DADA8 - ARTICOLI
"UN INCUBO LUNGO MOLTI GIORNI"
by Vittorio Curtoni
Un tempo, con un minimo di rispetto e deferenza, la
grafia corrente del termine era zombies. Il che, se non
altro, rendeva omaggio all'origine esotica che a queste
creature spetta per diritto di nascita (meglio, di
rinascita). Oggi, italianizzati nel peggiore dei sensi,
sono diventati zombi, in base a uno spurio singolare, zombo,
che ha persino generato il verbo zombare; coniato, inutile
dirlo, dai piu' biechi artefici della piu' putrida commedia
all'italiana degli anni Settanta. Il dramma e' che, almeno
qui in Italia, gli zombies sono diventati troppo popolari, e
si sa, quando uno ha successo, tutti cominciano ad
affibbiargli nomignoli...
Non avendo mai avuto il piacere di incontrare di persona
uno zombie, non so proprio come stiano le cose nella
realta'; ma al cinema, lo zombie e' immediatamente
individuabile per alcune caratteristiche assai spiccate:
passo pesante; sguardo vacuo; colorito terreo, quando non
tendente al verdognolo o al giallastro (dipende dai
registi); scarsa capacita' di eloquio; modestissimo, se non
del tutto assente, senso dell'umorismo. Inutile affannarsi
a raccontare barzellette a uno zombie, perche' tanto non
ridera' mai; e magari, se e' delle ultime generazioni, vi
mangera' pure il cervello. Razza coriacea, gli zombies.
Razza che comunque ha avuto un'esistenza molto
travagliata, prima di raggiungere gli attuali fasti (stiamo
sempre parlando di cinema, s'intende). "Ho camminato con
uno zombie", di Jacques Tourneur (1942), prodotto
dall'infaticabile e geniale Val Lewton, sorta di curioso
melange a mezza strada fra drammone sentimentale ed
elucubrazione fantastica, senza vere punte di horror,
sembrava avere lanciato il mito nella zona degli evergreen,
assieme a Dracula e Frankenstein; ma in realta', a parte una
manciata di produzioni americane che in Italia non sono
nemmeno state distribuite (con titoli suggestivi come
"Revenge of the Zombies" o "Valley of the Zombies"), il
ritorno alla grande dello zombie si ha solo nel 1968, con
l'ormai celeberrima e del tutto indimenticabile "La notte
dei morti viventi" di George Romero. Il fatto e' che negli
anni Cinquanta e Sessanta la grande paura del cinema
fantastico assume le spoglie dell'invasore alieno (o
tutt'altro che alieno, come accadeva nel filone della
fantapolitica); e infatti, un raro esempio di zombismo di
quel periodo e' un misconosciuto film di E. L. Cahn,
"Assalto dallo spazio" (1959), dove gli alieni si servono
dei corpi dei morti.
George Romero, nel '68, esplode alla grande con un film
girato in casa, senza troppi mezzi ma con la capacita' di
creare un vero clima da incubo, estremamente crudele e
convincente perche' ha tutta l'aria della realta': e "La
notte dei morti viventi", che terrorizzo' mezzo mondo e
sanci' la fama del giovane regista, e' il primo capitolo di
una trilogia poi proseguita col mediocre "Zombi" (1978) e
conclusa con l'assai migliore "Il giorno degli zombi"
(1985). Il passaggio dal rigoroso bianco e nero del primo
titolo ai colori patinati degli altri due non ha giovato
alle capacita' espressive di Romero, che in effetti con gli
anni si e' spesso lasciato coinvolgere in operazioni
commerciali di dubbia sostanza; ma le tre storie, prese nel
loro insieme, sono un'affascinante parabola sulla violenza,
sulla voglia di ribellione che cova in America tra le masse
dei diseredati.
Nel primo film, il desiderio di rivalsa sociale si
traduce in un cannibalismo che non arretra davanti a nulla;
le indimenticabili sequenze della bambina contagiata che fa
giustizia sommaria dei genitori la dicono lunga sullo stato
dell'istituzione famigliare e su cio' che essa rappresenta
all'interno della societa' americana. In "Zombi" la
metafora diventa ancora piu' trasparente: un gruppetto di
uomini normali si rifugia in un grande supermarket e lo
difende coi denti (ma soprattutto con le armi), mentre
branchi di morti viventi, anime evidentemente dannate dal
demone del consumismo anche quando erano in vita, si
aggirano in questo baraccone del capitalismo,
irresistibilmente attratti dal fascino di merci che per loro
non possono piu' rappresentare alcunche'. Nel terzo
capitolo della saga, lo zombie-proletario, paternamente
assistito dal buon dottore, comincia a recuperare le
capacita' intellettuali ed emotive; ma l'intervento
dell'ineliminabile casta militare provvedera', come di rito,
a far naufragare tutto in una nuova tragedia.
Tecnicamente parlando, quelli di Romero non sono veri
zombies, nel senso che nelle storie non si verifica il
minimo intervento di riti voodoo o polveri magiche. L'aura
mistica dello zombie d.o.c. scende al livello molto piu'
terreno di misteriose radiazioni cosmiche, capaci di ridare
vita a cadaveri freschi o gia' abbondantemente putrefatti, a
ulteriore conferma della rilettura in chiave materialista
del personaggio. In ogni caso, "La notte dei morti viventi"
si inserisce di prepotenza nel travolgente successo del
filone splatter, stabilendo almeno due canoni che continuano
a fare scuola ancora oggi: la violenza esasperata di
situazioni e immagini, che sostituisce al
"non-visto-ma-solo-intuito" tipico ad esempio di Tourneur un
"visto-in- primissimo-piano-ai-limiti-del-vomito" nutrito di
sbudellamenti, squartamenti, sangue, cannibalismo; e
un'iconografia facciale, gestita dai maestri degli effetti
speciali, che per osmosi evade dai confini del film di
zombies e si espande a buona parte dell'horror dell'ultimo
ventennio. Un caso lampante e' "La casa" di Sam Raimi
(1982), dove non esiste un solo vero zombie, ma quasi tutte
le "creature" sembrano uscite da un film di Romero.
In pratica, con gli anni Settanta lo zombie si trasforma
in via definitiva in morto vivente, e sempre piu'
sanguinario e assatanato invade gli schermi in una miriade
di pellicole di riporto che poco o nulla aggiungono a quanto
era gia' stato detto da Romero. Mancanza di fantasia e
ripetitivita' sono il tema dominante di questi film.
Personalmente, sarei portato a salvare solo quelli che
accentuano la componente di humor nero dilatandola fino agli
estremi del grottesco surreale; e aggiudicherei la palma di
migliore del mazzo a "Il ritorno dei morti viventi" di Dan
O'Bannon, del 1984, cosi' macabro e improbabile da sfiorare
i limiti della comica finale.
In tanta carneficina, spiccano per discrezione e
suggestione di atmosfere due titoli che in Italia non hanno
avuto molto successo, forse perche' oggi, come in passato,
il buongusto non sempre paga. Il primo e' "Morti e
sepolti", di Gary Sherman (1981), una storia crepuscolare a
base di morti riportati in vita dal classico scienziato
pazzo, inquietante nel proporre l'ipotesi che il morto
rivitalizzato sia ignaro della propria condizione di
cadavere ambulante, e agghiacciante quando ci spiega che
l'autore dell'orrenda macchinazione ha deciso di sostituirsi
a Dio al puro scopo di migliorare l'estetica della specie
umana.
"Il serpente e l'arcobaleno" (1988), di Wes Craven, resta
a mio parere il miglior film sugli zombies (quelli veri!)
che sia mai stato girato, e probabilmente e' anche il
risultato piu' compiuto di un regista geniale ma
discontinuo. L'azione e' ambientata ad Haiti, con voodoo e
polveri "zombanti", il che conferisce alla trama una solida
dimensione fantastica; ma il vero splendore del film sta
nella sua capacita' di leggere il tema in chiave politica.
Spingendosi ancora piu' oltre di Romero, Craven esplicita
l'idea dello zombie come schiavo del potere; nel caso
specifico, del potere dittatoriale di Duvalier, al cui
crollo e' dedicato l'epilogo della storia. "Noi prendiamo
gli amici del popolo, ci impossessiamo delle loro anime, li
rendiamo mostri, e li facciamo entrare nei sogni della
gente": e' questa la filosofia dei ton-ton-macoutes di Papa'
Doc, come viene spiegata al giovane ricercatore americano
che si e' recato ad Haiti, pagato da una multinazionale (!),
per carpire il segreto della non-morte. Piu' chiaro di
cosi'...
Si muore? No, si rinasce. Per entrare nei sogni degli
altri, e trasformarli in incubi.
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