DADA9 - RACCONTI

"LA VERA STORIA DEL TALISMANO DELLA BADIA"

*Una vecchia fiaba raccontata ancora una volta*

by Alessio Saltarin

Questa storia ebbe inizio nell'anno 1200, in una terra verde e pianeggiante attraversata da un fiume le cui acque scorrevano impetuose e ricche di pesci. Il fiume era chiamato Badia, e la terra "Valle del Badia", ma tutti i suoi abitanti la chiamavano semplicemente Badia. Nel bel mezzo della valle era situato un immenso castello, dalle torri altissime e acute, dalla geometria tutta volta verso il cielo. Li' vi abitava una giovane Principessa, Armerina, con la sua famiglia, composta dal Re Carlo, detto il Magnanimo e dalla Regina Consorte Maria Chiara, detta l'Illuminata. Era una mattina soleggiata di Maggio. Quel giorno gli abitanti della valle, che vivevano di pesca e dei frutti della terra resa fertile dal fiume, videro in gran bella mostra, appeso nel mezzo della Piazza del paese, un grande papiro sul quale era inciso il seguente messaggio: Agli abitanti tutti della Badia il Re Sua Altezza Serenissima Carlo I detto Il Magnanimo volge un saluto et indirizza un appello: che nella data dei due prossimi tramonti facciano presentia al Castello i maghi, i saggi e gli astrologhi tutti i quali sieno chiamati a svelare, interpretare e dichiarare il sogno funesto che agita da sette notti il sonno della Principessa nostra unica figlia l'amatissima Armerina. Di questo sia data ampia notitia et resa pubblicita'. Potete immaginare il gran parapiglia che questo messaggio getto' fra le genti, che infatti non fecero che parlare della cosa per tutto il giorno. Aggravo' la questione il fatto che ormai era quasi un anno che la Principessa non appariva in pubblico e si temeva fosse malata. - Ecco - dicevano i maligni - sta morendo. - Fu dunque nel mezzo di queste polemiche che si svolse in gran segreto l'incontro con i saggi. Ad uno ad uno costoro vennero mandati nella camera della fanciulla, che aveva visto sino ad allora quattordici primavere. Dopo che ciascuno di essi si fu fatto raccontare il sogno, si riunirono tutti in una stanza per decidere il da farsi. Quando ebbero finito, il capo dei Maghi, Taruk-Al-Assan che veniva dal paese dei Turchi, cosi' si rivolse alla Maesta' Serenissima: - Stimato Sovrano, Vi debbo riferire una notizia funesta. Io e i miei colleghi a lungo abbiamo disquisito e abbiamo dato fondo alle nostre esoteriche conoscenze. Il nostro verdetto e' pero' unanime, giacch‚ il sogno della Principessa ha un senso che non puo' esser equivocato. Si tratta infatti di un sogno divinatorio, che la Provvidenza Vi manda per metterVi in guardia. L'evento che si prospetta e' questo: verra' un giovane, che le Vostre Regali Maesta' non possono conoscere, che rapira' il cuore della Principessa e la lascera' in una tristezza inconsolabile. Infine, presa dalla disperazione, Ella fuggira' e Voi non la rivedrete mai piu'. - Questo disse il capo dei Maghi, lasciando il Re e la Regina naturalmente sconsolati. - Non si puo' andare contro il Destino - diceva la Regina, ma il Re non ne voleva sapere. - Faremo di tutto perch‚ non incontri nessuno. E' giovane, ha tutta la vita davanti. Non possiamo permettere che qualcuno la rensa infelice. - Intanto anche nella valle si era sparsa la notizia e la gente era assai dispiaciuta per quanto il sogno aveva svelato. Bisogna infatti sapere che nell'anno mille e duecento nessuno metteva in discussione i Maghi, che alle volte facevano il bello e il cattivo tempo. Infatti il loro potente capo, Taruk-Al-Assan, gia' da tempo mirava a conquistare la giovanissima Principessa: egli sapeva infatti che se fosse riuscito a sposarla avrebbe potuto mettere le mani su uno dei tesori piu' immensi di tutta Europa, quello appunto del Re Carlo I, di cui si favoleggiava, ma nulla si conosceva con certezza. - Mi sposo la smorfiosetta - diceva il terribile Taruk - e saro' l'uomo piu' potente del mondo. - La sorte sembrava volgere dalla sua, poich‚ infatti il Re chiuse nel castello la Principessa Armerina e le vieto' anche solamente di vedere chiunque non fosse della famiglia. Fu cosi' che la tristezza profetizzata dal sogno divenne realta', ma per un motivo ben diverso da quello previsto: Armerina era sola, non conosceva il mondo e rimaneva per ore nella sua stanza regale, in solitudine, a sfogliare i libri che rubava di nascosto dall' enorme biblioteca del castello, e a sospirare per le vicende d'amore di cui leggeva. In un regno assai lontano dalla Badia, vicino alle Alpi, viveva un mercante d'erbe medicinali. Questo mercante soleva fare il giro delle citta' vendendo le sue erbe a caro prezzo, ma non era disonesto. Egli infatti aveva girato il mondo per procurarsi quelle erbe, ed aveva a lungo studiato per poter conoscere le virtu' medicinali di ciascuna di esse. Era costui dunque molto ricercato, ed aveva con gli anni accumulato una discreta ricchezza. Il mercante aveva un figlio che si chiamava Aldebrando. Nonostante la buona volonta' del padre, Aldebrando era pigro e aveva sempre la testa tra le nuvole. Non ne voleva sapere di studiare le erbe, il commercio lo infastidiva, e aveva la passione dei libri, che comprava di nascosto dal padre presso un monastero li' vicino. Accadde un bel giorno che, durante una di queste sue peregrinazioni al monastero, Aldebrando trovasse per strada un oggetto piuttosto strano. Era come una pietra, ma piu' morbido, e trasparente, ma quasi annerito. Assomigliava ad un pezzo d'ambra, ma la forma era irregolare e frastagliata. Quest'oggetto era conservato in un panno di maglia su cui v'erano apposte le seguenti lettere: TARAS. Siccome Aldebrando nelle sue letture aveva saputo degli oggetti magici che vengono dalle Indie, subito lo riconobbe come tale ed accuratamente lo ripose nel suo fagotto. Tornato a casa si rese conto che era molto presto e che il padre non sarebbe tornato che per l'ora di cena. Indosso' un pigiama di lini coloratissimi che il padre gli aveva portato dalla Turchia e si mise a giocare con lo strano oggetto che somigliava all'ambra ed a fantasticare su di esso: da dove potesse venire, quale fosse la sua storia, quali i suoi poteri. Mentre era immerso in questi pensieri, Aldebrando stava seduto in una grande cesta che il padre aveva usato un tempo per raccogliervi delle erbe. Ebbene accadde che per caso il giovane si mise a strofinare l'oggetto misterioso e capito' una cosa stupefacente: la cesta volava. Aldebrando fu colto dapprima dal terrore, poi provo' e riprovo': ogni volta che strofinava quella specie di ambra la cesta volava, tornava a strofinarla e la cesta morbidamente atterrava. Era talmente preso dallo stupore e dalla meraviglia che si dimentico' persino di scrivere una lettera d'addio al padre, perch‚ in men che non si dica si trovo' lontanissimo dalla sua casa. Aldebrando, con in mano il magico talismano, prese a volare sempre piu' lontano e sempre piu' in alto. Arrivo' a toccare le nuvole e poi ancora piu' in alto, fin sopra quelle nuvole dove il cielo e' di cobalto e la superficie un morbido batuffolo bianco. Allora si tuffava nuovamente dentro le nuvole e sempre piu' in basso. Alle volte incontrava piogge e tempeste, ma gli bastava risalire sopra le nuvole per ritrovare la calda e rassicurante luce del sole. Fu cosi' che, anche spinto dalla fame, Aldebrando decise alfine di atterrare e capito' proprio nella Badia. La sua apparizione fu un evento indescrivibile: la gente correva impazzita e terrorizzata, ma anche incuriosita. Dicevano: - E' sceso dal cielo il dio dei Turchi -, per via del suo strano abbigliamento. Il giovane era divertito da tutta questa considerazione e decise di stare al gioco, stando anche bene attento a nascondere il suo talismano. Entro' in una taverna e chiese di che rifocillarsi: nulla gli fu negato, ed anzi fu trattato proprio come una divinita'. - Sapete - gli disse l'oste - qui nella Badia un evento funesto ci rovina i giorni. La famiglia reale e' triste come se fosse in lutto. Alla giovane principessa infatti e' stato predetto che sarebbe stata infelice per via di un giovane, ed ora ella e' chiusa nella sua stanza e non puo' vedere nessuno. - Aldebrando, curioso per natura, promise che avrebbe fatto qualcosa e si fece indicare la via per il castello. - Non puo' sbagliare - gli rispose l'oste - sono le guglie piu' alte del regno - Cosi' Aldebrando si mise in viaggio nella sua cesta volante e, raggiunto il castello, entro' dalla finestra della torre piu' alta. Era la camera della principessa Armerina, che stava dormendo nel suo letto. Era cosi' bella e in una posizione cosi' dolce che egli non pot‚ fare a meno di baciarla. La principessa si sveglio' e fu molto spaventata. - Chi sei ? - gli chiese. - Dicono che io sia il dio dei Turchi - rispose Aldebrando - E perch‚ mai? - E allora il giovane strofino' il talismano e la cesta si alzo' in volo e lo raggiunse. - Chiedo scusa, signor dio dei Turchi - disse Armerina - ma lei mi ha molto spaventata - - Oh, non deve essere spaventata Altezza - le disse Aldebrando e comincio' a raccontarle delle storie meravigliose. Le racconto' storie in cui il viso di lei era una valle di neve ed i suoi occhi erano laghi oscuri e bellissimi. Le racconto' dei pesci che vi vivevano, che si chiamavano Pensieri, e dell'onda che muoveva le sue labbra, che si chiamava Poesi'a. E' inutile dire che Armerina si innamoro' follemente del giovane Aldebrando, e che anch'egli perse la testa per la dolcissima principessa. In breve decisero di sposarsi. - Deve venire a trovarmi la prossima settimana, signor dio, cosicch‚ possa presentarla ai miei genitori. Saranno cosi' contenti che mi sposo con il dio dei Turchi! - e cosi' si salutarono con un lungo bacio e Aldebrando scomparve nel modo in cui era venuto: volando per la finestra sulla cesta delle erbe medicinali. Prima di prendere alloggio e andare a riposarsi, Aldebrando decise di fare un giro in paese per sentire che aria tirava. La gente era estasiata ed il dio dei Turchi era l'argomento su tutte le bocche. Siccome Aldebrando si era comprato dei vestiti piu' normali ed aveva ben nascosto la sua cesta pot‚ girare per le strade non essendo riconosciuto. - Io l'ho visto - diceva un tipo coi baffi a scimitarra - e' alto almeno tre metri, ed ha gli occhi fiammeggianti. - - Vola su di un vero tappeto volante - gli faceva eco un altro - e le sue vesti sono tempestate di rubini e di diamanti - - Ha una barba - diceva una signora - azzurra come l'acqua del mare e la pelle e' color dell'oliva! - Oh, erano tali e tante le cose che si dicevano che non basterebbe un libro a contenerle. Ma arrivo' dunque il giorno in cui Aldebrando dovette di nuovo presentarsi al castello. A bordo della sua cesta, entro' per le vetrate del salone dei ricevimenti, provocando l'incommensurabile meraviglia del casato reale. Anche il suo bel pigiama turco, devo dire, faceva il suo effetto. Egli atterro' di fianco alla principessa, che lo guardava con due occhi pienissimi d'amore. Gli fu offerto un te' e poi si misero tutti a chiacchierare. Siccome il giovane Aldebrando era abbastanza spiritoso, presto il clima divenne confidenziale e la regina prese a dargli persino del tu. - E adesso, Aldebrando, perch‚ non ci racconti una bella fiaba? Armerina dice che sei bravissimo a raccontarne. - E cosi' egli si mise a narrare: "C'era una volta una piccola sogliola, che si chiamava Billa. Billa era molto curiosa, amava vagare per il mare, amava la liberta'. Un giorno capita nei pressi di Rufo il Tartufo. Costui era un brutto e vecchio frutto di mare, sempre attaccato alla sua roccia, sempre introverso. - Bella gioventu'! - dice sarcastico a Billa. - Oh, non l'avevo vista, signor Rufo, buongiorno - rispose educata. - Tutti uguali, voi giovani, sempre di fretta. E intanto non cercate mai di capire la vita, di porvi delle domande - osservo' il tartufo. - Lei mi sorprende, signor Rufo, davvero crede che dovrei fermarmi a riflettere? - - Certo che no, cara ragazza! Non sia mai, lei ha una vita molto comoda, dopotutto. Si e' mai chiesta perch‚ nuotare? Perch‚ gioire sguaiatamente nella sabbia? - - No! Non ci ho mai pensato. L'ho fatto perch‚ cosi' sentivo di fare, perch‚ l'acqua era cosi' fresca, la sabbia cosi' morbida: nuotavo, mi insabbiavo, vivevo insomma. Sentivo in me una forza, una felicita' grande, nuova, una vera gioia... - - Fortunata, non c'e' che dire - - Ma sempre meno di lei, signor Rufo, lei che e' dotato di un cosi' gran cervello, che le permette pensieri cosi' profondi! Vedra', prima o poi stupira' il mondo - - Ma chi se ne importa del mondo, carina. Io mi chiudo nel mio guscio e chi s'e' visto s'e' visto. Il mondo non mi tocca, ci sono solo io ed il mio guscio, ed e' abbastanza - e cosi' dicendo, senza nemmeno salutare, si rinchiuse nel guscio e spari'. Billa rimase un po' interdetta, poi diede colpo di coda ed ando' a tuffarsi di nuovo sotto la sabbia. E nella sabbia penso': - E' molto triste la vita per il signor Rufo - COSI' SI CONCLUDE CODESTA STORIA DI MARE CON LA SOGLIOLA BILLA NELLA SABBIA A GIOCARE E SE PROPRIO UNA FINE BISOGNA INVENTARE E' QUELLA DI RUFO CHE NELLA ROCCIA SCOMPARE. LA MORALE POI, TROVATEVELA VOI." - Oh, e' una storia cosi' commovente - disse la Regina con le lacrime agli occhi. - E' una storia davvero profonda, Aldebrando - disse Armerina. - E non senza una certa ironia - aggiunse il Re. Fu quindi decisa all'istante la data delle nozze ed i Regali Consorti lasciarono soli i due innamorati, solo con un'ultima raccomandazione: - E Aldebrando non scordarti di fare un bel volo, quando arriverai per le nozze: i nostri avversari politici rimarranno senza parole! - Finalmente soli, Aldebrando prese con s‚ Armerina e le disse che l'amava. A quelle parole la principessa si senti' felice come non lo era mai stata. Disse: - Non voglio lasciarti nemmeno per un momento. - Ma arrivo' il tempo del congedo e Armerina decise di tenere con s‚ almeno un piccolo ricordo del suo amore, finch‚ non l'avrebbe rivisto, il giorno delle nozze. Fu cosi' che, frugando nelle sue tasche, trovo' il talismano e se ne impossesso'. Aldebrando non si accorse di nulla, ma ebbe come un presagio e le disse: - Spero che niente ci possa separare. - Uscito dal castello si avvio' a grandi passi verso l'ostello dove alloggiava. Giuntovi, con la cesta sottobraccio, si disse: - E adesso volo da mio padre, per invitarlo alle nozze. - Cerco' invano nelle tasche il talismano, ma non lo trovo'. E senza di esso la cesta non volava. Come avrebbe fatto ora a sposare Armerina, si chiese in preda al panico. Per non parlare poi del Re, che attendeva la sua entrata a Palazzo in volo. Fu proprio una disdetta. Arrivo' il giorno delle nozze ed egli non si fece vedere. La citta' era bardata a festa, tutti attendevano l'eccezionale evento. Il Re aveva invitato dignitari di corte dei piu' importanti paesi del mondo, la Regina aveva invitato le nobildonne d'Europa. Fu un clamoroso insuccesso. A mezzanotte, gli invitati cominciarono ad andarsene ed Armerina fu chiusa in camera sua, un po' perch‚ era tardi, un po' per rabbia. Purtroppo nessuno conosce con sicurezza come andarono le cose. Si sa solo che il mattino seguente, Armerina non fu piu' trovata nella sua stanza. Fu ritrovata solamente una strana, morbida pietra simile all'ambra, lasciata sul letto, accanto ad un messaggio: "Questo e' il talismano TARAS, artefice della mia felicita' e della mia sventura". Per quanti sforzi furono fatti, di Armerina non si seppe piu' nulla. Tanto meno del supposto dio dei Turchi, il giovane Aldebrando. Il capo dei Maghi, Taruk-Al-Assan, dopo un periodo di comprensibile euforia, fu colto con le mani nel sacco mentre cercava di rubare delle posate d'argento e giustiziato sulla Piazza due giorni dopo. La gente della Badia ha piano piano dimenticato, ma si sentono ancora oggi strane storie su un giovane che avrebbe rapito la principessa quella notte, e che i due fossero scappati per un'isola in mezzo al mare, dove hanno vissuto i loro giorni felici e contenti. Quanto al talismano, infine, si sa che fece parte del Tesoro della Corona del Regno della Badia finch‚ Napoleone non lo rubo' e ne fece collane per le sue ammiratrici. Il talismano, non essendo una pietra preziosa, fu relegato in un angolo e dimenticato. Fu un mio progenitore a raccoglierlo ed a metterlo nell'involucro di seta in cui e' attualmente riposto, con la dicitura: "Taras, o il talismano della Badia". E ora mentre scrivo e' qui davanti ai miei occhi. Per quanto abbia cercato di strofinarlo, nessuna cesta, finora, si e' mai alzata in volo. _______________________________ * "Il Talismano della Badia" si ispira alla fiaba "Il baule volante" di Hans Christian Andersen

Scrivi a Alessio Saltarin