Cinquant'anni fa - era il 1950 - Cesare Pavese fu trovato morto, suicida, all'Hotel Roma di Torino, nel piazzale antistante la Stazione di Porta Nuova. Oggi siamo nel duemila: non è più un'affermazione ironica o polemica. Questa volta ci siamo davvero nel duemila. Un due con tre zeri uno in fila all'altro. In questo nuovo anno (il nuovo millennio ed il nuovo secolo, a dispetto di molti, inizieranno solo nel duemilauno) ho voluto portare con me Pavese e i suoi libri, i suoi luoghi della memoria: la campagna e la città. Questo libro vuole essere un omaggio a Pavese e non un libro su Pavese. Un piccolo ricordo perché non ci si dimentichi di questo grande scrittore ma, soprattutto, per donare alla memoria di quest'uomo gli scritti di nuovi autori, di giovani e meno giovani che non sono scrittori di mestiere ma che hanno coltivato il mestiere di vivere... e di osservare la campagna e la città, come faceva Pavese. Questi giovani autori hanno voluto raccontare queste due realtà con il proprio modo di narrare, di fare poesia. Uno stile diverso da quello pavesiano, probabilmente, ma dettato dal tempo in cui viviamo. Gli autori sono stati contattati - pensate un po' - tramite Internet, la rete telematica e questo ancor di più si discosta da ciò che era il tempo dell'immediato dopoguerra, ma così va il mondo e noi non vogliamo fermarlo, solo ogni tanto guardarci indietro e non dimenticare. Non dimenticare il lavoro di Pavese, non dimenticare i suoi libri, le sue paure, le sue parole, le sue visioni. La campagna, con i suoi ritmi cadenzati dalla natura e la città, con il suo ritmo frenetico, le fabbriche, le sere nei locali e le passeggiate nel centro. La campagna è cambiata: gli stessi luoghi pavesiani non sono più gli stessi di allora. Le strade sterrate dei giochi dell'infanzia sono diventati stradoni asfaltati. La città è cambiata: la guerra e il dopoguerra sono ormai un ricordo e la vita è diventata sempre più frenetica e sempre meno vivibile. Anche la gente è cambiata e ciò che gravita intorno alla campagna e alla città è molto diverso rispetto a ciò che riempiva le giornate di Pavese, dei suoi amici e dei suoi personaggi. Questo è ciò che ho voluto portare nel duemila per ricordare Pavese: il suo modo di vedere la vita ma con gli occhi degli uomini e delle donne di oggi. Ho voluto far rivivere il mito della campagna e della città anche nel duemila, anche a distanza di cinquant'anni dalla morte dell'uomo Cesare Pavese. Spero non me ne voglia, dal suo aldilà profumato di tabacco. I nuovi narratori, i nuovi poeti - lo abbiamo già detto - hanno stili e parole molto diversi da ciò che Pavese utilizzava negli anni della sua produzione letteraria ma mi piace immaginare il professor Pavese che legge i nostri testi, i nostri "lavori" e che li critica, con il suo modo un po' burbero, un po' troppo severo. Mi piace anche fantasticare sul fatto che, per ringraziarci di questo nostro piccolo regalo, ci porti tutti sulle colline a mangiare, a bere e a cantare in allegria. Lui a qualche metro di distanza che ci guarda, fumando, e che d'un tratto scompare, nel freddo, lasciando solo di sé il profumo del suo tabacco e l'ombra della sua solitudine che, nonostante tutto questo tempo, non se n'è mai andata. Se passate da Torino fermatevi davanti all'Hotel Roma, potrete sentirla nell'aria, entrare nei vostri polmoni e toccarvi il cuore. Non sarà poi così difficile udire una voce alle vostre spalle e immaginare che sia un personaggio di Pavese perché il mondo che lui narrava era proprio il mondo reale, la gente vera, quella che tutti i giorni passeggia ancora, invisibile, nelle strade della città e della campagna. Grazie ancora Pavese.