DADA5 - RACCONTI
PRIGIONIERI
di Vittorio Curtoni
Lui giocava col bambino e aveva l'aria piu' candida, piu'
innocente del mondo. Gli carezzava i capelli, lasciava che
le sue mani gli strusciassero contro i vestiti e il
giornale. Sembrava molto affettuoso, li' seduto sul bordo
della vasca; e quel bambino, necessariamente, doveva essere
suo. Ma Giovanna, per niente commossa, soffiava piano in un
angolo. Mai piaciute, a lei, le scene patetiche. E' tutto
un po' buffo, pensava. Carlo che gioca con mio figlio, e
poi c'e' qualcosa di sbagliato, non riesco a fidarmi. Come
quel vento che le mordeva le spalle, maligno, invadente: un
brutto segno. Forse stava per piovere. "Carlo" disse
"adesso basta. Lo riporto dentro. Magari arriva mio
marito." Carlo guardo' l'orologio e scrollo' la testa.
Sempre la solita. Non erano ancora le sette, impossibile
che Simone tornasse cosi' presto. Ma Giovanna era una donna
testarda, e quando si cacciava in testa qualcosa, non c'era
verso. Insistere non sarebbe servito a nulla. Alzandosi
lentamente dalla vasca, lancio' un'ultima occhiata ai pesci,
si scrollo' di dosso la polvere che era rimasta attaccata al
cappotto. "Va bene" disse. "Portalo pure via. Pero' io ti
aspetto qui. C'e' la governante, no?"
Giovanna non rispose nemmeno. Tese la mano in avanti e
raccolse il bambino che stava pasticciando col fango, per
terra. Nicola non disse una parola, non fece un cenno.
Obbediente, tranquillo, segui' la madre nell'ampio sentiero
bianco e poi su per le scale, dentro la grande villa. Nel
giro di cinque minuti erano scomparsi tutti e due, minuscole
figurine inghiottite dal buio ormai prossimo della sera.
Carlo, inebetito, resto' in piedi, perche' tanto non c'era
niente da fare. Se Giovanna tornava, tornava. Stupido
porsi domande o interrogare le stelle, o fare una delle
solite cose che fanno gli innamorati rimbecilliti dalla
passione: con Giovanna, i vecchi trucchi non funzionavano.
Non avevano mai funzionato, a dire il vero. Va tutto bene,
penso', cercando di calmarsi. E' tutto magnifico, tutto
fantastico. Adesso vado al bar e mi bevo qualcosa. Tanto
per alzare un po' il morale. Bastarda puttana. Piu' tardi,
pero', Giovanna riapparve dall'alto della scalinata e scese
verso la vasca dei pesci. Lui si era di nuovo seduto, e
teneva la palma della mano destra sotto il mento. Scrutava
le tenebre. La distinse a malapena, e forse poteva anche
essere qualcun altro, ma su certe cose non ammetteva di
sbagliare. Era Giovanna, certo. Allora uscivano a cena
assieme. Allora facevano l'amore. Diabolico.
Guardando il soffitto della camera, un po' lercio, un po'
scrostato, gli venivano in mente tante cose. Ricordava i
pensieri di quando era ancora un ragazzo, intuizioni
stupide, portate via dal tempo senza che la sua coscienza se
ne rendesse conto. Idiozie. Ma in quel momento
riaffioravano sul grande schermo fotografico del cervello,
in brevi lampi di luce, a sprazzi. "Ci sono questi
fantasmi" le disse, affondando il naso nel suo collo.
"Ballano davanti ai miei occhi e non si vogliono fermare.
Cosa ne facciamo?" Scopami" rispose lei. "Vedrai che ti
passa." "A volte sei cosi' maledettamente stupida." Carlo si
scosto', irritato. "A volte penso che basterebbe un piccolo
sforzo di volonta' per liberarmi di te. Tu non mi capisci."
Giovanna, sbuffando, si giro' su un fianco. Lui affondo' la
testa sotto le coperte e si fermo' ad ammirare il suo
sedere. Gli piaceva molto. Fece avanzare una mano, piano,
cercando di non smuoversi da quell'attimo di rabbia che lo
possedeva. Sarebbe tanto facile. Dare un calcio a tutto, e
via, scappare. Ci sara' pure una terra vergine, una nuova
vita. Oppure potrei affogarmi. "A giugno andiamo in
Algeria" disse all'improvviso lei, senza voltarsi. "Simone
dice che e' un posto molto bello. Vuole farlo vedere a
Nicola." "Allora niente gita a Rapallo" fece lui; e senti'
rispuntare le solite vecchie spine che di tanto in tanto gli
trapassavano il petto: un dolore non eccessivo, comunque, e
gia' cosi' familiare. "Niente gita a Rapallo" confermo'
Giovanna, senza la minima alterazione nella voce. "Mi
spiace. Facciamo per luglio, vuoi?" "Immagino che poi
dovrai andare da qualche altra parte, e poi da un'altra, e
non ci sara' mai una fine. Non raccontarmi storie. A te
non dispiace proprio. In certi momenti, Cristo, in certi
momenti non posso fare a meno di chiedermi perche' stai con
me."
La sua mano riposava adesso sulla schiena della donna che
era, o doveva essere, la sua amante, e il contatto con la
pelle tiepida gli dava un senso di struggimento. Gli
sembrava di perdere tante cose, tanti attimi che gli
spettavano di diritto: una vita normale, una casa, magari un
figlio tutto suo. Le cose che qualunque idiota aveva.
"Allora" le chiese di nuovo, carezzando l'attaccatura delle
spalle, aspirando il sapore un po' acre dei suoi capelli
"c'e' un motivo? Me lo sai dire?" "Cosi'." E finalmente lei
era di nuovo davanti al suo viso, finalmente i loro occhi
stanchi si incrociavano per restare li', immobili, sospesi,
prigionieri di un'eternita' che non prometteva alcun
significato. "Mi va di stare con te. Sei un bell'uomo. Mi
piace come fai l'amore." "Motivi eccellenti" sussurro' lui,
cercando qualcosa nelle pupille di Giovanna, un messaggio,
una risposta ulteriore; ma non c'era nulla. "Se vanno bene
per te, dovro' accontentarmi." "Cosa vorresti? Una
dichiarazione d'amore? Cerca di essere realista, Carlo."
"Ah, gia', dimenticavo. Cerca di essere realista, Carlo.
Devi capirmi, tesoro. Eccetera eccetera." Il viso di Carlo
si imporporo'. Mentre ripeteva quelle frasi, l'
interminabile ritornello che lei gli sbatteva in faccia con
ostinata ferocia, il fiume della rabbia gli risali' su per
il corpo. Gli invase il cervello, e le mani. Giovanna se
ne accorse, ebbe uno scatto nel fondo nero degli occhi; e
quando lo vide saltare in piedi, col membro appassito,
deluso, che gli penzolava fra le gambe come un frutto
marcio, non ebbe il coraggio di uscire in una risata
sarcastica. "Ne ho piene le palle, cara" disse lui,
buttandosi giu' dal letto, cercando di controllare la furia
che gli batteva alle tempie. "Veramente. Forse dovresti
essere tu a renderti conto di alcune cose, ma tanto e'
inutile, non le hai mai capite. Non saro' io a cambiarti il
cervello." Prese le mutande dalla sedia e le infilo'. Poi
raccolse la camicia, la tenne in mano per qualche secondo.
Una punta di vomito gli premeva in fondo alla gola, cattiva;
e aveva una fame terribile. Cominciava a ricordare che non
mangiava da quasi dieci ore. "Cosa fai?" chiese lei,
rizzandosi sul materasso. "Perche' ti vesti?" "Ho fame" le
rispose, abbottonandosi la camicia. "Vado a mangiare. Tu
fai un po' quello che vuoi."
Giornata dolce, stupenda: sole sfrangiato sui bordi, alto
contro l'azzurro, come in un quadro impressionista. Poco
traffico, pace relativa, e la grande ombra del mare sullo
sfondo, gigantesco, rumoreggiante. Un pomeriggio da godere
in condizioni migliori. Carlo, appoggiato con la sedia alla
balaustra del ristorante, guardava in basso, fumando con
quiete. Angela, davanti a lui, tormentava gli avanzi nel
piatto, rigirando il coltello tra mollica e bucce di pesca.
"Scusa" disse lui d'un tratto, lanciandole un sorriso a
mezza strada fra l'ammonimento e il dispiacere. "Immagino
di non essere una buona compagnia. Non e' colpa mia,
credimi." "Sempre quella donna?" chiese Angela, affondando
la lama nel nocciolo della pesca. Sembrava adirata, e il
rumore del legno che si spezzava infranse l'aria con troppa
violenza. Carlo, senza rispondere, accenno' sottovoce una
canzone stupida. Guardava la strada in basso, specie di
deserto infinito di cui non scorgeva ne' l'inizio ne' la
fine; e poi il riverbero della luce, gli scogli laggiu' in
fondo, una barca che si perdeva verso l'orizzonte. Era
tutto banale e scoraggiante: una piccola fine del mondo
senza trombe divine, senza giudizio. Solo vuoto e caldo.
"E' andata in Algeria" ammise dopo qualche secondo, a
malincuore. "E io sono qui. Non lo trovi stupido?"
"Situazione davvero cretina" disse Angela. "Non me lo sarei
mai aspettato da te. Cose del genere mi fanno venire dubbi
sulla tua intelligenza. Devo ricredermi, per caso?" "E' un
po' piu' complicato di cosi', ma non importa. Ridotta alle
linee essenziali, la storia e' quello che e', e forse hai
ragione tu. Andiamo?"
Piu' tardi furono anche loro in strada, a sfiorare le rare
automobili che di tanto in tanto spezzavano il silenzio; e
il deserto si avvicinava da tutti i lati. Guardandosi
attorno, Carlo percepiva l'odore fisico della putrefazione,
il sapore un po' amaro e un po' repellente della morte:
immaginando banchine interminabili di pesce esposto al sole
per giorni e giorni, come dono propiziatorio al dio della
corruzione fisica. "Ad esempio" si diceva "se dalla faccia
della Terra scomparissero tutti i cibi commestibili, e'
logico che l'intera popolazione mondiale si precipiterebbe
qui, a divorare i resti putrefatti dei nostri pesci. Che
spettacolo, Cristo, che scena, come mi piacerebbe."
Camminava automaticamente, perso nel filo illogico della
propria immaginazione. Angela gli stava a fianco e
strascicava i piedi a fatica, dolente, arrabbiata per il
pomeriggio inutile. Piegando il collo, a tratti, cercava
sul volto di lui un segno, un'indicazione che potesse
suggerire la speranza, qualcosa insomma di vivo e
significante; ma si sentiva poi costretta a ritrarsi, ancora
piu' delusa, ancora piu' incollerita col mondo balordo che
ospitava tutti e due. "Pensaci" le confido' Carlo, con aria
da cospiratore. "Potremmo impiantare il culto del dio della
putrefazione, portare qui la gente a celebrare i suoi riti.
Le vedi le grandi file di pesci marci? Metterle qui, sulla
spiaggia, e la' sul molo, e da per tutto. Riempire il
paese, la costa." Agitando la mano, Carlo indicava i punti
di quella sua immaginaria geografia. Le narici gli si
riempivano del lerciume di quella morte puramente
fisiologica: una cosa onesta, pulita, senza problemi. Senza
vittime. "Sarebbe fantastico. Terrificante. Io credo..."
Si fermo' un attimo, incerto. "Credo che le religioni di
vita abbiano fatto il loro tempo. E' ora di insegnare la
morte alla gente. E' questo che stanno aspettando. Un
messaggio nuovo, una parola mai detta. Dai, su." La prese
per mano, accenno' un passo di danza sull'asfalto
caldissimo. Sotto le esili suole delle scarpe, Angela
avvertiva il ribollire della strada che le procurava una
leggera angoscia, indecifrabile come le parole dello strano
uomo che aveva accanto. E intanto, Carlo saltellava, si
agitava come una gazzella impazzita quando arriva la zampa
del leone a fermare la corsa. E infatti si arresto',
d'impovviso, e si giro' verso lei, e il suo volto era rosso,
cianotico, distrutto dallo sforzo di quel ballo sotto il
sole. "Io sento la mano della morte" le sussurro',
avvicinando bruscamente le labbra alle sue orecchie. "Penso
di avere un cancro. Devo esorcizzare gli spettri,
combatterli sul loro terreno. E non credere che sia pazzo,
perche' ti sbaglieresti."
Stringendo la busta appena trovata nella cassetta delle
lettere, spalanco' la porta dell'ascensore e sali'. Mentre
il risucchio meccanico lo portava in alto, verso
l'appartamento, scruto' i francobolli estranei, mai
conosciuti, e il colore giallo della carta, quasi di
malattia. Un desiderio acuto di muoversi, di fare qualcosa,
gli attanagliava la gola, e invece si sentiva come perso,
come schiacciato, in quel microcosmo di tecnologia che
procedeva da solo. Quando venne, brusco, l'arresto,
assaporo' il gusto dell'emorragia spirituale: precipitandosi
di fretta, caoticamente, all'ingresso del luogo in cui
viveva. E li', abbandonato sulla poltrona poco morbida,
studio' la grafia minuta di Giovanna, quell'altalenare
continuo di lettere mal disposte e infide. Prima di
decifrare il contenuto, voleva trovare la chiave che gli
spalancasse quella creatura lontana, dispersa in Algeria; ma
l'occhio si perdeva sulle parole, il suo cervello procedeva
da solo alla ristrutturazione dei nessi logici, e tutti i
suoi tentativi gli parvero d'improvviso molto inutili e
molto puerili. "Vorrei che tu vedessi questo cielo" gli
scriveva Giovanna "perche' a me non piace, e invece per te
sarebbe meraviglioso. Nicola ha preso la febbre, s'e'
ammalato. Qui fa troppo caldo. Simone ha affari da
sbrigare, non lo vedo quasi mai. Sto bene, comunque. Passo
le gionate nell'inattivita' piu' assoluta, distesa sul
letto, e mi sembra di essere in pace con le cose del mondo.
Con le persone, anche. Qui non ho piu' bisogno di essere
cattiva. "A volte mi chiedo se voglio bene a mio figlio.
Eccolo li'. Adesso dorme al mio fianco mentre ti scrivo, ha
le mani chiuse a pugno sopra il lenzuolo. E' cosi' piccolo.
Ma ho davvero bisogno di andare fino in fondo, di fare
l'esame di coscienza che mi viene periodicamente imposto
dall'esterno? Basta, ho smesso da un pezzo di raccontarmi
bugie. So benissimo che potrei ucciderlo in un impulso
momentaneo di rabbia, e poi continuare a esistere oltre il
dolore e il rimorso. Non credo di dovermi nascondere
davanti a nessuno. "E poi volevo soltanto saggiare la tua
resistenza, scoprire fino a che punto sei disposto a
seguirmi. Rispondimi: cos'e' che ti attrae in me? Perche'
cerchi con tanto accanimento di possedermi? Sei buffo,
Carlo, buffo e patetico. Sono certa che se io fossi al tuo
posto, avrei rinunciato fin dal primo giorno. E se tu, del
resto, non fossi cosi' debole, incapace, spaventosamente
vigliacco, non sarei rimasta con te per tutto questo tempo.
Io ho bisogno di vittime, non di amanti." Era molto
spiacevole trovare in un lampo la verita', scoprirla
descritta con tanta precisione in quelle righe cattive. Una
sensazione di vuoto gli chiudeva adesso la bocca dello
stomaco, e avrebbe voluto alzarsi, riempire un bicchiere,
berlo d'un fiato, ma non ne aveva la forza. Semplicemente,
non poteva interrompersi a quel punto, per la certezza ormai
incrollabile di trovarsi a una svolta definitiva, di
riuscire, finalmente, a capire. E chi, poi: se stesso o
lei? E perche' in quel modo? "C'e' stato un altro, prima
di te, contemporaneamente a Simone. E' probabile che tu lo
conosca, credo senz'altro di si', ma non ti diro' il suo
nome. E' una storia mia, mia personale, che non c'entra per
niente con noi, ammesso che si possa parlare di un noi.
Comunque lui era forte e disperato, come me; ho rischiato di
lasciarmi sopraffare. L'unico momento di debolezza della
mia vita, almeno da quando iniziano i ricordi della
coscienza che mi sono costruita. Ho dovuto lasciarlo:
strano, ma la lotta era persa in partenza. "Tu ti lasci
ingannare da troppe cose. Confondi, forse, il mio viso e il
mio corpo con la vera realta' di cio' che sono, immaginando
di poter unificare sotto il segno della dolcezza la nostra
vita in comune. Come sei pietoso, e come sono pietosi, in
genere, gli uomini innamorati. Devo dirtelo, gridartelo,
che io non rappresento affatto l'immagine del mio aspetto
esterno, che non esiste la minima relazione tra cio' che
sembro e cio' che sono? "E' facile regalarti il mio corpo,
permetterti di possedere quei pochi centimetri di pelle che
ti fanno impazzire. Ho imparato bene, credo, a servirmi
dell'amore: e infatti sei cosi' prigioniero di me, cosi'
annichilito dalla mia presenza, che non t'importa nemmeno di
rinunciare a quello che potresti avere senza sforzo.
Assurdo, ridicolo. "Ascolta: una sera mio padre costrinse
mia madre ad avere un rapporto con la violenza, e il suono
degli schiaffi e' rimasto impresso nella mia memoria con una
nettezza spaventosa, tanto da farmi gridare, a volte, di
ribrezzo e paura. E poi il letto che vibrava, il cigolio
delle molle, e piu' sotto mi sembrava di distinguere il
pianto di mia madre, ma forse questo l'ho immaginato, forse
non e' vero.
"Una spiegazione sciocca? Puo' darsi, tesoro, puo' darsi.
Non sono sicurissima che risponda alla realta', non sono
certa che sia realmente accaduto. Non importa. Ho comunque
bisogno di distruggerti, come ho distrutto Simone, come
distruggero' Nicola con la mia invadenza, col mio corpo
dolce, con la capacita' che ho di portarvi esattamente dove
voglio. Siete tutti e tre una cosa sola, per me: la mia
vita, il mio campo di battaglia. Non faccio distinzioni,
non concedo privilegi. Nessuno deve lamentarsi. "Ho poco
tempo, capisci? La vecchiaia bussa gia'. Porta le rughe,
la pelle raggrinzita, il corpo disfatto. Arrivera' anche il
giorno che non avro' piu' armi. Devo uccidervi prima."
Pigrizia del dopo pranzo in un pomeriggio di luglio; e lui
istupidito dal troppo vino che Giovanna aveva continuamente
versato nel suo bicchiere, sorridendogli di traverso.
Simone invece quasi muto, distrutto dal caldo e dal sudore;
e suo figlio, il piccolo Nicola, che saltellava irriverente
sui piedi dell'ospite. "Bella, l'Algeria" disse Carlo, con
la bocca impastata. "Cioe', io personalmente non l'ho mai
vista, pero' me l'hanno raccontato. Mi piacerebbe andarci."
Falso, come tutto in quella casa che gli era estranea.
Tipico di Giovanna il gusto della commedia,
l'improvvisazione melodrammatica a uso e consumo di chi
sapeva. E c'era da chiedersi, a voler essere onesti, a chi
fosse riservata la recita. Pigramente, ma con indifferenza,
con la calma un po' melanconica che gli veniva dall'alcol,
si domando' se per caso non fosse la fine. Un'esplosione
pirotecnica, due fuochi d'artificio, una battuta ben detta,
e addio. Consumare in maniera cosi' meccanica il gusto
della vendetta, invitando per la prima e ultima volta
l'amante a pranzo. Un'altra sofferenza di cui godere?
Aveva tanta voglia di fermarla in un angolo, di bloccarla
mentre scompariva in cucina coi piatti, e chiederle la
verita'. Gli tamburellava in testa il ritmo della sua
lettera, l'incedere elegante delle ferite scavate fino
all'osso; e il desiderio irrequieto di affondare ancora di
piu' il coltello. "Mio caro Carlo" esclamo' all'improvviso
Simone, risvegliandosi dall'apatia "ti confessero' che e'
stata una grossa delusione. Mah, non so che dirti, saranno
le solite storie, le bugie che ti raccontano gli amici per
metterti addosso l'invidia. A me l'Algeria ha fatto
abbastanza schifo. Sarei tornato subito, non fosse stato
per gli affari. Ho proprio sentito nostalgia di Milano. Ti
sembra idiota?"
Carlo scrollo' le spalle, fingendo l'ennesimo sorriso di
partecipazione emotiva. Era sfibrante, demoniaco, restare
li' in quelle condizioni, ma non poteva andarsene. "Nicola
ha preso la febbre" aggiunse Giovanna, melliflua. "Il
medico era ignorante, un inglese presuntuoso. Voleva
insegnarmi come si allevano i figli. A me, figurati. Non
e' vero, tesoro?" Ma Nicola non rispondeva, non dava segni
di vita. Finalmente quieto dopo tanti movimenti inconsulti,
teneva le braccia appoggiate sul tavolo e il capo basso.
Carlo, guardandolo un attimo, provo' per lui un brivido di
compassione. Era cosi' piccolo. Ma c'era anche l'altra
immagine, la figura un po' grottesca di Simone, tanto
patetica di fronte alla bellezza sfacciata della moglie: chi
di loro aveva piu' bisogno di compassione? "Ho visto quella
tua amica" riprese Giovanna, ignorando con eccessiva
disinvoltura la mancata risposta del figlio. "Come si
chiama, Angela. Mi ha detto che siete andati al mare, due
settimane fa. Bella giornata? Dio, guarda, io non ci
resisterei proprio. Tutta un'estate senza ferie. Mi chiedo
come fai." Impietrito, Carlo strinse fra le dita il manico
del coltello e traccio' piccole scie sulla superficie della
tovaglia. "Non ci siamo divertiti molto" disse. "Niente di
particolare. Le solite cose." "Be', io le ferie le ho gia'
fatte" intervenne Simone, quasi sottovoce. "Ferie di lavoro
ma insomma fa niente, via ci sono stato. Adesso basta, se
ne parla l'anno prossimo." "Poverino" sussurro' Giovanna,
chinandosi a carezzare la testa del marito con la sua mano
sottile. "Lavora tanto, pensa sempre a noi. Povero Simone.
E' un martire." Soddisfatto, Simone chiuse gli occhi e fece
segno di si' col capo, ma piano, molto piano, per non
disturbare la mano della moglie che riposava sui suoi
capelli. Carlo scrutava il suo volto, e poi quello di
Giovanna; si rendeva conto che era esattamente la stessa
cosa, lo stesso gioco. Niente preferenze, come aveva
scritto lei. Tutti uguali, tutti premiati con gli stessi
doni. Chissa' se Simone pregustava gia' il corpo della
moglie, steso accanto a lui nel letto, pronto a spalancarsi
da un secondo all'altro.
"Ma io gli voglio bene" disse Giovanna. La divina
assurdita' di quell'affermazione. A Carlo quasi veniva da
ridere. "Mamma" disse Nicola "ho sonno. Mi porti a letto?"
"Adesso, tesoro. Un attimo solo." Il ginocchio di Giovanna
venne a posarsi contro quello di Carlo, si struscio' sui
suoi calzoni. La cosa li', in mezzo alle gambe, ebbe uno
scatto, e lui seppe immediatamente di essere perduto.
Allontanarla subito, in quello stesso momento, mettere in
chiaro che non accettava piu' niente; ma non ci riusci'. E
anche lui come Simone, prigioniero delle stesse lusinghe,
solo un poco piu' colpevole, si arrese. Giovanna, la mano
sulla testa del marito, il ginocchio contro il ginocchio
dell'amante, non reclamo' il trionfo. Non era necessario.
Tese il braccio libero e strinse il pugno di Nicola.
"Andiamo" gli disse. "Vieni che ti porto a letto." Col
gomito urto' il tovagliolo, lo fece cadere a terra. Un
attimo di disappunto, una lievissima increspatura delle
labbra, e poi il sorriso a Nicola che, gia' in piedi,
aspettava.
"Raccoglilo, tesoro" gli disse. "Raccogli il tovagliolo
della mamma." "Io no" rispose il bambino, e giro' la
schiena. "Nicola" fremette Giovanna "raccogli il tovagliolo
della mamma." "Hai sentito cosa ha detto tua madre?" chiese
Simone. "Avanti, non fare il testardo, raccogli quel
tovagliolo." "Vado a letto da solo" disse il bambino, e
comincio' ad allontanarsi. "Nicola" sibilo' Giovanna.
Un momento prima di scomparire nella sua stanza, Nicola si
volto', ed ebbe sotto gli occhi quella scena pietrificata.
Il suo sguardo s'incrocio' con quello di Carlo, e Carlo gli
raccomando' mentalmente di tenere alta la fiaccola, di non
perdere mai quella luce di ribellione forte, decisa. Poi,
quando Nicola usci' dalla sala, Carlo si chino' sotto il
tavolo. "Te lo raccolgo io, il tovagliolo" disse a
Giovanna.