DADA5 - ARTICOLI
ATTUALITA' DI LOVECRAFT
di Valerio Evangelisti
1. Le cose oltre la soglia
Howard Phillips Lovecraft conta ammiratori entusiastici e
detrattori accaniti. Liberato di ogni passionalita', si
rivela a mio giudizio come autore davvero grande.
Intendiamoci, sul piano meramente letterario resta lontano
(anche se non poi tanto) da Edgar Allan Poe: di quest'ultimo
gli mancano umorismo, senso del grottesco, verve letteraria
e malleabilita' tematica. Tuttavia l'opera di Lovecraft,
quanto meno nei suoi esempi migliori, ha una consistenza, un
potere di suggestione, una carica tragica e visionaria che
ne sovrastano di gran lunga i difetti. Il tema dei racconti
piu' noti e' sempre lo stesso, e riguarda la sotterranea
sopravvivenza di culti ancestrali, risalenti a un tempo
imprecisato in cui la terra era dominata da divinita'
minacciose e da enigmatici guardiani. Quelle divinita',
appartenenti a un pantheon cosmico facente capo ad Azathoth,
dio pazzo e cieco che urla al centro dell'universo,
attendono solo l'occasione di varcare nuovamente le porte
che li separano dai loro antichi possedimenti per
riprenderne il controllo. E l'occasione pu• essere fornita
dal rinverdirsi di religioni proibite, dalla lettura di un
libro maledetto o dall'aprirsi occasionale di una fessura
spazio-temporale.
In pratica, in ogni crepa del reale si celano mostri
indescrivibili e incomprensibili, che spiano i passi di
un'umanita' troppo sicura di se stessa e della solidita' del
contesto in cui si muove. Si nota subito un'impostazione
antipositivistica e una critica radicale all'idea di
progresso: il futuro non ci riserva che incubi, ne' c'e'
speranza di sottrarci alle forze che ci attendono al varco.
Ma ci• non implica in alcun modo l'adesione a culture di
tipo "tradizionale". Per queste ultime la stagione migliore
dell'umanita' - negli ordinamenti, nelle scienze, nei
traguardi di pensiero - appartiene a un passato lontano che
va riconquistato. Invece, per Lovecraft, il passato remoto
e' terrificante quanto il futuro, e solo il presente e il
passato prossimo, semmai, garantiscono una fragile parvenza
di "normalita'". E' abbastanza evidente che l'autore vive
in un'epoca segnata dall'incertezza, in cui tutto si e'
relativizzato. Lo si vede confrontando le sue tematiche con
quelle di altri scrittori del filone da lui definito dell'
"orrore soprannaturale". Almeno nei piu' noti, l'avversario
tipico del mostro e' lo scienziato, l'uomo che fa lume
sugli angoli bui. Cosi' l'antagonista di Dracula e' Van
Helsing, medico che indaga l'occulto con metodi scientifici;
lo stesso dicasi per il dottor Hesselius, nemico degli
spettri e dei vampiri di Le Fanu, e per altri "indagatori
dell'occulto" letterario. Anche quando e' proprio lo
scienziato a creare l'essere mostruoso, come nel caso di
Frankenstein o del dottor Jekyll, e' poi egli stesso a
condurre, o a cercare di condurre, la lotta contro la sua
creatura. Si tratta, in pratica, di incidenti di percorso
sulla via di un progresso visto si' come irto di pericoli,
ma anche come inevitabile. La visione di Lovecraft - come
anche quella di Jean Ray, che con l'americano condivide il
titolo di maggiore autore di letteratura fantastica del
nostro secolo - e' radicalmente diversa. Per l'umanita' non
c'e' alcun futuro, ma solo un'agonia piu' o meno lunga.
E non c'e' nessun dio da chiamare in soccorso: proprio le
divinita' sono la minaccia. Quanto alla scienza, sebbene
sia menzionata raramente, non rappresenta affatto un'arma
di difesa. E' stata anzi proprio essa a rivelare un
universo desolato e gelido, del tutto indifferente alle
creature che lo popolano. In un cosmo del genere, le sole
entita' con diritto di cittadinanza non possono che essere
le abominazioni striscianti e mucillaginose acquattate in
anfratti insondabili o nel buio delle profondita' oceaniche,
dove conducono un'esistenza barbarica e idiota. Il nome di
"dei" spetta loro non perche' creino alcunche', o regolino
il selvaggio dominio del caos, ma solo per via del loro
diritto di progenitura sugli altri esseri viventi. Uno
scenario analogo a quello disegnato da Lovecraft - o anche
da Hodgson, autore molto affine per temi e suggestioni -
non poteva essere concepito negli anni della scienza
trionfante. Occorreva che Einstein ridimensionasse la sfera
dell'uomo nello spazio e nel tempo, che Freud e Jung
portassero alla luce l'orda di fantasmi celata sotto la
logica e l'intelligenza, che la meccanica quantistica
incrinasse la stessa nozione di reale, dimostrando come
alla base di ogni legge di natura vi siano causalita' e
anarchia.
I Magri Notturni di Lovecraft, cosi' come il Grand Nocturne
di Jean Ray o la fauna abissale di Hodgson non sono altro
che i fantasmi vermiformi venuti allo scoperto quando la
conoscenza scientifica ha rimosso le pietre su cui
poggiavano certezze risultate effimere. In altra sede ho
definito la fantascienza come quel filone della letteratura
popolare che situa le proprie storie nel contesto dei sogni
e degli incubi generati dallo sviluppo scientifico,
tecnologico e socio-economico di un'epoca data. Se si
accetta questa definizione, Lovecraft ci appare come pieno
scrittore di science fiction (come avevano a suo tempo
intuito Fruttero e Lucentini), anche se adotta moduli
apparentemente mutuati dal genere horror. Nessuno come lui
appare integralmente e coscientemente immerso nel contesto
della scienza del suo tempo. Nessuno come lui riesce a
cogliere la sconvolgente portata di nuove scoperte destinate
a diffondere ombre dove si supponeva essere chiarezza, e
gelo dove si cercava calore. Sono quelle le vere fessure
che incrinano la trama del reale, nella disincantata visione
lovecraftiana. Al di la' regna un'angosciosa notte senza
fine, nella quale tutte le paure possono prendere corpo e
sangue, e rivendicare l'antico dominio che la conoscenza
umana pensava di avere dissolto per sempre.
2. La morsa del freddo
Se Lovecraft cerca spesso di ispirarsi a Poe, tra l'altro
suo conterraneo, non ne fa propria, se non in minima parte,
la tematica piu' caratteristica: quella della corruzione,
del disfacimento della carne e delle cose. Anche quando
sembra accostarvisi, come in Il colore venuto dallo spazio,
non riesce a far trapelare dalle pagine del racconto quel
senso di disagio quasi fisico che provocano La caduta della
casa degli Usher, Ligeia, Il seppellimento prematuro e gli
altri racconti di Poe imperniati sul senso di morboso e di
malsano. Persino il malriuscito Herbert West, rianimatore,
oppure il brillante Nella cripta, che trattano di cadaveri e
di decomposizione, non sono in alcun modo paragonabili a
Monsieur Valdemar o a racconti analoghi. Si intuisce che i
terrori che Lovecraft coltiva sono completamente diversi da
quelli del suo illustre predecessore (do' qui per scontato
che ogni autore di racconti destinati a fare paura si ispiri
in primo luogo alle proprie paure, come mi sembra naturale).
Poe teme la catalessi, la putrefazione mentre si e' ancora
in vita, il verme che rode dall'interno. Tutte metafore
della malattia. Invece Lovecraft teme in primo luogo il
freddo. Nella vita (della sua patologica idiosincrasia per
le basse temperature hanno parlato tutti i biografi) cosi'
come nella tematica letteraria. Lo dimostra, pur cambiando
intenzionalmente le carte in tavola (qui e' il freddo che
preserva e il caldo che uccide), nello splendido racconto
Aria fredda, uno dei suoi migliori. Lo esplicita senza
rischio di equivoci nel romanzo Alle montagne della follia,
la cui parentela col Gordon Pym e' del tutto superficiale.
Lo evoca nelle gelide folate cariche di terrori che spirano
nel finale di racconti come La citta' senza nome, La palude
della luna, La musica di Erich Zann, preannunciando il
peggio.
Ma anche nel nucleo portante del "Ciclo di Cthulhu" il gelo
ricorre come mantello che copre orrori indescrivibili, li
anticipa, li rivela. Si tratti di cantine, di spifferi, di
riferimenti al buio pianeta Yuggoth, di squarci su
profondita' siderali vuote e nemiche, la vera ossessione
lovecraftiana non pu• essere fraintesa. La dissoluzione
temuta da Poe e' prodotta dal calore umidiccio e mefitico
che nasconde morbi insinuanti e strozza il respiro. Non a
caso, elemento ricorrente di alcuni dei suoi racconti piu'
suggestivi e' la nebbia che scaturisce da terreni
paludosi. Al contrario, ci• che domina in Lovecraft e' il
ghiaccio, visto non come fattore di purezza, ma come indice
di straniamento. Nel delirante universo lovecraftiano e'
proprio l'estraneita' che permea ogni cosa e si condensa in
minaccia. Estranee e lontanissime sono le assurde
divinita' che rivendicano la propria dimenticata supremazia;
aliene all'umanita' sono le creature inconoscibili che
giacciono addormentate nelle viscere della terra; impla-
cabilmente soli sono i protagonisti delle storie, che si
smarriscono in sogni bizzarri e mostruosi o che vagano a
tentoni tra gente inconsapevole che non riesce a comprendere
l'impronunciabile verita' di cui sono portatori. Il
racconto giovanile L'estraneo, piu' che una sorta di
confessione autobiografica, e' il preannuncio di un'intera
linea narrativa che sara' perseguita con assoluta coerenza.
Non e' dunque la morte cio' che i personaggi di Lovecraft
paventano piu' di ogni cosa. E' piuttosto l'estraniamento
definitivo, la calata in un mondo alieno trasportati dagli
artigli di creature da incubo. Anche in un breve racconto
francamente odioso come La strada - storia di un sereno
quartiere anglosassone progressivamente degradato dal
meticciato, dall'immigrazione e dalla diffusione di dot-
trine sovversive - cio' che l'autore teme e' in fondo la
perdita di punti di riferimento, qui individuati in una
cultura e in un modo di vita. Razzismo tutto diverso da
quello di un Hitler, che nella contaminazione etnica
vedeva piuttosto avanzare la malattia e la degenerazione del
sangue, obbedendo a un terrore inconscio (era nato da un
matrimonio tra consanguinei).
Lungi dall'essere spaventato dalla corruzione della carne,
Lovecraft teme piuttosto la disincarnazione, lo scioglimento
da ogni ancoraggio e l'ingresso in una dimensione nebbiosa
non per calore, ma per gelo totale. In questo senso, i suoi
incubi sono di una modernita' affascinante. Il concetto di
alienazione trova in lui una rappresentazione condotta agli
estremi limiti, in forma di angosciosa metafora; l'anomia
connessa a una "modernita'" distruttrice viene personificata
in dei distanti e folli pronti a regnare su un mondo di
folli. Non a caso i suoi protagonisti solo di rado vengono
uccisi: o si disperdono in una diversa dimensione, o
vengono rapiti e sottratti al loro mondo, o subiscono
metamorfosi raccapriccanti ed escludenti, o impazziscono per
visioni che non riescono a comunicare, come accade ai
lettori del misterioso Necronomicon. A fronte di una sorte
del genere - la fuoriuscita, vivi, dal mondo - la morte
fisica e' in fondo il male minore.
Ogni passo verso il futuro apre spiragli attraverso i quali
si puo' essere risucchiati nel nulla, nel freddo che non
corrode ma disperde. In questo senso Lovecraft e', molto
piu' di Poe, interprete del delirio schizofrenico, e con
cio' molto piu' vicino all'angoscia vera, che nasce dal
profondo. Il raffinato Poe produce terrori tutto sommato
carnali, dall'effetto studiato: l'assai piu' rozzo Lovecraft
pro- duce invece allucinazioni rarefatte, in cui ali
membranose e mucillagini sono allusive dello smarrimento
esistenziale in un mondo senza calore e senza significato,
come forse era la terra quando vi regnavano i Grandi
Antichi, ma come certamente e' la societa' nell'era - ai
tempi di Lovecraft incombente, oggi effettiva - della
reificazione totale.
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