in questi termini, rispondendo alle allusioni di Cecchi: "Caro Cecchi, si rassegni, Il carcere, il primo dei racconti del Gallo canti, non venne più ritoccato dopo il 1938, se non nei nomi propri per ragioni di discrezione. Pare strano anche a me, ma lo scrissi così, nel primo tentativo di uscire dal mondo di Lavorare stanca, e due mesi prima di buttarmi, stimolato dal postino di Cain, a Paesi Tuoi. Il curioso è che me n'ero finora vergognato, e soltanto accorgendomi che La casa in collina gli faceva da riscontro, m'indussi a pubblicarlo.".2 Pavese quindi si vergognava di un suo libro e si decise a pubblicarlo solo dopo essersi reso conto delle affinità che lo avvicinavano ad un romanzo appena terminato. Non meno significativa è la risposta di Cecchi alla lettera di Pavese:

"Curiosità, io avrei creduto ci fosse stata una patinatura o una casellatura in data più relativamente recente. Se ne impara sempre.".3

Dunque il carcere che ha un precedente in Terra d'esilio, Pavese lo scrive ben prima di Paesi tuoi, che, fino ad allora era considerata l'opera più significativa di Pavese. Il carcere è quindi molto importante nell'ambito della storia pavesiana perché è l'anello che congiunge l'esperienza di Lavorare stanca e Paesi tuoi. Come già detto, Pavese è un grande sperimentatore. In Ciau Masino, si sentiva, quasi premonitoriamente, il sogno americano del giovane autore e, da un punto di vista letterario, ciò che di utile ci poteva essere al fine di una perfezione di stile. Ora , che anche con Il carcere ha superato la poesia-racconto di Lavorare stanca, si fa avanti con tematiche che a livello di contenuti sono simili alle precedenti, ma che mirano ad un perfezionamento della forma. Passiamo allora a citare brevemente ciò che Pavese propone ne Il carcere. Questo racconto sviluppa la storia di un confinato politico durante il fascismo; è infatti la storia di Pavese stesso, anche perché il luogo del confino è Brancaleone calabro e il personaggio, Stefano, rispecchia emotivamente l'uomo Pavese. Stefano è un ragazzo introverso che non riesce a comunicare né con il maresciallo dei carabinieri (rappresenta in questo caso l'autorità costituita e cioè tutto il mondo dell'ufficialità che Pavese non accettava) né con gli abitanti del luogo. I suoi rapporti con il luogo erano più aperti, soprattutto nei confronti del mare (luogo mitico per Pavese; si noti anche la traduzione dell'opera americana Moby Dick) che Pavese definisce come "la quarta parete della sua prigione, una vasta parete di colori e di frescura dentro la quale avrebbe potuto scordare la cella.".4 Questo per quanto riguarda i rapporti col luogo, mentre per i rapporti umani vi è un cambiamento; infatti questi rapporti, poi, prendono un loro ritmo di confidenza e Stefano diventa amico, non solo del maresciallo, ma anche degli abitanti del posto. I rapporti con le donne, invece, svelano il vero carattere di Stefano, vale a dire la solitudine, ch'egli stesso chiama vigliaccheria, in sostanza la sua incapacità a comunicare, che riflette anche uno stato d'animo, che è quello di Pavese stesso. Così sembra che ogni volta che si offra amicizia e amore a Stefano egli ne abbia paura, mentre sembra attratto da ciò che è fuori dal proprio mondo. Questo si era già notato anche in Ciau Masino in cui Masin, personaggio scaturito dalla pura fantasia di Pavese, era il personaggio chiave dei due racconti proprio per questo motivo. Tornando a Stefano de Il carcere, entrano a questo punto in gioco i due personaggi femminili: Elena, la padrona di casa, che è remissiva, quasi materna, che gli si concede e che ad un certo punto vorrebbe veramente essere amata come lei ama Stefano. Questi però non prova nulla per lei, non sente nessun desiderio, poiché tutti i suoi desideri sono rivolti ad un'altra donna, a Concia, la ragazza che aveva veduto girare in paese. Pavese così la descrive: "la sola con un passo scattante e contento, quasi una danza impertinente, levando erta sui fianchi il viso bruno e caprigno con una sicurezza che era un sorriso. Era una serva, perché andava scalza e a volte portava acqua.".5 Da un lato quindi, Stefano vede la realtà subita, quindi Elena, la Elena sottomessa e, dall'altro, antiteticamente, la realtà, non subita, ma quella fantastica. Segue che a Stefano giunga il messaggio di un altro confinato politico che lo invita a trovarsi e ad incontrarsi per avviare un dialogo. Questo messaggio permetterebbe a Stefano di uscire dal guscio dei due contrari sopracitati che lo circonda. Stefano, invece, si lascia sfuggire questa possibilità, non rispondendo all'invito. Poi, successivamente, arriva il condono e Stefano può tornare a casa.


Note al testo:

1, 2 e 3 PAUTASSO, Dispense di storia della letteratura italiana, Milano, Istituto universitario di lingue moderne. 4 C.PAVESE, Prima che il gallo canti, Il carcere, Torino 1959, ed. Einaudi, pag. 9 5 C.PAVESE, op. cit., pag. 16