DADA9 - RACCONTI

"ANDREA"

by Alessio Robotti

Distrattamente, tra la gente annoiata che ogni ultima domenica del mese affollava la fiera, i loro occhi si incrociarono, piu' e piu' volte, osservando le bancarelle stracolme di oggetti curiosi. Infine, si guardarono a lungo: gli occhi neri e profondi di Andrea sembravano voler disegnare preziosi arabeschi nell'azzurro di quelli di lei. Nella piazzetta sul lago c'erano molti turisti, qualche curioso e i ragazzi del luogo che correvano da una giostra all'altra. Alcune anziane coppie si muovevano lente tra i banchi, quasi ballando vecchi valzer viennesi. Lei - bionda, giovane ed un poco incerta - si aggirava come cercando con ansia qualche oggetto smarrito tra le bancarelle. Sembrava fosse qualcosa di molto preciso e nello stesso tempo indefinito, sconosciuto: forse un vecchio oggetto perduto ormai nella memoria. Andrea le si accosto', dapprima con discrezione, poi quasi con eccessiva invadenza; per farsi notare, acquisto' - a un prezzo esorbitante - una vecchia stampa inglese: due cerve si abbeveravano sulla riva di un lago. Nell'osservarla piu' attentamente, si feri' al dito con una scheggia che sporgeva dalla cornice. Estrasse un fazzoletto per tamponare il sangue e lei finalmente sembro' accorgersi della sua presenza: lo sguardo era caldo, quasi affettuoso, mentre aiutava Andrea a fasciare al meglio la ferita. Tornarono assieme verso l'albergo. Chiacchierando, gettavano verso il cielo quei sorrisi che solo gli innamorati sanno imprimere al volto. Salutandola, Andrea noto' come il suo seno fosse dolce e ben disegnato, le gambe fresche e leggere, il corpo docile e caldo. Lei aveva una stanza al terzo piano; Andrea pure. "Grazie, e' stato un pomeriggio molto piacevole." "Forse, domani, ci sara' ancora qualcosa da scovare tra quelle vecchie cianfrusaglie: lo faresti ancora con me?" "Certo, domani..." Piccola pausa di solitudine: con il cuore in gola e la mente ormai colma di affetto, le parole escono a stento dalle labbra arrossate. "A domani..." e le bocche si scoprono a tradire speranze che esplodono in petto, mentre -lentamente - due porte si chiudono. Non passa mezz'ora: lei chiama per prima. "Sono ancora io: che fai? Gia' dormivi?" Andrea - la mano gia' sul telefono - quasi balbetta. "No, no di certo... potremo vederci se vuoi..." Il graffio sul dito sanguina ancora: lo porta alla bocca, lo succhia con forza, lo morde. La sera sul lago c'e' una nebbia sottile: confidenze che scivolano piane, leggere, carezze. "Sono qui di passaggio, un incontro di lavoro e poi un giorno buco...E tu?" "Una voglia, un sogno: il lago e' bellissimo in questa stagione." "E' vero. Certo non e' immenso e misterioso come l'oceano; e' pero' dolce, come un letto in cui sarebbe bello dormire..." "Infelice? Davvero si nota? In effetti..." Mentre parlavano, Andrea percepiva il calore del suo corpo, immaginava il sapore della sua lingua, la dolcezza delle sue gambe: avvicino' lentamente la bocca al viso di lei, mentre con un dito le faceva dolcemente fremere le labbra. Passo', con lentezza, le mani tra i biondi capelli: poi, la strinse a se' con passione, quasi con forza. Nel buio, trovarono a stento la via del ritorno. In camera, mentre Andrea le accarezzava ancora i capelli, lei sorrise con tenero candore, e, spogliandosi lentamente, spalanco' davanti ai suoi occhi una distesa di sabbia dorata. Prima che fosse completamente nuda, Andrea la afferro' per la vita e la strinse a se', con dolcezza: il contatto con la sua morbida pelle risulto' quasi violento, troppo distante da ogni sua precedente esperienza. Chiuse gli occhi: la sua mente ebbe strani sussulti, gli parve di lievitare in uno spazio ovattato e felice. Poi un lieve dolore costrinse i suoi occhi a riaprirsi. I corpi immobili erano adesso distesi sul letto; lei era del tutto nuda e, come stupita, guardava Andrea attraverso gli occhiali che, come unico orpello, aveva lasciato a impreziosirle il sorriso. "Sara' dolce far l'amore con te": disse tutto d'un fiato, quasi vergognandosi o temendo forse d'incespicare in cosi' ardue sillabe. Furono queste le sole parole che, quella notte, Andrea le senti' pronunciare: ma il suo corpo parlava con frasi stupende. Come una dolce nenia, poteva ascoltare i suoi seni leggermente oscillare; le loro dure punte disegnargli sentieri sul ventre; le umide ascelle profumare di aspri colori; la sua lingua succhiare ogni piccola goccia di desiderio, per poi condividerlo assieme, in teneri giochi, tra le labbra assetate. Dei loro corpi nulla rimase inesplorato. Le mani cercarono ovunque triangoli di carne da scaldare, da stringere, accarezzare. Le labbra succhiarono a lungo i dolci umori che, a rivoli, traboccarono poi sui visi, addolcendone le forme. Le lingue trovarono sempre nuove geometrie da violare e, insinuandosi impertinenti in esse, tornavano spesso ad unirsi - quasi a cercarne conforto e conferma - in appassionati abbracci, spandendo, nelle avide bocche, i frutti caldi ed oscuri delle loro audaci frequentazioni. Quel lento, poi frenetico ed infine estenuante esercizio dei sensi fu pero' un nonnulla - lieve pioggia d'autunno - a confronto del turbinio che avvolse, in quella stanza, i loro cuori, le loro menti. Quando la notte si inchino' alle prime luci dell'alba, trovo' due corpi esausti e felici: a stento pote' ricondurli alle anime attonite e stupefatte che, quasi casualmente, si trovarono anche loro, quella notte, a giacere nella medesima stanza d'albergo. Andrea si sveglio' d'improvviso: il dito era gonfio e dolorante. Si guardo' attorno e s'accorse che le lenzuola erano coperte da piccole gocce di sangue: disegnavano ancora i mille sentieri percorsi in quella notte d'amore. Lei ancora dormiva, il giovane ed esile corpo appena coperto da un lembo di stoffa: d'improvviso percepi' la cruda differenza con il suo, maturo e pesante. Avrebbe potuto essere sua figlia! Raccolse in silenzio i vestiti: li indosso' lentamente, cercando di nascondere alla mente i ricordi che, prepotenti, gli si affollavano nella testa. Un ultimo sguardo, un'istantanea, poi usci' trattenendo il respiro. L'aria fresca del mattino, costrinse Andrea a riprendere contatto con la realta'. Era stata una notte bellissima: troppo dolce, tenera, appassionata per poter sostenere il confronto con le mille che gia' aveva vissuto. Non era facile trovare una via di uscita. Decise di prendere l'auto e fare il giro del lago: tra breve il sole sarebbe apparso da dietro le colline diradando la leggera foschia che avvolgeva ogni cosa. A Milano c'era chi stava aspettando il suo ritorno: ma sarebbe stato possibile riprendere la vita di ogni giorno, dimenticare quella notte? Scappare di corsa, di nascosto, come un ladro, senza chiederle neppure il nome, l'indirizzo? Senza un bacio, un arrivederci, un saluto. Era assurdo, eppure non poteva fare altrimentri: non riusciva a pensare ad altra soluzione. D'improvviso il sole spunto' tra la nebbia; per un breve istante i suoi occhi ne furono ricolmi. Strinse con forza il volante e subito una fitta al dito distrasse il suo sguardo: la piccola ferita sanguinava ancora. Istintivamente porto' la mano alle labbra e poi, d'improvviso, un grande freddo l'avvolse. L'acqua torno' subito immobile. Nulla avrebbe lasciato supporre quello che era accaduto. Solo una vecchia cornice galleggiava; a stento si intravedevano ancora due cerve sul bordo di un lago. Il medico di turno scopri' quel corpo ormai inanimato; l'infermiera intanto leggeva, con voce distratta, i dati anagrafici. "Andrea Rossini; anni 40; luogo di nascita Buenos Aires; nubile." Spostando, quasi con delicatezza, i lunghi capelli corvini dal petto, il medico aggiunse: "Era ancora una bella donna, davvero... Ah l'Argentina, l'Argentina: quante volte l'ho sognata da ragazzo..." Con un sospiro di nostalgia per il non vissuto, guardo' verso la finestra; poi scosse il capo e affondo' il bisturi.

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