"SOGNO SENZA FIGURE"
by Alessio Saitta
I
Sali e scendi, lungo quest'eco di corrieri inascoltati, che
eccoli qui, tutti in fila. Cosa attendi, d'altro, per
cominciare a vendicarti? Ecco che ora so d'esser gancio &
catena, dirupo ed appiglio d'opposti sentimenti, sempre
tendenti ad improvvisare ogni nuovo tentare, a subdoli
ripensamenti che si rivelano tormenti come occhi d'un dolce
toccarci. Ed il tuo non saper che farci, che cos'altro,
farci.
Come inerti o incondizionati. Questi oppure anche molto
piu' semplici o piu' complicati, sono i plichi d'ogni
vanita', che in quanto vana ed in quanto (ita'), chissa' se
alla fine o in mezzo o ad un capo o all'altro di queste
teleferiche immaginarie, sospese penzolanti su ogni valle di
peccato; peccato certo, peccato e' che non l'abbia fatto,
ovvero nel non seguire ogni piu' semplice istinto che a
volte cosi' immediato ti direbbe di allungare la mano e di
provare a carezzarla, la testa gia' riccia di ricci oscuri,
che riposa delicata sui libri aperti, gia' a quest'ora del
mattino. Insostenibili gli strilli nella biblioteca
sonnecchiante, egli usci' senza salutare, passando per la
finestra chiusa, come sagoma sul vetro asciutto.
Come parole, le dita ardite, che sfiorano indugiando tra il
rizzarsi e ritirarsi; ti tocco ma forse e' per sbaglio. E
non so se hai capito o se non hai capito o se fai solo
finta, di non aver capito... Lo senti questo dito? Afoso
ed inaffrettabile, ineffabile, insindacabile, incoercibile,
indecifrabile, incontrastabile, insondabile, irrefrenabile.
D'indole rinunziataria, si accordava scuse perfette ed
ignobili ritirate. Lasciava tutto a meta', mai parendogli
d'aver saputo iniziare. I limitati successi inesperiti,
spargevano ovunque l'ombra del suo ricordo. Come un lontano
riflettersi nel buio. Di opache essenze, di compatte
coscienze, di orrende deficienze.
INCONSISTENZE
Era dunque assurdo, oppure era lecito? Attendere ancora i
coraggiosi eventi che limavano il suo umore? Era follia?
Oppure il senso, e' solo una qualita' del finito, o anzi del
ben finito? Come tutti quegli animali, sparpagliati sulle
confinanti aie. Cani & gatti, maiali & cavalli. Per quanto
il ritorno del conoscibile e' invece ancora mille e mille
lontano di miglia e di leghe. Ed e' lucido il suo nome:
ritorno, intorno, contorno. Sempre meno caldo, sempre meno
confortante torna ogni giorno in forme diverse; ed e' almeno
diverso, anche se nel simile e nel convenzionale. Si puo',
si puo'. Come fanno in tanti. Puoi benissimo accontentarti
delle solite palle, dei soliti pregiudizi sull'utile e sul
nobile, crederti d'improvviso giustificato a spingere il
carro, dal fatto stesso d'esservi nato dietro e non sopra.
Utile? Si, ma utile a chi? Come dovrei fare, a vedere
senza vedere, ad ascoltare senza ascoltare, a sapere senza
sapere, a ricordare senza ricordare? Io credo nella
non-credenza. Adoro l'adorarmi. Ordine: complesso delle
parole senza traccia. Parole senza un senso che possa l'una
all'altra donare, ne' per somma ne' per differenza. Anche
se sempre l'una di fianco all'altra, sempre a caso tra mille
casi. Vorrei tornare, triste pure e' cosi'. Io vorrei
tornare. Perche' sempre lo stesso e' rimasto il mio canto:
buongiorno amorino, bambina, piccina: solo per chi dovrei
cantare, se in giro non c'e' alcuno? Il puntiglio solo mi
cerco' nel ripostiglio, solo col mio sbadiglio. Eppure
talvolta smetto di girare ed allora mi domando: e' dunque
questo, il riposo del guerriero? ..I laudani, gli allori.
Questo vago afrore di sangue di cui e' imbevuto l'ossigeno?
Sparse le membra in terra, stese l'ossa e bacio' il bambino.
Dettagli, dettagli, dettagli, dettagli, dettagli, dettagli!
E basta. Solo e sempre dettagli e talvolta uno squillo e
poi il silenzio, oppure scurrili e trascurabili ansimare.
Bis! Bis! Gli urlarono dalla sala, bis! E lui li guardo'
stralunato ed un poco strampalato... Cos'era che volevano?
Perche' non lo lasciavano scendere dal palco?
MASOROMANTICISMI, che ne lasciavano, esausti, un unico
straccio di carne, ancora fumigante d'amore... Lo so, lo so
quanto sia ingiusto, o fazioso nei miei giudizi, in quasi
ogni tutto, o parte che mi riguardi, ma non voglio cambiare,
al massimo fuggire, questo solo mi si addice, mi si
consiglia ed auspica. Sono qui - in fondo in fondo - al
pizzo del tuo cercare. Tanto, alla fine, nulla di tutto
cio' potra' essere esattamente venduto. Topo, topo, topo.
Il topo senza scopo. Il topo, avra' uno scopo? Che poi
sembrano virtu', e sono semplici a tu per tu. Che tanto il
topo, nemmeno ci crede piu'. Poi, quando rientra dalle
finestre non sigillate, il SOSPETTO, come del resto e'
sempre per il verbo SOSPETTARE. Senz'altre e troppe
specificazioni. Sospettare di chi? E' la domanda senza
risposta che non sia un futile acrobatarsi... Di me? E' di
me che sospetti? Lo sai, pero', quanto io sia alieno dal
senso di questo tuo rappresentarmi; e se non ero brillo,
allora non furono solo rumori immaginari, come quel lungo
strascicare di sottana: quando il suo occhio resto' vigile
alla porta, di quello che era forse solo uno sperare nel suo
impensato, spontaneo, socchiudersi e ritrovarvi quel
discreto ed unico sonno tuo proprio, che resta quasi a
guardare sorpreso sul bordo del letto, nel quale ti figuri
disteso a sarcofago che sospiri & sollevi le mani
intrecciate calde, all'adiacenza d'uno stomaco. Hai
dell'altro a cui pensare? O forse c'era qualcuno, che
avresti dovuto avvisare? No, forse si trattava di risolvere
qual- cosa, una domanda invisibile che pulsa e si
attanaglia. D'altra parte di nuovo, mi fermo giusto un
momento, smettendo di giurare, sollevo il mento e mi
domando: e' dunque questo, il riposo del guerriero? Il
sapore del sangue, ed il suo odore, non dovrebbe stare sopra
o almeno sotto tutto quest'ossigeno bagnato? Spesso gli
ometti hanno storie inconfutabili, spesso umori
insospettabili. Ed allora, nuovamente fermando il mio
ruotare, sollevo le spalle e chiedo: c'e' qualcuno qui
attorno, che stia davvero godendo, del riposo del guerriero?
Strabuzza, strabuzza & sorridi, mentre gli occhi tuoi
scivolano calmi sul bavero della giacca. Sorridi al rancore
che scorgi nei miei, di occhi. Un cucciolo! Eri solo un
cucciolo quando ti trovai disperso in fondo alla mia scarpa.
Te lo ricordi il suono di quel citofono arancione? I tacchi
della mamma che portava il latte sotto la gomma calda, nella
stanzetta colorata ancora solo di colori oscuri. poi e'
come quando il gesto si accontenta di esser sognato: in
quelle mattine che ancora tutto & per tutto avvinto ai lacci
del sognare, dell'immaginare, del magnificare... PUF! Come
futili pensieri non vi fossero mai stati. Come non l'avessi
mai ascoltati.
Granchi arancio che scodinzolano, salgono e scendono le
bussole, devastano i binocoli e rubano i panorami. Niente
scimmie sul ponte, per favore. E per il momento niente
controllori. Io solo questo dico: se non so controllarmi da
me, e non so controllare il mio controllore. e se invece
lui non sa controllarsi e non conosce il suo di controllore,
ma sa & con- trolla ME. Forse ha forse qualcosa che io non
ho? Forse sa qualcosa che io non so? Per ora e' solo una
coscia fresca, carne che casca, s'affloscia & s'adegua.
VIENI FUORI, CON LE MANI BENE IN VISTA... Moi? Ma ho il
biglietto, guardate! Qui, sul rigo in basso, e' scritto in
chiaro: valevole con tutta la buona volonta'. Ho una
casacca a strisce chiare. E chinandosi per bere, con un
braccio si tenne i seni. Li trattenne. Intanto, io ho
poggiato il cappello bene in vista sul tavolo, prima di
accodarmi al ruotare cerimonioso dei piedi che si susseguono
e si toccano e si aspettano: si scontrano e non si accorgono
del loro buffo balenare, carico di attimi di lu- cente
dimestichezza. Hey! Sono ancora qui. Ma lo sai che non so
spiegarmelo? Mi trattenevo sotto il sellino, sino ad un
attimo fa. Lo sai che oggi davvero, vorrei che fosse un
altro giorno? Minuscoli puntigli d'identita' rafferma,
questo e' il loro apparire nel cosmo dei fenomeni, in libero
estrinsecarsi di vizi ed omerta', di bluff e di occhi bassi
nel seguito del seguito di questo loro immacolarsi. Ma non
ne posso piu', e non ne dipendo piu', e non posso lasciarmi
che non saprei riprendermi, non posso chiamarmi che non
saprei rispondermi. E' tutto in questo pugno quel che resta
di me, quel che ne avanza e' soffice e molliccio ed a un
primo esame puo' far senso, ma per tutti gli esami seguenti
e' proprio lo stesso. Eppure ho solo cio': vaste le distese
ai piedi degli infanti, di piu' alte pretese e piu' sterili
consolazioni. Ammiccamenti funesti, pretese d'incensi: le
attese.
Di sotterfugi e pertugi e rifugi ed indugi. Lunghi e
stanchi indugi indecisi tra la porta e la finestra, silenzi
e fragili discorsi a mezzo. Se restiamo ancora un poco,
forse aprirai la porta. Non potrei fermarti & non saprei
salvarti. Oltre c'e' la luce che intravedevi ed il prato
che sognasti. Oltre non c'e' proprio nulla, solo un
dispotico affastellarsi di fenomeni, che tu chiamavi amore.
Ameresti tornarvi? Probabilmente tanto, sarebbe come al
solito solo questione di un momento, di un solo attimo
estetico, il quale & nel quale, banale quanto la stessa sua
definizione, sarebbe magari capace di mettere su un bello
spettacolino, d'accordo, non ci sono dubbi... Magari
verrebbe pure bene, proprio bello, lo spettacolino. Ma poi?
Poi qualcuno sarebbe ancora capace di estrarre i corpi
maciullati di sotto le macerie? Poi chi ancora potrebbe
aver voglia di prendere su il microfono ed urlare ladies &
gentleman, oppure uno due tre prova, uno due tre... Prova.
Un tempo camminammo insieme sui tavoli, scalciando piatti e
bicchieri. E le forchette a sinistra, ed i coltelli a
destra e poi tutte quelle sottocoppe e quei fuggevoli
cucchiaini di plastica gialla. Alla fine il segnaposto
conversava amabilmente ver- sandosi del vino. Ed i
commensali (attoniti) nisba! Pagarono il conto di tutte le
maldicenze ed i loro umori paesani, stretti attorno al nodo;
neanche di che piansero, neanche questo sanno. Ma lei,
parlatemi di LEI, piuttosto: qualcuno l'ha sentita entrare?
L'ha udita arrivare? Dicono che avesse dei tacchi a spillo
vertiginosi, che la slanciavano oltre Andromeda. Dicono
pure che sia tutto favolame, e che gli antipasti l'accolsero
invece acclamandola.
Anche se alle volte c'e' un pensiero che sorge fluttuando,
tanto semplice quanto agghiacciante: proprio in quei momenti
in cui la necessaria manutenzione impone di scoprirsi, anche
se solo per un momento. Perche' all'improvviso, adesso che
lui non c'e', ricordo alla perfezione tutti i piu' inutili
dettagli di quella casa. Tutto quel che disse e tutto quel
che fece. La sua arroganza precocemente politica, che mi
feriva riguardo alla mia propria incapacita' di sostenere
simili livelli di scontro: dover discutere con uno che per
quello che dice - e tu lo sai che e' solo una questione di
parole - e che lui le ha solo sapute scegliere meglio di te
- sembra sempre aver ragione... Era sicuro, si- curo che
era sicuro. Altro che i miei infrangibili titubamenti. Ma
poi si sa come vanno le cose... Si sa quanto a cazzo
procedano i miseri eventi. Eh! Signora mia... Tante cose,
tante tante cose. E l'augurio si fa via via sempre piu'
stupefacente. Alle fine resteranno solo i puntini, da
riempire a piacimento con soldi, fama e salute. Come pare
che al 90% si desideri al di sotto dei sassetti, che
trattengono rapaci ed accecate le semplici istanze della
gioia, sotto forma di nuovi utensili colorati. E ben
disposti, ben pensati, ben presentati. Teoricamente non
dovreste avere piu' nulla di cui preoccuparvi. Teoricamente
sembra che tutti i piu' segreti incastri siano a posto:
magici & predisposti a premiarvi cosi', quasi naturalmente,
d'ogni ulteriore torto, anche se non rappresentato. D'ogni
ulteriore affanno, anche se non presenziato. E poi donne,
che nude bevono alla bottiglia, bevono a cannella. E canne,
che bevono a donnella, an- ch'esse nude, anch'esse
biasimevoli ed esposte al vento e alle intemperie, come
tette e culi di marmo, come le statue di un'umanita' che non
osa rappresentar se' stessa: il malato e la dottoressa, e
poi tutta la gente repressa. Senza neanche dire di cose
come amache, pagliericci e punte di frecce. Come se si
potesse iniziare tutto da capo. E quindi cantare e
bestemmiare in qualche complicato codice segreto. E poi
tutto il solito armamentario di balle e frasi fatte, di
adepti e di iniziati, di quadri e di inquadrati. Lui e'
della banda di Pepe.
Ma proviamo un attimino a rifare le squadre. Chissa' che un
ordine ancor peggiore non possa anticipare il caos; chissa'
che un ordine ancor peggiore semplicemente non sia piu'
rapido. E' quasi una grande febbre che prende le teste
tutte, e le scuote avanti & indietro. Ha grandi mani
capaci, forse di boscaiolo, forse di meccanico. Porta tutto
lo sporco al di sotto delle unghie, e taglia limoni con
impensata destrezza. Faceva il barman sull'Orient Express.
Ha servito migliaia di drinks, ad operai ed americani. Dove
gli americani erano quelli col fucile, delusi per la
mancanza di bufali, restavano lo stesso appostati ai
finestrini; tenaci. Speranzosi ed ingenui. Poi c'era
un'altra donna, che mi irretiva con la sua dimestichezza.
La sua familiarita'. In un certo senso anche intimita', ma
bisognera' stare attenti a non fraintendere. Era qualcosa
che non andava classificato. Solo in questo modo avrebbe
potuto essere. Era tutto un problema di provare a
desiderare. Forse in quel modo, alla fine a qualcosa
sarebbe servito. Pero' era mattina presto, ed ancora non
aveva fatto colazione. Scese nell'atrio ed ordino' un
Bloody Mary senza ghiaccio & senza semi. Ora l'aria sapeva
d'altre capriole, di li' a poco dall'esser compiute. Lui ne
fece una. Poi l'albergo ne fece un'altra. So che chi segue
non puo' ammirarmi il naso: in caso, allora, che preceda o
che receda dal suo intento; che altro potrei dire, per non
essere scortese? Io la ricordo col pigiama e i piedi
scalzi. Ma non aveva la febbre. Era solo freddolosa, e non
trovava i calzini. Procedeva saltellando qua e la', ed una
volta giurerei d'averla sentita cinguettare. Pero' non
volle mai farmi vedere come si staccava da terra. E questo
perche' aveva la bocca stretta, come gran parte delle rosce
che avevo conosciuto.
Concitato l'indice d'una nuova categoria, pronta a volgersi
in pedanti ritocchi, in argini di fragole ed in candide
ammissioni di non saperlo fare. Non c'e' scatola che tenga
pero', a questo pulsare delle pelli spesse come corteccia,
che premono & che spingono. Ritmiche. Premono e ripremono
e ripremono, sinche' qualcosa non accade, sinche' qualcuno
non cede. Allora infilano la loro massa torbida in ogni
minima fessura, si sforzano di uscirne: tutta la loro
incerta forma si adatta per uscirne. Possono allora
implorare, o lanciare sguardi lancinanti alle mamme che
attendono. Accosciate sulla banchina, mentre fumano
sigarette al mentolo. Le riconosco, le rintraccio nel fondo
della memoria, in atti familiari di tanto tempo fa, che
portano la merenda, o che tagliano la torta. Rapaci
d'informazione e prodighe di complimenti. Sorridenti.
Nelle cucine e nei salotti, a volte nelle stanze dei bimbi.
Sono appunti sbiaditi che rispuntano da sotto il mobile.
Accenni d'una mappa mai aggiornata e mai seguita, ma che
pure esiste ancora, in tutte le modifiche che vi si
dovrebbero apportare. In tutti i luoghi che andrebbero
verificati, ed in tutte le incongruenze: logiche o spaziali,
tra parti mancanti e buchi di sigaretta. Forse c'era
qualcosa proprio qui. Tipo un parco di ghiaia, o una pista
di pattinaggio. Anche una larga faccia con funzioni di
fontana; di marmo freddo ed invernale, ed acqua che
anch'essa sembra sporca, in trasparenza sulla pietra
macchiata dagli anni d'incessante esposizione. Ognuno ha il
suo dottore, ognuno ha il suo pianeta.
Sembrava del tutto impossibile, alle menti piegate
dall'abitudine, che simili masse di tale ampiezza, e coperte
di laghi e di boschi, potessero solcare il vuoto a tali
velocita'. Non c'erano concetti familiari, non c'erano che
buchi & buchi. C'era a volte solo questa minuscola macchia
d'intuizione che si estendeva volenterosa, lanciandosi di
qua e di la' forsennata- mente, a coprire ogni buco & ogni
buco appena un attimo prima che potessero venire verificati.
Comunque sempre troppo tardi per non lasciare indizi, con
troppa fretta, con troppa improvvisazione. Invece e' spesso
di malumore, e neanche guarda la televisione. E se e' per
questo non e' neanche cosi' stronzo come potrebbe sembrare:
ha una missione precisa. Cosi' segreta che aspetta ancora
di conoscerla, cosi' pericolosa che in effetti teme, il
momento esatto in cui dovra' conoscerla. E' la missione
stessa che lo cerca. E non si sa che cosa voglia da lui.
Tutti cercano di aiutarlo, di nasconderlo, di coprirlo. Ma
non c'e' nulla che si possa fare; bisognera' solo stare
attenti ad accorgersi di quando lo avra' trovato. Avremo
tutti un nuovo problema, allora. E non si creda che
l'interfacciamento abbia risolto tutte le difficolta'.
Ancora non ci sono abbastanza dati, per poter agire con una
coscienza precisa: ancora si procede a casaccio, anche se a
dirla cosi' crudamente possa risultare tutto sommato
scoraggiante. D'altro canto non credo che sarei approvato,
se si sapesse che l'ho detto. Nessuno confermerebbe. Le
prove non posso darle, e quindi in un certo senso sto forse
parlando a vuoto. Infatti mi aspetto in ogni momento di
essere scollegato. Mi aspetto in ogni momento, in effetti,
di essere scollegato. Proprio me lo aspetto, in ogni
momento, di essere scollegato.
II
Ne avro' forse a migliaia, forse a iosa, forse ancora oltre
ogni mia supposta capienza. Ma forse ha importanza? Sarei
capace di passarci qualche anno. Come se io stesso, nelle
specifiche girovaganti circonvoluzioni cerebrali, potessi
snodarmi sinaptico sul foglio. Era una siepe? O si'? Come
lo e' forse solo il potere del foglio: elastico. Se per
caso ricordassi di un paesino austriaco e delle quattro
frecce al mio arco, con la ventosa, sul docile laghetto di
papere in avvicinamento. Potro' sfamarle tutte? Avro' pane
a sufficienza, per non essere aggredito? Ma in un certo
senso e' forse troppo facile, abbandonarsi e non saper
riprendersi. Ognuno e' di per se' capace di scartare
lentamente o per gradi ogni pulsione irragionevole o
molesta, stucchevole o improponibile. Ma forse proprio
l'alienazione sara' madre di qualcos'altro. E difatti ha la
testa grande come quella di un bambino, ma il suo non e'
certo un messaggio d'amore. Ha camminato sul sentiero dei
morti, nell'unico senso ingiusto. Cercava il ricordo di una
trottola, forse una fattoria di plastica. C'e' chi sguaina
il coltello, per fermare il bambino! Come se ogni tanto ne
piovesse uno su questa terra, i vaghi lamenti dei vivi, non
sono nulla a confronto. I loro deboli desiderare, non sono
proprio nulla a confronto. Adesso ti torcero' la schiena e
la faro' scricchiolare nel modo piu' sinistro; per il cuore
salato di questa mamma nessuna lacrima e' abbastanza
crudele. Poi c'e' stata una risata, proprio nella stanza
accanto. E si sono chiusi a chiave, ed hanno appeso un
panno alla maniglia, ad oscurare il buco della serratura.
CHE STARANNO FACENDO? Chi staranno evocando?
Raffermate tutte le scialbe identita', fu per molti solo
questione di un sorriso, ed erano ancora pronti a prenderlo
davanti e di dietro, senza troppi lamenti e questioni di
principio. Bastava sorridere, bastava lasciarli fare:
lasciarsi fare. Prima o poi, in parte soddisfatti,
sarebbero spontanei passati a molestare qualcun altro. Ora
si tratta, mi si dice, qui & adesso, di stimolar qualche
nuova passione. QUINDI PROVIAMO A STRIZZARE IL CUORE!
Proviamo a strizzare il cuore. Ho delle idee curiose, che
si biforcano susseguendosi alberate, sinche' alla fine non
perdo il filo. E' come soffocare un gatto. Sara' questione
di una punturina, neanche te ne accorgerai. Non vorrai mica
tenerti la bua? Ci sara' muffa dappertutto e chiamerai,
chiamerai. Io gia' ti sento parlare come una bambola
meccanica. Voci distorte dai dischi di gomma. Bizzarre
pretese, le comiche attese. Rantolo e stupore, e profezie
d'orrore. Il saggio e il suo livore nei giorni senza amore,
senza ore, senza onore. I fantasmi ci provano soltanto, a
spaventarti. Ma non possono fermarti, non possono toccarti.
Piangano quanto vogliono! E' tuo diritto peccare. Forza e
vitalita', sin dalla prima fiala. C'e' un modo migliore, su
due piedi, come oggi si sia giunti anche ai bordi, e tanta
morbidezza. Segnalateli all'angelo, segnalateli all'angelo!
Per tutte queste case lasciate a meta', per il loro passato
inglorioso. Segnalateli all'angelo! Perche' quando questo
signore non c'e', le chiese restano chiuse. Vermi che si
intrecciano in grosse sacche di colore, qui il passato si
chiama futuro, ed il futuro e' passato. Berberi nomadi
cammellieri autisti, ascoltano la radio e sanno che tempo
fa. Ecco un nuovo 144, ecco un nuovo paio di gambe
sintetiche, affinche' l'empio faccia paura all'empio. Per
il quale il caos e' natura: e' tutta una questione di
organico ed organicita'.
Tu lo sai che mi vuole dire? Per caso sai perche' non
l'abbia ancora detto? Io non posso fidarmi di lei, come
dell'energia di una luce che attraversi il cosmo buio.
Tutto basato sui sentimenti d'espansione. Come le fascine
che si organizzano spontaneamente, a ricondursi alle stesse
radici. Sicuramente mi piacerebbe anche solo avere un'unica
misura ambigua, mentre quest'uomo e' ancora qui. C'e' chi
ha dato e c'e' chi ha preso. C'e' chi ha urlato e chi non
ha ascoltato. Il suo intervento ha avuto un prezzo
altissimo, del genere pubblicazioni culturali e riviste di
filosofia a fumetti: piu' pratica, piu' conforti: non vedete
che mani sporche? Ma resteranno tutti seduti, ognuno sul
suo posto e sul suo culo. Scrostato questo muro nel colore
che c'e' e che altrove non c'e', sembra capace di generare
strane forme indefinite. Sagome aliene in un giorno di
sole. L'intento creativo del caos, che rimbalza
nell'attivarsi mattiniero e inaspettato di facolta'
immaginative. Fervide, fertili: contagiate dal sole,
c'era bisogno di dirlo? Quasi la stessa differenza che
sospettava esistere tra circonferenza e conferenza, o tra
molla e mollettone - questo si' che sarebbe stato difficile
da spiegare - come in fondo non era capace di sottrarsi alla
corrente fredda, e nel cruccio di poi, incapace a godersi la
calda. Erano i rimbrotti del suo stomaco dolente, dopo
tutta quella sabbia e tutti quei bulloni. Maestoso il
richiamo dei passi inesplorati: ove ancora ne esistano; ove
ancora se ne possa attingere. Non solo mesti ricordi
preconfezionati, ma come una donna bruna che sollevi gli
occhiali al sole per controllarne la trasparenza. Io a
questo punto non so piu' che pensarne. Sembra che davvero,
a volte possa disinteressarmene sino in fondo, ma altre non
e' cosi', ed allora mi rammarico di tutte le volte che cio'
e' potuto essere, anche se e' troppo tardi, adesso, per
rammaricarsene. Eppure che dovrei fare?
Ogni tanto pure provo a smettere. Ogni tanto provo a
provare di smettere. Ogni tanto anche faccio finta di
provare a provare di smettere. E' un inganno che si
inganna, un traditore che si tradisce, e' un confidente che
si confida. E' un ramo che resta sospeso, mentre l'albero
crolla. Qualcuno avra' occhi lucenti, avra' occhi per
fissare il buio dei fari spenti. Mentre si corre, si corre,
si corre. Non che mi lamenti. Meno che mai. D'altronde
checche' se ne possa pensare, qui non si richiede alcuno
sforzo. Una volta immaginatosi, deve solo cercare
d'esprimere un giudizio. Accortosi che non puo', deve solo
indignarsi. Accortosi che neanche questo potra' servirgli,
deve solo disprezzarsi. E' vero, e' vero. La meraviglia
nasce spontanea, ove si verifichi un vuoto nella connessione
dei costumi. Ove la memoria non passi agevolmente dall'uno
all'altro, ne' possa es- sere sballottata da sentimenti che
non vi sono. Tu prova ad ascoltarti, prova a toccarti. Non
senti nulla di articolato? E' un codice di soli numeri, un
sogno senza figure. E se poi dovessi invece scorgere
qualche sagoma familiare, non farcelo sapere, perche'
verremmo a cavarti gli occhi. Il mio potere e' il tuo
dovere, il mio volere e' il tuo temere. Guarda bene tra le
sue cosce schiuse, non noti nulla? Non ti domandi nulla?
Forse nel tuo sogno c'era un po' piu' di luce, eppure
cantavi & ridevi senza tema, senza tutte queste frivole
timidezze.
Ago & filo, prego: qui non resta altro che ricucire, prima
che i suoi stessi umori vadano del tutto dispersi &
perduti... Presto! Ago & filo per ricucirgli il cuore, ago
& filo per ricucirgli il cuore. E gia' che ci siamo
potremmo ricucirgli anche le palpebre, perche' non sia piu'
offeso, e ricuciamogli anche i padiglioni, perche' non sia
piu' irretito; ricuciamogli anche il buco del culo, perche'
non sia piu' turbato dal quotidiano atto del defecare, nel
quale a volte pare rintracciare istanti di brivido ed
emozione. Nel suo cervello c'e' solo il macello, non c'e'
piu' nulla di bello, ci abbiamo trovato un vitello!
Susseguonsi i giochi alternati a follie. Oggi aveva le mani
palmate, oggi aveva le mani colme di facce tristi. Egli non
e' piu' capace di scherzare. Non sa piu' rinunciare. Non
sa piu' denunciare. Qualcuno sa per certo se ne avanzera'
qualcosa? Anche solo un angolino, anche un semplice
brandello? Nel cervello aveva un violoncello. E che non
dica che ci ha provato, se questo era il suo provarci.
Crede forse che basti solo stendere i mignoli? O respirare
con questo finto e ridicolo affanno? Altro che svenimenti e
fingimenti, qui si parla di autentici tormenti e di
incrementi e di sementi. Non come quelle galosce troppo
corte, che reggono una, al massimo due pozzanghere. Adesso
basta scherzare! Siamo quasi al punto; tra un attimo sara'
questione di riavvolgere il nastro e di cominciare ad
esaminare tutti gli errori e tutte le battute infelici.
Proviamo a censurare, a tagliare, a riproporre in modo nuovo
tutte le vecchie cazzate. Come il vecchio trucco
surrealista dell'uomo in tuta da palombaro. E' buffo da far
entrare sul palco, o no? La gente si diverte, il pubblico
applaude, o no? Come reagiscono gli spettatori? Potremmo
provare a fargli dire qualche cazzata, qualche bestemmia:
forse questo li scuoterebbe un po'.
Quando li chiamammo uno per uno, e ciascuno col proprio
nome, lui non rispose, ne' al primo ne' al secondo appello.
Allora provammo a farne uno tutto per lui, ma non rispose
neanche a quello. La sua obiezione risuonava semplice e
discreta: non sarebbe andato da nessuna parte, se non avesse
avuto un bagno, sempre che ancora si sapesse di che cosa si
trattava. L'attendente e il suo facchino annuirono
precocemente, e camminarono via l'uno nelle spalle
dell'altro. Per chiamare la vasca bisognava solo premere il
quinto pulsante da sini- stra. Sarebbe uscita dalla bocca
del camino. E lui sarebbe certo diventato qualcuno, se solo
avesse saputo tenere gli occhi bene aperti. Non sapeva
pararsi il culo. Non aveva mai avuto il tempo di pensarci.
E d'altronde non ne avrebbe mai veramente avuto bisogno, una
volta che fosse riuscito ad adeguarsi per benino al
cerimoniale. La cosa sarebbe stata del tutto automatica:
lui avrebbe coperto il cerimoniale, ed il cerimoniale
avrebbe coperto lui. Nulla di complicato, nulla di
incomprensibile, ma forse appena un po' troppo semplice.
Per esempio: chi avrebbe coperto entrambi? Ovvero quando
infine il gioco avesse fatalmente dovuto rivelare la sua
cattiva ciclicita', chi lo avrebbe spiegato, a quelli che
ancora non ne fossero stati ripagati? E' del tutto naturale
che alla fine vi debba essere un ultimo, qualcuno per il
quale non si sia fatto a tempo, qualcuno cui proprio non si
era pensato. In genere si tratta di qualcuno che aspetta.
Ed in genere quel qualcuno, proprio non se ne era accorto,
di essere l'ultimo. Spesso l'ultimo si appoggia ai suoi
rappresentanti, i quali non sono ultimi proprio & solo
perche' lo rappresentano, l'ultimo. Che comunque ancora non
ha udito il proprio nome. Si e' fatto largo nella
boscaglia, e spesse volte gli si e' scomposto il ciuffo, e
addirittura ha ricevuto tagli e graffi, dal fogliame restio
che si ostinava a rimbalzare indietro, una volta scostata la
mano. Ricordo' di quella volta che gli aveva chiesto di
uscire di nascosto dalla finestra, anche se non c'era alcun
pericolo, non essendo ancora l'ora del riposino. Lui non
aveva capito il vero motivo del suo impaccio. No per
fortuna. Per fortuna ancora non si accontentava di
raccogliere i frammenti. Balzana idea d'accostarli tra
loro, al fine di ricomporre la figura. In genere a questo
punto s'alza un forte vento in grado di spazzare la terra ed
i tavoli di tovaglie & bicchieri. Comunque, per quanto a
malincuore, si disposero a mondare tutte quelle pagine da
ogni oscenita'. Ed ai loro occhi ogni senso era solo un
senso, immancabilmente il piu' benevolo, o santa ingenuita'!
Ogni semplice apprezzamento, riguardo alle infinite
possibilita' di sviluppo & connessione, poteva essere troppo
spinto e dunque andava sicuramente respinto.
Ma lo sapevano, lo sapevano, d'esser troppo severi: per
questo in un primo momento avevano rifiutato il lavoro.
Pero' si era insistito... Con argomenti non obiettabili.
C'era poco da rifiutarsi. La citta' e' gia' affondata
sapete? Tanto tempo fa. Crucciarsene adesso, provare a
fare gli eroi, pretendere di dire la propria, immolarsi
ricomporsi e risputarsi, scandalizzarsi una volta di piu',
voler infine sapere, distrarsi, chiedere i resoconti: tutte
cose che non funzionano piu'. Cose che anzi non hanno mai
funzionato. Senno' non sarebbe bene, che' tutto cio' che
funziona e' male; tutto cio' che no e' bene. Ed e' molto
piu' facile di quello che sembri: come eco o caricatura,
tutto solo si avvicina, solo si sforza di somigliare a se'
stesso. Equilibrio. Delle meccaniche giunture del Cosmo.
Semplice angoscia d'un cauto decollo: saremo i primi
all'appuntamento, gli ultimi nel testamento - Egli ha
impugnato il rasoio, mi segue, mi incalza - Saremo echi di
ogni tempesta - Mi ferma, mi pesta, mi squarta - Zelo del
vero professio- nista, adesso sta pulendo il coltello con
uno straccio di daino - egli ha occhi, per cio' che lo
riguarda: mercimonio di pelli e di carogne, sollevazione.
Essi fanno della VIVISEZIONE, non te ne fidare, nascondi il
tuo gatto - non accettare opuscoli, non accettare opuscoli -
soprattutto ricorda di non accettare opuscoli. Perche'
tutto sotto la pelle, e' come una sacca piena di nervi, che
solleticano la carne tirata, la carne appoggiata, attaccata
in qualche modo al cuore: innestata. E cosi' basta un
niente, e tutta la costruzione si scuote come un budino,
tremolando d'impulsi inesatti. Spesso senza direzione, o
ragione, o termine ultimo. Spesso basta un nuovo fenomeno,
a ripolarizzare i nervi. A volte sembra tutto molto facile,
tutto consequenziale; altre volte si perde il filo, e non si
azzecca mai la mossa esatta, magari anche per un sacco di
tempo. E' il limite del possibile. Come per qualche ora
riesco a staccare la spina. Allora ha senso rilassarsi. E'
una lavatrice - una donna con le ciliegie, e' una fetta di
cielo - un cocomero ardente - il prato & le mura. E' un
castello antico. Che si avvicina & si allontana - e piano
piano si scioglie nel vento - e piano piano diviene eco del
suo riflesso. Capperi & Corbezzoli. Siamo alle soglie.
Alle soglie! Alle vele! Alle corde! Tagliate, tagliate,
tagliate la corda! Sarebbe bello, sarebbe comodo, sarebbe
tanto la cosa giusta... L'hai vista la rana, che sfoderava
gli artigli e cantava vecchie canzoni? Aveva occhi neri - e
torbidi pensieri - e zampe ben aderenti, per ogni tipo
d'inseguimento - soprattutto quegli occhi neri. Lucidi &
viscosi... Ho gia' ascoltato, gli efferati consigli dei
prodi esploratori. E poi perche' io? Perche' proprio io?
Che quando arriva il giorno mi trova sempre impreparato, che
mi guardo attorno, che cerco il ritorno. E spesse volte mi
volto e mi chiedo ma davvero, davvero e' stato sempre cosi'?
Ma davvero davvero? Guardando & ispezionando, sempre piu'
giu'; gettando l'occhio in quel condotto pulsante, che
sanguina & sorride, che porta fino al cuore. Perche' in
fondo, questo e' chiaro, ci si aspettava che ci fosse, un
cuore, per quanto piccolo e sparuto, per quanto imperfetto e
stenterello.
E' qui adesso, che pulsa tranquillo nell' angolo di ferro:
l'unico angolo fresco di questa casa rovente, ai bordi della
metropoli, Tempi e controtempi. Campi e controcampi:
insiemi e sottinsiemi. Avrei voglia di fuggire, ma neanche
ricordo piu' se l'ho gia' detto o se l'ho gia' fatto. Non
lo ricordo: l'ho gia' fatto? L'ho gia' detto? Riverbero
dell'inusitato nel crogiuolo d'inattesi sogni - Solo vecchi
e cadenti e rimesti di sfighe d'acciacchi e falsita'. Come
l'acciaio, ecco, proprio a volte come l'acciaio - E' un
riverbero di fuoco di latta un balenare - Saremo tra i mille
aneddoti. Sepolti, fumiganti, strazianti, forse avremo il
dono di strappare qualche lacrima, forse solo un sorriso.
Davvero. Anche se lui non ne ricordava affatto ne' le
spoglie ne' le mentite, di spoglie, che fino a quel giorno
avevano abitato panni di cavaliere, coi pennacchi e con le
armi, e le lustrine del Dragone, nell'elmetto dorato e nei
fregi suoi, allegorici. Anche nei ghirigori che ne
complicavano le larghe spalle. Non poteva focalizzare,
dettagliare. Neanche si poteva pentire di non averlo saputo
prima:
INELUTTABILE in un certo senso, l'aveva sempre sentita
cosi'. Come i troppo rapidi e molli baci che distinto e
d'istinto lasciava andare nella notte carica di soffuse e
soffici malignita'. E poi quanti gli occhietti neri, che
dileggiavano e si adulavano e si spingevano, quante le mani
candide, che rassettavano l'acconciatura e sistemavano caute
il merletto, tra il seno ed il collo esangue.
III
Esplorare, trovare, assaggiare, odorare, trovare roba utile
o scoprirla inutile, inadatta, inadeguata, migliorabile,
deperibile; costruirsi la tana, accantonare, stipare,
pigiare, adattare, utilizzare, legare & cementare. E poi
provarla, accucciarsi, allungarsi, sedersi, ricavare una
nuova nicchia , disporre per bene i ciottoli, spazzare,
levigare, ripulire. Flaccidi commenti da un gastrico
bipolarismo - scettico ed accommiatato - Un altro fesso che
si osserva perplesso. Ignaro, oh, ignaro del senso al di
la' dal compiersi; il servo e' un ciocco: mute frasi le sue,
d'un cuore scarno e cocciuto. Alghe! Ripescammo il corpo
gonfio, notando che non tutti i morti galleggiano. Prodotti
o riprodotti gli ammasi di cellule vagheggiano di un
agglomerato, che non sia stretto, che non sia largo, che non
sia freddo, che non sia caldo: quel che sostiene i morti sul
pelo dell'acqua e' solo l'aria nei loro polmoni! Urla
d'orango e statue di fango. Quelli non sono affogati,
senno' non galleggiavano. Il cavaliere ha un cuore d'oro, e
si fregia del suo nome godendosi immeritati riflessi
semantici, il cavaliere: e' nero e mattiniero. Gran
ciarlatore, gran lavoratore, gran bidonatore. C'e' un gran
bisogno di garanzie che nessuno puo' dare; che non e' bello
chiedere, non e' sano. Proprio il giorno di natale ci fu
l'ultimo appello alla famiglia... Pacchiani e passionali:
quanti giudizi insavi, ingiusti, ininformati. Sono tracce
di gallina e fughe di lepre. SONO BAFFI DA CONIGLIO! Qual
e' la differenza? Un appunto fresco scritto a gesso sulle
maioliche del cesso: lascia andare la mano sulla carta
liscia, lascia la traccia! Lascia la traccia! Vuotamente
meditava, circolando attorno al palo. Era solo sagoma,
confine. Era una striscia di raso che infiocchettava il suo
egoismo. Per certi attimi pure si bastava, per altri si
avanzava, straripava: c'era tutta quella roba, rinchiusa
dietro i suoi occhi: era poco, troppo poco lui era per
poterla contenere ed arginare. Ed a volte udiva un
ticchetti'o, ed era certo in quei momenti, d'esser prossimo
a saltare. Ma l'iperspazio non lo aveva mai atterrito; per
molti il solo pensiero era gia' troppo fastidioso, ma non
per lui. Avrebbe fatto qualunque cosa, per fuggire quel
ticchetti'o. Il suo passo non risuonava, il suo sguardo non
perdonava.
Aveva imparato a diffidare dell'uomo col cuore in mano:
perche' non e' quello il posto migliore per tenerci il
cuore. Si fidava dell'uomo timido, tranne che per le
piccole cose. Aveva compreso che chi gode non lavora, e che
la linea di minor attrito porta ad orbite insoddisfacenti.
E che il pazzo gode del suo furore. Poi diceva che ogni
fiore reciso sara' pure un sorriso, ma ogni fiore nel prato
e' grato ed appropriato. Seppe che doveva chiamare
adorabile il grosso mucchio di merda; e poiche' il suo nome
era indesiderabile, era tutto quello che avrebbe dovuto a
tutti i costi desiderare, senza stancarsene mai - trotto
selvaggio del puledro che scalcia a vuoto - guardava il melo
che fiorisce, si schiude e s'intristisce: qualcuno lo
capisce? Aveva sempre lo stesso sorriso amaro, come il
sentore di una cosa che si ripete, che si arrabatta, che si
fa avanti & si fa in pezzi: SI FA IN PEZZI MA SORRIDE, si fa
in quatro ma ne gode; e si fa da solo! Si fa da solo! Lui
lo sa che siete facili al panico ma in fondo ragionevoli, e
quindi preso il coltello piu' affilato, provo' a scrostare
la colpa dalla sua pelle sudata. Ma assieme alla colpa
scrosto' anche il marchio: e da allora fu senza scopo. Da
allora egli fu senza scopo! Ma intanto genera labirinti e
sembra che gli basti il fiato, carica & scarica i suoi
labirinti e sembra che si diverta. E la telescrivente
comincio' a far girare la manovella: tic tic tic tic, tic
tic tic tic. Ne' usci' un foglio a righe che diceva: STOP.
Anche se aveva staccata la spina non ci fu verso di
fermarla: tic tic tic tic, tic tic tic tic. Continuava &
continuava, stampava e cacava fogli con scritto STOP.
VI
Credevo davvero d'essere li' per caso. Davvero, fu cosi'
per quasi cinque minuti, e poi vidi: vidi tutte quelle
candele appoggiate sui mobili, e le fiammelle che
oscillavano nei piattini, e tutta quella gente affacciata
alle finestre del palazzo di fronte. Le candele diradavano
il buio, ornando ogni particolare d'una sua peculiare ombra
galleggiante. Tutto sembrava cosi' bello e familiare, come
se qualcuno stesse per darmi il bacino della buona notte:
ero tranquillo tranquillo... Aspettavo solo che mi si
rimboccassero le coperte, e poi mi sarei addormentato in un
istante, senza dare alcun fastidio. Senza piangere e senza
urlare e senza chiedere alcun bicchiere d'acqua. Non avrei
chiesto nessuna favola nuova, nessuna ninna-nanna. Ma la
cosa non ando' cosi' liscia: nessuno fu disposto a credere
alla mia buona disposizione d'animo, e fui scrutato ed
annusato per accertarsi che non stessi facendo trucchi.
Controllarono le mie mani ed i miei piedi, per accertarsi
che non stessi incrociando le dita. E poi mi fu detto di
camminare sulla riga senza andare al di qua e senza andare
al di la'. Avevo avvertito l'odore penetrante del caffe',
pero' quando chiesi se potessi averne una tazza, loro
cominciarono a ridere di gusto. No che non puoi averne una
tazza, lurido divoratore di maiali! Che voleva dire? Ero
forse caduto in mano agli arabi? E che volevano gli arabi
da me? No. Bisognava cominciare a distinguere! Di chi era
questa nuova paura degli arabi? L'uomo si slaccio' la
fascia che portava attorno alla vita e comincio' ad
avvolgersela in testa. Esegui' tutta l'operazione con
sorprendente naturalezza. Poi si infilo' gli occhiali da
sole e disse Ecco! QUESTO E' UN ARABO! e comincio' a
ridere. Ed io continuai a non capire.
Allora, mosso da un impeto di non so che rivalsa, cercai di
contrastare la pressione delle catene e mi sollevai appena,
puntellandomi sui gomiti. E cominciai a dire:
Signori voi non sapete
quanto io sia prossimo ormai
alla soglia di una cauta
tranquillita' borghese.
In un certo senso avete vinto del tutto.
In qualche altro ancora vi resisto;
ma non c'e' nulla di pericoloso
e purtroppo nulla di sovversivo.
Signori voi non conoscete
il prezzo del cauto approccio
imposto ad una mente consapevole,
in quanto di consapevole in voi c'e' solo il senso della
vostra oscura potenza del vietare e del programmare, che
promana da voi
come una minaccia tanto terribile
da non dover neanche esser ventilata.
Signori, potete stare tranquilli,
nessuno turbera' il vostro ordinato progresso sociale &
culturale.
Nessuno avra' mai tempo di ascoltare le mie cazzate, ed anzi
mi meraviglio,
d' aver suscitato la vostra censura.
Siamo seri, signori miei:
io scrivo parole che voi non leggerete
io urlo bestemmie che voi non udirete.
E in quel momento mi accorsi che non c'era piu' nessuno. La
magia del loro essere risiedeva proprio in questo loro
potere: di non esserci mai stati, appena un attimo dopo. E
per questo erano cosi' imbattibili. Il loro agire si
dipanava a ritroso nel tempo, di modo che gli alleati non
fossero mai nati, e che le rocche non fossero mai state
edificate. Tutto cio' che scoprivi poteva esser gia' stato
scoperto; tutto cio' che dicevi era gia' stato detto! Non
potevi ucciderli, perche' in quel caso non sarebbero mai
nati: sarebbero stati degli altri, mai quelli giusti, mai
quelli indicati. Lasciavano un'unica traccia, impossibile
da scoprire. Quella sensazione d'esserci gia' stati, e
d'aver gia' perduto; appena un eco da tutti gli altri
possibili presenti immaginari... Altri e sbagliati: almeno
qui, sicuramente sbagliati. Forse un'indagine approfondita
avrebbe svelato ogni cosa, forse una traccia cromosomica...
Un risuonare a vuoto nello spazio... Peccato che nessuno
potesse pensarci, perche' era sempre la prima volta, e la
seconda non avrebbe mai potuto esserci. Fin dove sarebbe
arrivato, il loro Progresso Perfetto? E poi sarebbe davvero
arrivato? Aveva un senso in se', il fatto di progredire,
oppure aveva uno scopo, per quanto lontano ed inattuale?
Ricordo' una poesia che suo nonno aveva composto nei suoi
ultimi giorni, ed i cui versi finali erano:
Ti riconoscero'? Mi riconoscerai?
E queste poche sillabe, nella sua mente che girava &
rigirava rapita, in cerca di una soluzione o di un senso
qualunque, queste poche sillabe per un attimo lo
congelarono: erano affiorate cosi', spontanee, dai ricordi
di una uomo che non c'era piu'; e di una casa che non c'era
piu'; e di una stagione che non c'era piu'; per un momento
si perse ad assaporare certi piccoli attimi che aveva
deliberamente registrato, come durante tutta la sua vita era
stato solito fare. Ogni tanto si era seduto, e socchiudendo
gli occhi aveva detto questo, io lo ricordero' per sempre.
E la magia aveva funzionato! Solo adesso se ne rendeva
conto. Solo ora il senso di quel continuo dimenticare gli
fu chiaro. Eppura era una cosa che aveva sempre saputo.
Era una cosa che aveva sempre fatto senza capire: cose come
rileggere un vecchio libro a distanza di tanti anni. O di
ricomporre il numero di qualche donna andata, solo per
sentirla sbuffare Pronto! Ma insomma, pronto! ed in quel
momento poter essere consapevole che comunque le era ancora
affezionato. Commuoversi per la propria condizione. Non
avere una via d'uscita, eppure essere ancora vivi. Essere
GRATI! Essere qui, proprio adesso. Oppure la pace dopo il
malditesta. Quel calore allo stomaco dopo essersi vomitati
l'anima. GRATITUDINE. Per tutto & per nessuno. Anche solo
per esser soli. Ora sapeva di sapere cosa voleva dire. E
si sentiva bene per questo. Si sentiva quasi alla fine, ed
invece era appena a meta' strada.
Che difatti i suoi carnefici intervennero e lo afferrarono
da sotto le ascelle, tenendolo ben saldo & ben dritto.
Perche' adesso avrebbe avuto le sue risposte: dal grande
capo in persona. E bisognava attenderlo qui, durante tutto
il tempo che restava non bisognava pensare ad altro; che il
grande capo stava arrivando, e stava arrivando per lui. E
dunque arrivo' oscurando il sole (un trucco dozzinale) e
suscito' tempeste ed uragani / soffio' e ribolli' e fece le
facce piu' aggressive / lo maledi' e poi lo battezzo' / lo
accuso' dei delitti piu' atroci, perche' qualcuno doveva
pure addossarseli, ma tanto poi lo assolse / sorridendo si
sedette. Sullo scranno, proprio di fronte a lui. Ti ho
ascoltato ed ascoltato disse, per non so piu' quanto tempo;
e sebbene tu non te ne sia accorto, ti ho ascoltato ed anche
riascoltato, passando piu' volte per i punti interessanti.
Ho fatto un'indagine davvero completa & minuziosa!
Addirittura ho fatto in modo che alla tua nascita fossero
scambiate le culle, ed ho vissuto al tuo posto fino alla tua
attuale eta'; e mi sono trovato piu' volte ad essere
giudicato come ti sta accadendo adesso. ED HO PROVATO QUEL
CHE STAI PROVANDO ADESSO. Altre volte invece, dopo aver
scambiato le culle (ed averle scambiate in modo sempre
diverso) ti ho seguito crescere ed arrivare alla tua attuale
eta'. In mille modi diversi, in mille diverse accezioni, in
mille sorprese spettacolari. E SEMPRE HAI PROVATO QUEL CHE
STAI PROVANDO ADESSO. E non credo che questo ti risultera'
strano. Non credo che ti sorprenderai. E lo so, lo so
benissimo che mentivi, prima, quando dicevi
Signori voi non sapete
quanto io sia prossimo ormai
alla soglia di una cauta
tranquillita' borghese.'
Tu d'altra parte, adesso vorresti sapere dove hai sbagliato
questa volta, e magari dove le altre volte: perche' anche
questo sai, che non e' certo la prima volta questa, che
arriviamo a questo punto. Pero' ancora non sai come andra'
a finire, anche se forse ormai dovresti averlo immaginato.
Sai il perche', e sai anche il come.
Mentre lui cominciava appena a ricordare, il gran capo si
alzo' e levo' le mani al cielo/ allargo' le ali membranose /
verso' le sue lacrime di sangue / socchiuse gli occhi ed
infine disse: Poiche' ancora una volta non si sono ravvisate
le richieste caratteristiche di malleabilita' e
produttivita', e men che mai si sia potuto notare un qualche
cenno di credulita' o di faciloneria, o una qualsivoglia
dose di costruttivita', il verdetto resta proprio quello che
sempre e' stato; anche se adesso sara' stato una volta di
piu', e quindi in certa misura un qualche avvertimento
potrebbe averne tratto. Anche se non ci e' dato sapere in
quale forma una qualunque traccia di cio' che continua ad
essere, potrebbe in futuro manifestarsi in lui. Prima o poi
ricordera'. Prima o poi lo riconoscera'. Dunque che sia
riportato all'inizio e che si lasciato libero di progredire
ancora. Prima o poi fara' la mossa giusta, in questo noi
abbiamo fiducia. Come del fatto che sinche' non ne sia del
tutto convinto, non potra' servirgli a niente: e solo per
cio', noi ci arroghiamo il diritto di ricacciarlo ogni volta
indietro. Ed e' sempre piu' dubbioso e sempre meno
scettico, pero' non si abbandona. E' molto forte ma lo
sfibreremo: dovessimo riportarlo all'inizio anche altre
mille volte! E che dunque sia proprio cosi' come ho detto,
sia questa volta, sia tutte le precedenti volte.