Il Tramonto (Massimo Canetta)
Benvenuto al prossimo livello (Alessio Saltarin)
La cavalcata delle valchirie (Massimo Canetta)
Storia di una giornata (Enrico Bardi)
Il Sogno (Alessandro Gulli)
IL TRAMONTO
by Massimo Canetta
Era ormai tardi quella sera ma il sole ancora s'attardava,
sospeso nel cielo rosso di fuoco, come se evitasse
d'affondare nell'orizzonte. Il suono del vento accompagnava
dolcemente quella silente attesa e il cielo era terso, con
le stelle che apparivano timidamente nell'imbrunire. Una
figura alta, snella, con un mantello nero si ergeva
tagliando in due l'orizzonte, spezzandolo senza pieta'.
Teneva le braccia conserte e fissava il disco infuocato con
gli occhi socchiusi, come se cercasse d'instaurare un
rapporto d'intesa e cio' le dava un'aura di dominio su tutto
cio' che le stava intorno. I lunghi capelli neri coprivano
le spalle e, seguendo il vento, a tratti s'arruffavano per
poi ricadere sul mantello. Tutto questo silenzio duro'
molto tempo ma il sole stava ancora li', immobile, sospeso
sul mare ed era sempre piu' tardi, sempre piu' impossibile
che non fosse ancora sceso dietro l'orizzonte. La nera
figura stava immobile sulla terrazza che s'affacciava sul
mare e sembrava che nulla, oltre al sole, potesse sfiorare i
suoi pensieri. Le onde s'accavallavano le une sulle altre,
sempre piu' lentamente ed io stavo li', incantato, a
guardare quella scena inverosimile: sapevo che era troppo
tardi perche' il sole fosse ancora cosi' alto, eppure pareva
che il giorno avesse fermato il tempo, impedendo alle
tenebre d'impossessarsi del cielo, ancora infuocato dal
rossore del sole. La gigantesca figura troneggiava,
impetuosa, dominando la scena, immobile e silenziosa,
affacciata a quella terrazza che dava sul mare. D'un tratto
una luce accecante fece scomparire tutto cio' che prima era
illuminato dal rossore del sole sospeso sul mare: spari' il
mare con le sue onde, spari' anche il cielo, infuocato e
pieno di stelle che pulsavano nell'attesa d'apparire piene
del loro splendore. Anche il vento si placo'. Quella luce
accecante rivelo' la figura in tutta la sua forma.
All'improvviso apparve molto piu' piccolo di quanto
sembrasse con lo sfondo del cielo infuocato. Era in alto,
lassu' su un'impalcatura fatta di tubi metallici. "Smontate
pure lo schermo, cosi' credo che possa andare. Riprendiamo
le prove domani. Grazie a tutti e buona notte." - scese
dall'impalcatura e si diresse verso l'uscita del teatro,
dando un leggero tocco ai capelli che, dolcemente, ricaddero
sulle spalle coperte dal mantello nero.
BENVENUTO AL PROSSIMO LIVELLO
by Alessio Saltarin
La prima cosa che gli dissero di Annette fu: - E' una troia.
- Bernard non era del tutto sicuro su che cosa volesse dire
quel termine. - Va a letto con chi glielo chiede - gli fu
risposto. Per l'artista che era in Bernard, e che a volte
Bernard credeva di essere, la cosa poteva essere indice di
una discreta apertura mentale, tuttavia aveva imparato ad
associare alla facilita' delle ragazze una certa
superficialita'. Non si stupi' molto quando gli dissero
che, si', era una gran troia, ma in fondo una volta a letto
era un pezzo di legno. Quanto all'esperienza di Bernard in
fatto di troie si poteva con certezza dire che era prossima
a zero: a Bernard piacevano le bambine. La maggior parte
delle ragazze che erano state a letto con lui ("con le quali
ho condiviso un momento di intimita'" soleva dire) erano
vergini. E rimanevano tali, perché si fermava sempre un po'
prima. Raramente avevano piu' di diciotto anni, quasi mai
meno di tredici. "Non sono un pedofilo" diceva agli
esterrefatti cui confessava il suo vizio "ma un efebofilo",
con il che intendeva dire che era eccitato dall'adolescente,
piu' che dalla bambina.
Quanto ad Annette, non si puo' certo dire che fosse una
bambina, ma aveva diciotto anni appena compiuti ed una certa
espressione incancellabile sulle labbra, da figlia perduta.
Non era molto alta, i capelli biondo scuro le arrivavano
appena alle spalle, l'iride degli occhi color sabbia nelle
quali il nero della pupilla aveva scavato una sorta di pozzo
infinito. Aveva le labbra strette, come le persone cattive
avrebbe detto sua madre. Parlava con una erre blesa
discreta, che si andava pero' accentuando col crescere in
lei di certi stati emotivi, come l'euforia, o la rabbia. Si
incontrarono la prima volta nella nuova Tea Room di C. Lei
era con Stephan, presunto bello della zona: gran fanfarone,
gran chiacchierone, ma soprattutto fratello di Jeanne, che
il nostro Bernard aveva iniziato, qualche anno prima, ai
piaceri del talamo. Non ricordava esattamente come le cose
fossero iniziate con lei e perche', ma oggi, alla vista di
quella ragazzona abbronzatissima, dal naso curiosamente
sproporzionato al viso, dalle spalle da lottatrice, dalla
postura da matrona dell'Ottocento, preferiva non porsi la
questione e abbandonarla nel limbo dei dubbi inespressi.
- Annette ? Me la sono chiavata parecchie volte - disse
apertamente Stephan - e ti dico una cosa, ma ricordala: alla
fine l'importante e' non continuare a domandarsi con chi,
come, dove... - Lei disse una frase di circostanza, si
bevve quattro baby e la dovettero trascinare fuori dal
locale con la forza. Alle tre di notte Stephan la stava
baciando con indifferenza sulle scale dell'albergo. Bernard
penso': "Se quella vuole venire a letto con me dovra'
pagarmi". Jeanne confermo' la reputazione dell'amica. - E'
una troietta... pensa che Sabato scorso ad una festa ha
scopato con uno sul tappeto del mio soggiorno davanti a
tutti, avresti dovuto esserci -. "Per carita' di Dio" penso'
Bernard.
Il giorno seguente fu quello delle lacrime. Bernard aveva
preso a frequentarli, piu' per la prodigalita' con la quale
gli offrivano i locali e il te' che per la loro compagnia.
Jeanne era in perpetua depressione, Stephan parlava di figa
come l'Ariosto della luna e Annette stava in silenzio e
continuava a guardarlo. Bernard rispondeva agli sguardi,
per tenersi in allenamento, ma qualcosa di lei aveva
cominciato a far breccia. La teeria era un locale davvero
grazioso nel cuore di C. ; Bernard credeva che l'avesse
arredato un architetto inglese : gli sembrava di riconoscere
nei divani, nei salottini, nei piccoli tavoli, nei quadri e
nei tappeti quel rispetto tutto anglosassone per la pausa
delle cinque. Dalle grandi finestre si potevano ammirare il
paesaggio montano e le poche case veramente tipiche che
offriva il panorama di C., che altrove invece ricordava piu'
la metropoli che non il paese di montagna. Entrando in quel
locale ci si lasciava alle spalle la monotona borghesia
francese che regnava in ogni parte, per abbracciare la piu'
interessante aristocrazia inglese. Anche il maitre
contribuiva al quadretto, quando arrivava con la scelta di
te' pregiati, col cabaret di biscotti e paste e li deponeva
con flemma, curando la disposizione, sul piccolo tavolo.
Bernard sceglieva il te' Assam, un te' aromatico, forte,
indiano. Erano appena tornati in albergo quando li
raggiunse la telefonata: Jean-Claude, il fidanzatino
ufficiale di Annette, l'aveva cornificata, assicuravano che
non c'era alcun dubbio. Un giro di chiamate a Parigi e
tutti gli amici confermarono. Lei, che la notte prima era
stata nel letto di Stephan, comincio' a piangere e si senti'
tradita. Bernard si sorprese a consolarla accarezzandola.
"Quel che e' troppo e' troppo" si disse Bernard quando, il
giorno dopo, Annette in discoteca si lancio' sulla bocca di
uno perche', diceva, lo trovava irresistibile. Questi era
un bambolotto gonfiabile che ballava la progressive con gli
occhiali da sole, aveva il petto muscoloso e glabro e forse
era omosessuale. Non disdegno' la bocca e la lingua di
Annette, ma quando usci' dal locale non la saluto' neppure.
Annette corse al bar e si ordino' una kaijpirovska. "One
shot?" le chiese Stephan. Lei annui' e se la sparo' giu' in
un sorso solo. La riportarono in albergo attaccata alle
labbra di Stephan.
Il pomeriggio seguente Annette disse una cosa che sbalordi'
Bernard. Disse che le stava accadendo di ricordare tutta
una parte della sua infanzia a partire da un profumo. Erano
alla Tea-Room: lei disse, testualmente, "proprio come le
madeleine per Proust". Non fu tanto la citazione di un
testo che per Bernard era indice supremo di bellezza, quanto
l'indifferenza e la facilita' con cui ella l'aveva prodotta.
Prima cerco' di interrogarla poiche' era scettico, poi si
rese conto che quella che considerava una misera puttanella
si era letta l'intera "Recherche", parlava con sapienza
della Dublino di Joyce, era al corrente delle ultime
interpretazioni dei "Giganti della Montagna" di Pirandello.
Alla fine del pomeriggio illumino' Bernard sulla produzione
di alcuni romanzieri contemporanei francesi e italiani. Lui
la stava ad ascoltare a bocca aperta. -Vedi - confido'
sottovoce a Jeanne - non e' tanto il fatto che lei sia cosi'
straordinariamente colta ad impressionarmi, quanto la sua...
facilita'... associata a tanta sensibilita' artistica... -
- Non fosti tu ad insegnarmi che i piu' grandi romantici e i
migliori decadenti gettavano le loro vite al vento? -
rispose lei. - Io non intendevo dire che erano puttane
d'alto bordo! - grido' Bernard. - Molto bene - intervenne
da dietro, di sorpresa, Annette - ora so cosa pensi di me!-
Bernard si allontano' come se avesse preso la scossa.
"Perdio" penso' "forse Coleridge sniffava, ma non era una
sgualdrina..."
Da quel momento Bernard fu colto da una sensazione di
necessita' ineludibile: andare a letto con Annette. - Be',
caro mio - gli disse Stephan quando lo venne a sapere - e'
piu' facile che ordinarsi un caffe' al bar. - Ma Bernard
non aveva la sfrontatezza dell'amico e, proprio lui che
aveva fatto della parola il suo mestiere, non sapeva trovare
il modo per far conoscere ad Annette il suo desiderio. Fece
tutte le cose che non avrebbe dovuto fare: la corteggio', le
compro' dei fiori, la chiamo' "amore" e "tesoro". Lei
continuava ad andare a letto con Stephan e a dirsi fedele a
"quel traditore di Jean-Claude". Gli sforzi di Bernard non
ebbero lo stesso impatto che ebbe invece, la sera seguente,
la dichiarazione di Stephan : - Mi risulta che il nostro
amico vorrebbe farti. - Lei sorrise, Bernard invece
aggrotto' le ciglia e si difese con forza : - Chiedi
immediatamente scusa ad Annette. Primo tu stai mentendo,
secondo io non mi sognerei mai di utilizzare quel
linguaggio. Non appartengo a quelli della tua razza,
Stephan. - E, detto questo, si allontano'.
La notte dell'ultimo dell'anno Bernard, dopo aver cercato
invano di ottenere l'attenzione esclusiva di Annette, quando
ormai aveva perduto ogni speranza alle due e mezza di
mattina getto' la spugna. Ad un'ora che per loro era
"pomeriggio", disse: - Be', buonanotte: io vado a letto -.
Bacio' cortesemente prima Jeanne, poi Annette, quindi
strinse la mano a Stephan. Loro protestarono con forza, ma
alla fine lo lasciarono andare. Arrivato in camera sua si
spoglio' lentamente e fece il bilancio di un anno avaro di
soddisfazioni. Finalmente in pigiama, si corico' e sfoglio'
distrattamente il libro che stava leggendo. Senti' bussare
alla porta. Si alzo' di scatto e ando' ad aprire. Ebbe un
momento di esitazione: era in pigiama, a piedi nudi poi, uno
scrittore a piedi nudi. Apri' la porta. - Ciao Bernie -
disse Annette sorridendo. La trovo' splendida. Si mise un
dito fra le labbra e le fece cenno di entrare. Lei spari'
per un momento in bagno e Bernard si rimise sotto le
coperte, ma era troppo agitato per rimettersi a leggere.
Infine ricomparve, nuda. Bernard era senza parole. Quando
lei gli fu accanto, senti' ogni piu' sperduto cenno di
ragione allontanarsi indefinitamente. Annette lo guardo'
con amore e gli chiese: - Tu hai mai giocato ai videogiochi?
- Lui annui', inconsapevole ed estasiato. - Bene - disse
lei baciandolo sulla fronte - benvenuto al prossimo livello!
LA CAVALCATA DELLE VALCHIRIE
by Massimo Canetta
L'assordante frenesia di Milano tuoneggiava in lontananza.
Egli decise di sfuggirle sentendosi in cuffia la Cavalcata
delle valchirie. Socchiuse gli occhi. Desidero' che la
musica, divenisse la luce della sua vita. Sogno' che come
per incanto ogni sua azione, ogni suo pensiero ne fossero
accompagnati. Guardo' l'orologio: era tardi. Spense lo
stereo, si tolse la cuffia e noto' con stupore che la musica
non smise. Continuava, sempre piu' imponente. Egli si
volse verso lo stereo che pero' era spento. Com'era
possibile che sentisse ancora la musica? Si copri' le
orecchie. La musica imperversava. Era accaduto cio' che
aveva desiderato: la musica era in lui. Ogni sua azione,
ogni suo pensiero sarebbero stati impregnati di note.
Assaporo' quel momento. Quale azione ne sarebbe stata
degna? Senti' la musica scaricargli nelle vene la forza di
un guerriero. La testa comincio' a girargli. Ora la musica
era altissima. Provo' a parlare ma non senti' le parole.
Grido' forte, ma non senti' nulla. Cominciava a mancargli
l'aria. Corse sul terrazzo. Il volume aumentava. Si tenne
la testa tra le mani. Guardo' verso il basso e il corpo gli
fremette in un accenno di vertigine. Respiro'
profondamente. La musica continuava in un crescendo
spaventoso. Improvvisamente capi' quale azione sarebbe
stata degna di un tale accompagnamento.
Sali' sul davanzale e con uno scatto improvviso si lancio'
nel vuoto. La musica era in accordo con il movimento. Era
una regia perfetta. La sinfonia raggiunse l'apice. Tutto,
anche il finale rimase in perfetta sintonia. Meraviglioso!
STORIA DI UNA GIORNATA
by Enrico Bardi
La morte lo colse un'ora prima dell'esecuzione lasciandogli
un sorriso sul volto. Uscendo dalla cella udii il
cappellano iniziare le sue preghiere: "..le vie del Signore
sono infinite..." Incontrai lo sguardo della madre. Negli
occhi lo stesso dolore, ma lacrime nuove sembravano voler
nascondere un velo di gioia. Vidi il padre della vittima:
non aveva mai cercato la vendetta. Appariva sereno,come
folgorato dall'idea che la giustizia divina plaudiva a
quella degli uomini e, misericordiosa, non lasciava che si
macchiassero col piu' terribile dei peccati. Ma ammoniva
allo stesso tempo che dispensare morte era e doveva rimanere
affar suo.
Attraversai gli uffici. Dalla porta a vetri osservai il
direttore del carcere parlare con il governatore.
Discutevano. Probabilmente su cosa dire durante la
conferenza stampa. Si sarebbe dovuta svolgere subito dopo
la diretta televisiva dell'esecuzione, diretta che avrebbe
infiammato ancora di piu' le discussioni accesesi sul ruolo
dei mezzi d'informazione e sulla pena di morte. Cosa ben
diversa e' parlare d'infarto. " Non mi era mai successo "
mi confido' Mr. Duff, con una voce che sembrava tradire
piu' dispiacere che gioia per la forzata inattivita'. Non
mi fermai neanche con lui
Arrivai nel mio alloggio e vomitai. Ero il solo veramente
sconvolto. Io, il vero assassino, ero, scherzo del destino,
da dodici anni il suo carceriere. Scontavamo insieme il
peso di una condanna che un uomo da solo non dovrebbe
portare ne puo' capire. Misi la testa sotto il rubinetto e
mi ripresi. Guardai verso la pila di libri accatastata sul
comodino; in cima c'era " Mai piu' pene ne oblio " . C'era
anche la pistola. Mi stesi sul letto e presi il libro.
Lessi la dedica: " alla memoria di mio padre ". Girai pagina
e cominciai a leggere .
IL SOGNO
by Alessandro Gulli
-Sei di nuovo giu', non e' vero?-
Il volto di lei era pulito, sincero, mi dissi, e dovevo in
qualche modo arrendermi e crederle.
-A me puoi dire tutto-
L'ultima che mi aveva detto cosi' era stata peggio di una
presa in giro. Era stata una catastrofe su tutti i miei
sentimenti. E mentre i miei occhi continuavano a
ballonzolare giocherellando con le immagini, e mentre
continuavano ad iniettarmi acido sottopelle, lei mi
sorrideva e aspettava da me una qualche risposta. Eravamo
solo io e lei, signori, non sapete quanto, una volta,
considerassi bella una cosa del genere. -Si', sono di nuovo
giu'.- Che importa, mi dissi. Piu' in basso di cosi' non si
puo' andare. Ho dei chiodi infilati nel cuore, una lama ben
manovrata che si sta facendo strada su per il mio braccio,
che importa qualche altro piccolo dolore in piu'?
Seppi immediatamente che ero sulla via della sciagura. Come
reagire a quella spinta incontrollabile? Guardai sotto.
Ero sospeso a mezz'aria, ad un'altezza impressionante, a
guardare in basso mi si bloccava il fiato. Anche lei, ora
che ci penso, doveva essere sospesa in cielo, perche' potevo
guardarla direttamente, era alla mia altezza, e non c'era
traccia di pedane, la' intorno, per miglia. Sotto di noi
scorreva un fiume dagli strani colori... ricordo che mi
fece paura, e non volli guardare oltre. Tornai a lei.
-Confidati- mi disse, sorrideva come una di quelle statue...
sapete, quel sorriso sforzato... stava cercando in tutti i
modi di apparire rassicurante e tranquilla. Mi chiesi se lo
stesse facendo per me. No, non lo sta facendo per me. E
guai se fosse il contrario, perche' senno' mi innamorerei.
Era solo un'idea. Vedevo il mio sangue gocciolare piano
verso l'abisso, laggiu'... ero fatto a pezzi da mille
trappole infernali. Ogni singola goccia di sangue sembrava
essere un mio ambasciatore, laggiu', in quel gorgo senza
fine...
"Il nostro signore sta arrivando, vi prega di attenderlo un
altro po'"
Io cominciai a chiedermi se la mia esistenza avesse un
senso. Non era l'ora di porre fine ad una simile sciagura?
Era un male per me e per gli altri. Che senso puo' avere
l'esistenza di un fallimento che si sposta sulla terra come
un essere umano e fra i mille mondi della fantasia come una
macchina del tempo? Sognai di essere a casa, ma volli
svegliarmi per continuare a parlare con la ragazza.
-No, non posso confidarmi, soffrirei e basta.-
La mia voce sembrava ferma. Cominciai a chiedermi se non
fossi, per caso, all'interno di un sogno. Se non avessi
sognato di sognare. Poi mandai al diavolo ogni cosa: erano
pensieri che solo uno che sta bene puo' intraprendere...
ecco, io non stavo bene. Farsi problemi sulla realta' delle
cose... non ne ero il tipo. D'un tratto, una moltitudine
di piccole creature prese a sciamarmi intorno, borbottando a
piccole voci frasi che capii appena. Colsi qua e la'
qualcosa.
"...sempre fantasticato troppo. In amore si paga..."
"...con il fallimento. Lo sapevi, no? Che avresti fallito?
Non lo sapevi? Si' che lo sapevi..."
"...mai visto tuo fratello? E' uno uguale a te, solo che e'
molto piu' avvenente e brillante..."
"...tipo come non se ne trovano tanti..."
"...un asso..."
"...e tu..."
"...niente..."
Io ero niente, gia'. I folletti, come erano apparsi,
altrettanto velocemente sparirono. Mi piangeva il cuore, a
lasciarli andar via cosi'. Avrei voluto rispondere, cercare
di difendere il mio onore... o almeno combatterli, vincerli
e strappar loro braccia e gambe e agitarle per aria come
segno di vittoria.
-Che creature simpatiche- fece lei, guardandomi con un
sorriso di sfida.
"E ora che le prende?" mi dissi. No, questo non e' mai
successo. Me lo sono inventato adesso.
-Che creature orribili- disse invece lei, -Perche' ti
tormentano?-
-Ho un grosso debito da saldare- dissi io, senza pensarci
tanto su.
-Che tipo di debito?-
-Amore e affetto che non ci sono piu'-
-Io ti capisco poco...- disse lei.
Sfido, pensai io. Tu non ti sei mai sentita come mi sento
io adesso...
La lama apri' un nuovo varco tra le arterie, e uno zampillo
piu' feroce di sangue si apri' all'aria e fuoriusci' con
prepotenza inaudita. Io gridai per un attimo, vidi che lei
cercava di raggiungermi per aiutarmi, poi le feci cenno che
tutto andava bene... gia', era passato. Mi chiesi dove
sarebbe andato a finire tutto quel sangue. Per un attimo i
miei occhi non fissarono piu' l'immagine, le mie labbra si
mossero senza articolare alcun suono. Avrei voluto
parlarle, avevo tante cose da dirle... signore, no, non
privatemi anche della voce... Qualche lacrima mi scese
dagli occhi, lo ammetto, non sono mai stato un grande eroe.
Quelli che ve l'hanno detto hanno mentito. Qualche istante
di eccitante confusione, poi sembrai tornato alla
normalita'. Certo, era tutto normale. I miei occhi
paranoici non schizzavano piu'. Potevo parlare. Sentivo il
rimorso insistente per la mia condizione fallimentare.
Sentivo ogni precedente sconfitta. Si', tutto era tornato
normale.
-Mi dispiace. Vorrei poterle cacciar via... come vorrei
poterti liberare da quelle trappole. Quella lama... come
fai a resistere?-
-Certe notti me lo chiedo anch'io. E' allora che piango e
riempio il cuscino di lacrime. Mi agito e le lacrime mi
bagnano tutto il volto, e' allora che capisco che non ho
speranze. Pero' ormai e' molto tempo che sopporto questi
dolori, non ci faccio quasi piu' caso.-
Un nuovo zampillo di sangue si libero' in quell'aria
pesante. D'un tratto, ebbi un'improvvisa voglia che mi
apparisse accanto qualcosa di eccezionale... uno squalo, o
un tirannosauro. Forse era la nostalgia per qualcosa che
avevo amato e che sapevo che non mi avrebbe mai deluso...
nonostante avessi amato altro, o meglio altre, molto piu'
degli squali e dei tirannosauri, in effetti, non avevo avuto
certo la stessa risposta...
Poi mi bloccai. Mi dissi che se dovevano portare lassu' da
me uno squalo o un tirannosauro, li dovevano far soffrire
almeno la meta' di quanto soffrivo io in quel momento.
Senza sofferenza non si sta sospesi in cielo. Allora
preferii di no: non volevo che soffrissero per causa mia.
-Che fortuna. Io e' da pochissimo che soffro, e gia' non
vedo l'ora che finisca...-
-Tu sei fortunata. Sei una di quelle persone il cui unico
problema e' dire "si'" o "no" alle offerte degli altri...
non sai quanto faccia male fare quelle offerte. Bussare ad
ogni porta nei giorni neri di pioggia, mentre la tempesta ti
urla contro e ti preme sui vestiti, proporre la tua merce
cercando di mostrarti il piu' dolce e affabile possibile, e
ricevere sempre la stessa risposta...
"No. Non ci serve."-
-Non e' vero... anch'io una volta ci ho provato. Era un
giorno nuvoloso... per fortuna mi e' toccato cercare di
vendere solo una volta.-
-Io e' una vita che faccio il venditore porta a porta.-
-Magari quel giorno ci saremo anche incontrati...- fece lei.
-Non magari. Quasi di certo. E dimmi, com'e' andata?-
-Non lo so ancora. Mi tiene sospesa.-
-Oh. E' doloroso. A me hanno sempre detto no. Il vento
soffia piu' forte quando stai davanti ad una porta aperta e
il padrone di casa ti fa attendere.-
-Io sarei voluta entrare. Mi fa male espormi troppo al
vento...-
"Io non ti terrei in attesa" pensai. Oh, ogni tanto si
affacciava qualche barlume di sentimento umano...
-Dunque ancora attendi- dire quelle parole mi fece sentire
un po' male.
-Si'.-
-Chissa' cosa c'e' all'interno di una casa... io non ci
sono mai stato dentro, mi hanno sempre detto no. Tu ci sei
stata... puoi dirmi cosa c'e'?-
-Allora...-
-No, non dirmelo- feci io, ripensandoci. -Mi farebbe stare
peggio-
-Forse hai ragione...-
Una spinta incontrollabile e di provenienza sconosciuta mi
torse un braccio all'indietro, continuando a stringerlo
verso il torso. Strinsi i denti, contorcendomi a mezz'aria.
Lei era in apprensione... triste, forse. Ma nel dolore non
capivo bene. Eppure, non so perche', il mio cuore sperava
che lei fosse triste per me... Un grido si libero' dalla
stretta dei miei denti serrati. Poi, lentamente, sentii la
forza abbandonare la pressione, e tornai di nuovo in
possesso del mio braccio. Lo guardai, e dovevo avere uno
sguardo veramente dolorante, se lei mi disse:
-Come stai, tesoro?-
Io la guardai. Non capivo bene cosa fosse successo...
sapevo solo che il dolore era stato immenso. Nuovo sangue
era uscito, per via della pressione, ed ora avevo braccio e
mano che ne grondavano. Pero' qualcosa aveva quasi bloccato
il dolore. Che fossero state le sue parole? Lei aveva
inconsapevolmente teso una mano verso di me, se io l'avessi
afferrata mi sarei procurato ancora piu' ferite, offrendo il
braccio nudo a qualche nuovo sciame di lame, sempre pronte
come rapaci dalla vista acutissima, sempre scattanti come
lampi nel buio della notte.
-Come va?-
-Meglio- risposi, -Ogni dolore mi procura sempre piu'
sollievo, ormai. Mi ci sono abituato, e' questa la vita di
tutti i giorni. E' la normalita'. Non riuscirei mai ad
accettare che fosse il contrario, che la consuetudine
fossero le gioie e che i dispiaceri fossero le eccezioni...
penso che ne morirei-
"Perche', non sei gia' morto?" mi chiesi.
Lontanissime, sagome di nuove astronavi attraversavano di
tanto in tanto il cielo plumbeo, mentre erano seguite da
creature enormi, gigantesche, grandi almeno quanto loro.
Pinnacoli di fumo si levavano di tanto in tanto dal basso,
portavano odori di metalli fusi e di colate laviche.
-Io vorrei aiutarti- mi disse lei.
Come potresti mai aiutarmi, quando so benissimo che ti
arrenderesti anche tu di fronte alla mia attitudine per la
sconfitta, e che dopo poco te ne andresti certamente, quasi
impaurita dalla vista del mio corpo straziato dalle ferite e
reso quasi irriconoscibile anche dal passare di un solo
giorno? So bene che non ce la faresti... ma se vuoi, puoi
tentare.
Io sono qui.
Aspetto.
Sono qui.
Tanto so benissimo che nessuno puo' farcela. Nessuno puo'
arrivare qui. Nessuno puo' raggiungermi. Potete solamente
vedere le mie gocce di sangue piovere dal cielo, mentre la
lama che percorre il mio corpo alla ricerca di punti ancora
sani apre sempre le stesse vecchie ferite, nel suo binario
di morte. Venite pure, so benissimo che non riuscirete a
salvarmi. Pero' spero tanto che riusciate a salvare voi
stessi, se mai deciderete di venire qui. Perche' non e'
detto che chi arriva qui riesca anche ad andarsene...
E se poi, una volta arrivati quassu', scopriste che vi state
divertendo, che non e' affatto come ve l'ho descritto e che
potete andare e venire a vostro piacimento? Che dire? Non
e' uguale per tutti. Va ad individui. Io sono qui
prigioniero, altri hanno la chiave e vanno e vengono. Anzi,
devo dire che questi ultimi sono addirittura la maggioranza.
Ma ora devo lasciarvi... le mie mani cominciano a tremare,
presto non riusciro' piu' a scrivere con chiarezza. Senza
contare che il sangue che mi cola dal braccio rende
illeggibili gran parte dei manoscritti...
Ma tanto e' solo un sogno, no?
Si', e' solo un sogno, perche' non e' mai venuta nessuna
dolce ragazza a vedere come stavo e a preoccuparsi per me.
Sono sempre stato da solo. Ho solamente fatto sogni nei
sogni.
Ma...
un giorno mi svegliero', e allora...
e allora...
..