DADA5 - RACCONTI

SHORT STORIES

di AA.VV



Il Tramonto (Massimo Canetta)
Benvenuto al prossimo livello (Alessio Saltarin)
La cavalcata delle valchirie (Massimo Canetta)
Storia di una giornata (Enrico Bardi)
Il Sogno (Alessandro Gulli)


IL TRAMONTO
by Massimo Canetta

Era ormai tardi quella sera ma il sole  ancora  s'attardava,
sospeso   nel   cielo  rosso  di  fuoco,  come  se  evitasse
d'affondare nell'orizzonte.  Il suono del vento accompagnava
dolcemente quella silente attesa  e  il cielo era terso, con
le stelle che apparivano  timidamente  nell'imbrunire.   Una
figura   alta,  snella,  con  un  mantello  nero  si  ergeva
tagliando  in  due  l'orizzonte,  spezzandolo  senza pieta'.
Teneva le braccia conserte e fissava il disco infuocato  con
gli  occhi  socchiusi,  come  se  cercasse  d'instaurare  un
rapporto d'intesa e cio' le dava un'aura di dominio su tutto
cio'  che le stava intorno.  I lunghi capelli neri coprivano
le spalle e, seguendo  il  vento, a tratti s'arruffavano per
poi ricadere sul  mantello.   Tutto  questo  silenzio  duro'
molto  tempo  ma il sole stava ancora li', immobile, sospeso
sul mare ed era  sempre  piu' tardi, sempre piu' impossibile
che non fosse ancora  sceso  dietro  l'orizzonte.   La  nera
figura  stava  immobile  sulla terrazza che s'affacciava sul
mare e sembrava che nulla, oltre al sole, potesse sfiorare i
suoi pensieri.  Le onde  s'accavallavano le une sulle altre,
sempre  piu'  lentamente  ed  io  stavo  li',  incantato,  a
guardare quella scena inverosimile: sapevo  che  era  troppo
tardi perche' il sole fosse ancora cosi' alto, eppure pareva
che  il  giorno  avesse  fermato  il  tempo,  impedendo alle
tenebre  d'impossessarsi  del  cielo,  ancora  infuocato dal
rossore  del  sole.   La  gigantesca   figura   troneggiava,
impetuosa,   dominando  la  scena,  immobile  e  silenziosa,
affacciata a quella terrazza che dava sul mare.  D'un tratto
una luce accecante fece scomparire  tutto cio' che prima era
illuminato dal rossore del sole sospeso sul mare: spari'  il
mare  con  le  sue  onde, spari' anche il cielo, infuocato e
pieno di stelle  che  pulsavano nell'attesa d'apparire piene
del loro splendore.  Anche il vento si placo'.  Quella  luce
accecante   rivelo'   la  figura  in  tutta  la  sua  forma.
All'improvviso  apparve   molto   piu'   piccolo  di  quanto
sembrasse con lo sfondo del cielo infuocato.  Era  in  alto,
lassu' su un'impalcatura fatta di tubi metallici.  "Smontate
pure  lo schermo, cosi' credo che possa andare.  Riprendiamo
le prove domani.  Grazie  a  tutti  e  buona notte." - scese
dall'impalcatura e si diresse  verso  l'uscita  del  teatro,
dando un leggero tocco ai capelli che, dolcemente, ricaddero
sulle spalle coperte dal mantello nero.



BENVENUTO AL PROSSIMO LIVELLO
by Alessio Saltarin

La prima cosa che gli dissero di Annette fu: - E' una troia.
- Bernard non era del tutto  sicuro su che cosa volesse dire
quel termine.  - Va a letto con chi glielo chiede -  gli  fu
risposto.   Per  l'artista che era in Bernard, e che a volte
Bernard credeva di essere,  la  cosa poteva essere indice di
una discreta apertura mentale, tuttavia  aveva  imparato  ad
associare   alla   facilita'   delle   ragazze   una   certa
superficialita'.   Non  si  stupi'  molto quando gli dissero
che, si', era una gran troia,  ma in fondo una volta a letto
era un pezzo di legno.  Quanto all'esperienza di Bernard  in
fatto  di troie si poteva con certezza dire che era prossima
a zero: a Bernard  piacevano  le  bambine.  La maggior parte
delle ragazze che erano state a letto con lui ("con le quali
ho condiviso un momento di  intimita'"  soleva  dire)  erano
vergini.  E rimanevano tali, perché si fermava sempre un po'
prima.   Raramente  avevano piu' di diciotto anni, quasi mai
meno  di  tredici.   "Non  sono  un  pedofilo"  diceva  agli
esterrefatti cui confessava il  suo vizio "ma un efebofilo",
con il che intendeva dire che era eccitato dall'adolescente,
piu' che dalla bambina.

Quanto ad Annette, non si puo'  certo  dire  che  fosse  una
bambina, ma aveva diciotto anni appena compiuti ed una certa
espressione  incancellabile sulle labbra, da figlia perduta.
Non era molto  alta,  i  capelli  biondo scuro le arrivavano
appena alle spalle, l'iride degli occhi color  sabbia  nelle
quali il nero della pupilla aveva scavato una sorta di pozzo
infinito.   Aveva le labbra strette, come le persone cattive
avrebbe  detto  sua  madre.   Parlava  con  una  erre  blesa
discreta, che si  andava  pero'  accentuando col crescere in
lei di certi stati emotivi, come l'euforia, o la rabbia.  Si
incontrarono la prima volta nella nuova Tea Room di  C.  Lei
era  con Stephan, presunto bello della zona: gran fanfarone,
gran chiacchierone, ma  soprattutto  fratello di Jeanne, che
il nostro Bernard aveva iniziato,  qualche  anno  prima,  ai
piaceri  del talamo.  Non ricordava esattamente come le cose
fossero iniziate con lei e  perche',  ma oggi, alla vista di
quella  ragazzona  abbronzatissima,  dal  naso  curiosamente
sproporzionato al viso, dalle spalle  da  lottatrice,  dalla
postura  da  matrona  dell'Ottocento, preferiva non porsi la
questione e abbandonarla nel limbo dei dubbi inespressi.

- Annette ?  Me  la  sono  chiavata  parecchie volte - disse
apertamente Stephan - e ti dico una cosa, ma ricordala: alla
fine l'importante e' non continuare a  domandarsi  con  chi,
come,  dove...   -  Lei  disse  una frase di circostanza, si
bevve quattro  baby  e  la  dovettero  trascinare  fuori dal
locale con la forza.  Alle tre di  notte  Stephan  la  stava
baciando con indifferenza sulle scale dell'albergo.  Bernard
penso':  "Se  quella  vuole  venire  a  letto  con me dovra'
pagarmi".  Jeanne confermo' la reputazione dell'amica.  - E'
una troietta...  pensa  che  Sabato  scorso  ad una festa ha
scopato con uno sul tappeto  del  mio  soggiorno  davanti  a
tutti, avresti dovuto esserci -. "Per carita' di Dio" penso'
Bernard.

Il  giorno  seguente fu quello delle lacrime.  Bernard aveva
preso a frequentarli, piu' per  la prodigalita' con la quale
gli offrivano i locali e il te' che per la  loro  compagnia.
Jeanne  era in perpetua depressione, Stephan parlava di figa
come l'Ariosto della  luna  e  Annette  stava  in silenzio e
continuava a guardarlo.  Bernard  rispondeva  agli  sguardi,
per  tenersi  in  allenamento,  ma  qualcosa  di  lei  aveva
cominciato  a  far breccia.  La teeria era un locale davvero
grazioso nel cuore  di  C.  ;  Bernard  credeva che l'avesse
arredato un architetto inglese : gli sembrava di riconoscere
nei divani, nei salottini, nei piccoli tavoli, nei quadri  e
nei  tappeti  quel  rispetto tutto anglosassone per la pausa
delle cinque.  Dalle grandi finestre si potevano ammirare il
paesaggio montano  e  le  poche  case  veramente tipiche che
offriva il panorama di C., che altrove invece ricordava piu'
la metropoli che non il paese di montagna.  Entrando in quel
locale ci si lasciava  alle  spalle  la  monotona  borghesia
francese  che regnava in ogni parte, per abbracciare la piu'
interessante   aristocrazia   inglese.    Anche   il  maitre
contribuiva al quadretto, quando arrivava con la  scelta  di
te'  pregiati, col cabaret di biscotti e paste e li deponeva
con flemma, curando la disposizione, sul piccolo tavolo.

Bernard sceglieva il  te'  Assam,  un  te' aromatico, forte,
indiano.   Erano  appena  tornati  in  albergo   quando   li
raggiunse   la   telefonata:   Jean-Claude,  il  fidanzatino
ufficiale di Annette,  l'aveva cornificata, assicuravano che
non c'era alcun dubbio.  Un giro  di  chiamate  a  Parigi  e
tutti  gli  amici confermarono.  Lei, che la notte prima era
stata nel letto di Stephan, comincio' a piangere e si senti'
tradita.  Bernard si  sorprese  a consolarla accarezzandola.
"Quel che e' troppo e' troppo" si disse Bernard  quando,  il
giorno  dopo, Annette in discoteca si lancio' sulla bocca di
uno perche', diceva,  lo  trovava irresistibile.  Questi era
un bambolotto gonfiabile che ballava la progressive con  gli
occhiali  da sole, aveva il petto muscoloso e glabro e forse
era omosessuale.  Non  disdegno'  la  bocca  e  la lingua di
Annette, ma quando usci' dal locale non la saluto'  neppure.
Annette  corse  al  bar e si ordino' una kaijpirovska.  "One
shot?" le chiese Stephan.  Lei annui' e se la sparo' giu' in
un sorso solo.   La  riportarono  in  albergo attaccata alle
labbra di Stephan.

Il pomeriggio seguente Annette disse una cosa che  sbalordi'
Bernard.   Disse  che  le stava accadendo di ricordare tutta
una parte della sua infanzia a partire da un profumo.  Erano
alla Tea-Room:  lei  disse,  testualmente,  "proprio come le
madeleine per Proust".  Non fu  tanto  la  citazione  di  un
testo che per Bernard era indice supremo di bellezza, quanto
l'indifferenza e la facilita' con cui ella l'aveva prodotta.
Prima  cerco'  di  interrogarla poiche' era scettico, poi si
rese conto che quella  che considerava una misera puttanella
si era letta  l'intera  "Recherche",  parlava  con  sapienza
della  Dublino  di  Joyce,  era  al  corrente  delle  ultime
interpretazioni  dei "Giganti della Montagna" di Pirandello.
Alla fine del pomeriggio  illumino' Bernard sulla produzione
di alcuni romanzieri contemporanei francesi e italiani.  Lui
la stava ad ascoltare a  bocca  aperta.   -Vedi  -  confido'
sottovoce a Jeanne - non e' tanto il fatto che lei sia cosi'
straordinariamente colta ad impressionarmi, quanto la sua...
facilita'...  associata a tanta sensibilita' artistica...  -
- Non fosti tu ad insegnarmi che i piu' grandi romantici e i
migliori  decadenti  gettavano  le  loro  vite  al vento?  -
rispose lei.  -  Io  non  intendevo  dire  che erano puttane
d'alto bordo!  - grido' Bernard.  - Molto bene -  intervenne
da dietro,  di sorpresa, Annette - ora so cosa pensi di me!-

Bernard  si  allontano'  come  se  avesse  preso  la scossa.
"Perdio" penso' "forse Coleridge sniffava, ma  non  era  una
sgualdrina..."

Da  quel  momento  Bernard  fu  colto  da  una sensazione di
necessita' ineludibile: andare a  letto con Annette.  - Be',
caro mio - gli disse Stephan quando lo venne a sapere  -  e'
piu'  facile  che  ordinarsi un caffe' al bar.  - Ma Bernard
non aveva  la  sfrontatezza  dell'amico  e,  proprio lui che
aveva fatto della parola il suo mestiere, non sapeva trovare
il modo per far conoscere ad Annette il suo desiderio.  Fece
tutte le cose che non avrebbe dovuto fare: la corteggio', le
compro' dei fiori,  la  chiamo'  "amore"  e  "tesoro".   Lei
continuava  ad andare a letto con Stephan e a dirsi fedele a
"quel traditore di Jean-Claude".   Gli sforzi di Bernard non
ebbero lo stesso impatto che ebbe invece, la sera  seguente,
la  dichiarazione  di  Stephan  : - Mi risulta che il nostro
amico  vorrebbe  farti.   -   Lei  sorrise,  Bernard  invece
aggrotto' le ciglia  e  si  difese  con  forza  :  -  Chiedi
immediatamente  scusa  ad  Annette.  Primo tu stai mentendo,
secondo  io  non   mi   sognerei   mai  di  utilizzare  quel
linguaggio.   Non  appartengo  a  quelli  della  tua  razza,
Stephan.  - E, detto questo, si allontano'.

La notte dell'ultimo dell'anno Bernard,  dopo  aver  cercato
invano di ottenere l'attenzione esclusiva di Annette, quando
ormai  aveva  perduto  ogni  speranza  alle  due  e mezza di
mattina getto'  la  spugna.   Ad  un'ora  che  per  loro era
"pomeriggio", disse: - Be', buonanotte: io vado a  letto  -.
Bacio'   cortesemente  prima  Jeanne,  poi  Annette,  quindi
strinse la mano a Stephan.   Loro protestarono con forza, ma
alla fine lo lasciarono andare.  Arrivato in camera  sua  si
spoglio'  lentamente  e fece il bilancio di un anno avaro di
soddisfazioni.  Finalmente in pigiama, si corico' e sfoglio'
distrattamente il libro che  stava leggendo.  Senti' bussare
alla porta.  Si alzo' di scatto e ando' ad aprire.  Ebbe  un
momento di esitazione: era in pigiama, a piedi nudi poi, uno
scrittore  a  piedi  nudi.  Apri' la porta.  - Ciao Bernie -
disse Annette sorridendo.  La  trovo' splendida.  Si mise un
dito fra le labbra e le fece cenno di entrare.   Lei  spari'
per  un  momento  in  bagno  e  Bernard  si  rimise sotto le
coperte, ma era  troppo  agitato  per  rimettersi a leggere.
Infine ricomparve, nuda.  Bernard era senza parole.   Quando
lei  gli  fu  accanto,  senti'  ogni  piu' sperduto cenno di
ragione allontanarsi  indefinitamente.   Annette  lo guardo'
con amore e gli chiese: - Tu hai mai giocato ai videogiochi?
- Lui annui', inconsapevole ed estasiato.  -  Bene  -  disse
lei baciandolo sulla fronte - benvenuto al prossimo livello!


LA CAVALCATA DELLE VALCHIRIE
by Massimo Canetta

L'assordante frenesia di  Milano  tuoneggiava in lontananza.
Egli decise di sfuggirle sentendosi in cuffia  la  Cavalcata
delle  valchirie.   Socchiuse  gli  occhi.  Desidero' che la
musica, divenisse la luce  della  sua vita.  Sogno' che come
per incanto ogni sua azione, ogni suo  pensiero  ne  fossero
accompagnati.   Guardo'  l'orologio:  era  tardi.  Spense lo
stereo, si tolse la cuffia e noto' con stupore che la musica
non smise.   Continuava,  sempre  piu'  imponente.   Egli si
volse  verso  lo  stereo  che  pero'  era  spento.   Com'era
possibile che sentisse  ancora  la  musica?   Si  copri'  le
orecchie.   La  musica  imperversava.  Era accaduto cio' che
aveva desiderato: la musica  era  in  lui.  Ogni sua azione,
ogni  suo  pensiero  sarebbero  stati  impregnati  di  note.
Assaporo' quel  momento.   Quale  azione  ne  sarebbe  stata
degna?   Senti' la musica scaricargli nelle vene la forza di
un guerriero.  La testa comincio' a girargli.  Ora la musica
era altissima.  Provo' a  parlare  ma  non senti' le parole.
Grido' forte, ma non senti' nulla.  Cominciava  a  mancargli
l'aria.  Corse sul terrazzo.  Il volume aumentava.  Si tenne
la testa tra le mani.  Guardo' verso il basso e il corpo gli
fremette    in    un   accenno   di   vertigine.    Respiro'
profondamente.   La  musica   continuava   in  un  crescendo
spaventoso.   Improvvisamente  capi'  quale  azione  sarebbe
stata degna di un tale accompagnamento.

Sali' sul davanzale e con uno scatto improvviso  si  lancio'
nel  vuoto.  La musica era in accordo con il movimento.  Era
una regia perfetta.  La  sinfonia raggiunse l'apice.  Tutto,
anche il finale rimase in perfetta sintonia.  Meraviglioso!


STORIA DI UNA GIORNATA
by Enrico Bardi

La morte lo colse  un'ora prima dell'esecuzione lasciandogli
un  sorriso  sul  volto.   Uscendo  dalla  cella   udii   il
cappellano  iniziare le sue preghiere: "..le vie del Signore
sono infinite..." Incontrai  lo  sguardo della madre.  Negli
occhi lo stesso dolore, ma lacrime  nuove  sembravano  voler
nascondere  un  velo di gioia.  Vidi il padre della vittima:
non aveva  mai  cercato  la  vendetta.  Appariva sereno,come
folgorato dall'idea  che  la  giustizia  divina  plaudiva  a
quella  degli  uomini e, misericordiosa, non lasciava che si
macchiassero col piu'  terribile  dei  peccati.  Ma ammoniva
allo stesso tempo che dispensare morte era e doveva rimanere
affar suo.

Attraversai gli uffici.  Dalla porta  a  vetri  osservai  il
direttore   del   carcere   parlare   con   il  governatore.
Discutevano.   Probabilmente   su   cosa   dire  durante  la
conferenza stampa.  Si sarebbe dovuta svolgere  subito  dopo
la  diretta  televisiva dell'esecuzione, diretta che avrebbe
infiammato ancora di piu'  le discussioni accesesi sul ruolo
dei mezzi d'informazione e sulla pena di  morte.   Cosa  ben
diversa  e'  parlare d'infarto.  " Non mi era mai successo "
mi confido' Mr.   Duff,  con  una  voce che sembrava tradire
piu' dispiacere che gioia per la forzata  inattivita'.   Non
mi fermai neanche con lui

Arrivai  nel  mio alloggio e vomitai.  Ero il solo veramente
sconvolto.  Io, il vero assassino, ero, scherzo del destino,
da dodici anni  il  suo  carceriere.   Scontavamo insieme il
peso di una condanna  che  un  uomo  da  solo  non  dovrebbe
portare  ne puo' capire.  Misi la testa sotto il rubinetto e
mi ripresi.  Guardai verso la  pila di libri accatastata sul
comodino; in cima c'era " Mai piu' pene ne oblio " .   C'era
anche  la  pistola.   Mi  stesi  sul letto e presi il libro.
Lessi la dedica: " alla memoria di mio padre ". Girai pagina
e cominciai a  leggere .


IL SOGNO
by Alessandro Gulli

-Sei di nuovo giu', non e' vero?-

Il volto di lei era  pulito,  sincero, mi dissi, e dovevo in
qualche modo arrendermi e crederle.

-A me puoi dire tutto-

L'ultima che mi aveva detto cosi' era stata  peggio  di  una
presa  in  giro.   Era  stata una catastrofe su tutti i miei
sentimenti.   E   mentre   i   miei   occhi  continuavano  a
ballonzolare  giocherellando  con  le  immagini,  e   mentre
continuavano   ad   iniettarmi   acido  sottopelle,  lei  mi
sorrideva e aspettava da  me  una qualche risposta.  Eravamo
solo io e  lei,  signori,  non  sapete  quanto,  una  volta,
considerassi bella una cosa del genere.  -Si', sono di nuovo
giu'.- Che importa, mi dissi.  Piu' in basso di cosi' non si
puo' andare.  Ho dei chiodi infilati nel cuore, una lama ben
manovrata  che  si sta facendo strada su per il mio braccio,
che importa qualche altro piccolo dolore in piu'?

Seppi immediatamente che ero sulla via della sciagura.  Come
reagire a  quella  spinta  incontrollabile?   Guardai sotto.
Ero sospeso a mezz'aria,  ad  un'altezza  impressionante,  a
guardare  in  basso mi si bloccava il fiato.  Anche lei, ora
che ci penso, doveva essere sospesa in cielo, perche' potevo
guardarla direttamente, era  alla  mia  altezza, e non c'era
traccia di pedane, la' intorno, per miglia.   Sotto  di  noi
scorreva  un  fiume  dagli  strani colori...  ricordo che mi
fece paura, e non volli guardare oltre.  Tornai a lei.

-Confidati- mi disse, sorrideva come una di quelle statue...
sapete, quel sorriso sforzato...   stava cercando in tutti i
modi di apparire rassicurante e tranquilla.  Mi chiesi se lo
stesse facendo per me.  No, non lo sta facendo  per  me.   E
guai  se  fosse il contrario, perche' senno' mi innamorerei.
Era solo un'idea.   Vedevo  il  mio  sangue gocciolare piano
verso l'abisso, laggiu'...   ero  fatto  a  pezzi  da  mille
trappole  infernali.  Ogni singola goccia di sangue sembrava
essere un mio  ambasciatore,  laggiu',  in  quel gorgo senza
fine...

"Il  nostro signore sta arrivando, vi prega di attenderlo un
altro po'"

Io cominciai a chiedermi  se  la  mia  esistenza  avesse  un
senso.   Non era l'ora di porre fine ad una simile sciagura?
Era un male per me  e  per  gli altri.  Che senso puo' avere
l'esistenza di un fallimento che si sposta sulla terra  come
un  essere umano e fra i mille mondi della fantasia come una
macchina del  tempo?   Sognai  di  essere  a  casa, ma volli
svegliarmi per continuare a parlare con la ragazza.

-No, non posso confidarmi, soffrirei e basta.-

La mia voce sembrava ferma.  Cominciai a  chiedermi  se  non
fossi,  per  caso,  all'interno  di un sogno.  Se non avessi
sognato di sognare.  Poi mandai  al diavolo ogni cosa: erano
pensieri che solo uno che  sta  bene  puo'  intraprendere...
ecco, io non stavo bene.  Farsi problemi sulla realta' delle
cose...   non  ne ero il tipo.  D'un tratto, una moltitudine
di piccole creature prese a sciamarmi intorno, borbottando a
piccole voci  frasi  che  capii  appena.   Colsi  qua  e la'
qualcosa.

"...sempre fantasticato troppo.  In amore si paga..."

"...con il fallimento.  Lo sapevi, no?  Che avresti fallito?
Non lo sapevi?  Si' che lo sapevi..."

"...mai visto tuo fratello?  E' uno uguale a te, solo che e'
molto piu' avvenente e brillante..."

"...tipo come non se ne trovano tanti..."

"...un asso..."

"...e tu..."

"...niente..."

Io  ero  niente,  gia'.   I  folletti,  come  erano apparsi,
altrettanto velocemente sparirono.  Mi piangeva il cuore,  a
lasciarli andar via cosi'.  Avrei voluto rispondere, cercare
di difendere il mio onore...  o almeno combatterli, vincerli
e  strappar  loro  braccia  e gambe e agitarle per aria come
segno di vittoria.

-Che  creature  simpatiche-  fece  lei,  guardandomi  con un
sorriso di sfida.

"E ora che le prende?" mi dissi.   No,  questo  non  e'  mai
successo.  Me lo sono inventato adesso.

-Che  creature  orribili-  disse  invece  lei,  -Perche'  ti
tormentano?-

-Ho  un  grosso  debito da saldare- dissi io, senza pensarci
tanto su.

-Che tipo di debito?-

-Amore e affetto che non ci sono piu'-

-Io ti capisco poco...- disse lei.

Sfido, pensai io.  Tu non  ti  sei mai sentita come mi sento
io adesso...

La lama apri' un nuovo varco tra le arterie, e uno  zampillo
piu'  feroce  di  sangue  si apri' all'aria e fuoriusci' con
prepotenza inaudita.  Io gridai per  un attimo, vidi che lei
cercava di raggiungermi per aiutarmi, poi le feci cenno  che
tutto  andava  bene...   gia',  era passato.  Mi chiesi dove
sarebbe andato a finire tutto  quel sangue.  Per un attimo i
miei occhi non fissarono piu' l'immagine, le mie  labbra  si
mossero   senza   articolare   alcun  suono.   Avrei  voluto
parlarle, avevo tante  cose  da  dirle...   signore, no, non
privatemi anche della  voce...   Qualche  lacrima  mi  scese
dagli  occhi, lo ammetto, non sono mai stato un grande eroe.
Quelli che ve l'hanno  detto hanno mentito.  Qualche istante
di  eccitante   confusione,   poi   sembrai   tornato   alla
normalita'.    Certo,  era  tutto  normale.   I  miei  occhi
paranoici non schizzavano piu'.  Potevo parlare.  Sentivo il
rimorso  insistente  per  la  mia  condizione  fallimentare.
Sentivo ogni precedente  sconfitta.   Si', tutto era tornato
normale.

-Mi dispiace.  Vorrei poterle cacciar  via...   come  vorrei
poterti  liberare  da quelle trappole.  Quella lama...  come
fai a resistere?-

-Certe notti me lo chiedo  anch'io.   E' allora che piango e
riempio il cuscino di lacrime.  Mi agito  e  le  lacrime  mi
bagnano  tutto  il  volto,  e' allora che capisco che non ho
speranze.  Pero' ormai  e'  molto  tempo che sopporto questi
dolori, non ci faccio quasi piu' caso.-

Un  nuovo  zampillo  di  sangue  si  libero'  in  quell'aria
pesante.  D'un tratto,  ebbi  un'improvvisa  voglia  che  mi
apparisse  accanto qualcosa di eccezionale...  uno squalo, o
un tirannosauro.  Forse  era  la  nostalgia per qualcosa che
avevo amato e che sapevo che non mi  avrebbe  mai  deluso...
nonostante  avessi  amato  altro, o meglio altre, molto piu'
degli squali e dei tirannosauri, in effetti, non avevo avuto
certo la stessa risposta...

Poi mi bloccai.  Mi dissi  che se dovevano portare lassu' da
me uno squalo o un tirannosauro, li  dovevano  far  soffrire
almeno  la  meta'  di  quanto  soffrivo  io in quel momento.
Senza  sofferenza  non  si  sta  sospesi  in  cielo.  Allora
preferii di no: non volevo che soffrissero per causa mia.

-Che fortuna.  Io e' da pochissimo che soffro,  e  gia'  non
vedo l'ora che finisca...-

-Tu  sei  fortunata.  Sei una di quelle persone il cui unico
problema e' dire "si'"  o  "no"  alle offerte degli altri...
non sai quanto faccia male fare quelle offerte.  Bussare  ad
ogni porta nei giorni neri di pioggia, mentre la tempesta ti
urla  contro  e  ti preme sui vestiti, proporre la tua merce
cercando di mostrarti il piu'  dolce e affabile possibile, e
ricevere sempre la stessa risposta...

"No.  Non ci serve."-

-Non  e'  vero...   anch'io una volta ci ho provato.  Era un
giorno nuvoloso...  per  fortuna  mi  e'  toccato cercare di
vendere solo una volta.-

-Io e' una vita che faccio il venditore porta a porta.-

-Magari quel giorno ci saremo anche incontrati...- fece lei.

-Non magari.  Quasi di certo.  E dimmi, com'e' andata?-

-Non lo so ancora.  Mi tiene sospesa.-

-Oh.  E' doloroso.  A me hanno sempre detto  no.   Il  vento
soffia  piu' forte quando stai davanti ad una porta aperta e
il padrone di casa ti fa attendere.-

-Io sarei voluta  entrare.   Mi  fa  male  espormi troppo al
vento...-

"Io non ti terrei in attesa"  pensai.   Oh,  ogni  tanto  si
affacciava qualche barlume di sentimento umano...

-Dunque  ancora  attendi- dire quelle parole mi fece sentire
un po' male.

-Si'.-

-Chissa' cosa c'e'  all'interno  di  una  casa...  io non ci
sono mai stato dentro, mi hanno sempre detto no.  Tu ci  sei
stata...  puoi dirmi cosa c'e'?-

-Allora...-

-No,  non dirmelo- feci io, ripensandoci.  -Mi farebbe stare
peggio-

-Forse hai ragione...-

Una spinta incontrollabile e di provenienza  sconosciuta  mi
torse  un  braccio  all'indietro,  continuando  a stringerlo
verso il torso.  Strinsi i denti, contorcendomi a mezz'aria.
Lei era in apprensione...  triste, forse.  Ma nel dolore non
capivo bene.  Eppure, non  so  perche', il mio cuore sperava
che lei fosse triste per me...  Un grido  si  libero'  dalla
stretta  dei miei denti serrati.  Poi, lentamente, sentii la
forza  abbandonare  la  pressione,  e  tornai  di  nuovo  in
possesso del mio braccio.   Lo  guardai,  e dovevo avere uno
sguardo veramente dolorante, se lei mi disse:

-Come stai, tesoro?-

Io la guardai.   Non  capivo  bene  cosa  fosse  successo...
sapevo  solo  che il dolore era stato immenso.  Nuovo sangue
era uscito, per via della  pressione, ed ora avevo braccio e
mano che ne grondavano.  Pero' qualcosa aveva quasi bloccato
il dolore.  Che fossero state  le  sue  parole?   Lei  aveva
inconsapevolmente  teso una mano verso di me, se io l'avessi
afferrata mi sarei procurato ancora piu' ferite, offrendo il
braccio nudo a qualche  nuovo  sciame di lame, sempre pronte
come rapaci dalla vista acutissima,  sempre  scattanti  come
lampi nel buio della notte.

-Come va?-

-Meglio-  risposi,  -Ogni  dolore  mi  procura  sempre  piu'
sollievo,  ormai.  Mi ci sono abituato, e' questa la vita di
tutti i giorni.   E'  la  normalita'.   Non riuscirei mai ad
accettare  che  fosse  il  contrario,  che  la  consuetudine
fossero le gioie e che i dispiaceri fossero le  eccezioni...
penso che ne morirei-

"Perche', non sei gia' morto?" mi chiesi.

Lontanissime,  sagome  di  nuove astronavi attraversavano di
tanto in tanto  il  cielo  plumbeo,  mentre erano seguite da
creature enormi, gigantesche,  grandi  almeno  quanto  loro.
Pinnacoli  di  fumo si levavano di tanto in tanto dal basso,
portavano odori di metalli fusi e di colate laviche.

-Io vorrei aiutarti- mi disse lei.

Come  potresti  mai  aiutarmi,  quando  so  benissimo che ti
arrenderesti anche tu di  fronte  alla mia attitudine per la
sconfitta, e che dopo poco te ne andresti certamente,  quasi
impaurita dalla vista del mio corpo straziato dalle ferite e
reso  quasi  irriconoscibile  anche  dal  passare di un solo
giorno?  So bene che non ce  la faresti...  ma se vuoi, puoi
tentare.

Io sono qui.

Aspetto.

Sono qui.

Tanto so benissimo che  nessuno  puo' farcela.  Nessuno puo'
arrivare qui.  Nessuno puo' raggiungermi.  Potete  solamente
vedere  le  mie gocce di sangue piovere dal cielo, mentre la
lama che percorre il mio  corpo alla ricerca di punti ancora
sani apre sempre le stesse vecchie ferite, nel  suo  binario
di  morte.   Venite  pure, so benissimo che non riuscirete a
salvarmi.  Pero' spero  tanto  che  riusciate  a salvare voi
stessi, se mai deciderete di venire  qui.   Perche'  non  e'
detto che chi arriva qui riesca anche ad andarsene...

E se poi, una volta arrivati quassu', scopriste che vi state
divertendo,  che non e' affatto come ve l'ho descritto e che
potete andare e venire a  vostro piacimento?  Che dire?  Non
e'  uguale  per  tutti.   Va  ad  individui.   Io  sono  qui
prigioniero, altri hanno la chiave e vanno e vengono.  Anzi,
devo dire che questi ultimi sono addirittura la maggioranza.
Ma ora devo lasciarvi...  le mie mani cominciano a  tremare,
presto  non  riusciro' piu' a scrivere con chiarezza.  Senza
contare  che  il  sangue  che  mi  cola  dal  braccio  rende
illeggibili gran parte dei manoscritti...

Ma tanto e' solo un sogno, no?

Si', e' solo un  sogno,  perche'  non  e' mai venuta nessuna
dolce ragazza a vedere come stavo e a preoccuparsi  per  me.
Sono  sempre  stato  da  solo.  Ho solamente fatto sogni nei
sogni.

Ma...

un giorno mi svegliero', e allora...

e allora...

..