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"ALL'UOMO, ALL'UOMO"

di Vittorio Curtoni La situazione di base e' sempre la stessa. Dopo anni, decenni, di pratica, sono giunto ad attribuirle un nome scientifico: sindrome del fifty-fifty. Meta' buono, meta' cattivo. Meta' luce, meta' buio. Meta' positivo, meta' negativo. Una comoda suddivisione in due parti della psiche umana che di certo non collima con le teorie psicanalitiche, ma le scavalca in un impeto onnicomprensivo. Tutta quanta la narrativa fantastica, e il cinema che le e' venuto al seguito, poggiano su questa sindrome. Due sono le vite, diurna e notturna, del vampiro; due le facce che un uomo sopraffatto da qualche invasore alieno puo' presentare a chi lo conosce; e due, per venire al nostro caso, le personalita' di chi cada vittima della licantropia. Il licantropo, o uomo lupo (werewolf, nella dolcissima espressione inglese; dove wolf sta, ovviamente, per lupo, mentre wer e' un termine arcaico per man, uomo), e' primo cugino, se non fratello, del Mister Hyde di Robert Louis Stevenson. Un frammento incrinato, slabbrato, del vivere civile, del rispetto delle regole, della compostezza. Dategli una notte di luna piena, e non si conterra' piu'... Anche se nella vita di tutti i giorni fosse un onesto impiegato, un onesto giornalista, magari addirittura un onesto sindacalista. E chi puo' saperlo? Lui, certo, no. Perche' queste frantumazioni della coscienza sono inconsapevoli. Sicche' il dottor Jekyll si tramutera' in Hyde senza rendersene conto; e chiunque sia stato morso da un licantropo diventera' a sua volta lupo mannaro; eccetera. Lo scisma, la spaccatura in due zone nette, viene determinato a priori, con un grado variabile di piacere: alto, ad esempio, nel caso del vampiro, e invece bassissimo nel caso del forzato adepto della setta dei licantropi (solo a causa dei sensi di colpa imposti dai nostri retaggi culturali, ovviamente, se no non ci sarebbe motivo di lamentarsi). Pero', attenzione: come il dottor Jekyll va scientemente in cerca del proprio fato, elaborando il diabolico intruglio che lo tramutera' in Hyde, e' anche possibile che qualcuno si affidi ad antichi compendi di magia, "grimoires" e affini, per rivestirsi della coriacea pelle del licantropo. Le istruzioni non mancano, e solitamente sono tra le piu' bizzarre: ad esempio, mangiare il cervello di un normalissimo lupo, oppure bere l'acqua che si raccoglie nelle impronte lasciate sul terreno da un lupo, o ancora preparare pozioni a base di svariati componenti (uno dei quali, secondo una di queste antiche ricette, sarebbe la cicuta; e qui corre l'obbligo di raccomandare cautela nelle dosi...). Eseguita una di queste mistiche operazioni, l'uomo che desideri far spuntare in superficie la componente piu' ferina del proprio essere si trovera' tramutato in lupo; e potra' serenamente godere del gusto del sangue, massimo comun denominatore che si ripete puntualmente nei miti di metamorfosi elaborati dalla nostra specie. La memoria puo' anche tradirmi, ma per quanto mi sia sforzato di ripensare a film e romanzi dedicati alla figura del lupo mannaro, ho trovato solo esempi in cui la trasformazione e' subita, non voluta. Segno che il mito, una volta entrato nella fase di elaborazione culturale, si e' assoggettato alla regola della passivita', o se vogliamo del masochismo: l'indimenticabile Larry Talbot interpretato da Lon Chaney Jr. era un licantropo involontario, un uomo segnato da una maledizione; come, in anni piu' recenti, era del tutto non voluta la metamorfosi del piu' celebre licantropo del cinema contemporaneo, il giovane protagonista di "Un lupo mannaro americano a Londra" di John Landis. L'eterna maledizione, dunque. Un po' imbalsamata, un po' vecchiotta, all'insegna dell'io-ti-mordo-e-cosi' -diventi-mannaro-anche-tu... In effetti, a ben scrutare l'orizzonte del fantastico, si ha l'impressione che alcuni miti siano piu' fossilizzati di altri, almeno a livello di partenza; e che, per rivitalizzarli, sia necessaria l'inventiva di un autore capace di nuove variazioni sul tema. Magari intrecciando ribellione giovanile, zombismo, e incredulita' della serafica borghesia inglese come nel film di Landis; oppure ipotizzando una stirpe di creature che non sono uomini mutati in lupo, ne' lupi normali, ma Wolfen, cioe' lupi intelligenti, veloci come il pensiero, spazzini dei rifiuti (umani) della grande metropoli contemporanea, il che accade nel romanzo di Whitley Strieber e nel bellissimo film di Michael Wadleigh (film che in Italia, in sacrosanto omaggio a chissa' quali idiote leggi di mercato, e' stato distribuito solo su cassetta). Ma, almeno a quanto mi risulta, la variante piu' originale, innovativa e rivoluzionaria su questo tema e' quella elaborata da S.P. Somtow nel romanzo "La danza della Luna": una storia ambientata sul finire del secolo scorso, nel Dakota, all'epoca della grande corsa alla colonizzazione del Far West americano. Somtow e' riuscito a cogliere il nocciolo della questione con estrema essenzialita', senza per questo sminuire la portata fantastica del tema. Da un lato troviamo i licantropi indiani, antichi abitanti di quelle terre, che hanno con la vittima un rapporto quasi mistico, istintivo, telepatico; dall'altro lato, i licantropi europei (che hanno come consulente Sigmund Freud!), freddi, acculturati, e fondamentalmente sadici nel loro gusto per la caccia alla preda umana. L'inevitabile scontro si chiudera' su una disfatta per entrambe le parti, e tutto sara' rimandato nel tempo, a molto dopo l'epopea del West... Sono convinto che questo sia, a modo suo, un romanzo terminale (personalmente l'ho definito il "Via col vento" dei licantropi) proprio perche' espone la sostanza del mito in termini netti. E la vera essenza del problema e' questa: se un uomo vuole, o e' costretto a, trasformarsi in lupo (o vampiro, mummia immortale, misterhyde, alien, eccetera), puo' tenere conto delle proprie coordinate culturali, o non saranno queste stesse coordinate a fare di lui un licantropo (vampiro etc.) scadente e potenzialmente sadico? La risposta e' un inevitabile si'. Per essere uomini lupo davvero in gamba bisogna spogliarsi completamente, al momento della trasformazione, di ogni residuo culturale umano e abbracciare in toto la ferinita' dell'animale; e quando si rientra nei panni dell'uomo, bisogna invece saper conservare almeno una parte della natura ferina, per guardare il mondo con una consapevolezza molto piu' primitiva, diretta, concreta. Sanamente animale. In questi anni si parla moltissimo, a proposito e a sproposito, di ecologia. Il mito del licantropo ci ricorda, con le sue immagini virulente, una verita' che non sempre viene recepita o accettata senza discussioni: anche la cultura puo' essere inquinante, se interviene a modificare uno stato naturale di equilibrio, fosse anche il piu' feroce. La cultura puo' essere un fastidioso rumore di fondo che spezza l'armonia dei ritmi dell'universo, impedendoci di gustare in pieno la musica che ci scorre attorno. La musica del sangue che sgorga dalla gola voracemente straziata della vittima del werewolf.