DADA7 - RACCONTI

"LUGLIO"

by Jacqueline Onditi Ottobre. C'e' un senso di quiete ed inevitabile decadenza in ottobre, di cose che finiscono, di tempo che volge al suo scadere. Ottobre non ha una fisionomia propria, e' un passaggio, un lungo momento di transito. A settembre ci si sposa, a settembre si vendemmia, a settembre il cielo e' azzurro e terso, al mattino fa freddo ma le giornate sono ancora tiepide e piacevoli. In novembre cala la nebbia, il freddo si fa piu' intenso, si pensa gia' alla stagione dell'inverno e si incomincia ad assaporare il calore psicologico che scaccia il freddo esteriore. Vendono le caldarroste per la via, la gente si imbacucca nei cappotti, le giornate sono corte, ma al tramonto le vie si illuminano. A ottobre niente di tutto questo. E' troppo di mezzo, non fa ancora freddo, ma non fa piu' caldo, le giornate si accorciano, ma le sere non si allungano, il cielo non e' piu' azzurro, ma non ancora grigio, resta di un indefinito colore giallo e sembra che aspetti. A ottobre sembra che tutta la natura alzi la testa dalle sue faccende ed aspetti. Aspetti cosa? Non lo so. Ottobre e' misterioso nella sua attesa, ognuno in questo mese aspetta una cosa segreta e personale, con letizia o con trepidazione ottobre aspetta. Ora mentre guido sto pensando mio malgrado. E' sera, il cielo e' striato di rosso e di nero, vedo scintillare per qualche momento il sole sulla carlinga di un aereo, in alto sopra di me. Sono ferma ad un semaforo, aspetto che venga il verde (aspetto) e parto. Sono andata in ufficio lo stesso oggi pomeriggio. Meglio cosi', in ufficio non devo parlare con nessuno e tengo la mente occupato. Ora pero sono fuori. Quella cosa malefica e' li' sul sedile di fianco a me, il mio nome stampato sopra in nero, Teresa M. (ho sempre pensato di cambiare quel nome, disconoscere mio padre come lui ha fatto con me) il suo cupo contentuo nascosto dietro l'innocua facciata di una cartelletta rosa. Vorrei poter andare a luglio, avrei piu' tempo, tempo per non pensare, e' ottobre, sto aspettando, sto aspettando di... Verra'. L'infermiera si avvicina, vuole spostare la mia sedia dalla finestra, ma io non voglio. Verra' e mi alzero' per andargli incontro. Forse dovrei farmi bella, pero' non so dove ho messo i trucchi e sono troppo stanca per andarli a cercare. Dopotutto lui mi ha sempre detto che sono un fiore, non ho bisogno di ornamentarmi. "Non ti servono questi," mi diceva, togliendomi di mano il rossetto e il fard. "Sei un fiore." "Adesso andiamo a mangiare Signora M." L'infermiera prende la mia carrozzella e mi avvia verso la sala da pranzo. Non capisce che non posso staccarmi dalla finestra. Finche ero nella nostra casa potevo restare dentro ad aspettare, lui sapeva dove trovarmi e poi c'era sempre Rita che giocava fuori, lei lo avrebbe visto e lo avrebbe chiamato nel caso non si fosse accorto di noi. Teresa era gia' andata via o era ancora li? Non mi ricordo, perche' e' cosi' difficile ricordare le cose? Qui nessuno gioca fuori, anche perche' e' un gelido gennaio e cumuli di neve ghiacciata ricoprono il marciapiede e l'aiuola di la della strada. Non voglio allontanarmi dalla finestra. Cerco di alzare la mano ma e' uno sforzo troppo grande. Cerco di spiegare, allora, perche' devo restare la', devo tenere d'occhio la strada, lui potrebbe passare di li' e lo perderei. Devo dirlo all'infermiera, ma le parole non vengono, sorgono invece lacrime che non riesco a fermare. "Suvvia Signora M. non faccia cosi'." mi consola l'infermiera, ma il suo tono e' sbrigativo, i suoi occhi guardano altrove. "Sono stanca," riesco finalmente a dire. Cosa ne sa questa infermiera superefficiente della stanchezza che mi schiaccia, questo immenso peso sul corpo e sull'anima che a malapena mi lascia respirare? Aspettarlo ogni notte e ogni giorno, cercare nel contempo di allevare due figlie che non volevano piu' saperne di lui. "E' un vigliacco, mamma," gridava Teresa "Non tornera'!" Bugiarda. Nemmeno Rita capiva. Lei non insisteva per togliermi dalla finestra, faceva di tutto per non distrarmi, ma aspettava con paziente ansia che io smettessi di aspettare. La sua pazienza mi ha logorato non meno dell'insofferenza di Teresa, come sua sorella anche lei ha colpa per aver fiaccato la mia volonta'. Ho dovuto rinunciare a loro per aspettare lui, capiranno un giorno che ero troppo stanca per fare diversamente. L'infermiera non vuole capire che devo aspettare, non posso perdere di vista la strada. Se lui viene e io non ci sono, andra' oltre e non mi trovera' mai piu'. Forse sta passando in questo momento e io non sono la, non lo vedro', non potro' chiamarlo a me. Penso al suo nome e penso a quando lo diro', e mi alzero' e gli andro' incontro e lui mi abbraccera' e mi dira' "Sei un fiore." Come a luglio. Devo aspettare... Mi sdraio sul letto e cerco di pensare ad altro. E' difficile con tutto il chiasso che stanno facendo in corridoio, con i bambini che schiamazzano e la suora che cerca di richiamarli all'ordine. Se ho fortuna non si accorgeranno che non sono con gli altri e potro' restare qui da sola. Mi tiro su e guardo fuori dalla finestra. E' aprile ma non c'e' niente fuori che me lo dica. Solo uno squallido cortile in cemento circondato da uno squallido muro in cemento e un cielo che e' grigio non di nuvole ma di smog. Andro' mai via da qui? La suora sorride con compassione. "Sei gia' grande, Rita, e' difficile che ti portino via, lo so che non e' un bel posto, abbiamo tentato tante volte di farci trasferire, vorremmo una casa con un bel giardino attorno, ma vedrai che le cose andranno meglio, basta solo aver un po' di pazienza, e confidare in Dio." Allora aspetto. Non e' giusto che mi abbiano lasciata qui da sola. Potevano aver cura di me. Mamma era stanca, ma poteva alzarsi, doveva alzarsi. Potevo fare tante cose da sola, sapevo fare da mangiare, sapevo pulire la casa. Doveva solo alzarsi quando vennero quegli uomini e saremmo ancora li'. Ma lei non si alzo'. Si dondolava sulla sedia e guardava fissa davanti e non rispondeva alle loro domande. E quando se ne andarono i suoi occhi si riempirono di lacrime e lei disse, "sono stanca." Gli uomini tornarono e la portarono via, ed una donna che era con loro mi porto' qui. Cercarono Teresa, ma non la trovarono, era da tanto che se n'era andata. "Diventero' come la mamma se resto qui," mi disse. E scappo' anche lei, e mi lascio'. Non so se glielo perdonero'. Io ero piccola, sono ancora piccola anche se la suora dice di no. Non dovrei essere qui, dovrei essere in luglio. Invece mi ricorico e aspetto che... Morire. Non ho ancora vissuto e devo gia' morire. Ora sono a casa, continuo a pensare. La telefonata di questa mattina, "Signorina M. abbiamo i risultati dei suoi esami, potrebbe passare verso le tre per favore?" Mi ha dato la cartella e mi ha spiegato, le parole affiorano ora, sulle prime in maniera disordinata, poi con crescente precisione ...linfomatosi... doveva rivolgersi a noi prima...metastasi estese...un anno, forse meno...deve essere forte...terapia ma...guardare in faccia la realta'. Mi hanno chiesto se avevo parenti. Ho negato. So che la mamma fini' in un manicomio e Rita in un orfanotrofio. Le ho abbandonate quando avevano bisogno di me, non andro' a cercarle ora perche' ho bisogno io di loro. Anche perche' non mi possono aiutare in nessun modo. Nessuno puo' piu'. Mi hanno parlato si' di terapie d'urto, ma me le hanno sconsigliate. "Le possibilita' di sconfiggere il suo cancro a questo punto sono tanto esigue da essere praticamente nulle. Il mio consiglio Signorina, e' di vivere la sua vita al pieno finche ne ha le forze. Quest'ospedale non crede nell'accanimento terapeutico, noi cerchiamo, specialmente in questi casi, di migliorare la vita, piuttosto che prolungare la morte. Non mi fraintenda, non le sto dicendo che ci laviamo le mani di lei, tutt'altro. Lei e' libera, anzi, ha il dovere di consultare un altro specialista. Sono convinto pero' che le dira' cio' che le sto dicendo io. Che il suo tumore e' troppo esteso e troppo avanzato per potere essere curato, che gli effetti collaterali legati ad una terapia d'urto non farebbero che rendere il suo tempo rimanente piu' triste. Se fossi al suo posto, Signorina mi godrei con la massima serenita' possibile il tempo che mi resta. Quest'ospedale sta seguendo con molto interesse i recenti progressi fatti nella terapia del dolore, e credo che lei potra' restare fisicamente abile, e priva di dolore fino quasi all'ultimo. So quanto puo' essere tremendo per una ragazza della sua eta' sentirsi dire questa cose, ma questa e' la realta' dei fatti. Il meglio in cui puo' sperare e' di morire senza male nel suo letto a casa, circondata dalle persone che ama." A questo punto il medico mi aveva chiesto della mia famiglia. "Lei dunque e' sola. Non si stacchi da gli amici, allora, non si vergogni di cercare sostegno ovunque puo'. E non si preoccupi, da noi potra' trovare anche degli psicologi specializzati che le aiuteranno ad affrontare al meglio questa terribile situazione. " Forse faro' tutte queste cose sagge, ed equilibrate, e rassegnate. O forse mi buttero' sul letto e restero' qui ad aspettare. Non so ancora. Mi siedo. In cucina attorno a me il silenzio. Mi sento tanto stanca, improvvisamente stanca, ogni mia energia mi ha lasciato, non serve piu' a nulla che io mi affanni. Forse si senti' cosi' mia madre. L'ho lasciata poco dopo che mio padre scappo' perche' lei era caduta in uno stato depressivo profondo, e nulla la smuoveva piu'. Si sedeva sulla sedia a dondolo e si dondolava, mattina, pomeriggio e sera. Io tornavo dal lavoro, Rita tornava da scuola e lei diceva, "andate a prendere qualcosa da mangiare ragazze." Alzava la mano per indicare la porta, ma non indicava niente, alzava la mano e poi la lasciava cadere. E Rita diceva "Vieni con noi mamma, dai," ma lei scuoteva la testa e diceva, "sono stanca." Quanto tempo e' durata questa situazione? Mesi, prima che me ne andai. E qualche mese ancora dopo. Mia madre aveva una pensione per fortuna. Ma alla banca si insospettirono quando io smisi di andarci per il ritiro mensile e prese ad andarci Rita. Devono essere stati loro ad avvertire l'assistenza sociale. Quando l'ho saputo ho fatto perdere le mie tracce molto in fretta. Un nuovo inizio, da sola. Non potevo essere utile a loro, ne loro a me. Via dalle tristezze, via da mia madre a cui non importavo piu', via da Rita, responsabilita' gravosa, responsabilita' non mia. L'unica cosa che rimpiango e' l'estate, il mese di luglio quando c'era tempo per tutto. Le lunghe lunghe giornate, le fresche nuotate nel fiume, le passeggiate sotto i portici la sera, io e le mie amiche nei nostri vestitini corti a farci guardare dai ragazzi. L'estate dei miei diciotto anni, il mio compleanno in riva al fiume con le angurie a mollo tra i sassi. Quando hai diciotto anni ti sembra di essere immortale, tutto puo' cambiare e cambiera' solo in meglio. A luglio non pensi che a vivere, ogni sapore, ogni colore, ogni rumore e odore e' intenso ed inebriante, ogni atomo di tempo e' infinito in potenza ed in essenza. In agosto mio padre scappo', e tutto fini'. L'ora del pranzo e' sempre troppo lungo, non possono immaginare quanto smanio per tornare alla finestra. Sta passando di li' il dottore, mi sorride e chiede "Come andiamo oggi, Signora M?" L'infermiera sbuffa e dice, "Non cambia mai, non vuole mangiare, piange con ogni cucchiaiata e cerca di guardare fuori." Il dottore scuote la testa. Oggi l'infermiera e' di cattivo umore, e si lamenta. Sono cose che ha gia' detto molte volte, e parla come se io non potessi sentirla. "Non capisco, va bene che il marito l'ha lasciata, ma ridursi cosi'... Lei ha visto la figlia, la piccola... insomma non ha il minimo senso di responsabilita'? Almeno per amore delle figlie doveva reagire!" Lo so che dovevo, mi fa male pensarci, e io ci penso alle mie figlie. Non avrei voluto, ma ero troppo stanca, davvero non potevo piu' occuparmi di loro. Il dottore sta parlando, e anche lui ripete cose che ho gia' sentito. "Il marito l'ha lasciata che lei era in esaurimento nervoso gia' da mesi. Era gia' fragile e si e' spezzata. Abbiamo tutti un punto di rottura, alcuni sono solo piu' vulnerabili di altri. Non disprezzi mai la debolezza altrui Signorina." E' vero che sono debole. Non e' colpa mia. Penso al caldo luglio, mi chiamava fiore e mi portava fiori. Non era mai stato cosi' dolce e tenero quanto in quel meraviglioso mese. Teresa compiva diciotto anni, Rita ne aveva da poco compiuti undici. Uscivamo insieme tutta la famiglia alla domenica a mangiare il gelato. Rita ne era entusiasta, Teresa un po' meno, diceva di essere troppo grande per andare in giro con mamma e papa'. E le coccole, mi regalo' un anello come se fossimo di nuovo fidanzati. Lui faceva tutto questo per guarirmi. Come faccio a credere che all'improvviso se ne sia potuto andare? Senza una parola, senza una spiegazione? Per forza tornera', come potrebbe essere altrimenti? Teresa insiste che aveva un'altra, l'aveva sentito dire in paese, ma erano calunnie, dettate dall'invidia. Percio' devo aspettare. Percio' so che verra'. "Vengono a vederti!" La voce della suora e' trionfante, mi abbraccia d'impulso e sorride. "Oggi pomeriggio stesso. Volevano una bambina piccola dicevano, ma la Madre li ha convinti a considerare una ragazzina un po' piu' grande. "E allora mi vogliono?" Sta entrando anche la Madre Superiore, e scuote la testa. "Non siamo precipitosi," disse. "Rita queste due persone non hanno ancora nemmeno iniziato le procedure formali per poter ottenere un figlio in adozione, per ora stanno solo considerando l'idea e cercando una bambina con cui pensano di poter andare d'accordo. Non sono giovani, per questo ho suggerito loro che adottando un bambino piu' grande si sarebbero trovati meglio e avrebbero trovato meno ostacoli burocratici. Ma non ti hanno ancora scelta, bambina, e questo non e' l'unico istituto che visiteranno." Resto spaesata. Esultare? Non posso. Ho paura adesso, e penso che non voglio vederli, non voglio vederli se poi mi diranno di no. "Quando uno ha un bambino suo non lo puo' scegliere," protesto. "Perche' non possono prendermi senza avermi visto? Se devo essere un figlia, perche' non posso essere una sorpresa come i figli veri?" La superiora scuote la testa. "Tu sarai sempre figlia di tua madre e tuo padre," mi spiega. E' una donna gentile, ha molti bambini da curare ma ci conosce uno per uno e ci vuole bene. Ho letto Oliver Twist, quando mi hanno portato via da mia madre temevo di finire come lui. Ho fatto incubi terribili per mesi, anche quando ho scoperto che la realta' era diversa. "Le persone che ti adotteranno non prenderanno mai il posto dei tuoi veri genitori, perche tu li hai conosciuti e hai vissuto con loro per molti anni. E allora devono essere disposti ad accettare tutto quello che dai tuoi veri genitori tu hai preso ed appreso. Non e' una cosa facile entrare in una nuova famiglia alla tua eta', e non e' una cosa facile per due genitori pensare che loro figlia e' anche figlia di altri." Capisco. Ma questo non rendera' piu' facile la mia attesa. La Superiora esce, la suorina dietro di lei. Penso, non a oggi pomeriggio. Scappo verso luglio, il caldo, caldo mese di luglio. Corro a perdifiato nei campi di grano, corro e corro, il cuore mi batte nel petto, nella gola, nelle orecchie. Quando ero piu' piccola, (ma sono ancora piccola) i campi di grano mi sembravano infiniti. Si stendevano attorno a me fino all'orizzonte, fino al limite estremo del mondo, e correvo a piu' non posso per attraversarli. Se correvo abbastanza forte sarei arrivata all'orlo del mondo e mi sarei lanciata al di la. E allora avrei avuto solo un istante per esclamare di stupore alla vista dello spazio stellare e lo stesso sospiro di meraviglia mi si sarebbe congelato sulle labbra, il sudore mi si sarebbe congelato sulla fronte e sarei diventata per sempre un piccolo e sbalordito ufo vagante per il cielo. Corro e corro, ma la forza di gravita' mi trattiene, il campo di grano finisce in un canale di scolo. E' ora e' luglio, e sono alla fine davvero. Sono contenta di aver vissuto un altro compleanno, sono andata a mangiare l'anguria in riva al fiume con il mio gruppo di terapia dell'ospedale. Poi sono stata male e mi hanno portato qui. Penso a mia madre e a Rita, sono stata egoista, ma non posso dispiacermene. Sono belle anche le notti d'estate, i grandi cieli stellati, le costellazioni che ruotano maestose nel firmamento. Andro' li' e forse tutto sara' perdonato. Ed e' luglio, mi sento fremere. Anche l'infermiera se ne accorge, tocca il braccio del dottore e commenta, "Guarda, sorride." Certo che sorrido. Sento il profumo dei fiori che mi portavo, se chiudo gli occhi sento l'odore del grano maturo, sento nelle narici e nella gola la polvere che si levava dai campi dove quella notte ci sdraiammo a contare le stelle. Verra', sento quasi i suoi passi, verra'. Luglio, un mese intero a casa dei G. Un affidamento temporaneo, ma loro sperano che diventi permanente. Dobbiamo fare bella figura con l'assistente sociale, mi sussurra la Signora G. Dovrei chiamarla Clara, ma per il momento mi sento troppo timida. Abitano in citta' e non ci sono campi di grano, ma hanno una casa con un giardino, e un altalena. Sono grande per le altalene, mi dice la suora, ma la Signora G. ride e dice, "non ha ancora finito con l'infanzia, e noi non abbiamo fretta." Non potro' correre, ma posso volare.