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"TRASH SCIENCE-FICTION MOVIES"

by Valerio Evangelisti (La prima parte e' su DADA 6) E VENNE IL GIORNO DEI MOSTRI DA SPIAGGIA Esistono pellicole che racchiudono nei loro fotogrammi il sapore di un'epoca, e talora persino di una civilta'. E' sicuramente il caso di un film di fantascienza del 1964, The Horror of Party Beach di Del Tenney, condensato impressionante di tutto il cinema-spazzatura americano di quegli anni, dalle storie di motociclisti ai mostri di cartapesta (in questo caso pero' di stracci), dalla delinquenza minorile ai musicals da due soldi. Opera, dunque, che merita una sorta di religioso rispetto (cosi' come la sua spudorata imitazione Monster from the Surf, girata da Jon Hall nel 1965), anche perche' di una bruttezza talmente sconcertante da sfociare nel surrealismo inconsapevole. Due parole sul regista, non piu' attivo e forse per questo per nulla imbarazzato di essere ricordato come autore di bidoni innominabili. I film di Del Tenney sono quattro in tutto, e i loro titoli dovrebbero suscitare nel lettore di "Urania" un particolare solletico. A parte il nostro Horror of... troviamo infatti Psychomania (1963), The Curse of the Living Corpse (1964) e I Eat your Skin, noto anche come Invasion of the Zombies, Voodoo Blood Bath o Caribbean Adventure (1971). Va detto, per sincerita', che questi film non eccellono in bruttezza (e certo non in bellezza). Mi limitero' dunque a citare gli "strilli" pubblicitari del piu' notevole tra essi, Psychomania: "Un assassino pazzo per le ragazze incede per l'universita'! Quale ragazza sara' la prossima vittima?". Segue la descrizione (con foto) delle tre poverine minacciate: "La selvaggia studentessa di scuola mista: va pazza per ogni uomo!", "La bella ragazza: innocente nelle vie dell'amore!", "La modella: per lei posare e' un eccitante stile di vita!". Non riesco a immaginare il pazzo di sesso maschile che, letti annunci del genere, non si sia precipitato a vedere Psychomania (specie per la "selvaggia studentessa di scuola mista"!). Ma veniamo a Horror of Party Beach. Il film si inserisce in un filone interessante e succulento. Se gli anni '50 avevano visto prevalere sugli schermi americani la figura del giovane ribelle in giacca di cuoio, alla Marlon Brando o alla James Dean, il periodo immediatamente successivo assiste all'affermazione di un modello giovanile molto differente, in coincidenza con una forte ripresa economica. La trasgressione cede il posto a una tollerabile disobbedienza, la rivolta a una critica blanda e assennata (esattamente come accade ai giorni nostri). Ecco apparire film in cui al teddy boy perennemente ingrugnito succede lo studente di buona famiglia, che nel party, nel rock'n roll e negli amori in vacanza scopre una dissidenza dai contorni circoscritti e dai precisi limiti anagrafici. La pellicola capostipite e' Beach Party, del 1963, tutta permeata dal nuovo look - bikini, spiagge, hula, decorazioni floreali - diffusosi dopo l'ingresso delle Hawaii negli Stati Uniti. Ne seguono in poco tempo decine di altre, imperniate su amori leziosi di adolescenti leziosi in lezioso contesto marino. Per fortuna, una legione di mostri e' in agguato, e spia cio' che avviene nelle localita' balneari con occhi famelici. No, non si tratta di extraterrestri. Sono i registi del cinema fantastico pezzente e scombinato, alla ricerca di soggetti a buon mercato utili a fare un po' di quattrini, e poter cosi' acquistare nuova pellicola. L'avvisaglia del pericolo che incombe sui beach boys si ha con Pajama Party di Don Weis (1964), in cui il marziano Go-Go piomba tra i surfisti californiani per preparare un'invasione. Ma la catastrofe vera e propria capita subito dopo, quando esplode, per l'appunto, Horror of Party Beach. Secondo quanto ha narrato il regista Del Tenney a Tom Weaver (autore dell'insostituibile volume Interviews with B Science Fiction and Horror Movie Makers), il soggetto originale doveva riguardare la trasformazione di un pesce in un uomo - "l'uomo del futuro" - per via della contaminazione nucleare. Poi la moda dei film da spiaggia suggeri' di realizzare il primo horror da spiaggia, con una storia ancora piu' balzana di quella concepita inizialmente. Abbiamo cosi' un gruppo di teen-agers stile Ambra che si dimenano sul bordo del mare, al ritmo della canzone "The Zombie Stomp", cantata dal complessino dei Del-Aires. Ma ecco che la polluzione atomica trasforma dei teschi, che giacevano sott'acqua (chissa' a chi erano appartenuti), in orribili mostri. Orribili, va detto, soprattutto agli occhi di uno stilista di moda. Se la testa e' infatti un comune mascherone con una cresta al centro, il corpo, penosamente sbilenco, e' una cascata di stoffa a brandelli, che forse vorrebbe suggerire l'idea di un ammasso di alghe, e invece suggerisce quella di un robivecchi caduto in una discarica. Mentre la gioventu' bruciata se la spassa sulla spiaggia, una ragazza piu' bruciata degli altri (forse selvaggia studentessa di scuola mista) improvvisa uno strip tease a beneficio di una turbolenta gang di motociclisti che imperversa nei paraggi. I mostri, si sa, sono moralisti e non tollerano i facili costumi (vedansi le serie Nightmare e Venerdi' 13). Una creatura di stracci emerge dal mare con gran spreco di schiuma e uccide la fanciulla poco seria. E' l'inizio di una strage: una alla volta, tutte le adolescenti presenti al party cadono vittime degli uomini- pesce. Ma cio' non accade tutto di seguito. Per accrescere la suspence, l'azione e' spesso interrotta da corse in macchina, ulteriori esibizioni dei Del-Aires e gare di surf, come si conviene alla serie Z. Per farla breve, capita che una donzella versi per caso una tazza di sodio addosso a uno dei mostri (sarebbe bene avere sempre una tazza di sodio con se', per far fronte agli imprevisti). La creatura fa un gran fumo e si disintegra. A questo punto la via della riscossa e' segnata: inaffiati di sodio, tutti i mostri si dissolvono e i teen-agers possono tornare a dimenarsi al ritmo di "The Zombie Stomp". Per risparmiare sui costi di casting, Del Tenney ebbe una trovata apparentemente brillante: con alcune casse di birra assoldo' una gang di teppisti in motocicletta di Stamford, Connecticut, denominata "The Charter Oaks", per impersonare i cattivi della storia. Ma i motociclisti erano cattivi davvero. Nel mezzo di una ripresa uno della gang, per mettersi in mostra, fece cadere il capobanda e scateno' una rissa colossale, con inseguimenti in moto e speronamenti a catena. L'astuto Tenney avrebbe forse ripreso tutto quanto, sennonche' uno dei teppisti travolse la macchina da presa e chi le stava dietro. L'attore principale fini' all'ospedale in gravi condizioni, gravando il budget miserabile del film di una spesa imprevista. Per fortuna, i giovani americani presero d'assedio i drive-ins che proiettavano Horror of Party Beach, e Tenney pote' intascare un discreto gruzzoletto. Dopo avere visto Horror of Party Beach, uno penserebbe di avere visto tutto. Non e' cosi'. Solo un anno dopo dalle acque ribollenti della costa californiana emergeva sbuffando un nuovo mostro coperto di stracci, a disturbare l'ennesimo party sulla spiaggia (ma forse si trattava dello stesso party che non si era mai interrotto). Era Monster from the Surf , un film letteralmente inguardabile diretto dall'attore Jon Hall, qui nella parte della creatura acquatica. L'aspetto e' lo stesso degli uomini-pesce del film precedente, ma con tre variazioni: 1) il mostro e' uno solo; 2) il consueto costume cencioso e' arricchito da due occhi ricavati da palle di ping pong, su cui sono state disegnate le pupille (come fece Petrolini in occasione di una sua famosa filastrocca teatrale), nonche' da un muso di porco; 3) non e' un vero mostro marino, bensi' un costume indossato dall'assassino per rendere piu' pittoreschi i suoi delitti, e farli passare inosservati. E' infatti la storia dell'oceanografo Otto, che insanguina i festini sulla spiaggia per motivi noti solo a lui, e finisce per uccidere la moglie Vicki (reduce probabilmente da una selvaggia scuola mista) quando la scopre intenta a sedurre un aitante giovanotto. La vicenda, pero', si esaurisce in venti minuti; gli ulteriori 50 minuti del film sono infatti riempiti con le prodezze di surfisti che sfidano giganteschi cavalloni, in una profetica anticipazione di Un giorno da leoni e di Point Break. Il tutto accompagnato da una colonna sonora che fa rimpiangere "The Zombie Stomp" dei Del-Aires. Perito Otto nell'incendio della sua macchina sembrava tutto finito. Ma ecco che le acque californiane ribolliscono nuovamente, e dagli abissi emerge, nella calda estate del 1966, Ghost in the Invisible Bikini di Don Weis, altrimenti detto Beach Party in a Haunted House. La penna dello storico pero' non regge davanti all'affiorare di tanta spazzatura, e cade rovesciando il calamaio. Una sola considerazione finale. I trash movies statunitensi degli anni Cinquanta e Sessanta saranno anche brutti, e nel caso di quelli citati in questo articolo addirittura orribili. Molto raramente pero' sono squallidi, come invece capita ad analoghe produzioni europee, noiose e cupe (penso a Jesus Franco, ad Aristide Massaccesi, al Jean Rollin minore). Circola in larga parte del cinema americano di serie Z un qualcosa di gioioso, di vitale, di genialoide, che apparenta queste produzioni sgangherate a spettacoli da circo. E poiche' l'origine del cinema e' il baraccone da fiera, nessuno riuscira' mai a espellere i film di rozzo artigianato dall'anima piu' intima della settima arte, e dalla felicita' che riesce a procurare. PHIL TUCKER E IL ROBOT IN PELLICCIA Quando si parla di cinema-spazzatura, a chi coltiva questa dolce perversione viene subito in mente un film di fantascienza cosi' sgangherato da poter essere considerato l'esempio piu' rappresentativo della specie. Mi riferisco naturalmente a Robot Monster (1953) di Phil Tucker, regista responsabile, due anni dopo, del quasi altrettanto scadente Cape Canaveral Monsters (1960). Per il resto la carriera di questo cineasta deceduto alcuni anni or sono, eroe della seconda guerra mondiale (ma nei film non si vede) e gran bevitore (questo si vede), conta generici bidoni come il giallo insulso Dance Hall Racket (1953), nonche' una serie di brevi pellicole per adulti tra cui Paris after Midnite (1950), che provoco' il fallimento del teatro dell'Hollywood Boulevard in cui veniva proiettata, malgrado la presenza della nota spogliarellista Tempest Storm L'apporto di Phil Tucker al cinema fantascientifico sembrerebbe dunque modesto, se non fosse che i suoi unici due film appartenenti al genere ebbero un impatto tale da forare il fondo della serie Z, e disperdersi nella realta' sottostante in cui vagano, assieme a rotoli di celluloide, ortaggi avariati e scarpe vecchie. Grazie a questa impresa, il suo nome non impallidira' facilmente. Ma veniamo alla genesi di Robot Monster. Ce la narra Wyatt Ordung, sceneggiatore del film (e l'autorevole "Fangoria", nel presentare l'intervista, pregusta lo stupore dei lettori nell'apprendere che un film del genere avesse anche una sceneggiatura). Dunque, un giorno Phil Tucker va da lui, in compagnia della moglie Francine, e gli propone un lavoro (Ordung godeva di una certa reputazione per avere scritto Monster from the Ocean Floor e Phantom from 10.000 Leagues). Si tratta di sceneggiare un film comico, intitolato Googie-Eyes, su un mostro dagli occhi a palla. Ordung manifesta qualche perplessita', e Tucker spiega meglio la sua trovata. Il mostro sara' alle prese con i pochi sopravvissuti alla catastrofe nucleare. Ordung replica che non trova l'idea particolarmente comica, e Francine annuisce con vigore: "E' dall'altra notte che cerco di farglielo capire!". Tucker pero' non si lascia smontare. D'improvviso esclama con enfasi: "Ro-Man!". "Cosa diavolo sarebbe un Ro-Man?" chiede Ordung. "L'abbreviazione di Robot-Man!" "E come sarebbe fatto?" "Non ne ho la minima idea." Il mostro dagli occhi a palla e' subito dimenticato, soppiantato dalla nuova trovata. Il Ro-Man puo' iniziare il suo vacillante cammino. A questo punto anche il lettore si chiedera' come sia fatto un Ro-Man. E' presto detto. Rivestite un attore di una pelliccia da gorilla, o comunque di qualcosa di peloso, e mettetegli in testa un casco da palombaro. Poi prendete l'antennina di una radio e fissatela sul casco. Otterrete cosi' un Ro-Man identico a quello di Robot Monster. Quanto agli accessori, uno di quei contenitori che si usano in campagna per irrorare le piante di verderame simulera' un'arma dal raggio calcificante, mentre un comune walkie- talkie residuato di guerra, posato su un tavolo da cucina, permettera' le necessarie comunicazioni intergalattiche. Per quanto riguarda la trama del film, lascio' sbalorditi per la sua scempiaggine anche gli spettatori abituati alle peggiori stranezze. Va precisato che la responsabilita' di Ordung nel misfatto e', a suo dire, solo parziale. Il produttore del film, Al Zimbalist, era creditore di una somma da parte di un tizio, un commerciante di mobili con velleita' di scrittura cinematografica. Zimbalist gli cancello' il debito a condizione che rimettesse mano alla sceneggiatura, gia' traballante. Il mobiliere si mise diligentemente al lavoro. Cio' che combino' e' presto riassunto. Siamo in un'epoca successiva all'olocausto nucleare, che deve essere stato davvero tremendo, perche' non ci sono piu' ne' case ne' citta' (il film fu interamente girato nel Bronson Canyon, presso Hollywood). L'umanita' e' ridotta a sei persone, gli Hu- Mans (notare la finezza). Si tratta di uno scienziato, di sua moglie, di due bambini bruttissimi e di un giovane e una ragazza. Su loro incombe Ro-Man, il robot peloso presumibilmente giunto dalla luna (che, come si sa, e' popolata da gorilla palombari). Ro-Man commette varie malefatte, tra cui lo strangolamento di uno dei bambini del professore (con grande sollievo della platea). Sta pero' per commettere la malefatta peggiore di tutte, e cioe' sfogare le sue voglie bestiali sulla moglie dello scienziato, quando dal walkie-talkie posato sul tavolo da cucina in mezzo al canyon arriva una chiamata. E' il Grande, cioe' il signore assoluto dei Ro-Mans di luna e dintorni, molto irritato per il comportamento poco civile del suo subalterno. Tanto irritato che scocca un potente raggio U (bisogna sempre stare molto attenti ai raggi U). A questo punto vediamo citta' in fiamme (che prima non c'erano), terremoti, distruzioni apocalittiche e persino una moria di dinosauri. Si tratta ovviamente di fotogrammi presi da altri film, e nello specifico da Volo su Marte e Sul sentiero dei mostri. Da notare che Robot Monster e' parzialmente a tre dimensioni, e dunque teoricamente visibile solo con quegli occhialini di cartone, con una lente verde e una rossa, che ricompaiono di tanto in tanto in occasione di pellicole particolarmente brutte (l'ultima che ricordo e' Lo squalo 3D) e che possono essere raccolti dai mucchietti che si formano all'ingresso dei cinema, gettati da spettatori che escono lamentandosi per il mal di testa. Lo speciale "tocco tuckeriano" si nota pero' in un dettaglio. Per imperizia nel maneggiare il 3D, l'effetto stereoscopico non riusci', lasciando allo spettatore due alternative: 1) non usare gli occhialini e vedere Robot Monster come un normale film bidimensionale, pero' con le immagini sfasate; 2) usare gli occhialini e godersi lo spettacolo sempre a due dimensioni, ma colorato a sinistra di rosso e a destra di verde (o viceversa), in una brillante anticipazione della psichedelia. La pellicola venne proiettata per una sola settimana in qualche cinema di provincia, tra le proteste del pubblico che voleva indietro i soldi del biglietto; poi spari' dalla circolazione, e con essa i compensi per chi vi aveva collaborato. Ma Tucker, implacabile, sentiva che il suo destino era nella fantascienza. Passarono sette anni ed ecco l'oscuro Cape Canaveral Monsters, in cui i mostri sono due terroristi morti nel tentativo di sabotare la famosa base spaziale e riportati in vita dopo essere stati "energizzati". Ma quasi tutta la pellicola e' fatta di spezzoni di documentari della NASA, mentre la colonna sonora - ci informa Donald C. Willis, autore della piu' esaustiva enciclopedia del cinema horror e di fantascienza - e' forse la peggiore della storia. Vale la pena ricordare film del genere? Io non ho dubbi: si'. Rappresentano un'epoca felice in cui anche un disgraziato come Phil Tucker poteva improvvisarsi regista, e un commerciante di mobili scrivere una sceneggiatura che non stava ne' in cielo ne' in terra. Il belga Jean-Pierre Bouyxou, nel suo bellissimo La science fiction au cine'ma, ha giustamente puntato il dito sul guaio combinato da Kubrick con 2001 Odissea nello spazio. Si', certo quel film ha nobilitato tutta la fantascienza cinematografica e mandato in solluchero critici sussiegosi, che fino a quel momento avevano odiato la sf con tutte le loro forze. Ma ha anche fatto sparire dagli schermi dischi volanti e piante cannibali, topiragno assassini e lucertoloni affamati, uomini talpa e formiche giganti. Da quel momento il cinema fantastico ha perso un po' della sua anima delirante. Volete mettere il balordo e pulcioso Ro-man col gelido HAL kubrickiano? Se davvero preferite il secondo, vi meritate Johnny Mnemonic, e buon pro vi faccia. E' tutto, per ora. A chi fosse interessato al cinema- schifezza, raccomando caldamente la lettura della prima guida italiana dedicata al tema: Cap. Sensibol's "Trash Cinema", Tunnel Edizioni, Bologna 1996. * Per contatti, info e/o suggerimenti l'autore e' contattabile al seguente indirizzo: eymerich@mbox.vol.it*