L'ALBA

1/4 AGOSTO 1982

Massimo CANETTA


Stupefatto del mondo mi giunse un'età
che tiravo dei pugni nell'aria e piangevo da solo.
Ascoltare i discorsi di uomini e donne
non sapendo rispondere, è poca allegria.
Ma anche questa è passata: non sono più solo
e, se non so rispondere, so farne a meno.
Ho trovato compagni trovando me stesso.
(C. Pavese da Antenati)


L'AMBIENTAMENTO
Sembrava un'alba terrestre, di quelle che raramente si riescono a dimenticare: i tenui raggi solari si tingevano di rosa, dando al plumbeo terreno che percorrevo, un aspetto più accogliente. Il silenzio che mi circondava mi rendeva nervoso. Il ricordo del frastuono che avevo lasciato - pensavo frequentemente - mi faceva sentire come se fossi stato senza una parte integrante di me. Come accade con le persone. Che strani esseri siamo. In fondo, anche chi può infastidirci, un giorno, può esserci d'importanza vitale.

Erano ormai più di tre giorni che ero atterrato sul pianeta che Dio doveva aver certamente dimenticato di aver creato e ancora non mi ero adattato alla solitudine.

Che strano! Quante volte avevo sognato di rimanere solo, meditando su me stesso e sul silenzio, che ora non sopportavo più. Anche la radio di bordo era fuori uso e non potevo far altro che pensare.

Vegetazione ce n'era. Ma a cosa poteva servire se non c'era poi nemmeno un granello di vita? Perlustrai un bosco nelle vicinanze, ma nemmeno un verme incrociai sulla mia strada. C'era pure un ruscello e l'acqua era buona. Non c'era neppure un pesce, un mollusco, niente.

Il tempo non esisteva; la notte era lunghissima, quanto il giorno. Era atroce svegliarsi in piena notte e pensare che prima di qualche giorno non sarebbe di nuovo comparso il sole all'orizzonte. Così era anche l'addormentarsi sotto il sole cocente e sapere che la frescura della notte non sarebbe arrivata che dopo giorni.

Il mio impatto con la pioggia fu particolarmente demoralizzante: le gocce d'acqua che cadevano dal cielo erano di una temperatura insopportabile. Il sole le scaldava a tal punto che appena toccavano terra, evaporavano. E le piante? Come facevano a sopravvivere? Dovetti trovare un riparo dentro un cratere irregolare che mi permise di coprirmi sotto una tettoia naturale.

La pioggia, fortunatamente, durò pochi minuti e, fuoriuscito dal cratere, volsi lo sguardo verso il bosco: neppure l'acqua fece uscire un solo sere vivente.

Mi venne da piangere, ma mi trattenni; non so per chi, ma mi trattenni, come per paura che qualcuno potesse vedermi. Altro che paura, era solo speranza; sentire almeno una voce che, dannazione, non fosse la mia. Finalmente trovai una dimora, un riparo in una grotta naturale, che la mia sempre viva speranza non definì tale. Vi entrai: era enorme, composta da viottoli e gallerie lunghissimi.

"C'è qualcuno?" - Urlai nella speranza di ottenere una risposta.

Solo la mia eco seguì alla domanda.

Perlustrai ogni angolo possibile finché non trovai ciò che mi piacque. Non avevo che l'imbarazzo della scelta. Era simpatico ed accogliente ed in quel momento sembrava lo specchio della mia vita: vuota e senza uscita secondarie, senza scappatoie. La voglia di colmare quegli spazi però c'era; forse mancava la voglia di comunicare con me esso. Già con me stesso. Dovevo capire cosa non andava dentro di me e, forse allora, sarei riuscito a colmare spazi che per tutta la mia vita erano rimasti privi di senso. Se fossi potuto tornare indietro... Certamente avrei imparato a vivere con me stesso, prima di aspirare a vivere con gli altri.

 

L'INCONTRO
... Erano passate ormai più di tre settimane e cominciavo ad abituarmi all'ambiente che mi ospitava. Mi era cresciuta una barba folta e, allo specchio che sino ad allora mi aveva tenuto compagnia, non mi riconoscevo più. Per fortuna l'orologio funzionava ancora, cosicché riuscivo a tenere il conto del mio tempo che trascorreva. Strani pensieri mi passavano per la testa e mi sembrava di vederli correre sul terreno di queste gallerie, come se stessero cercando la galleria adatta a loro. Quando pensavo che mi mancava una compagna, mi sembrava di vedere dei frammenti di terreno volare, mossi da un vento inesistente e sbattere contro le pareti delle gallerie, come per sostarvi, all'insegna della mia sete di compagnia. Capisco che tutto ciò sembri assurdo, inconcepibile, eppure mi piaceva credervi. Ormai la fantasia era diventata la mia migliore amica.

Tante cose avevo imparato e tante ancora ne avevo da imparare. Già, ancora; fino a quando sarei dovuto restare? In fin dei conti non sapevo nemmeno dove mi trovavo.

Cominciai a preoccuparmi. Mi pareva un sogno. E pensare che sino ad allora non mi ero affatto preoccupato di dove fossi, piuttosto del perché fossi capitato lì, in quel posto maledetto. Cominciai a perlustrare un bosco più lontano, circa a dieci miglia a sud della mia abitazione. Ad un tratto mi cadde lo sguardo verso una montagna.
Ai piedi del monte vidi ciò che per settimane avevo sperato e quasi disperato di vedere: un essere vivente. Era molto lontano, più ad est. Pareva un bambino, accovacciato su di un masso, con il mento tra le mani.

Gli corsi incontro, gridando a squarciagola. Niente, non rispose. Mi fermai; ormai ero a due passi da lui. Sì, era proprio un bambino. Vedendolo, mi tornò alla mente il giorno in cui atterrai sul pianeta e, solo in quel momento mi parve confuso.
"Quando arrivai qui lui mi vide?" - Pensai tremando, mentre il bambino, assolutamente indifferente alla mia presenza, non batteva ciglio - "Vuoi alzare quella testa, dannazione?".

Per nulla spaventato dal mio tono autoritario il bimbo, con calma, alzò la testa, ma volse lo sguardo verso la montagna.
Allora, con un po' più di gentilezza, gli chiesi: "Figliolo, io mi chiamo Henry, Henry Taylor e tu?". Il bambino, finalmente, mi guardò.

Non era possibile. Ciò che vidi era inammissibile: ero io. Il mio volto, i miei capelli, i miei occhi. Tutto sul corpo di un bambino. Non c'era la barba e nemmeno i capelli lunghi. Pareva il mio volto prima di questo assurdo viaggio. Ma cosa significava tutto ciò? L'unico essere umano che incontravo sul mio cammino ero io e, per di più, bambino.
Cosa diavolo mi stava accadendo? Certamente un'allucinazione, dovuta alla tensione imposta da questa permanenza forzata senza un'anima viva intorno. Ma sì, era solo un'allucinazione. Cominciai a ridere, poi dopo qualche secondo scoppiai in lacrime.

Il bambino, nel frattempo, correva per il prato, giocando a lanciare i sassi contro la montagna. Proprio come facevo da bambino quando ero in vacanza dai nonni.

Ma tutto ciò era ridicolo. Chissà quanti bambini giocano a tirare i sassi lontano. Perché dovevo proprio essere io che rivedevo la mia infanzia. No, non era possibile.

Il bambino si fermò. Mi guardò fisso negli occhi e, d'un tratto, con voce infantile, ma dal tono sarcastico, mi disse: "Figliolo, io mi chiamo Henry, Henry Taylor e tu?" –

Improvvisamente scomparve tra le foglie sparse a terra e la mia perplessità. Avrei dovuto riposare, tornare alla mia grotta.
M'incamminai, continuando a ripensare all'incontro che avevo avuto con me stesso. Ma dov'ero capitato?

 

LA VISIONE

Più mi ponevo domande, più s'allontanava la possibilità di trovare delle risposte. Entrai nella grotta e mi parve più luminosa del solito, più ampia. Ma sì, era più grande; c'erano più gallerie.

 

Eppure era proprio quella: le provviste ed il sacco erano lì. La rivisitai di nuovo in lungo e in largo e, con mio stupore, rilevai che in una grotta, mai vista prima d'ora, c'era un piccolo lago. Era stupendo: lucente e traspariva il fondo di sassi. Mi c hinai sullo specchio d'acqua e vi vidi la mia immagine fissa, riflessa. L'immagine, dopo qualche istante, andava offuscandosi, lasciandone lo spazio ad una un po' confusa.

 

Sembrava che qualcuno si fosse immerso muovendo la massa d'acqua che mi stava innanzi.
"Mio Dio!" - Esclamai. L'immagine era tornata nitida ma non era più la mia. Erano mio padre, con un bimbo in braccio e mia madre. Tutto ciò aveva anche delle voci.

 

"Henry, piccolo mio," - il bambino ero dunque io - "ora sei tra di noi, ma io non potrò vederti ancora per molto tempo." -
Cominciò a piangere - "Tu sei tanto piccolo e non puoi capire. Tua madre dovrà fare anche la mia parte. So che la comprenderai e che, un giorno cresciuto, non l'abbandonerai mai. Addio cara." - Si rivolse a mia madre - "E' stato tutto meraviglioso, ma come tutte le cose del mondo, anche questa ha una e. E' difficile lasciare questo mondo, te ed il bambino. Ma l'aver visto il piccolo Henry mi ha fatto capire che devo lasciare il mio posto senza rimpianti, degnamente, con il sorriso sulle labbra.".


L'immagine s'intorbidì di nuovo e tutto tornò come prima: con la mia immagine riflessa sull'acqua, fissa, immobile.

"Henry." - Sentii sussurrare alle mie spalle - "Henry caro, sono la tua mamma. Perché mi hai abbandonata?".
Mi voltai di scatto e vidi mia madre, in piedi, poggiata al muro di roccia della grotta. Mi alzai e le corsi incontro, ma svanì.


"No, Henry, ora è troppo tardi. Prima dovevi ricordarti di me; non ora.". Scoppiai a piangere, implorando perdono; giurando che sarebbe cambiato tutto appena fossi tornato a casa, sempre che ci fossi tornato.

"Henry caro, oggi è il 4 agosto ed è triste non averti accanto. Però ti ricorderai di questo giorno e piangerai ancora quelle lacrime che ora non contano più nulla.". Non aveva senso, ma in fondo, cosa aveva senso in questo posto infernale.

"Cosa vuol dire che è il 4 agosto e me ne ricorderò? " - Gridai attendendo una risposta - "Ti prego, cosa significa?".

Non giunse alcuna risposta. Giunse invece il pianto disperato di mia madre, dopodiché più nulla. Persi conoscenza e mi risvegliai qualche tempo dopo, non so quanto, constatando con stupore che il lago non c'era più. Non ero nemmeno nella grotta del lago, ero nella mia e tutto era tornato come prima. Della visione, del lago non c'era più traccia. Tutto era svanito così com'era venuto.


Guardai la grotta come se fosse stato il primo giorno. Giurai a me stesso che l'indomani avrei riparato l'astronave. Nel frattempo, mi coricai.

 

ADDIO!
Il mattino seguente, dopo incubi spaventosi che mi perseguitarono per tutta la notte - questo era alquanto strano dato che, sino ad allora, non ricordavo di aver fatto alcun sogno - m'incamminai verso l'astronave. Mi aspettavo, a quel punto, di non tro la più ed invece era ancora lì, dove l'avevo lasciata.

Vi salii e, a fatica, riuscii ad entrare nella sala di comando. Vidi, accanto al computer di bordo, spuntare una testa dal sedile di guida.

"Paul!" - Gridai, pensando di aver ritrovato il mio compagno che era misteriosamente scomparso dopo lo scontro con le meteoriti. Quando precipitammo io persi i sensi e quando mi risvegliai eravamo già sul pianeta, ma di lui non vi era più traccia. Lo cercai per qualche giorno, poi persi ogni speranza.

"Paul." - Ripetei - "Paul, dove t'eri cacciato?".

La poltrona si girò e mi si presentò, con mio stupore, un vecchio. Sì, un vecchio che sembrava la mia copia quasi perfetta.
Ero io, invecchiato di almeno una trentina d'anni.

"Ciao Henry, non mi riconosci?" - Disse con la mia voce, questa volta per nulla alterata - "Sono io, Henry, te stesso. Non spaventarti, non posso farti del male.".

"Non è possibile. Basta smettetela!" - Urlai disperato; ero al limite estremo delle mie forze, si fisiche che mentali - "Tutto questo è inammissibile, è assurdo. Vattene. Andatevene tutti dalla mia vita.".

"Come andarcene? Vuoi che noi usciamo dalla tua vita? Ma noi siamo la tua vita. Noi viviamo con te dal giorno in cui hai aperto gli occhi, la tua infanzia, la scuola, i tuoi primi amori, la morte di tuo padre, la morte di tua madre.".

"Mia madre non è morta e poi voi non potete essere me stesso. Volete solo farmi diventare pazzo.".

Ma Henry, non essere scettico. Noi siamo la tua vita, credimi. Non vogliamo farti diventare pazzo. Ascoltami, non interrompermi. Ti ricordi i primi giorni in cui eri qui: solo, spaesato, senza nessuno con cui parlare? Ecco, quello è stato ciò che hai voluto essere per tutti questi anni. Poi hai capito chi eri ed avresti dato qualunque cosa per incontrare anche il più piccolo essere vivente.

Allora eri pronto. Lì incontrasti te stesso agli albori della tua vita, l'infanzia, la fonte della vita. Il copro era quello di un bambino, ma il volto era il tuo. Non era come adesso, con la barba ed i capelli lunghi perché qui non esiste il tempo; mentre la barba a te stava crescendo perché t'inventavi il tempo, a Henry Taylor non cresceva.

Comunque non disperare per tua madre, ormai non c'è più nulla da fare. E' morta, te l'ha detto lei stessa. Henry, ora io penso che tu abbia imparato molte cose e la cosa importante è che tu te le sia insegnate da solo. La solitudine e la voglia di comunicare, la paura e la gioia nel vedere i tuoi genitori e tutte quelle cose che nella tua vita non sono mai esistite perché le scacciavi, quasi odiandole.

Vai Henry, il mondo t'aspetta e ricordati che noi saremo sempre con te. Non sarai mai solo nella vita. Ora hai ciò che di più prezioso esiste in tutto l'universo: te stesso.".

"Ma insomma, dove mi avete portato?" - Dissi piangendo come un bambino.

"Hai viaggiato lasciando lo spazio per la sua strada e il tempo alle tue spalle. Il tempo esiste solo nello spazio e dove non c'è spazio, come qui, il tempo non esiste. E' solo la tua mente che sta viaggiando in sé stessa. il tuo corpo è ancora sull'astronave, con Paul e il tuo corpo non sa che l'hai abbandonato. Per ciò devi tornare. Vieni, Henry, ti lascio il posto, siedi dove sono io.

"Ma l'astronave è...".

"Ricorda," - m'interruppe - "che qui, né lo spazio né il tempo ti appartengono. Tutto ciò che accade, accade solo qui, nella tua mente. Quello che è qui, nel tempo e nello spazio, non esiste. Vieni, non preoccuparti, torna nel tuo mondo. Ora sei pronto. Vedrai, tutto sarà diverso d'ora in poi. Noi non ti abbandoneremo. Noi, i tuoi ricordi, la tua vita, saremo sempre con te.".

Svanì nel nulla, lasciandomi impietrito a guardare il quadro di comando che cominciava ad illuminarsi. Ma allora funzionava davvero. Avevo allora veramente viaggiato nella mia mente, su di un pianeta senza tempo e lo spazio me imponevo da me. Era la mia mente tutto ciò che incontravo.

Era la mia mente anche la grotta con gli innumerevoli corridoi, era la mia mente quel bambino, il vecchio, tutto. No, non era possibile. Con quei pensieri che mi tempestavano il cervello, riuscii a fatica a sedermi ed a far partire l'astronave. Poco dopo mi si annebbiò la vista. Come se una tempesta di sabbia si fosse abbattuta sul pianeta, non vidi più nulla all'orizzonte. Il cielo divenne di mille colori ed il sole era talmente forte che sentivo gli occhi infuocati.
Persi i sensi e così riuscii a liberarmi di quel mondo che tanto avevo odiato.
"Henry, Henry, svegliati.".

Aprii gli occhi. Era Paul che mi stava svegliando.

"Henry hai dormito parecchio, ma ora dobbiamo rientrare. Tutto ciò che ci interessava è stato rilevato.". "O.k. Paul," - dissi cercando di nascondere le lacrime - "grazie per avermi svegliato. Torniamo a casa".

 

TUTTO CROLLA

Forse era stato solo un sogno, pensai, un brutto sogno che è meglio dimenticare. Arrivammo a casa.
Giunto nel mio appartamento, la prima cosa che feci fu telefonare a mia madre per avere conferma che quello che avevo vissuto era stato soltanto un incubo. Non rispose. Forse era a fare la spesa, pensai. Comunque, per essere sicuro, decisi di andare da lei. Arrivai al residence dove abitava ma non la trovai. Vidi Miss Simpson, la vicina d ia madre, che mi disse:

"Henry, tua madre è stata ricoverata ieri al St. Anne.".

"Grazie Miss Simpson." - Dissi tremando - "Ma, scusi, oggi che giorno è?".

"E' il 4 agosto, Henry. Perché".

"No, no, niente." - Risposi, correndo per le scale.

Arrivai al St. Anne Hospital e chiesi all'accettazione dove si trovasse mia madre.
"Terzo piano, stanza 84.".

Feci le scale di corsa ed arriva al terzo piano. Iniziai il corridoio. Stanza 75. Continuava a battermi le tempie quella maledetta frase: "Henry caro, oggi è il 4 agosto ed è triste non averti accanto. Però ti ricorderai di questo giorno e piangerai ancora quelle lacrime che ora non contano più nulla.".

Stanza 80. Il cuore batteva sempre più forte. Stanza 84. Un medico era vicino all'ingresso della stanza.

Mi si avvicinò: "Signor Taylor?".

"Si, sono io." - Risposi cercando di riprendere fiato.

"Mi dispiace signor Taylor, ma sua madre è deceduta circa venti minuti fa. Abbiamo cercato di rintracciarla, ma lei...".

"Perché? Perché?" - Gridai, afferrando il medico per il bavero - "Oggi è il 4 agosto, vero? E' il 4 agosto? E io, dov'ero, dove sono stato tutto questo tempo?".

Singhiozzando, entrai nella stanza ove giaceva, immobile, mia madre. Era ancora bella, come da giovane. Ora capisco tutti i miei errori, quant'era importante mia madre: è sempre stata importante per me, l'ho sempre saputo, ma non l'ho mai capito.

M'affacciai alla finestra della camera, osservando il sole all'orizzonte: la giornata era limpida, calda ed il sole stava calando. Mi sedetti accanto al letto.

"Ti ho conosciuta tardi, mamma; ti ho conosciuto quando era tempo che ci lasciassimo. L'ho sempre saputo quanto valevi, quanto eri importante per me, ma non ho mai capito niente di me, di te, degli altri. Ora guarderò sempre avanti, ma mi ricorderò che esiste anche un passato che non si può dimenticare e non lo dimenticherò mai.".

Ebbi il permesso di passare la notte in quella stanza. Non dormii. Tenni lo sguardo fisso fuori dalla finestra, come a cercare l'anima di mia madre, tra le stelle.

La mattina dopo uscii dall'ospedale all'alba. Era la prima alba della mia vita. Le altre erano solo l'inizio di una nuova giornata, uguale alla precedente, insignificante.

Quella, segnava l'inizio della mia vita, quella vera. Avevo perso mia madre, ma vo ritrovato una parte di me stesso che il tempo aveva messo da parte.


FINE

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