CIAU MASINO


Questa raccolta di racconti si articola su due filoni: il primo è quello dell'intellettuale Masino, intellettuale in senso lato; l'altro riguarda la vita dell'operaio Masin. Masino e Masin: due nomi così simili ma non uguali; non a caso il primo intellettuale, scrittore di canzonette ritmate a blues - già qui Pavese aveva ben chiaro il suo sogno americano - si realizza a livello personale, vive spensieratamente, passa le serate nelle osterie con gli amici; insomma, Masino riesce addirittura ad ottenere l'autorizzazione per andare in America (che è sempre stato il sogno di Pavese, che non riuscirà mai a realizzare) . Masin, al contrario, operaio, è una figura triste, dall'inizio alla fine; la storia di un fallimento, antiteticamente a quella di Masino, che è tutta un realizzarsi. La vita di Masino è simbolica di tutto ciò a cui Pavese tendeva. Masin, invece, per contrasto, rappresenta l'impossibilità dell'operaio di inserirsi in una vita che non sia contrassegnata sempre da una lotta continua e senza speranza. Masin è un fallito; a lui manca qualcosa che Masino possiede: il riuscire nella vita. Non a caso, infatti, Masin è un nome dialettale, paesano, mentre Masino è un nome italiano. Il dialetto entra in evidenza, anche perché Masin nella raccolta risulta più importante di Masino, più significativo, per il fatto che nasce da un'autentica invenzione letteraria, mentre per Masino, Pavese aveva dei modelli ben precisi. Vorrei citare alcune tra le disavventure accadute a Masin, che reputo importanti e di piacevole lettura: la prima disavventura capitata a Masin è quella di un tema - si era iscritto alle scuole serali per uscire dal suo ghetto psicologico e sociale - su Pietro Micca, che egli svolge in modo irriverente per il sottofondo politico che lo anima: irridendo Pietro Micca, Masin irride gli ideali di patria, gli ideali della società patriottico-borghese e per questa ragione viene espulso da scuola. Il titolo del tema era il seguente:

"Parlate del gesto eroico di Pietro Micca. Suo rapporto coll'idea di famiglia e l'idealità del sacrificio. La perenne giovinezza della figura dell'eroe.".

Svolgimento: "Pietro Micca fu un eroe del 1706. I torinesi si difendevano contro il re Vittorio Amedeo III. Una notte mentre la città era nell'infausto riposo i francesi, cercarono di penetrare dentro le mura sotterranee, dentro questi luoghi c'erano le polvere e uno dei soldati chiamato Pietro Micca di Biella, mediante l'erismo e il sacrificio nel sentire il rumore tese gli orecchi e pensò che erano in cantina e mandando un soldato a portargli da bere per passare il tempo. Il compagno che bevvero insieme gli disse di fuggire con lui, ma Pietro Micca gli rispose che erano sul dovere di sentinella e non dovessero abbandonare il posto. Pietro Micca fu quando che comandò bene il picchetto e ha detto sempre; state pronti ragazzi che abbiamo la patria in pericolo. Ma l'eroe biellese non sapendo che tutti gli uomini hanno grande paura e mentre egli solo beveva nel barile i commilitoni insieme erano tutti scappati. Onde Pietro Micca si mise sull'attenti e pensando alla patria, perché bevette un'ultima volta ch'era proprio l'ultima e fece scoppiare la mina con una grande fiammata che s'incendiò nel corridoio e così è stata salvata la patria e le rovine le vedono ancora sicché il monumento sorge, qui l'eroe s'immortalò tenendo vicino sulla piazza il barile dove bevè l'ultima volta prima di morire.".1

Questo tema di Masin è un modello dal punto di vista linguistico, una pagina d'antologia che oggi, alla rilettura, costituisce una sorpresa per l'impasto fra lingua e dialetto in cui Pavese crea una lingua nuova. In Masin c'è il desiderio di evadere, di trovare una condizione di libertà; di poter disporre di se stesso senza eccessivi condizionamenti, soprattutto senza padrone. Ma la vita di Masin è un susseguirsi di disavventure. Infatti uscito dalla scuola, Masin, che è un collaudatore di macchine, durante il suo lavoro investe e uccide una persona. Gli viene tolta la patente e viene licenziato. Nel breve volgere di due giorni Masin si trova ad essere uno sbandato. Decide allora di rifugiarsi nelle Langhe in cerca di lavoro. C'è quindi già dai primi anni di Pavese scrittore, la mitizzazione della terra langhigiana. Dopo successivi cambiamenti di lavoro, licenziamenti, Masin torna a Torino, dove comincia a frequentare il mondo del varietà e dei locali notturni. Anche questo ha un suo significato: il giovane Pavese aveva una certa curiosità per il mondo dell'avanspettacolo, simbolo della perdizione. Grazie a questa esperienza letteraria e stilistica e già avendo alle spalle l'esperienza di Lavorare stanca, Pavese può cominciare a scrivere Il carcere.


Note al testo

1 C:PAVESE, Racconti, Torino, ed. Einaudi, pagg. 24-25