DADA5 - RACCONTI

PRIGIONIERI

di Vittorio Curtoni



Lui giocava col bambino  e  aveva  l'aria piu' candida, piu'
innocente del mondo.  Gli carezzava i capelli, lasciava  che
le  sue  mani  gli  strusciassero  contro  i  vestiti  e  il
giornale.   Sembrava  molto affettuoso, li' seduto sul bordo
della vasca; e quel  bambino, necessariamente, doveva essere
suo.  Ma Giovanna, per niente commossa, soffiava piano in un
angolo.  Mai piaciute, a lei, le scene patetiche.  E'  tutto
un  po'  buffo,  pensava.  Carlo che gioca con mio figlio, e
poi c'e' qualcosa di sbagliato,  non riesco a fidarmi.  Come
quel vento che le mordeva le spalle, maligno, invadente:  un
brutto  segno.   Forse  stava  per  piovere.   "Carlo" disse
"adesso  basta.   Lo  riporto  dentro.   Magari  arriva  mio
marito."  Carlo  guardo'  l'orologio  e  scrollo'  la testa.
Sempre la solita.  Non erano ancora  le  sette,  impossibile
che Simone tornasse cosi' presto.  Ma Giovanna era una donna
testarda,  e quando si cacciava in testa qualcosa, non c'era
verso.  Insistere non  sarebbe  servito  a nulla.  Alzandosi
lentamente dalla vasca, lancio' un'ultima occhiata ai pesci,
si scrollo' di dosso la polvere che era rimasta attaccata al
cappotto.  "Va bene" disse.  "Portalo pure via.  Pero' io ti
aspetto qui.  C'e' la governante, no?"

Giovanna non rispose nemmeno.  Tese  la  mano  in  avanti  e
raccolse  il  bambino  che stava pasticciando col fango, per
terra.  Nicola non  disse  una  parola,  non  fece un cenno.
Obbediente, tranquillo, segui' la madre nell'ampio  sentiero
bianco  e  poi su per le scale, dentro la grande villa.  Nel
giro di cinque minuti erano scomparsi tutti e due, minuscole
figurine inghiottite  dal  buio  ormai  prossimo della sera.
Carlo, inebetito, resto' in piedi, perche' tanto  non  c'era
niente  da  fare.   Se  Giovanna  tornava, tornava.  Stupido
porsi domande o  interrogare  le  stelle,  o  fare una delle
solite cose che  fanno  gli  innamorati  rimbecilliti  dalla
passione:  con  Giovanna, i vecchi trucchi non funzionavano.
Non avevano mai funzionato, a  dire il vero.  Va tutto bene,
penso', cercando di calmarsi.   E'  tutto  magnifico,  tutto
fantastico.   Adesso  vado al bar e mi bevo qualcosa.  Tanto
per alzare un po' il morale.  Bastarda puttana.  Piu' tardi,
pero', Giovanna riapparve dall'alto  della scalinata e scese
verso la vasca dei pesci.  Lui si era  di  nuovo  seduto,  e
teneva  la palma della mano destra sotto il mento.  Scrutava
le tenebre.  La distinse  a  malapena,  e forse poteva anche
essere qualcun altro, ma su  certe  cose  non  ammetteva  di
sbagliare.   Era  Giovanna,  certo.   Allora uscivano a cena
assieme.  Allora facevano l'amore.  Diabolico.

Guardando il soffitto della  camera,  un  po' lercio, un po'
scrostato, gli venivano in mente tante  cose.   Ricordava  i
pensieri   di  quando  era  ancora  un  ragazzo,  intuizioni
stupide, portate via dal tempo senza che la sua coscienza se
ne  rendesse   conto.    Idiozie.    Ma   in   quel  momento
riaffioravano sul grande schermo fotografico  del  cervello,
in  brevi  lampi  di  luce,  a  sprazzi.   "Ci  sono  questi
fantasmi"  le  disse,  affondando  il  naso  nel  suo collo.
"Ballano davanti ai miei  occhi  e  non si vogliono fermare.
Cosa ne facciamo?" Scopami" rispose  lei.   "Vedrai  che  ti
passa." "A volte sei cosi' maledettamente stupida." Carlo si
scosto', irritato.  "A volte penso che basterebbe un piccolo
sforzo di volonta' per liberarmi di te.  Tu non mi capisci."
Giovanna, sbuffando, si giro' su un fianco.  Lui affondo' la
testa  sotto  le  coperte  e  si  fermo'  ad ammirare il suo
sedere.  Gli piaceva molto.   Fece avanzare una mano, piano,
cercando di non smuoversi da quell'attimo di rabbia  che  lo
possedeva.  Sarebbe tanto facile.  Dare un calcio a tutto, e
via,  scappare.   Ci sara' pure una terra vergine, una nuova
vita.   Oppure  potrei  affogarmi.   "A  giugno  andiamo  in
Algeria" disse all'improvviso  lei, senza voltarsi.  "Simone
dice che e' un posto molto  bello.   Vuole  farlo  vedere  a
Nicola."  "Allora  niente gita a Rapallo" fece lui; e senti'
rispuntare le solite vecchie spine che di tanto in tanto gli
trapassavano il petto: un  dolore non eccessivo, comunque, e
gia' cosi' familiare.  "Niente  gita  a  Rapallo"  confermo'
Giovanna,  senza  la  minima  alterazione  nella  voce.  "Mi
spiace.   Facciamo  per  luglio,  vuoi?"  "Immagino  che poi
dovrai andare da qualche altra parte, e poi da  un'altra,  e
non  ci  sara'  mai una fine.  Non raccontarmi storie.  A te
non dispiace proprio.   In  certi  momenti, Cristo, in certi
momenti non posso fare a meno di chiedermi perche' stai  con
me."

La  sua  mano  riposava adesso sulla schiena della donna che
era, o doveva essere, la  sua  amante,  e il contatto con la
pelle tiepida  gli  dava  un  senso  di  struggimento.   Gli
sembrava  di  perdere  tante  cose,  tanti  attimi  che  gli
spettavano di diritto: una vita normale, una casa, magari un
figlio  tutto  suo.   Le  cose  che  qualunque idiota aveva.
"Allora" le chiese di  nuovo, carezzando l'attaccatura delle
spalle, aspirando il sapore un po'  acre  dei  suoi  capelli
"c'e' un motivo?  Me lo sai dire?" "Cosi'." E finalmente lei
era  di  nuovo  davanti al suo viso, finalmente i loro occhi
stanchi si incrociavano per  restare li', immobili, sospesi,
prigionieri  di  un'eternita'  che  non   prometteva   alcun
significato.  "Mi va di stare con te.  Sei un bell'uomo.  Mi
piace  come fai l'amore." "Motivi eccellenti" sussurro' lui,
cercando qualcosa nelle  pupille  di Giovanna, un messaggio,
una risposta ulteriore; ma non c'era nulla.  "Se vanno  bene
per   te,   dovro'   accontentarmi."  "Cosa  vorresti?   Una
dichiarazione d'amore?   Cerca  di  essere realista, Carlo."
"Ah, gia', dimenticavo.  Cerca di  essere  realista,  Carlo.
Devi  capirmi, tesoro.  Eccetera eccetera." Il viso di Carlo
si   imporporo'.    Mentre   ripeteva   quelle   frasi,   l'
interminabile ritornello che lei  gli sbatteva in faccia con
ostinata ferocia, il fiume della rabbia gli risali'  su  per
il  corpo.   Gli invase il cervello, e le mani.  Giovanna se
ne accorse, ebbe uno  scatto  nel  fondo nero degli occhi; e
quando lo vide  saltare  in  piedi,  col  membro  appassito,
deluso,  che  gli  penzolava  fra  le  gambe  come un frutto
marcio,  non  ebbe  il  coraggio  di  uscire  in  una risata
sarcastica.   "Ne  ho  piene  le  palle,  cara"  disse  lui,
buttandosi giu' dal letto, cercando di controllare la  furia
che  gli  batteva  alle tempie.  "Veramente.  Forse dovresti
essere tu a  renderti  conto  di  alcune  cose,  ma tanto e'
inutile, non le hai mai capite.  Non saro' io a cambiarti il
cervello." Prese le mutande dalla sedia e le  infilo'.   Poi
raccolse  la  camicia, la tenne in mano per qualche secondo.
Una punta di vomito gli premeva in fondo alla gola, cattiva;
e aveva una fame terribile.   Cominciava a ricordare che non
mangiava da  quasi  dieci  ore.   "Cosa  fai?"  chiese  lei,
rizzandosi  sul materasso.  "Perche' ti vesti?" "Ho fame" le
rispose, abbottonandosi la  camicia.   "Vado a mangiare.  Tu
fai un po' quello che vuoi."

Giornata dolce, stupenda: sole sfrangiato  sui  bordi,  alto
contro  l'azzurro,  come  in un quadro impressionista.  Poco
traffico, pace relativa, e  la  grande  ombra del mare sullo
sfondo, gigantesco, rumoreggiante.  Un pomeriggio da  godere
in condizioni migliori.  Carlo, appoggiato con la sedia alla
balaustra  del  ristorante,  guardava  in basso, fumando con
quiete.  Angela, davanti  a  lui,  tormentava gli avanzi nel
piatto, rigirando il coltello tra mollica e bucce di  pesca.
"Scusa"  disse  lui  d'un  tratto,  lanciandole un sorriso a
mezza strada fra  l'ammonimento  e il dispiacere.  "Immagino
di non essere  una  buona  compagnia.   Non  e'  colpa  mia,
credimi."  "Sempre  quella donna?" chiese Angela, affondando
la lama nel nocciolo  della  pesca.   Sembrava adirata, e il
rumore del legno che si spezzava infranse l'aria con  troppa
violenza.   Carlo,  senza rispondere, accenno' sottovoce una
canzone stupida.  Guardava  la  strada  in  basso, specie di
deserto infinito di cui non scorgeva  ne'  l'inizio  ne'  la
fine;  e  poi il riverbero della luce, gli scogli laggiu' in
fondo, una  barca  che  si  perdeva  verso l'orizzonte.  Era
tutto banale e scoraggiante:  una  piccola  fine  del  mondo
senza  trombe  divine,  senza giudizio.  Solo vuoto e caldo.
"E'  andata  in  Algeria"  ammise  dopo  qualche  secondo, a
malincuore.   "E  io  sono  qui.   Non  lo  trovi  stupido?"
"Situazione davvero cretina" disse Angela.  "Non me lo sarei
mai aspettato da te.  Cose del genere mi fanno venire  dubbi
sulla  tua intelligenza.  Devo ricredermi, per caso?" "E' un
po' piu' complicato di cosi',  ma non importa.  Ridotta alle
linee essenziali, la storia e' quello che e',  e  forse  hai
ragione tu.  Andiamo?"

Piu'  tardi  furono anche loro in strada, a sfiorare le rare
automobili che di tanto  in  tanto spezzavano il silenzio; e
il deserto si  avvicinava  da  tutti  i  lati.   Guardandosi
attorno,  Carlo percepiva l'odore fisico della putrefazione,
il sapore un  po'  amaro  e  un  po' repellente della morte:
immaginando banchine interminabili di pesce esposto al  sole
per  giorni  e  giorni, come dono propiziatorio al dio della
corruzione fisica.  "Ad esempio"  si diceva "se dalla faccia
della Terra scomparissero  tutti  i  cibi  commestibili,  e'
logico  che  l'intera popolazione mondiale si precipiterebbe
qui, a divorare i  resti  putrefatti  dei nostri pesci.  Che
spettacolo,  Cristo,  che  scena,   come   mi   piacerebbe."
Camminava  automaticamente,  perso  nel  filo illogico della
propria  immaginazione.   Angela   gli   stava  a  fianco  e
strascicava i piedi a fatica,  dolente,  arrabbiata  per  il
pomeriggio  inutile.   Piegando  il collo, a tratti, cercava
sul  volto  di  lui  un  segno,  un'indicazione  che potesse
suggerire  la  speranza,  qualcosa   insomma   di   vivo   e
significante; ma si sentiva poi costretta a ritrarsi, ancora
piu'  delusa,  ancora piu' incollerita col mondo balordo che
ospitava tutti e due.  "Pensaci" le confido' Carlo, con aria
da cospiratore.  "Potremmo impiantare il culto del dio della
putrefazione, portare qui la gente  a celebrare i suoi riti.
Le vedi le grandi file di pesci marci?  Metterle qui,  sulla
spiaggia,  e  la'  sul  molo,  e  da per tutto.  Riempire il
paese, la costa." Agitando  la  mano, Carlo indicava i punti
di quella sua  immaginaria  geografia.   Le  narici  gli  si
riempivano   del   lerciume   di   quella   morte  puramente
fisiologica: una cosa onesta, pulita, senza problemi.  Senza
vittime.  "Sarebbe fantastico.   Terrificante.  Io credo..."
Si fermo' un attimo, incerto.  "Credo che  le  religioni  di
vita  abbiano  fatto  il loro tempo.  E' ora di insegnare la
morte alla  gente.   E'  questo  che  stanno aspettando.  Un
messaggio nuovo, una parola mai detta.  Dai, su."  La  prese
per   mano,   accenno'   un   passo  di  danza  sull'asfalto
caldissimo.   Sotto  le  esili  suole  delle  scarpe, Angela
avvertiva il ribollire della strada  che  le  procurava  una
leggera  angoscia, indecifrabile come le parole dello strano
uomo che aveva  accanto.   E  intanto,  Carlo saltellava, si
agitava come una gazzella impazzita quando arriva  la  zampa
del  leone  a  fermare  la  corsa.   E  infatti si arresto',
d'impovviso, e si giro' verso lei, e il suo volto era rosso,
cianotico, distrutto dallo  sforzo  di  quel  ballo sotto il
sole.   "Io  sento  la  mano  della  morte"  le   sussurro',
avvicinando bruscamente le labbra alle sue orecchie.  "Penso
di   avere   un   cancro.   Devo  esorcizzare  gli  spettri,
combatterli sul loro terreno.  E  non credere che sia pazzo,
perche' ti sbaglieresti."

Stringendo la busta  appena  trovata  nella  cassetta  delle
lettere,  spalanco' la porta dell'ascensore e sali'.  Mentre
il  risucchio   meccanico   lo   portava   in   alto,  verso
l'appartamento,  scruto'   i   francobolli   estranei,   mai
conosciuti,  e  il  colore  giallo  della  carta,  quasi  di
malattia.  Un desiderio acuto di muoversi, di fare qualcosa,
gli  attanagliava  la  gola, e invece si sentiva come perso,
come  schiacciato,  in  quel  microcosmo  di  tecnologia che
procedeva  da  solo.   Quando  venne,   brusco,   l'arresto,
assaporo' il gusto dell'emorragia spirituale: precipitandosi
di  fretta,  caoticamente,  all'ingresso  del  luogo  in cui
viveva.  E  li',  abbandonato  sulla  poltrona poco morbida,
studio'  la  grafia  minuta  di  Giovanna,  quell'altalenare
continuo  di  lettere  mal  disposte  e  infide.   Prima  di
decifrare il contenuto, voleva trovare  la  chiave  che  gli
spalancasse quella creatura lontana, dispersa in Algeria; ma
l'occhio  si perdeva sulle parole, il suo cervello procedeva
da solo alla ristrutturazione  dei  nessi  logici, e tutti i
suoi tentativi gli  parvero  d'improvviso  molto  inutili  e
molto  puerili.   "Vorrei  che  tu vedessi questo cielo" gli
scriveva Giovanna "perche' a me  non  piace, e invece per te
sarebbe meraviglioso.   Nicola  ha  preso  la  febbre,  s'e'
ammalato.   Qui  fa  troppo  caldo.   Simone  ha  affari  da
sbrigare, non lo vedo quasi mai.  Sto bene, comunque.  Passo
le  gionate  nell'inattivita'  piu'  assoluta,  distesa  sul
letto,  e mi sembra di essere in pace con le cose del mondo.
Con le persone, anche.   Qui  non  ho piu' bisogno di essere
cattiva.  "A volte mi chiedo se voglio bene  a  mio  figlio.
Eccolo li'.  Adesso dorme al mio fianco mentre ti scrivo, ha
le mani chiuse a pugno sopra il lenzuolo.  E' cosi' piccolo.
Ma  ho  davvero  bisogno  di  andare  fino in fondo, di fare
l'esame di  coscienza  che  mi  viene periodicamente imposto
dall'esterno?  Basta, ho smesso da un pezzo  di  raccontarmi
bugie.   So  benissimo  che  potrei  ucciderlo in un impulso
momentaneo di rabbia, e  poi  continuare a esistere oltre il
dolore e  il  rimorso.   Non  credo  di  dovermi  nascondere
davanti  a  nessuno.  "E poi volevo soltanto saggiare la tua
resistenza,  scoprire  fino  a  che  punto  sei  disposto  a
seguirmi.  Rispondimi: cos'e' che  ti attrae in me?  Perche'
cerchi con tanto  accanimento  di  possedermi?   Sei  buffo,
Carlo,  buffo e patetico.  Sono certa che se io fossi al tuo
posto, avrei rinunciato fin dal  primo giorno.  E se tu, del
resto, non fossi  cosi'  debole,  incapace,  spaventosamente
vigliacco,  non sarei rimasta con te per tutto questo tempo.
Io  ho  bisogno  di  vittime,  non  di  amanti."  Era  molto
spiacevole  trovare  in  un   lampo  la  verita',  scoprirla
descritta con tanta precisione in quelle righe cattive.  Una
sensazione di vuoto  gli  chiudeva  adesso  la  bocca  dello
stomaco,  e  avrebbe  voluto alzarsi, riempire un bicchiere,
berlo d'un fiato, ma non  ne aveva la forza.  Semplicemente,
non poteva interrompersi a quel punto, per la certezza ormai
incrollabile  di  trovarsi  a  una  svolta  definitiva,   di
riuscire,  finalmente,  a  capire.   E chi, poi: se stesso o
lei?  E perche' in quel  modo?   "C'e' stato un altro, prima
di te, contemporaneamente a Simone.  E' probabile che tu  lo
conosca,  credo  senz'altro  di  si', ma non ti diro' il suo
nome.  E' una storia mia, mia personale, che non c'entra per
niente con noi,  ammesso  che  si  possa  parlare di un noi.

Comunque lui era forte e disperato, come me; ho rischiato di
lasciarmi sopraffare.  L'unico momento  di  debolezza  della
mia   vita,  almeno  da  quando  iniziano  i  ricordi  della
coscienza  che  mi  sono  costruita.   Ho  dovuto lasciarlo:
strano, ma la lotta era persa in  partenza.   "Tu  ti  lasci
ingannare da troppe cose.  Confondi, forse, il mio viso e il
mio  corpo con la vera realta' di cio' che sono, immaginando
di poter unificare sotto  il  segno della dolcezza la nostra
vita in comune.  Come sei pietoso, e come sono  pietosi,  in
genere,  gli  uomini  innamorati.  Devo dirtelo, gridartelo,
che io non  rappresento  affatto  l'immagine del mio aspetto
esterno, che non esiste la minima  relazione  tra  cio'  che
sembro  e cio' che sono?  "E' facile regalarti il mio corpo,
permetterti di possedere quei  pochi centimetri di pelle che
ti fanno impazzire.  Ho imparato  bene,  credo,  a  servirmi
dell'amore:  e  infatti  sei  cosi' prigioniero di me, cosi'
annichilito dalla mia presenza, che non t'importa nemmeno di
rinunciare  a  quello  che   potresti  avere  senza  sforzo.
Assurdo, ridicolo.  "Ascolta: una sera mio  padre  costrinse
mia  madre  ad avere un rapporto con la violenza, e il suono
degli schiaffi e' rimasto impresso nella mia memoria con una
nettezza spaventosa, tanto  da  farmi  gridare,  a volte, di
ribrezzo e paura.  E poi il letto che  vibrava,  il  cigolio
delle  molle,  e  piu'  sotto  mi sembrava di distinguere il
pianto di mia madre, ma  forse questo l'ho immaginato, forse
non e' vero.

"Una spiegazione sciocca?  Puo' darsi, tesoro,  puo'  darsi.
Non  sono  sicurissima  che  risponda alla realta', non sono
certa che sia realmente accaduto.  Non importa.  Ho comunque
bisogno di  distruggerti,  come  ho  distrutto  Simone, come
distruggero' Nicola con la  mia  invadenza,  col  mio  corpo
dolce,  con la capacita' che ho di portarvi esattamente dove
voglio.  Siete tutti e  tre  una  cosa  sola, per me: la mia
vita, il mio campo di battaglia.   Non  faccio  distinzioni,
non  concedo  privilegi.  Nessuno deve lamentarsi.  "Ho poco
tempo, capisci?  La vecchiaia  bussa  gia'.  Porta le rughe,
la pelle raggrinzita, il corpo disfatto.  Arrivera' anche il
giorno che non avro' piu' armi.  Devo uccidervi prima."

Pigrizia del dopo pranzo in un pomeriggio di luglio;  e  lui
istupidito  dal troppo vino che Giovanna aveva continuamente
versato  nel  suo   bicchiere,  sorridendogli  di  traverso.
Simone invece quasi muto, distrutto dal caldo e dal  sudore;
e  suo figlio, il piccolo Nicola, che saltellava irriverente
sui piedi dell'ospite.  "Bella,  l'Algeria" disse Carlo, con
la bocca impastata.  "Cioe', io personalmente non  l'ho  mai
vista, pero' me l'hanno raccontato.  Mi piacerebbe andarci."
Falso,  come  tutto  in  quella  casa  che gli era estranea.
Tipico    di    Giovanna    il    gusto    della   commedia,
l'improvvisazione melodrammatica a  uso  e  consumo  di  chi
sapeva.   E c'era da chiedersi, a voler essere onesti, a chi
fosse riservata la recita.  Pigramente, ma con indifferenza,
con la calma un  po'  melanconica che gli veniva dall'alcol,
si domando' se per caso non fosse  la  fine.   Un'esplosione
pirotecnica,  due fuochi d'artificio, una battuta ben detta,
e addio.   Consumare  in  maniera  cosi'  meccanica il gusto
della vendetta,  invitando  per  la  prima  e  ultima  volta
l'amante  a  pranzo.   Un'altra  sofferenza  di  cui godere?
Aveva tanta voglia di  fermarla  in  un angolo, di bloccarla
mentre scompariva in  cucina  coi  piatti,  e  chiederle  la
verita'.   Gli  tamburellava  in  testa  il  ritmo della sua
lettera,  l'incedere  elegante  delle  ferite  scavate  fino
all'osso; e il desiderio  irrequieto  di affondare ancora di
piu' il coltello.  "Mio caro Carlo" esclamo'  all'improvviso
Simone,  risvegliandosi  dall'apatia  "ti confessero' che e'
stata una grossa delusione.  Mah,  non so che dirti, saranno
le solite storie, le bugie che ti raccontano gli  amici  per
metterti   addosso  l'invidia.   A  me  l'Algeria  ha  fatto
abbastanza schifo.  Sarei  tornato  subito,  non fosse stato
per gli affari.  Ho proprio sentito nostalgia di Milano.  Ti
sembra idiota?"

Carlo scrollo' le spalle,  fingendo  l'ennesimo  sorriso  di
partecipazione  emotiva.   Era sfibrante, demoniaco, restare
li' in quelle condizioni,  ma non poteva andarsene.  "Nicola
ha preso  la  febbre"  aggiunse  Giovanna,  melliflua.   "Il
medico   era  ignorante,  un  inglese  presuntuoso.   Voleva
insegnarmi come si allevano  i  figli.  A me, figurati.  Non
e' vero, tesoro?" Ma Nicola non rispondeva, non  dava  segni
di vita.  Finalmente quieto dopo tanti movimenti inconsulti,
teneva  le  braccia  appoggiate  sul tavolo e il capo basso.
Carlo, guardandolo un attimo,  provo'  per lui un brivido di
compassione.  Era cosi' piccolo.   Ma  c'era  anche  l'altra
immagine,  la  figura  un  po'  grottesca  di  Simone, tanto
patetica di fronte alla bellezza sfacciata della moglie: chi
di loro aveva piu' bisogno di compassione?  "Ho visto quella
tua  amica"  riprese   Giovanna,   ignorando  con  eccessiva
disinvoltura la  mancata  risposta  del  figlio.   "Come  si
chiama,  Angela.   Mi ha detto che siete andati al mare, due
settimane fa.   Bella  giornata?   Dio,  guarda,  io  non ci
resisterei proprio.  Tutta un'estate senza ferie.  Mi chiedo
come fai." Impietrito, Carlo strinse fra le dita  il  manico
del  coltello e traccio' piccole scie sulla superficie della
tovaglia.  "Non ci siamo divertiti molto" disse.  "Niente di
particolare.  Le solite cose." "Be',  io le ferie le ho gia'
fatte" intervenne Simone, quasi sottovoce.  "Ferie di lavoro
ma insomma fa niente, via ci sono stato.  Adesso  basta,  se
ne  parla  l'anno  prossimo." "Poverino" sussurro' Giovanna,
chinandosi a carezzare la testa  del  marito con la sua mano
sottile.  "Lavora tanto, pensa sempre a noi.  Povero Simone.
E' un martire." Soddisfatto, Simone chiuse gli occhi e  fece
segno  di  si'  col  capo,  ma  piano,  molto piano, per non
disturbare  la  mano  della  moglie  che  riposava  sui suoi
capelli.  Carlo scrutava il  suo  volto,  e  poi  quello  di
Giovanna;  si  rendeva  conto  che era esattamente la stessa
cosa,  lo  stesso  gioco.   Niente  preferenze,  come  aveva
scritto lei.  Tutti  uguali,  tutti  premiati con gli stessi
doni.  Chissa' se Simone  pregustava  gia'  il  corpo  della
moglie,  steso accanto a lui nel letto, pronto a spalancarsi
da un secondo all'altro.

"Ma  io  gli  voglio   bene"   disse  Giovanna.   La  divina
assurdita' di quell'affermazione.  A Carlo quasi  veniva  da
ridere.  "Mamma" disse Nicola "ho sonno.  Mi porti a letto?"
"Adesso,  tesoro.  Un attimo solo." Il ginocchio di Giovanna
venne a posarsi  contro  quello  di  Carlo, si struscio' sui
suoi calzoni.  La cosa li', in mezzo alle  gambe,  ebbe  uno
scatto,  e  lui  seppe  immediatamente  di  essere  perduto.
Allontanarla  subito,  in  quello stesso momento, mettere in
chiaro che non accettava piu'  niente; ma non ci riusci'.  E
anche lui come Simone, prigioniero  delle  stesse  lusinghe,
solo  un  poco piu' colpevole, si arrese.  Giovanna, la mano
sulla testa del  marito,  il  ginocchio  contro il ginocchio
dell'amante, non reclamo' il trionfo.  Non  era  necessario.
Tese  il  braccio  libero  e  strinse  il  pugno  di Nicola.
"Andiamo" gli disse.   "Vieni  che  ti  porto  a letto." Col
gomito urto' il tovagliolo, lo  fece  cadere  a  terra.   Un
attimo  di  disappunto,  una  lievissima  increspatura delle
labbra, e  poi  il  sorriso  a  Nicola  che,  gia' in piedi,
aspettava.

"Raccoglilo, tesoro" gli  disse.   "Raccogli  il  tovagliolo
della  mamma."  "Io  no"  rispose  il  bambino,  e  giro' la
schiena.  "Nicola" fremette Giovanna "raccogli il tovagliolo
della mamma." "Hai sentito cosa  ha detto tua madre?" chiese
Simone.   "Avanti,  non  fare  il  testardo,  raccogli  quel
tovagliolo." "Vado a letto da  solo"  disse  il  bambino,  e
comincio' ad allontanarsi.  "Nicola" sibilo' Giovanna.

Un  momento  prima di scomparire nella sua stanza, Nicola si
volto', ed ebbe sotto  gli  occhi quella scena pietrificata.
Il suo sguardo s'incrocio' con quello di Carlo, e Carlo  gli
raccomando'  mentalmente  di tenere alta la fiaccola, di non
perdere mai quella luce  di  ribellione forte, decisa.  Poi,
quando Nicola usci' dalla sala, Carlo  si  chino'  sotto  il
tavolo.    "Te  lo  raccolgo  io,  il  tovagliolo"  disse  a
Giovanna.