DADA6 - RACCONTI

RACCONTI

by Francesca Vigano'


SUSSURRI NEL VENTO
MORIRE IN SILENZIO
MILLE E...NON PIU' MILLE?


SUSSURRI NEL VENTO Djhan smonto' da cavallo, non lo faceva piu' in modo fluido, la ferita alla gamba lo costringeva infatti ad un'andatura leggermente claudicante e avrebbe di gran lunga preferito restarsene comodamente seduto in poltrona davanti al camino piuttosto che affrontare il viaggio che aveva di poco intrapreso. Era perfettamente convinto che anche Jireff, il suo destriero, detestasse quel caldo opprimente e quella maledetta sabbia che si insinuava ovunque; per completare l'opera, quel viaggio non era stata una sua scelta e questa era, forse, la cosa che lo faceva imbestialire di piu'. Il sole era alto, doveva essere ormai ora di fermarsi per mangiare ma Djhan non se accorse; era troppo impegnato a rimuginare sui motivi che lo avevano spinto a cacciarsi in quella maledetta impresa. Maledisse ad alta voce il Consiglio, erano tre giorni che lo faceva a ripetizione e il suo cavallo, che si era ormai abituato a questo rituale, procedeva a testa bassa preferendo la sabbia nelle froge ai mugugni del suo cavaliere nelle orecchie. -Maledetti loro e ancora di piu' quel figlio di puttana che mi ha beccato alla gamba! Se lo ritrovo e prima o poi lo ritrovo, giuro che gli faccio passare le pene dell'inferno, dovra' supplicarmi di ucciderlo, naturalmente se gli rimarra' ancora fiato per supplicare dopo quello che ho in mente di fargli!- Djhan abbasso' lo sguardo alla ferita che gli solcava la coscia destra, si era riaperta come era prevedibile che accadesse, ma mai e poi mai avrebbe acconsentito a fare quel viaggio su una lettiga come un invalido. Ripercorse con la mente i dieci giorni precedenti la sua missione: durante la carica della sua ultima battaglia uno schifoso omuncolo gli aveva trafitto una gamba con un pugnale avvelenato e solo grazie al suo cavallo era riuscito a tornare all'accampamento prima di perdere del tutto i sensi. Non era riuscito a colpire il suo assalitore, ma aveva il suo volto ben stampato nella mente e difficilmente avrebbe potuto dimenticarlo, almeno non fino a quando non l'avesse trovato e ringraziato nel migliore dei modi per quel regalino. Al suo risveglio si era trovato nel suo alloggiamento circondato da medici e consiglieri, gli avevano fasciato la gamba e considerando che non provava alcun dolore dovevano avergli somministrato una qualche pozione narcotica. Aveva trascorso quattro giorni a letto poi, con estrema cautela, aveva cominciato a camminare aiutandosi con un bastone; solo grazie alle sue capacita' di ripresa, dopo una sola settimana dallo scontro, era gia' in grado di camminare senza alcun aiuto e che i medici si prendessero pure tutto il merito. La mattina successiva, mentre passeggiava per i corridoi degli alloggiamenti militari, era stato avvicinato da due delle guardie del Consiglio che lo invitavano a presentarsi dinanzi ai sovrani ed ai consiglieri reali; aveva seguito i due uomini piu' per curiosita' che per reale interesse. Di norma n‚ la famiglia reale ne' tautomeno i consiglieri, che erano poi quelli che in realta' gestivano gli affari di stato, si erano mai interessati del popolo, meno che meno dei soldati, fossero anche stati generali di battaglione come lui era. Dilani, in realta', aveva avuto modo di presentarsi al Consiglio gia' due volte, prima per la sua nomina a generale, in seguito a causa di un duello nel quale aveva quasi ucciso il nipote di uno dei piu' influenti consiglieri reali, ma ora non riusciva a comprendere il motivo di quella chiamata. Percorrendo i lunghi corridoi che portavano alla reggia ricordo' che aveva continuato a rimuginare, non osando pensare che la causa della sua convocazione potesse essere un congedo permanente, non era piu' un ragazzino, questo era vero, ma nessuno oltre a lui era in grado di portare sempre il suo esercito alla vittoria risparmiando il maggior numero di vite possibile. Una volta entrato nella sala delle udienze era stato fatto accomodare su uno scranno e li' aveva atteso l'arrivo dei suoi interlocutori, fortunatamente l'attesa non si era protratta a lungo, di li' a poco, infatti, erano arrivati i sovrani seguiti dai silenziosi consiglieri. Dilani sorrise ricordando quanto simili a cornacchie gli fossero sembrati, il sorriso svani' di colpo pero' al ricordo di quell'incontro, quello che volevano era chiaro: doveva recarsi ai confini del regno per incontrare le popolazioni nomadi e richiedere, in veste di ambasciatore, di poter reclutare nuovi uomini; gli avevano offerto una scorta e un adeguato mezzo di trasporto, era infatti ben noto a tutti, queste erano state le esatte parole pronunciate dal re, il suo valore e la sua fedelta' e data la sua impossibilita' momentanea a prendere parte alle battaglie che si profilavano all'orizzonte, quale modo migliore di servire il suo regno che trovare giovani soldati che lui stesso avrebbe potuto addestrare? Quella era sicuramente la cosa peggiore che gli fosse mai capitata, lui generale valoroso che tutto era tranne che un diplomatico, rimosso dalla sua carica e inviato a fare un viaggio inutile; sapevano benissimo, come lo sapeva lui, che non avrebbe reclutato nessuno, non tra i nomadi, almeno; popolo strano, con strani costumi. Si raccontavano curisi episodi nelle lunghe e fredde notti delle campagne militari su di loro, non che lui vi avesse mai fatto troppo caso, fino ad ora; i veterani spesso prendevano in disparte qualche novellino e lo terrorizzavano raccontando che gli sciamani nomadi rapivano l'anima ai giovani soldati la notte prima della battaglia, trasformandoli in animali dalla figura orrenda. Il rituale era identico a quello che usava la sua balia quando lui si metteva a fare i capricci, lo intimidiva raccontandogli che uno sciamano nomade, trasformatosi in gufo, sarebbe arrivato a rubargli l'anima. Erano naturalmente tutte storie inventate per farlo stare buono e non vi aveva mai dato troppo credito, quello che invece lo aveva costretto a riflettere era il tono preoccupato con cui uno dei consiglieri piu' anziani gli aveva detto, avvicinandoglisi con cautela: -Stai molto attento alle popolazioni nomadi, generale, possono davvero intrappolare l'anima di un uomo dove piu' preferiscono!- Djhan rise amaramente, come aveva potuto anche solo per un momento sentirsi turbato? Lui sapeva per esperienza diretta che quando un uomo e' morto lo e' definitivamente, corpo e anima, se cosi' non fosse stato uno dei suoi migliori amici e compagni d'armi sarebbe stato li' con lui per accompagnarlo in quel viaggio assurdo. Mentre continuava a rimuginare sul suo crudele destino si accorse di essersi avvicinato ad un villaggio nomade di cui, prima, non aveva notato la presenza, cosa strana perche' si trovava in una zona pianeggiante e quindi avrebbe dovuto scorgere molto prima l'agglomerato di capanne. Per riflesso condizionato cerco' la spada che avrebbe dovuto trovarsi nel fodero accanto alla sella, non trovandola naturalmente; la sua missione di ambasciatore non gli consentiva di girare armato, impreco' sottovoce e fece per rimontare, quando si accorse che dietro di lui, seminascosto da una delle capanne coperte di frasche, si trovava un giovane nomade che lo osservava. Si giro' lentamente, con le mani ben in vista, per dimostrare di essere disarmato poi comincio' ad esprimersi con i suoni gutturali della lingua nomade: -Hayg, ruagh!- comincio' ma fu bruscamente interrotto dal ragazzo che nel frattempo gli si era avvicinato. -E' perfettamente inutile che cerchi di riprodurre esattamente i suoni della mia lingua, e' quasi impossibile per quelli che non fanno parte di una tribu', inoltre io comprendo e parlo correntemente la lingua comune del regno, non sforzarti dunque o ti procurerai solamente un gran mal di gola.- Djhan rimase sconcertato dalla facilita' con cui il giovane si esprimeva nella sua lingua e si chiese inoltre dove potesse averla appresa, infatti i nomadi erano barbari, non aveavno scuole e per nessuno di loro, neppure per i figli del capo era possibile allontanarsi dal villaggio per frequentare una scuola del regno. -Ambasciatore, non porti troppe domande inutili, mio padre e' stato uno dei pochi a presentarsi per i reclutamenti del vostro esercito ed ha imparato molte cose sulle vostre usanze e sul vostro modo di comunicare.- -Allora, ragazzo, visto che sembri conoscere le risposte alle mie domande senza che io le abbia formulate, dimmi cos'e' accaduto; se non mi sbaglio tu sei l'ultimo rimasto in questo villaggio, dove sono gli altri?- Il giovane dalla pelle scura lo fisso' per un attimo socchiudendo leggermente gli ochi poi, dopo alcuni secondi, riprese: -Se davvero vuoi conoscere cio' che e' accaduto qui seguimi, al sole c'e' troppo caldo, all'interno di una capanna staremo sicuramente meglio.- Djhan si volse per controllare che il suo cavallo non si allontanasse troppo poi segui' il ragazzo che era scomparso all'interno di una delle rozze costruzioni. L'oscurita' lo colse di sorpresa ma i suoi occhi non impiegarono molto tempo ad abituarvisi; il nomade, che era gia' seduto in terra, gli fece segno di accomodarsi su un mucchio di pelli accatastate.Djhan si sedette e con aria interrogativa attese l'inizio del racconto. Quando il ragazzo comincio' a parlare l'aria tremolo' leggermente e, al suo posto, apparve un uomo di mezza eta', cieco e vestito di stracci; Djhan ebbe un sussulto ma non si mosse. L'uomo prese a narrare cio' che era accaduto al suo villaggio: improvvisamente, sei mesi prima, la fonte si era prosciugata senza alcun motivo apparente; aveva sempre, infatti, fornito sufficiente acqua per ogni attivita' della comunita'. In poco tempo erano morti i primi capi di bestiame e il terreno si era fatto piu' arido del solito, inoltre non vi era stata una giornata di pioggia. Mentre parlava l'uomo aveva man mano mutato sembianze fino a trasformarsi in in una vecchia completamente sdentata dai radi capelli bianche e dalla pelle bruciata dal sole; malgrado il cambiamento del suo interlocutore Djhan non mostro' alcuna sorpresa, affascinato dal racconto che procedeva. Con il passare dei giorni anche i piu' deboli tra gli abitanti del villaggio erano morti, solo allora il capo aveva mandato un gruppo di esploratori per chiedere aiuto ai campo nomadi vicini, ma nessuno era giunto in loro aiuto, nemmeno gli esploratori erano tornati mentre la gente continuava a morire. Djhan completamente rapito dal racconto aveva completamente dimenticato il dolore alla gamba, costretta in una posizione forzata ma, cosa piu' importante, aveva dimenticato completamente la sua missione; la vecchia era scomparsa e al suo posto, ora, si trovava una bambina di circa cinque anni mentre il racconto proseguiva; infine quando la popolazione si era ridotta ormai a un decimo lo sciamano aveva deciso di fare da contenitore per tutte le anime dei suoi amici, cercando cosi' di preservarli fino all'arrivo dei soccorsi, aveva cosi' utilizzato tutte le sue energie in questo sortilegio sfruttando, di volta in volta, la forza di uno dei suoi ospiti fino ad esaurirla. I giorni passarono lenti mentre il racconto volgeva al termine, Djhan pianse per il vano sforzo dello sciamano, non sarebbe piu' riuscito a riportare in vita gli abitanti del villaggio inoltre non avrebbe mai potuto lasciare il villaggio altrimenti sarebbe morto e con lui tutte le speranze e le conoscenze della sua tribu'. Quando il racconto giunse al termine Djhan fu investito da una folata di vento che gli scompiglio' i capelli e lo costrinse a chiudere gli occhi, quando li riapri' il vecchio non era piu' con lui; usci' dalla tenda, non si stupi' nel non trovare piu' Jireff, in fondo il suo cavallo era sempre stato piu' assennato di lui. Fece per allontanarsi a piedi quando improvvisamente comprese che se si fosse allontanato dal cerchio di capanne sarebbe morto ma cosa ben piu' grave, sarebbero morti tutti i nomadi che lo sciamano aveva trasferito nel suo corpo, poteva percepirne chiaramente la presenza in fondo ai suoi pensieri. Impiego' pochi istanti per riflettere, era solo e non aveva alcun futuro, sarebbe morto comunque qualunque cosa avesse deciso di fare; si volto', si sedette all'ombra e attese ancora una volta l'aiuto che tardava ad arrivare. MORIRE IN SILENZIO Apri' gli occhi con fatica, non ricordava cosa fosse successo, un dolore sordo gli martellava nalla testa; cerco' di alzarsi puntellando le mani in terra ma non riusci' a muoversi. Il luogo dove si trovava era buio, riusci' tuttavia a scorgere una striscia di luce che probabilmente proveniva da una fessura di quella che doveva essere la porta; suppose quindi di trovarsi in una stanza, presumibilmente senza finestre dato che l'unica fonte di luce sembrava essere quella gia' individuata. Non riusciva a capire che cosa gli impedisse i movimenti, non gli sembrava di essere legato anche se non poteva esserne certo, aveva infatti molta difficolta' a percepire la presenza delle proprie estremita'; era come se gli avessero amputato mani e piedi. Non provava orrore o timore, non provava assolutamente nulla ed era forse questo a sconvolgerlo di piu'; improvvisamente penso' che il suo corpo doveva essere morto e che, invece, l'anima non si fosse ancora del tutto separata dall'ammasso di carne e sangue a cui era rimasta legata per tanto tempo, ma il pulsare delle tempie gli dimostro' che era ben vivo anche se non ricordava cosa gli fosse accaduto. Richiuse gli occhi e si addormento' di un sonno senza sogni; quando si desto' nulla era cambiato salvo forse la sensazione di essere osservato. Con la coda dell'occhio gli sembro' di scorgere nell'angolo alla sua destra un uomo che dormiva seduto su una sedia, cerco' allora di articolare un suono ma sembrava che gli impulsi partiti dal cervello non volessero arrivare a destinazione. Stranamente neppure questo sembrava preoccuparlo; ne dedusse che evidentemente solo il cervello continuava a funzionare mentre il resto del corpo era totalmente inerte. L'unica cosa che gli premeva era ricordare cosa gli fosse successo prima di giungere in quel luogo; non aveva memoria del passato, era come se avesse cominciato a vivere nel momento in cui si era svegliato, sempre che quello che stava facendo si potesse definire vivere. Sapeva che doveva esserci ben altro ma non riusciva a ricordare cosa. L'uomo, o forse la donna, sulla sedia rimase immobile al punto che gli sembro' solo un frutto della propria fantasia, riprovo' a parlare ma non riusci' ad emettere alcun suono, non riusciva neppure piu' a percepire il proprio corpo ad eccezione della testa che continuava a pulsare tremendamente; una terribile stanchezza lo colse, richiuse gli occhi e si riaddormento'. Riusci' ad aprire nuovamente le palpebre, forse erano passati giorni o almeno cosi' gli sembrava ma potevano essere anche poche ore, non riusci' piu' a scorgere ne' la sedia ne' l'uomo e si convinse maggiormente della possibilita' che si fosse trattato di una visione; ormai aveva difficolta' a percepire se stesso nello spazio, non udiva rumori, non riusciva a captare nessun odore, non deglutiva nemmeno piu', solo gli occhi e la mente continuavano a funzionare, capi' che lentamente stava morendo ma non gli importava veramente. Quando poi anche la vista gli si oscuro' rimase tranquillo nell'oscurita'. Infine neppure la mente si desto' piu' da quel sonno infinito. Il letto fu cambiato, la porta venne chiusa, qualcuno pianse, qualcuno no. MILLE E...NON PIU' MILLE? TERRA 31 Dicembre 1999 ore 23,30 circa. La cosa aveva presentato diverse difficolta', in fondo dopo secoli di fusi orari, cercare di unificare l'orario proprio per quel giorno aveva impegnato centinaia di persone: tecnici, filosofi, scienziati, politici, metereologi; nessuno si era chiesto cosa c'entrassero i metereologi, ma ,d'altronde avevano fatto il bello e il cattivo tempo per anni, perche' non lasciarglielo fare un'ultima volta? Per essere sicuri che nessuno sbagliasse orario avevano fatto proiettare un enorme orologio nel cielo, grazie agli innumerevoli satelliti e schermi spaziali lanciati nello spazio, proprio per l'occasione. La gente comune aveva fatto i preparativi per quell'evento atteso da anni; qualcuno aveva sperperato tutto giocando in borsa o al casino', altri si erano rintanati nei bunker antiatomici, la maggior parte, pero', aveva preparato una grande festa nelle maggiori piazze delle citta' piu' o meno importanti; insomma tutti, proprio tutti erano preparati per quello che stava per accadere. Da mesi le comunita' religiose di tutti i tipi si erano date da fare per trascinare il maggior numero di anime nei loro schieramenti, senza ottenere, per la verita', dei grandi successi; persino i politici avevano smesso di litigare per le loro poltrone e, giusto per fare bella figura, avevano stabilito una giornata di tregua mondiale. Il tempo scorreva veloce, forse troppo; nelle piazze, nelle case, sulle spiaggie tropicali comincio' il conto alla rovescia... 10...9...8...7...6...5...4...3...2...1...0. Niente. Non era successo niente, l'orologio aveva battuto il dodicesimo tocco e tutto proseguiva come al solito. Dopo il primo momento di shock, la folla esplose con un "evviva,buon anno!", poi lentamente ognuno torno' da dove era venuto, ognuno alla propria casa, se ancora ne aveva una. Da qualche parte nell'Universo... -Ero certo di avere qualche cosa da fare oggi, cosa dovevo fare? Poi, che giorno e', oggi? Mah, sara' l'eta', comincio a perdere colpi. Pazienza, vorra' dire che sara' per la prossima volta.-