DADA5 - ARTICOLI
VIAGGIO INTORNO ALLO ZERO
(Parte 8, 9 e 10)
di Alessio Saltarin
La parola compie i peggiori misfatti.
J.Lacan
8. IL SUPERAMENTO DELL'IMPASSE
Lilith e' strutturalmente parassita dal momento che si
attribuisce il discorso altrui, se ne alimenta e gioca
sull'equivoco sino allo smascheramento delle cose. Se Eva
nega le cose, Lilith le impedisce e, intromettendosi, assume
il ruolo della distruzione usando l'arma dell'allucinazione.
Lilith non e' tanto la copia dell'originale, quanto la sua
caricatura. E' vampiro e pirata. Ma qui si pone un
dilemma. Esiste un femminile attivo con un progetto errato
perch‚ e' progetto di quantita', cioe' progetta il modo per
caricare le cose di materia, per appesantirle, per farne una
caricatura; esiste un femminile passivo per ignoranza
dell'esistenza delle cose, in qualita' e in quantita';
infine esiste un femminile che ignora la quantita' delle
cose, si fa veicolo di volonta' qualitativa, non numera
bensi' chiama le cose, le nomina. Ma chi instaura il
taglio, chi sconvolge e piega le carte in tavola? Chi,
insomma, crea il disagio? Certamente non Eva, che combatte
una partita eterna e sempre perdente contro il disagio, con
il discorso isterico, ma non ne e' certamente l'autrice -
lei stessa dice che viene da fuori, che e' Altro da s‚, che
e' una malattia; certamente non Maria, che non e'
interessata al disagio, n‚ a crearlo n‚ tantomeno a subirlo;
ma non lo e' nemmeno Lilith, semplicemente perch‚ incapace
di creare e il Bene e il Male. Si tratta di un avvenimento
anteriore di cui Lilith si limita a cogliere i frutti, che
non sarebbe mai in grado di imbastire n‚ di sostenere. La
presenza di Lilith sulla scena teatrale e' sempre molto
limitata nel tempo, e' il braccio, non certo il deus ex
machina. Eppure la distruzione che attua e' radicale e
profondissima, tanto da rendere a volte irreversibile
l'andamento delle cose, impossibile il recupero del progetto
altrui; Lilith non puo' esistere senza di esso, ne e'
l'immagine speculare. Quindi crede di affermare, sarebbe
meglio dire di validare, il processo della creazione, ma
risulta l'agente distruttivo. Si scopre cosi' la
funzionalita' di Lilith, che e' irrinunciabile e di vasta
portata: nella creazione viene usata per trasmettere il
messaggio fondamentale: c'e' altro, e c'e' un altrove.
Esaurita la sua funzione essa scompare, come nel mito, in
cui di lei non vien piu' fatta menzione, semplicemente
scompare, terminato il compito assegnatole. Non e'
importante sapere come va a finire Lilith, come muore o dove
scompare: le sue ceneri comportano infatti il marasma
mentale, sono l'effetto di una hybris che vive
nell'ignoranza. Rimane il nulla di Lilith, proprio perch‚
deve appropriarsi interamente del progetto altrui. Lo deve
assumere come droga, ne deve costituire il s‚. Se esiste
una catastrofe come controparte della creazione, il
popolarsi di Lilith come figura femminile emergente, sara'
segno di questa catastrofe, laddove fagocitera' il senso
della parola altrui, attivo o passivo che sia. Chi scatena
la catastrofe, chi funge da grilletto? E' Maria. Dove c'e'
Maria c'e' sempre una Lilith di turno in agguato.
Paradossalmente e' proprio Lilith a verificare e garantire
il progetto di Maria, che da parte sua conosce fin troppo
bene questa sua controfigura. Naturalmente non ne parla,
cioe' non ne fa parola, perch‚ e' proprio da questa
consapevolezza che nasce il superamento del disagio. Lilith
e' il sacco dentro cui il disagio e' riposto, smitizzato e
infine digerito e smaterializzato. Maria si serve di Lilith
per misurare l'Altro. Non e' possibile nemmeno ad Eva
parlare del nulla, quindi Lilith e' invisibile al grande
pubblico, alla massa: parlandone anche Eva non verrebbe
creduta. Pero' inconsapevolmente il silenzio di Eva, unito
al suo intervento originale volto alla materializzazione
delle cose, quindi alla morte della cifra, garantisce il
fallimento delle cose. Proprio come scrisse Walter
Benjamin: "Il concetto di progresso / deve essere fondato
sul concetto di catastrofe. // La catastrofe / e' che tutto
continui come prima. // Essa non e' cio' che di volta in
volta incombe, / ma cio' che di volta in volta e' dato. //
9. LA POLIS
Ci si chiede se esista una natura dello stato, inteso come
lo stato delle cose, quindi nel senso aristotelico, ci si
domanda se possa esistere una politica. Si e' visto come
una politica in senso stretto non possa sussistere: cio' si
evince soprattutto dall'incoerenza dell'essere delle cose
rispetto alla pluralita' degli individui, che cifrano,
ognuno a proprio modo, le qualita' delle cose. Non e'
possibile un contratto sulle cose, quando non ci siamo
ancora messi d'accordo sul loro significato - posto che ce
ne sia uno. Il sistema democratico e' soggetto ad una
dinamica della corruzione che e' fisica e fisiologica. Il
prof.Rinaldi, studioso di teoria dei sistemi al Politecnico
di Milano, parla addirittura di un modello matematico - un
sistema dinamico non lineare a tempo continuo - che permette
di studiare i cicli di corruzione nei sistemi democratici,
proponendo tre indicatori: la popolarita' dei politici, i
capitali da loro accumulati illegalmente e la pressione
investigativa su di essi esercitata dal sistema giudiziario.
D'altra parte la questione della polis , cioe' della
convivenza sociale, non puo' essere n‚ evitata n‚
sottovalutata. Cio' che e' importante e' tenere presente
l'esistenza un postulato primo inamovibile: che lo Stato, la
Legge, le Istituzioni non esistono come entita', ma come
astrazioni, generalizzazioni e quindi approssimazioni. La
crisi delle ideologie del ventunesimo secolo si inscrive
attorno a questo punto di vista, cioe' che gli individui
hanno cessato di esistere come collettivita'. La
collettivita' come rappresentazione umana e' scomparsa. Il
disagio diviene singolare ed individuale, percio' assai piu'
difficile da comprendere. "Voglio che le cose cambino." Ma
le cose non cambiano! Nulla cambia mai: tranne la parola,
che e' in movimento continuo. Nessun'onda cambiera' mai la
superficie del mare. Nessuna teoria che abbia il suo
fondamento sul benessere della societa' in generale o su una
parte di essa, una classe, permettera' all'uomo di
garantirsi un migliore o peggiore futuro. Sono due cose
distinte - il sentirsi bene o male nei confronti dell'avere
una societa' migliore o peggiore - che non collimeranno mai.
Si tratta di una nota utopia. Pare allora che la polis
debba essere descritta in un modo che non sia gerarchico,
che non si fondi sull'albero genealogico. Perch‚ di questo
si parla quando si parla di societa' e di collettivita': si
parla di patto sessuale, prima che di un patto sociale. Ma
la parita' sessuale, che dovrebbe sottostare a questa
gerarchia sociale, non esiste. Il concetto di
omosessualita', di sessualita' uguale, non esiste. Non si
nota una corresponsione sessuale, un'uguaglianza, si nota
una complementarita' sessuale. E' l'uovo di Colombo, ma
negli Stati Uniti la psicoanalisi lo scopre solo adesso.
Allora si dovrebbe parlare di armonia sociale e non di
gerarchia sociale. Una societa' non esclusiva, non
segregativa. Quindi la nostra, quella occidentale almeno,
e' una societa' che esclude l'incredibile, l'arcobaleno, lo
sguardo: insomma esclude l'immagine. Quello che si e' visto
fino ad oggi nella pratica politica e' stato un approccio
che si fonda sull'idea di una fine del tempo sostanziale,
che doveva servire per organizzare un sopravvivere. Non un
vivere, un sopravvivere, al tempo. Quando riusciremo a fare
a meno del tempo? La vita non si situa nel tempo: si situa
nella parola. Vivendo parliamo, ed il vivere stesso
"avviene parlando". Esiste dunque un'eternita' di parola,
che va oltre la sostanza. Gli evangeli predicavano proprio
questo.
10. CONCLUSIONE (Elogio della follia)
Nel discorso occidentale l'Altro si situa nella pazzia.
L'Altro e' un nemico pericoloso. Ma cosa e' l'Altro? Altro
e' l'altro da me, l'estraneo, l'ignoto, il diverso, il
pazzo. La ghettizzazione dell'Altro e' alla base
dell'intolleranza, qualunque tipo di intolleranza: politica,
sociale, razziale. Eppure l'Altro e' in noi: inutile e
dannosa questa intolleranza. L'Altro e' il sembiante, e' la
novita' del progetto e della ricostruzione. Personificare
l'Altro nel nemico, significa porsi in una logica
distruttiva piuttosto che costruttiva, una logica diadica.
E' chiaro che la parola debba essere tollerante, debba
procedere dal due, altrimenti si verifica un'anoressia
intellettuale, un'atrofia della parola. Non solo, ma
l'arte, o anche il progetto originale e nuovo di ciascuno,
deve prendere lo spunto dall'Altro: direi che alla
tolleranza si deve aggiungere la ricerca e infine la
conoscenza. Se esistono discorsi vietati, cose che non si
debbono dire, che non si debbono scrivere - a livello
individuale prima ancora che sociale - e' da questi che
bisogna partire. Come il poeta, che per prima cosa mette a
nudo la propria personalita' piu' nascosta, prostituisce il
suo intimo. Ma fare questo spesse volte porta alla rovina,
alla caduta. Perch‚ esiste una sorta di generale
convincimento circa il pericolo dell'Altro: che debba
esserci un sospetto psichico o psicofarmacologico. Fuori
dal selciato il comportamento e' schizofrenico. C'e' un
pericolo di sommossa, di sovvertimento, di novita', di
rivoluzione. C'e' un pericolo di plagio, di contaminazione,
di morte. C'e' il pericolo, ancora piu' sottile, che esista
una verita' diversa e un sapiente temuto proprio perch‚
unico depositario di questa verita'; che esista poi una
filosofia migliore, una religione migliore, una ideologia
migliore e via dicendo. Trascurando la funzionalita' della
parola. La scrittura deve quindi cancellare la barriera che
si costruisce attorno all'Altro, deve impossessarsene e
cosi' facendo cancellare il passo del tempo. Non c'e'
scrittura che non sia per questo intricata, difficile.
Perch‚ superare questo stato di ritrosia nei confronti
dell'ignoto e' difficile, porta ad una scelta di
extracomunicabilita'. Andare oltre significa non rinunciare
all'arte e all'invenzione: tutto deve essere ammesso, perch‚
la parola si cifra con il tutto, non c'e' principio del
terzo escluso, non c'e' or ma c'e' vel. Questa comunione
con l'Altro viene anche detta l'instaurazione dello zero.
Che e' quanto si era sottolineato all'inizio, cioe' di
comprendere non una ma tutte le ambiguita', tutte le
controindicazioni, tutte le contraddizioni. Per un'esigenza
di intendimento e di avanzamento morale, o anche solamente
per un'esigenza terapeutica. Lo zero si fonda sulla
convinzione che c'e' altro: signori, c'e' un'altro, oltre le
cose quotidiane, oltre le esperienze, oltre la televisione.
Zero come simbolo di un cifrare non crittografico, ma
allusivo. Allora sta all'intelligenza di ciascuno, al
progetto di chi intende mettersi in discussione, vedere se,
oltre il recinto delle proprie convinzioni, delle proprie
sicurezze, delle proprie conoscenze, possa esserci un luogo
dove l'incontro possa avvenire.
Fine