DADA6 - ARTICOLI

TRASH SCIENCE-FICTION MOVIES

by Valerio Evangelisti

   
   Il  cinema-spazzatura,  sull'onda di una moda americana e
del film Ed Wood di Tim Burton, comincia a contare nuclei di
appassionati anche nel nostro paese.  Sono usciti di recente
libri e riviste in italiano dedicati al tema, ed e' iniziata
la caccia alle  videocassette  di importazione con pellicole
che, un tempo,  solo  un  pazzo  sarebbe  andato  a  vedere.
Chinando  il  capo  di  fronte  a  questa nuova follia degli
scombinati anni '90, ho  redatto una piccola guida all'opera
dei quattro peggiori registi di fantascienza che  la  storia
ricordi.   Perche',  devo  confessare,  da almeno un paio di
decenni  raccolgo  materiali  sul  cinema  di  serie  Z. Non
credevo pero' che la mia  perversione,  coltivata  nel  piu'
assoluto  segreto,  potesse  mai  divenire  pubblica.  Cosi'
invece e' stato, e  finalmente posso parlare liberamente dei
miei bidonari preferiti, a cominciare da:
   
   RAY DENNIS STECKLER, UN BUBU'
   
   Chi ha definito Ed Wood il peggiore regista della  storia
probabilmente    non    conosceva   Ray   Dennis   Steckler.
Tecnicamente molto piu' raffinato di Wood, Steckler ha pero'
girato  una  decina  di  film   in  cui  la  balordaggine  e
l'incongruenza delle trame raggiungono vette  cosi'  elevate
da  rasentare  la poesia, tanto da eguagliare (c'e' chi dice
superare) Plan 9 from Outer Space  e Orgy of the Dead.  Cio'
ha valso al regista - se cosi' lo  si  puo'  definire  senza
offendere la categoria - un manipolo di ammiratori in rapida
crescita,  che  riempie  la  sua  scrivania  con migliaia di
lettere  grondanti  rispetto   e   devozione.   Sono  quindi
orgoglioso di presentare - credo per la  prima  volta  -  al
pubblico italiano, e a quello di "Urania" in particolare, un
simile personaggio.

   L'opera    cinematografica    di    Steckler,    regista
perennemente al verde, ruota  attorno  a  due  pilastri  del
cinema  trash:  un  "horror  musicale",  Incredible  Strange
Creatures  Who  Stopped  Living  and became Mixed-up Zombies
(1963), e un film grosso  modo  di fantascienza, Rat Pfink a
Boo Boo (1965).  Ma anche altri film  di  Steckler  meritano
una  menzione: The Lemon Grove Kids meet the Monster (1966),
Sinthia, the Devil's  Doll  (1968),  Bloody  Jack the Ripper
(1972), The Hollywood Strangler meets  the  Skidrow  Slasher
(1979) e il recentissimo The Hollywood Strangler goes to Las
Vegas,  seguito  del  precedente.  Il titolo piu' curioso e'
sicuramente Rat Pfink a Boo Boo, che sarebbe come dire "Topo
Pfink,  un  Bubu'".   In  realta',  il  film  avrebbe dovuto
chiamarsi Rat Pfink and  Boo  Boo;  solo  che  il  titolista
sbaglio',  e  Steckler  si  accorse  di  non  avere  i soldi
necessari a far  correggere  l'errore.   Ecco come nacque il
titolo piu' imbecille della storia  del  cinema  fantastico,
tanto  da eclissare i noti e sempre citati Jesse James meets
Frankenstein's  Daughter  e   The   Rats   are  coming,  the
Werewolves are Here!.

   Una breve descrizione della pellicola rendera' l'idea del
tasso di demenzialita' dell' "arte steckleriana".  Si inizia
come in un thriller  tradizionale:  mentre  torna a casa, la
fidanzata del cantante Lonnie Lord (interpretata da  Carolyn
Brandt,  la signora Steckler, peraltro assai poco avvenente)
viene  rapita  da   mani   misteriose.    Lo  spettatore  si
aspetterebbe che subito dopo scatti l'indagine,  o  comunque
un seguito diretto della vicenda.  Non e' cosi'.  Assistiamo
infatti all'esecuzione da parte del fidanzato di una canzone
rock in stile Elvis Presley, di cui non ci viene risparmiata
nemmeno  una  nota.  Il fatto e' che il cantante, Vin Saxon,
era amico di Steckler, il  quale penso' bene di inserire una
sua esibizione nel mezzo della storia.  Idea non banale, che
precorre certe forme di sponsorizzazione oggi molto in voga.
L'indagine inizia dopo il  concertino,  quando  Lonnie  Lord
viene  a  sapere  che  la  bella  (?)  e'  prigioniera della
temibile "Banda della Catena".
	
   Breve conciliabolo  con  un  ragazzino  suo  amico, tale
Titus, e improvvisa decisione: da quel momento i due saranno
Rat Pfink e Boo Boo (sempre meglio di Lonnie Lord e Titus!),
eroi mascherati, e combatteranno dalla parte del bene.   Qui
l'incauto  spettatore  resta  stupito,  perche'  nulla della
narrazione precedente, canzone  a  parte, lasciava presagire
uno sviluppo di quel tipo.  Detto fatto, i  due  "supereroi"
entrano  nello  stanzino  delle  scope e ne escono rivestiti
delle loro tute fiammanti (si  fa  per dire): in pratica due
passamontagna stile cuffia della  nonna,  che  invece  della
punta tradizionale hanno strani cornetti di lana come quelli
dei  giullari  del  Rinascimento,  e comuni maglie colorate,
recanti ovviamente le lettere  R  e B. Oltre all'immancabile
mantello, molto simile a una normale tovaglia.

   Siamo nel cuore dell'azione.  Rat Pfink e Boo Boo balzano
sulla Rat-cycle, che sarebbe  una moto con sidecar piuttosto
scalcinata, e si gettano all'inseguimento della "Banda della
Catena".  Dopo un'interminabile  corsa  di  una  noia  senza
limiti  la  raggiungono  (non  e'  dato sapere come) e fanno
giustizia  a  suon  di   pugni.   Pugni  che,  per  riguardo
all'incolumita'  degli  attori,  si  arrestano  vistosamente
prima di raggiungere il bersaglio, e  tuttavia  riescono  ad
abbattere  i bruti (forse per via dello spostamento d'aria).
A quel punto la cantante e'  libera, e uno penserebbe che la
storia finisca li'.  Niente affatto.  Un gigantesco  gorilla
di  nome  Kogar,  che  si trovava a passare da quelle parti,
entra in scena e attacca  i supereroi.  Anche lui cade sotto
i pugni implacabili (e impalpabili) di Rat Pfink e Boo  Boo.
E'  il  trionfo.   Nella scena finale, gia' anticipata dalla
sequenza d'inizio, vediamo i  nostri  sfilare in sidecar per
le vie di una  metropoli  americana,  mentre  dall'alto  dei
grattacieli piovono coriandoli e petali di fiori.  Su questa
immagine  emozionante  -  chiaramente  montata utilizzando i
ritagli di un  cinegiornale  -  uno  spera  che la pellicola
finalmente si chiuda.  Vana illusione.  Segue un  concertino
di  Lonnie  Lord  sulla  spiaggia,  mentre  Kogar canta e si
dimena.  Questo banale riassunto  non rende purtroppo l'idea
dei mirabili effetti speciali, soprattutto coloristici,  che
vivacizzano  il  film.   Steckler intendeva infatti girare a
colori, ma non aveva denaro a sufficienza.  Decise quindi di
dipingere la pellicola a mano, ma non per fotogrammi, bensi'
per spezzoni.  Pitturo'  cosi'  di  uniforme vernice azzurra
tutte le scene notturne, mentre pennellate di vernice  ambra
ricoprirono  le  sequenze che vedevano in azione Rat Pfink e
Boo Boo.   L'esito  e'  che  queste  ultime sembrano avvolte
nella nebbia, tanto che l'immagine e'  talora  indistinta  o
quasi, mentre le prime sono semplicemente opache.

   Sempre  per  risparmiare,  dicono  che  fosse  lo  stesso
Steckler  a  interpretare  lo  scimmione  Kogar,  gettandosi
addosso  un  costume  ridicolo  trovato  da  un  robivecchi.
D'altra  parte,  la  partecipazione  diretta dell'eccentrico
regista (e della  moglie)  ai  propri  film  e' una costante
della sua opera.  Non solo figura in Wild Guitar (1962), The
Incredibly Strange Creatures, The Maniacs are Loose!  (1965)
e in The Lemon Grove  Kids  con  lo  pseudonimo  di  Randall
Flagg,  ma per tutti gli anni '60 e '70 era egli stesso che,
su un camiocino  carico  di  pizze  di  pellicola, girava la
provincia americana alla ricerca di sale sperdute disposte a
proiettare il suo materiale.  Oltre al film,  offriva  anche
un  gadget  molto  particolare:  se stesso.  Nel corso della
proiezione  di  capolavori  come   The  Maniacs  are  Loose!
(l'unica  pellicola  al  mondo  girata  in   "Hallucinogenic
Hypno-Vision"), al momento delle scene di maggiore tensione,
Steckler   compariva   infatti   in   sala  vestito  di  una
calzamaglia e  armato  di  scure,  lanciando  urla disumane.
L'espediente  -  una  versione  piu'  economica  dei  famosi
gimmicks di  William  Castle,  rievocati  da  Joe  Dante  in
"Matinee"  - riscosse a lungo il meritato successo.  Fino al
giorno in cui  uno  spettatore  nervoso  scambio' Steckler e
altri figuranti per maniaci autentici e li prese a  fucilate
(per fortuna con un fucile ad aria compressa).

   Oggi  Steckler,  squattrinato  come  sempre  malgrado  la
celebrita'  che  comincia  a  ottenere,  continua  a  girare
pellicole  dal titolo pazzesco e del costo di poche migliaia
di dollari, che trovano un  loro  mercato nelle tv via cavo.
Ed e' consolante il fatto che esistano ancora personaggi del
genere,  anarcoidi  e  gioiosamente  folli,  ai  margini  di
un'industria dello  spettacolo  (e  di  una  societa'  dello
spettacolo) sempre piu' ostile all'individualita' di piccoli
artigiani arruffoni e geniali.
   
   TED V. MIKELS, MANGIATORE DI VERMI
   
   Scommetto  che  pochi tra i lettori di "Urania" hanno mai
sentito parlare del film  The  Black  Klansman, storia di un
negro che, a scopi di vendetta, aderisce al  Ku  Klux  Klan.
Eppure  e'  questo  il  film bislacco che segna l'inizio del
successo di Ted Vincent  Mikels,  un  regista e produttore a
cui  la  fantascienza  cinematografica  deve  un   paio   di
monumentali  bidoni che, nella loro illimitata balordaggine,
stanno alla sf-spazzatura come  la  Divina Commedia sta alla
letteratura italiana.   (Prima  di  procedere  oltre,  sara'
meglio  chiarire  agli eventuali curiosi che il protagonista
del film citato in apertura e' si' un negro, pero' di colore
bianco; in caso  contrario,  la  sua  infiltrazione nel Klan
avrebbe presentato qualche problema non secondario).

   La filmografia di Mikels, a differenza di quella di un Ed
Wood o di un Ray Dennis Steckler, e'  piuttosto  ampia.   Mi
limitero'  a  citare  pochi  titoli  tra  i piu' suggestivi:
Astro-Zombies (1967), The Corpse Grinders (1972), Blood Orgy
of the She-Devils (1973), Space  Angels (1985) e, con Mikels
in veste di produttore-ideatore,  The  Worm  Eaters  (1965),
diretto    da    Herb   Robins.    All'ambito   propriamente
fantascientifico appartengono  solo  il  primo  e gli ultimi
due.  Tuttavia anche The Corpse Grinders  merita  un  cenno.
E'  infatti  la  storia di una sinistra compagnia alimentare
che, con una grande  macchina tritacarne, trasforma cadaveri
umani in pappa per gatti (si apprezzera' l'anticipazione  di
2022:  i sopravvissuti, uscito l'anno seguente).  Accade che
i gatti della  citta'  si  affezionino  al nuovo alimento, e
comincino a procurarselo da soli divorando i  padroni.   Gli
sviluppi  sono  prevedibili;  quello  che  pero'  va notato,
perche' tipico dello  stile  di  Mikels,  e' che la macchina
tritacarne e' in realta'  uno  scatolone  guarnito  di  luci
colorate   e  contenente  un  tagliaerbe  (costo  totale  38
dollari), mentre cio' che  ne  esce sono normali hamburgers,
sbriciolati e fatti cadere in un  bidone.   La  tendenza  al
risparmio  del nostro e' dunque gia' evidente in quest'opera
minore, malamente recitata e peggio filmata.

   Anche Wood e Steckler  hanno  prodotto film realizzati in
grande economia.  Mikels,  pero',  si  differenzia  da  quei
maestri  perche'  risparmia  in  primo  luogo sul cast e sul
personale tecnico.   Nei  suoi  film,  infatti,  figurano in
veste di  attrici,  operatrici,  tecniche  delle  luci  ecc.
sempre  sette  fanciulle,  che  cambiano  di volta in volta,
mentre  non  ne  cambia  il  numero.   Sono  le  "mogli" del
regista, che, convinto  assertore  della  poligamia,  viveva
fino a pochi anni fa a Verdugo Mountains in un falso maniero
medioevale,  circondato  da  quelle  che chiama le "dame del
castello".  Ogni tanto  qualche  "dama"  se  ne va, e Mikels
provvede subito a sostituirla, convinto com'e' che ogni uomo
debba avere sette mogli, non una di piu' e non una  di  meno
(alle  proprie  teorie ha dedicato nel 1978 The Rebel Breed,
film-manifesto sulle  lotte  e  il  finale  trionfo di Alex,
"rivoluzionario" poligamo).  Con questo sistema, Mikels puo'
contare in permanenza su  una  troupe  di  attricette  e  di
aspiranti cineaste, ricompensate non col vile denaro, ma con
l'ammissione  al  gineceo  del  castello  (pare pero' che le
crisi di nervi siano frequenti).

   Ma e' tempo di  parlare brevemente di Astro-Zombies, film
che  deve  la  propria  celebrita',  piu'   che   a   virtu'
intrinseche,  alla  presenza  della  giunonica  e gigantesca
attrice  Tura  Satana  (si  pronuncia  con  l'accento  sulla
seconda a), quella stessa che bofonchiava frasi minacciose e
picchiava omiciattoli nel  capolavoro  di  Russ Meyer Faster
Pussycat, kill!  Kill!  In Astro-  Zombies  Tura  e'  agente
segreto  di  una misteriosa potenza straniera, interessata a
mettere  le   mani   sugli   "Astro-Zombies"   creati  dallo
scienziato pazzo dottor De Marco (John Carradine).  Per  chi
non  avesse mai visto un Astro-Zombie, e' bene precisare che
si tratta di  un  uomo  artificiale  che  porta  in testa un
mascherone somigliante a un teschio, con  orecchie  quadrate
di   metallo,   occhiali  scuri  e  un  foglio  di  plastica
trasparente a protezione del buco corrispondente alla bocca.
Va poi segnalato che lungo  tutto  il film la funzione degli
Astro-Zombies  rimane  nebulosa,  visto  che,  a  parte  una
spiccata propensione  a  uccidere  il  prossimo,  dimostrano
un'intelligenza assai limitata, ne' sembrano possedere altre
qualita'.    Che   per  il  possesso  di  questi  mentecatti
mascherati si scateni  una  lotta internazionale sorprende e
colpisce non poco.

   E' inutile seguire in dettaglio la trama  del  film.   Mi
limitero'  a  dire  che,  a  differenza delle altre opere di
Mikels, piuttosto spartane  (per  non  dire miserabili), qui
figura una scena  di  massa,  con  accorrere  di  polizia  e
pompieri.   Cio'  si deve al fatto che, mentre girava alcune
sequenze in aperta  campagna,  il  regista provoco' un falso
incendio, mettendo in allarme i  vigili  del  fuoco  di  una
citta' vicina.  Ebbe cosi' a disposizione veicoli e comparse
senza  pagare  un  quattrino.   Se  Astro-Zombies  segna una
svolta nel cinema di  fantascienza per la sua indescrivibile
bruttezza,  per  la  recitazione  balbettante  degli  attori
(incluse le  "dame  del  castello",  qui  soverchiate  dalla
formidabile Tura), per lo squallore delle scenografie, e' in
The  Worm  Eaters  che  Mikels  -  questa  volta in veste di
produttore - tocca  il  vertice  della  sua arte, coniugando
solida base  scientifica,  poverta'  di  mezzi,  laidezza  e
schifo  in  un'unica  formidabile  miscela.   E'  d'obbligo,
quindi, soffermarsi a lungo a narrare l'inenarrabile.

   Il  mangiatore  di vermi del titolo, interpretato da Herb
Robins, che firma anche come  regista, e' un vecchio con una
gamba di legno che abita sulle rive di un lago  quasi  privo
d'acqua (si capisce che e' un lago, e non una fossa, perche'
ci  viene  detto).   La  natura  incontaminata della zona e'
pero' minacciata  dalla  speculazione  edilizia,  ordita dal
sindaco di una vicina citta'.  Ma contro gli  aggressori  il
vecchio   ha  predisposto  una  propria  arma,  a  suo  modo
ecologica.  Ha allevato infatti, entro contenitori di vetro,
delle lunghissime tenie,  che  intende  scagliare al momento
giusto contro le messi che circondano l'insediamento  urbano
per  affamarne  gli  abitanti.   Per  convincere  le tenie a
partecipare  all'azione  le  nutre,  le  accarezza  e  canta
persino loro delle canzoncine.  Una serie di incidenti viene
pero'  a  turbare  l'astuto  piano  di  guerra  del vecchio.
Intanto piomba nei paraggi del lago secco una famigliola  di
villeggianti,  comprendente  tre infernali giovinette che si
divertono a prendere in giro  il  padrone di casa per la sua
gamba artificiale.  Poi, una  notte,  compaiono  attorno  al
capezzale  del  vecchio tre individui che sembrano racchiusi
in sacchi a pelo bianchi.  Sono membri del locale club della
pesca scomparsi da tempo, e tramutatisi in uomini-vermi.

   Se la trasformazione fosse avvenuta per caso o per magia,
assisteremmo a  un  film  horror  e  non  di  sf.  Invece il
fenomeno si e' prodotto per via  di  un  rigoroso  principio
scientifico,   che  uno  degli  attori  cosi'  riassume  con
magniloquenza:  "Noi  non  siamo  morti.   Abbiamo  mangiato
alcuni dei tuoi vermi, contenuti nei pesci pescati da noi, e
siamo stati  trasformati  in  una  nuova  gloriosa  razza di
esseri meta' uomini e meta' vermi.  Viviamo sotto  la  Marea
Rossa  del  lago  e  non  vogliamo  somigliare mai piu' alle
creature avide che siamo stati.  Ma tu devi procurarci delle
donne-vermi che  possiamo  sposare,  e  cosi'  perpetuare la
nostra civilta'  sotto  la  Marea  Rossa.¯  I  lettori  sono
avvertiti:  occhio  al  pesce  servito  dai  ristoranti.  Ma
torniamo alla pellicola.  Il  vecchio,  che non vedeva l'ora
di  sbarazzarsi  delle  giovani  villeggianti  rompiscatole,
nasconde un po' delle sue tenie nelle torte, nei  panini  e,
come  era  d'obbligo, in un piatto di vermicelli.  L'orrenda
mutazione ha subito  luogo.   Visto  il  successo, il nostro
eroe pensa di replicarla ai danni della marmaglia di citta'.

   Ecco quindi che, una notte, il vecchio rimpinza di  tenie
i  generi  alimentari  che  riesce a trovare girovagando per
l'abitato.  La  tragedia  e'  inevitabile.   Il  giorno dopo
tutti mangiano vermi e diventano vermi a loro volta,  specie
i consiglieri comunali.  Il sindaco e' molto irritato.  Va a
casa  del  vecchio,  lo  aspetta, cerca di ucciderlo.  Viene
invece divorato dalle  donne-tenie.  Sembrerebbe il classico
happy end,  ma  Mikels  riserva  al  pubblico  un  finale  a
sorpresa.   La mattina dopo, il vecchio cerca sulle rive del
lago  secco  il  meritato  relax.   D'un  tratto  un  amo si
conficca nella sua gamba di legno, e una lenza  lo  trascina
tra  le  mani (si fa per dire, trattandosi di vermi) dei tre
apostoli  della  Marea  Rossa.    Questi  lo  costringono  a
ingurgitare tutte le tenie  che  aveva  allevato  con  tanta
cura.   Anche  per  il vecchio l'orrida mutazione ha inizio.
Lo ritroviamo mentre, stretto nel sacco a pelo bianco, cerca
di divorare del grano,  in  un  ultimo atto ostile contro la
citta'.  Finira' travolto da un camion e schiacciato come un
verme.

   Questa, in sintesi, la trama di  The  Worm  Eaters,  film
realizzato,  come e' tradizione di Mikels, all'insegna della
piu'   rigorosa   economia.    Infatti,   probabilmente  per
risparmiare sugli effetti speciali, i vermi che compaiono in
scena non sono di plastica -  come  quelli  che  figureranno
anni  dopo  in quel rivoltante gioiellino che e' I carnivori
venuti dalla  savana  (1976)  di  Jeff  Lieberman.  No, sono
autentiche tenie,  chiaramente  vive  e  vegete.   Ora,  gli
attori  del  film  ne  mangiano a quattro palmenti.  Registi
piu'  famosi  di  Mikels   non   sarebbero  mai  riusciti  a
persuadere il cast a fare altrettanto, anche con la promessa
di lauti compensi.  Mikels, che pure  non  aveva  un  soldo,
invece  ci  e'  riuscito.   Segno  che  gli  attori,  "dame"
incluse, avevano fiducia in lui, e sapevano di partecipare a
un'impresa  che  sarebbe  rimasta nella memoria.  Da notare,
per  la  cronaca,  che  l'uscita  della  pellicola  (che non
riscosse, chissa' perche', alcun successo)  fu  reclamizzata
con  una  festa  in un locale di Las Vegas, durante la quale
furono serviti al pubblico  piatti abbondanti di vermi vivi.
Michael Weldon, da cui attingo questa informazione, aggiunge
che alcuni partecipanti al banchetto si misero a  strisciare
sul  pavimento,  e  da  allora hanno continuato a farlo.  La
notizia mi sembra pero' esagerata e poco attendibile.

   Oggi Mikels, che si e' trasferito  a Las Vegas con le sue
dame, continua a sfornare una pellicola dopo  l'altra  e  ad
alimentare  il  sottobosco delle TV via cavo con prodotti ai
margini della pazzia.  Il  cinema  sembra invece fare a meno
di lui, e la  colpevole  rimozione  e'  tanto  ostinata  che
pochissimi  repertori  di  cineasti,  compresi i piu' aperti
alla marginalita', ne menzionano  il nome.  Pazienza, Mikels
ha ben altro che la celebrita' di cui nutrirsi.

....continua sul prossimo numero.   

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