DADA5 - RACCONTI
TESTAMENTO POSTUMO
di Rita Stilli
Ed anche questo giorno, dopo la dolce agonia di uno
struggente tramonto, scompare nel passato. Ed un nuovo
ieri, sta iniziando a trascorrere... Rimango seduto su
questa panchina, a guardare quel luogo ed irraggiungibile il
viale, la', davanti al mio sguardo offuscato. Riesco ancora
a leggere nel cuore degli altri, non piu' nel mio. Sara' la
presbiopia. O miopia? Non mi intendo molto di queste cose.
E poi, forse e' piu' lontano cio' che e' dentro di noi...
Ma ecco, che gia' i miei pensieri si stanno accavallando.
Sembrano voler fare a gara per giungere primi. Con il
risultato di rovinarsi uno addosso all'altro. Ferendosi,
ogni volta. Ed a me, non rimane che cercare di rimarginare
quelle ferite. Dopotutto, Non mi resta molto da fare...
Anche se, Non posso lamentarmi. La cura delle lacerazioni,
mi risolleva, almeno per un poco, dalla ineguagliabile
fatica di chi non ha piu' niente da dire, da essere. Non
che prima, io sia stato molto, intendiamoci. Ma insomma,
qualcuno che almeno fingesse di ascoltare le mie parole,
forse c'era. O no? Ma adesso, nemmeno io, riesco piu' ad
ascoltarmi. E taccio. Ed i pensieri, approfittano del mio
silenzio, mi assalgono con il loro, molto piu' straziante
del mio. Ma irresistibile.
Ed infatti, io non resisto. Mi arrendo, ogni volta. La
leggera nebbia che offusca i miei occhi, sembra avvolgermi
in un abbraccio soffocante, ma allo stesso tempo struggente.
Ed io, per non cadere, mi lascio trascinare, senza porre
resistenza. Guardo la', davanti a me, ma quel viale, quella
strada, sono confusi, indistinti. Una lacrima, ogni tanto,
si ferma fra le ciglia, ed accende, all'improvviso, una luce
vivida. E tutto si fa chiaro, trasparente, intangibile. Le
mani si congiungono sul mio bastone di legno. E stringono,
stringono, come a volerlo spezzare. Ma lui, il bastone, non
si rompe. E' troppo abituato a sorreggere il peso
insostenibile dell' assenza di un uomo... Gia', perche' io
non ci sono piu'. Esisto ancora, ma non sono piu'! Forse,
quando moriro', ricomincero' ad esserci, o almeno, ad essere
stato. Due date, una croce, racconteranno il riassunto
breve, frettoloso, del mio passaggio sulle strade della
vita. E sara' anche troppo. Le fermate, non interessano
nessuno. Eppure, io, ad ogni sosta, ho lasciato un segno,
un fregio, come ad indicarne o cancellarne, il significato.
Insignificante. Ma reale. Gia', come lo e' ogni tramonto.
Ogni alba. Che trovano soltanto un attimo di protagonismo,
nell'immobilita' di un quadro, o nell'eternita' di una
poesia. Ma per il pittore, per il poeta, ogni tramonto,
ogni alba, sono uguali. Potranno cangiare i colori, e loro
cambieranno le loro tinte, le loro parole... E cosi' per il
mondo: ogni giorno che nasce e che muore, e' e sara' sempre
uguale ad un altro, un susseguirsi naturale, logico e
scontato del trascorrere del tempo. ma ognuno di noi, anzi
di voi, io, lo ripeto, non faccio piu' parte dei presenti,
dovrebbe salutare ogni giorno, il nuovo giorno. Perche' voi
non lo conoscete, non e' lo stesso di ieri. E domani, non
lo incontrerete piu'. Ed alla sera, ogni sera, dovrete
dirgli addio. E guai, a quel giorno antico, che non se ne
andra', a quella notte nuova, che non vorra' portarselo via.
Tutto sarebbe concluso. Senza che niente, fosse iniziato.
Come me, che sono stato una giornata trascorsa, dimenticata,
e forse rifiutata. Ma non sempre puo' splendere il sole.
Anche la pioggia, colora un' immagine, bagna una parola, E
dopo, il sole, non si sporchera', in quella pozzanghera.
Lascera' che ad insudiciarsi siano i vostri passi
frettolosi, sicuri, alteri ed indifferenti. E voi,
imprecherete soltanto. E cambierete il vostro percorso. Ma
quella pozzanghera sara' sempre la', anche quando l'ultima
goccia, sara' dimenticata. La ricorderete si', ma quando la
sete sara' troppa, ed il ricordo di quell'ultima goccia, non
bastera' a spegnere l' arsura... Oh, che mi sto illudendo.
Povera pozzanghera! Povero me. Sss... Qualcuno mi sta
chiamando. Devo andare. Dopo, dopo, continueremo. Adesso
nascondetevi, pensieri. Non fatevi scorgere. Non sanno
della vostra esistenza. Vi credano gia' morti, voi!
Sepolti e dimenticati. Credono che mi abbiate preceduto.
Altrimenti... Ma dopo, dopo... ...Ho cenato. Pane e
latte. La tazza era grande, eppure il latte si e' versato
lo stesso. Mi hanno rimproverato, con crudele dolcezza.
L'ultimo sorso di latte era troppo amaro da mandare giu'!
Non ce l'ho fatta. Hanno insistito, me lo hanno versato con
la forza. Il latte e' uscito, colava dalla mia bocca vuota.
Sembravo un bambino, hanno detto. E ridevano. Anche gli
"altri assenti", come me, intendo dire. Anche loro, hanno
riso. Un bambino, gia'. E' cosi' che dicono tutti. Come
anch'io dicevo, quando facevo parte dei presenti. Ma
allora, non sapevo cosa significasse essere assente, e non
ricordavo ancora, quella sosta chiamata infanzia. Adesso
ricordo tutto, e posso dire che era molto diversa!
Se versavo il latte o qualcosa d'altro, venivo davvero
rimproverato! Senza dolcezza. Il rimprovero stesso, aveva
il profumo ed il sapore del miele. Ed il sorriso negli
occhi di mia madre, raccontava soltanto il domani. La mia
mano nella sua, il cucchiaio alla bocca. "Ecco, si fa
cosi'". Ogni giorno, una goccia in meno di latte, si
versava. Stavo imparando. Iniziava il mio passato. Oh,
non fatemi ridere. Non ditemi che sono tornato come ero in
quei giorni! La mano di nessuno, adesso, si posa sulla mia,
per insegnarmi. Ho imparato tutto. Sapevo anche bere,
senza versare nemmeno una goccia di latte. Incredibile,
vero? E adesso, una mano, ogni tanto mi forza a bere.
Nessun sorriso, nessun rimprovero vero. Solo qualche
imprecazione. Ma e' giusto. Sono noioso, testardo,
incapace. E le mie mani, tremano. E verso il latte. Ma
soprattutto, domani, a cadere sara' una goccia di piu'. Ed
allora, lasciatemi piangere. Fingete di non vedere le mie
lacrime. Voi sapete perche'. Sopportate. Non odiatemi,
non odiate il vostro domani. Che forse sara' diverso dal
mio. Ve l'ho detto, no? Ogni giorno e' un nuovo
sconosciuto. Ogni tramonto, una diversa conclusione. Ma
sapete una cosa? Adesso e' sera, ma non ancora notte. Ed
io ho paura. I miei sogni saranno soli, ed io non ho voglia
di far loro compagnia. Me ne staro' qui, sdraiato, ad
aspettare. Vorrei uscire fuori, sedermi su quella panchina,
assaporare il sapore dell'aria, ascoltare il battito eterno
della notte. Ma non si puo'. Non vogliono. Dicono che
devo stare a letto, che alla mia eta' fa bene dormire,
riposare. Ed allora rassegnamoci. Non sara' per molto,
dopotutto... Le coperte pesano, il lenzuolo scotta. Il
cuscino sembra di pietra. Mi rigiro e rigiro nel letto. E
dentro me stesso. Non riesco a venirne fuori. Qualcuno,
piu' in la', sta tossendo. Si accende una luce. Alzo la
testa per guardare. Ah, si. E' lui. Ogni sera il solito
rituale. Apre il cassetto del comodino, prende qualcosa,
rimane qualche minuto a guardare, poi si volta, spegne la
luce. Io so che sta piangendo. Con una fotografia sotto il
cuscino. Quel cuscino che deve essere molto piu' granitico
del mio. La pietra si puo' scalfire, incidere, graffiare.
Anche facendosi male. Ma sul niente, sull'immagine del
niente che e' rimasto di cio' che era, e' inutile tracciare
segni. Domani, domani gli chiedero' di mostrarmi quella
foto. Chissa', forse, almeno raccontare, si puo', anche il
niente! Adesso, nella fuga, interminabile corsia, risuona
il silenzio assoluto. Nel buio, i miei si sforzano di
cercare un bagliore, un segno della notte. Dalla grande
finestra chiusa, non entra nemmeno un raggio di luna. Forse
stanotte non c'e'. O forse, le hanno detto di non farsi
vedere da noi. Anche la luna, potrebbe farci male,
chissa'... Ma intanto, io ho paura. Del buio. Allora e'
vero. Sono solo un bambino che non diventera' mai vecchio.
Perche' lo e' gia'. Soltanto questa e' la differenza. Ma
la paura, adesso lo ricordo, e' la stessa. L'intensita' non
e' cambiata., solo il suo interminabile prolungarsi. Prima,
bastava una parola, un raggio di luna, ed i sogni
scacciavano il terrore. Adesso... Adesso... Solo
angoscia. Devo alzarmi, devo farlo. Dov'e' il mio bastone?
Ah, eccolo qui. Le pantofole, dove sono? Oddio, non riesco
a trovarle. Non importa. E' bello camminare a piedi nudi.
Mi trascino lungo la corsia. La mia mano si posa sulle
sponde dei letti. Da ognuno mi giunse un sospiro, un
lamento, un colpo di tosse, un singhiozzo. Mi sbagliavo.
Il silenzio non puo' sopraffare l'eco del dolore.
Fuori, fuori. Devo correre fuori. Mi trascino. Le gambe
dolgono. Accolgo il tormento fisico con un saluto di
benvenuto sincero. E' l'unico, a tenermi compagnia, a non
lasciarmi solo, a raccontare me stesso. Perche' non
ascoltarlo? Ecco, sono fuori. C'e' la luna! Lo sapevo, ne
ero certo! E c'e' la notte, la sua immobilita'. Mi siedo
sulla mia panchina e mi lascio avvolgere dalla volutta'
dell'effimero. La notte sembra eterna. Forse e' per questo
che spaventa. E affascina. Ma io, adesso, non ho piu'
paura. Perche' ne ho avuta? Non avrei dovuto. Io, non
sono piu'. Dunque, perche' temere? Si', invece. E' la
mancanza assoluta di niente, che mi stringe l'anima, che
attanaglia la mia mente, stritolando i pensieri, i
sentimenti e... e... si', i ricordi. Il ricordo di quando
il niente non esisteva. Ed al suo posto, c'ero io! Mi ha
rubato il posto nel mondo. Ma non nella vita.
A voi, pero', lascio credere contrario. Vi va meglio,
cosi', vero? Ma adesso, nell'immobilita' di questa notte
rubata, posso spostarmi, camminare, volare, perfino. Poso
il mio bastone. "Rimani li', tu. Non mi servi, in questo
momento. C'e' la mia ombra, adesso, a farmi da sostegno. E
la luna, ad illuminare i miei passi". Ecco qui, i miei
occhiali. Era tanto che non li mettevo. Non c'era niente
che valesse la pena di mettere a fuoco, nessun contorno da
delineare. Adesso, invece, ho deciso di rileggere, anzi di
leggere, alcuni passi del mio cammino. Del mio esserci
stato. Non li conosco. Un giorno li scrissi, fino a quel
giorno. Ma ad ogni passo, cancellavo il precedente. La
pagina sembrava vuota. Adesso, anche la mia firma, sta
scomparendo. Presto, bisogna fare presto. Chiudere il
libro, impedire alle parole di uscire. Prima di una data,
l'ultima! Oh, che fatica. Nemmeno con gli occhiali riesco
a leggere bene. Forse, mi sono allontanato ancora di piu',
da me stesso. E non esiste lente al mondo, in grado di
sopperire a questa miopia. O presbiopia. Non lo so. Forse
sono davvero cosi' troppo vicino a cio' che sono, per
distinguere bene i miei lineamenti? Eppure, non mi sembra
di riconoscermi. Guardiamo meglio. Ecco, qualcosa
adesso... Forse... Si', si'... La fisionomia del tempo si
sta facendo piu' chiara, piu' limpida. La nebbia si sta
diradando.
Quel viale non e' piu' irraggiungibile. M'incammino,
appoggiato alla mia ombra. La notte, alle mie spalle, sta
finendo. Io non me ne accorgo. La', davanti a me, un
barlume, un riflesso. Forse sta nascendo un nuovo giorno.
"Sono molto felice di conoscerti. Buongiorno, mattino. No,
non venirmi incontro... lascia che sia io a raggiungerti.
Guarda, ci riesco. C'e' la mia ombra... Oh, non c'e' piu'.
Sono solo. Anche lei mi ha abbandonato. Ha seguito la
notte, si e' lasciata rapire dall'ultimo raggio di luna.
Dov'e' il mio bastone? Ah, gia'. E' rimasto laggiu'. Non
posso tornare indietro, non ce la faccio. Continuo ad
andare avanti. E' molto piu' facile. Ormai, il nuovo
giorno mi conosce. Io, ancora, non conosco lui. Stasera,
forse, ve lo raccontero'. Se la notte, me lo permettera'.
Chissa'?!... Sta piovendo. Una pozzanghera davanti a me.
La guardo attentamente. Ho sete. Vorrei chinarmi a bere.
Perche' non alzare il viso in alto, perche' non bagnarsi e
spegnere l'arsura, con la pioggia? Perche' anche il cielo,
mi verserei addosso! Ho deciso, mi chino. Mi sdraio per
terra. La mano nella pozzanghera, il palmo che gocciola si
porta verso la bocca. E' limpida, e' pura quest'acqua. Ed
io non ho piu' sete. Non ne avro' mai piu'...