SHORT STORIES
di AA.VV

LA PORTA
di Alessio Robotti

Erano ormai passati diversi minuti da quando mi ero infilato
nel vicolo  e,  appoggiato  al  muro,  ascoltavo il silenzio
delle case d'intorno.  Adesso potevo essere sufficientemente
sicuro che nessuno mi avesse osservato o sentito; con  passi
leggeri  ma veloci mi avvicinai alla piccola porta che avevo
da  tempo  individuato  e  che  dava  accesso  al  retro del
negozio.  Una bella notte stellata, il fresco  degli  ultimi
giorni  d'estate:  oggi un grande acquazzone aveva pulito le
strade e  le  menti  dal  caldo.   Non  dovevo distrarmi, il
lavoro  doveva  essere  rapido  e   preciso:   era   facile,
soprattutto d'estate, che qualcuno potesse affacciarsi ad un
balcone,   sospinto  da  voglie  d'insonnia,  o  una  coppia
attardata trovare un rifugio  nel  vicolo buio, alla ricerca
di  intimita'  da  esibire.   

Scassinare una  porta  era  abbastanza  facile,  farlo senza
lasciare tracce visibili era un lavoro da professionisti: un
tempo io lo ero stato.  Adesso occorreva  molta  fatica  per
credermi  ancora  capace  di  forzare  in  pochi secondi una
serratura   a   quattro    mandate:    le   mani   tremavano
impercettibilmente, leggermente  sudava  la  fronte,  ma  la
voglia   di   violare   quel  negozio  mi  ridava  capacita'
dimenticate.  Esisteva un congegno antifurto ma da tempo non
veniva mai attivato  su  quell'ingresso  di servizio: ne ero
sicuro, nonostante cio',  nel  momento  di  girare  l'ultima
mandata  e aprire la porta, trattenni il respiro, chiusi gli
occhi, poi spinsi  la  maniglia  con  forza.  Fatto: nessuna
sirena,  nessun  scatto  impercettibile   che   evidenziasse
l'attivazione  di  allarmi,  tutto come avevo previsto, come
avevo immaginato da tempo, un semplice lavoro di routine, di
quella che un tempo era la mia routine.

Adesso  veniva  la   parte   veramente   difficile:  la  mia
specialita' era quella di scassinatore,  una  volta  forzata
una  serratura,  aperta  una  porta,  ogni  mia  velleita' e
pulsione cessavano non avendo di  fatto ben chiaro lo scopo,
il perche' di tale azione ed  il  che  cosa  dovessi  adesso
quindi  compiere.   Non  per niente avevo sempre lavorato in
coppia, talvolta anche in gruppi piu' numerosi; io aprivo le
porte, il mio  amico  e  gli  altri  pensavano al resto.  Il
frutto delle mie abilita' era sempre compensato  ampiamente:
ricevevo   dopo   alcuni   giorni,  settimane  talvolta,  un
pacchetto di banconote  e  non  mi interessava altro.  Forse
era questa mia parzialita' che  mi  aveva  salvato;  i  miei
amici prima o poi erano tutti finiti male, chi per un verso,
chi  per un altro.  Non piu' richiesto assiduamente, poi del
tutto, avevo  vissuto  facilmente  sui  denari  investiti in
attivita' del tutto regolari: la mia vita non era  di  fatto
molto  cambiata,  lavoravo comunque poco, di giorno anziche'
nella  notte,  leggevo,  leggevo  molto,  per  il  resto non
rilevavo differenze sostanziali.  Ma le porte,  quelle  si',
mi  creavano  ancora  molti  problemi:  appena ne vedevo una
chiusa  -  non  e'   purtroppo  insolito  vederne,  anzi  e'
esperienza piu' che quotidiana - sentivo salire  in  me  una
smania,   una   irrefrenabile   voglia   di   violentarne  i
meccanismi, di possederne l'essenza.

L'effetto era impercettibile  all'inizio,  ma  poi  - se non
riuscivo  con  i  piu'  vari  espedienti  a  distogliere  il
pensiero  -  saliva  con  violenza   sempre   maggiore,   mi
costringeva  a fissare la porta quasi con odio, a progettare
complicati e  contorti  meccanismi  per  poter nascostamente
accedere alla sua  serratura  e  forzarla:  mi  riempiva  la
mente,  la vita.  Spesso la tensione svaniva di colpo quando
un passante  si  avvicinava  improvvisamente  alla porta, la
sospingeva leggermente girandone la maniglia e,  banalmente,
l'attraversava,  richiudendola  poi  alle sue spalle.  Nella
maggior parte dei casi le porte sono in effetti destinate ad
essere, prima o poi,  aperte  da  qualcuno.  A causa di cio'
avevo  dovuto  osservare  e  studiare  lungamente  prima  di
trovarne una quasi mai utilizzata,  una  porta  che  nessuno
avrebbe mai pensato di aprire: e adesso che fare?  Dopo aver
controllato   che  tutte  le  imposte  fossero  regolarmente
abbassate,  accesi  la  torcia   e  osservai  l'interno  del
negozio: era proprio come lo conoscevo dopo averlo  studiato
per  tanto  tempo.   Sugli  scaffali si trovavano allineati,
quasi  con  pedante  precisione,  libri  e  libri,  disposti
ordinatamente per argomento, per  autore, talora persino, se
molti distratti acquirenti non ne avessero  inavvertitamente
mutato l'ordine, per anno di pubblicazione.  A ragione della
sistematicita'   e   pignoleria   con  cui  il  proprietario
manteneva ordinata e ben  rifornita la libreria, la migliore
e piu' elegante della citta', era naturale che tra  i  tanti
che  la  frequentavano,  molti  fossero  piu'  interessati a
guardare, scorrere i titoli di questo o quell'autore, aprire
i  libri  -  assaggiare  al  volo  qualche  pagina  rubata -
soppesando l'effetto che questi stuzzichini  provocavano  al
loro   appetito.    Spesso   da   tali  scorribande  nasceva
l'acquisto, talvolta  spropositato  rispetto alle previsioni
del lettore: "Entro solo a dare un'occhiata, Sono curioso di
sapere di  cosa  tratta  l'ultimo  libro  del  Tale,  Esiste
un'antologia  simile  a  quella  che  gia'  possiedo ma piu'
aggiornata,  Quanti  hanno  curato  la  traduzione  del  tal
libro?".

Queste abitudini mi  avevano  ampiamente favorito e nascosto
tra la folla dei furtivi  lettori,  avevo  potuto  aggirarmi
all'interno   dei   locali,   osservare   gli   ambienti,  i
dispositivi antifurto  -  ovviamente  erano  necessari se si
voleva evitare che al furto della cultura si aggiungesse  la
beffa.   Ecco, una beffa: lo scopo del mio ingresso notturno
a questa poteva assomigliare  e  quale beffa migliore se non
cambiare sistematicamente l'ordine e  la  disposizione,  non
dico  di tutte - non ne avrei avuto materialmente il tempo -
ma almeno delle principali  raccolte  di volumi?  Con calma,
metodicamente presi a estrarre i primi libri, li osservai da
tutti i punti di vista  possibili,  li  soppesai  e  iniziai
quindi  a studiarne una sistemazione alternativa, una logica
nuova, un ordine  appositamente  diverso dall'usuale.  Fu un
lavoro lungo ed anche  pesante,  non  tutte  erano  edizioni
tascabili:   all'avvicinarsi  del  mattino,  soddisfatto  ma
soprattutto stremato, decisi che  poteva bastare.  Nel retro
trovai una bottiglia di whishy, sembrava messa li'  apposta:
bevvi  diversi  sorsi  di liquore direttamente dal collo, la
infilai nella tasca posteriore  dei pantaloni e mi apprestai
a godere del mio lavoro.  Tornato nei saloni, li attraversai
tutti, con calma, quindi mi appoggiai alla porta di ingresso
rimirando il  nuovo  ordine  dei  volumi:  suddividerli  per
colore   era  stata  un'idea  geniale,  soprattutto  l'unica
facilmente  praticabile  con  poco  tempo  e  scarsa  luce a
disposizione.  Immaginavo con folle divertimento lo sgomento
degli abituali visitatori, l'indomani: consolidati  percorsi
culturali  messi  a  soqquadro,  il  senso  di sconforto, la
perdita dei consueti punti  di riferimento, l'ordine storico
ed alfabetico violentemente rivoluzionati - cosa e' in fondo
scrivere se non cercare una logica nuova  nel  puzzle  della
vita?   Pensai che purtroppo solo pochi avrebbero apprezzato
il gioco  cromatico  che  le  copertine  patinate  e i dorsi
arabescati creavano nell'ambiente: sfumature che degradavano
via   via   per   poi   esplodere,   cangiando   in   colori
complementari,   in   studiati   contrasti   geometricamente
disegnati sugli scaffali: pochi, ma forse ne  era  valsa  la
pena.   La  bottiglia  era ormai quasi vuota; attraversai le
stanze, una  ad  una  -  non  c'erano  porte  a  separarle -
lentamente, continuamente abbagliato dai diversi colori  che
il fascio della torcia andava progressivamente rivelando.

Nel  buio  del retro ritrovai a tentoni una comoda poltrona,
consunta  ma  perfettamente  modellata  dall'uso quotidiano:
stanco, soddisfatto e felicemente dimentico di tutto, mi  ci
stesi   e   lentamente   mi   addormentai.   Nel  sonno  che
rapidamente mi avvolse rividi tutte, proprio tutte, le porte
che nella mia vita avevo  forzato  e quelle che invece avevo
solo - e non erano  per  questo  meno  reali  -  sognato  di
aprire.  In mezzo a tante trionfava, tra grandi riflettori e
musiche  da  trailer,  quella  minuscola e quasi fragile che
poche ore prima avevo varcato, aprendola delicatamente quasi
fosse un piccolo volume di poesie.  Improvvisamente i rumori
della strada mi riportarono  al  presente: era tardi, troppo
tardi, dovevo sbrigarmi,  non  potevo  essere  sorpreso  dal
commesso  che  tra  breve  -erano  quasi  le otto e trenta -
avrebbe aperto come ogni  mattina  la porta del negozio.  Mi
alzai, rapidamente risciacquai gli  occhi  e  la  mente  nel
piccolo lavabo del retro, raccolsi la torcia, la nascosi nel
primo cassetto che trovai aperto: i cassetti non avevano mai
attirato  il  mio  interesse, chissa' perche'?  Prendendo in
mano il mazzo  di  chiavi  che  avevo  posato sul tavolo, mi
precipitai quasi correndo  verso  la  porta  principale  del
negozio.   Dovevo  essere  io  ad  aprirla  per  primo, io a
spalancare questo nuovo mondo agli affezionati clienti della
mia libreria.


GAME OVER
di Giovanni Stoto

Non riusciva in alcun modo a ricordare le parole  di  quella
canzone,  e  questo  lo  innervosiva non poco.  La notte era
insolitamente buia: poche stelle,  quasi a sottolineare quel
dolore lancinante nella sua mente.  I  ritmi  spasmodici  di
una  irrequieta  e  folle  musica  dance  gli sconquassavano
ancora il cervello al punto da annebbiargli la vista.  Tutto
allora  si  faceva  indistinto,  le  curve  sembravano  ampi
rettilinei,  il  rollio   dei   pneumatici  era  un  tiepido
sottofondo che cullava,  piu'  o  meno  dolcemente,  la  sua
stanchezza.   Eppure,  quella  canzone...!   Lei,  si lei la
conosceva sicuramente; senza  esitazione avrebbe cantato,con
la sua roca voce,  quelle  belle  parole:  "Anna  come  sono
tante,  Anna  permalosa,  Anna bellosguardo...".  Com'e' che
continuava?  E chi avrebbe  voluto morire?  Anna si!  Certo,
ma poi, poi?  E mentre  l'indice  della  velocita'  ampliava
deciso  il suo raggio, la striscia bianca della mezzeria era
diventata  una  traiettoria  troppo  difficile  da  seguire:
zigzagava follemente  sotto  di  lui  e  non  voleva proprio
saperne di rigar dritto.  Colpa della nebbia!  No,forse  era
fumo: il fumo di una sigaretta che brillava come una piccola
stella nella solitudine di un firmamento senza compagne, una
tenue  ed  impercettibile stellina sul punto di collassare e
di porre  cosi'  fine  ad  un'esistenza  radiosa.  Gia', una
stella...  A pensarci, la sua vita non era paragonabile alla
meno luminosa di tali astri.  Ci  pensava,  e  molto  spesso
anche:  allora  vedeva un ragazzo di vent'anni disilluso per
un motivo che  non  ricordava  neanche  piu', e centinaia di
pensieri gli turbinavano in testa  come  uccelli  impazziti.
Ma c'era il sabato...

Il  sabato notte tutti i problemi svanivano, come per magia:
al comando di poche  note,  i brutti pensieri fuggivano come
spettri traffitti dai raggi del sole.  Il "luogo sacro",  lo
chiamavano:  una  grande moschea i cui marmi dovevano essere
calpestati con passi di danze rituali: quasi un rito arcano,
retaggio di secoli di  storia  metropolitana.  E le luci, oh
si!  Altro che le stelle del firmamento:  milioni  di  corpi
celesti   iridescenti   che  non  avrebbero  perso  la  loro
luminosita'  fino  all'alba.   Quell'alba  che  ora  rendeva
quella strada piu' luminosa, ma che certo non rischiarava la
sua   mente   annebbiata   dai   fumi   dell'alcool.    Ecco
cos'era:l'alcool!  Quanto aveva  bevuto?  Non molto pensava,
anzi no, ne era sicuro, eppure...  quella curva, dannazione!
Quella curva sembrava piu'  dritta!   Lentamente  la  stelle
piu' mattiniere si offuscarono e l'alba si incendio', ma poi
il cielo si spense...

GAME OVER	...  GAME OVER	...  GAME OVER

La  scritta,  a  caratteri cubitali, lampeggiava velocemente
davanti ai suoi occhi.  Peccato penso' tra se', gia' finito.
Con cura sfilo' dalla testa  il casco della realta' virtuale
e  lo  aggancio'  all'apposito  sostegno;  deluso  apri'  lo
sportello che richiuse pesantemente dietro di se', mentre la
mano esile di Anna gli sistemava i capelli  arruffati  sulla
fronte.   "Andiamo,  Marco,  e' tardi".  Egli scosto' quella
mano ed accenno' ad un sorriso che ricordava luoghi lontani.
E sotto miliardi  di  stelle  "qualcuno  li ha visti tornare
tenendosi per mano"...
												

I MARGINI DEL MONDO 
by Francesco Benghi

  E' una roccia alta, scoscesa, dalle pareti ripide. Solo  una
persona,  Zo,  e'  capace  di arrivare alla cima. Gli altri si
fermano prima, molto  prima;  o  neppure  ci  provano.  Zo  e'
strano,  dicono.  Forse  pazzo.  Zo e' in cima alla roccia. E'
notte, come quasi sempre. Piove, come quasi sempre. Fa freddo,
come...  inutile dirlo. Zo ci e' abituato. Guarda in basso, le
luci della citta', tutte le luci di tutte le  citta',  strisce
bianche e rosse, brulicare frenetico, in fondo inutile. Dietro
la citta', anzi, dietro  le  citta', un alone  sfumato,  color
fuoco,  anime che bruciano, un mondo in fiamme. E tutt'intorno
l'abisso blu  della  notte.  E'  la  solita  immagine  che  si
presenta agli occhi di Zo, ma questa volta e' diverso. Perche'
tra un minuto e' il nuovo millennio, l'illusione mobile di  un
cambiamento.
  Zo guarda dietro di  se'. Altre citta',  altre  luci,  altri
uomini all'infinito. Altro brulicare, altri aloni color fuoco.
Zo e' un ponte tra passato e futuro, ma i piloni  poggiano  su
sponde  franose.  Puo' vedere paure nobili e codardo coraggio,
miserie di lucide intelligenze e  pura  dignita'  di  insetti,
inestricabili   intrecci   di   destini.   Uomini.  Una  lunga
ininterrotta teoria di corpi  e  spiriti,  eterno  vagabondare
senza  pace.  Tra  mezzo  minuto e' il nuovo millennio. Ancora
pioggia  su  Zo,  monotona  e  incessante.  Una  sinistra  eco
metallica  giunge  alle  orecchie  di  Zo.  Clangore  di lame,
balenare di coltelli. Uomo contro uomo, Uomo contro la  Terra,
Uomo  contro  il  cielo.  Uomo  che  s'eleva al di sopra della
materia e che subito dopo si tuffa nella melma. Mille anni non
sono  che  un istante, e ogni uomo un'infinitesima frazione di
questo istante. Lo scaracchio di un mollusco nell'oceano.
  Zo sente un brivido corrergli sulla schiena, come una biscia
a contatto della pelle. Ora ha paura, perche' tra un quarto di
minuto e' il nuovo millennio. Un nuovo  sconfinato  abisso  di
orrori  da scrivere sui libri di storia. La pioggia gli scorre
sui capelli, sembra  voler  penetrare  nel  cervello  e  nelle
viscere,  acqua  sporca  che  tutto  fa  marcire.  Zo vorrebbe
fermare il tempo, anzi distruggerlo, annientarlo,  perche'  un
nuovo  abominio  non  ridicolizzi  il  precedente, perche' non
nasca un uomo peggiore del suo genitore. Ma non puo'.
  Anche la paura scorre. Il tempo e'  padrone.  Se  Zo  avesse
fermato  il  tempo,  la  sua  sarebbe  stata  un'eternita'  di
terrore. Ma  ora  e'  sereno.  Anzi  no,  non  e'  sereno:  e'
rassegnato. Adesso, a un ottavo di minuto dal nuovo millennio,
sa che non puo'  cambiare  il  destino  di  nessuno,  e  forse
neppure il suo. Le luci della citta' brillano liquide sotto la
pioggia, lontane. L'alone color fuoco, il blu  della  notte...
Nulla e' mutato, nulla mutera'. Zo s'alza in piedi, l'anima un
po' piu' fredda. Lentamente comincia a scendere dalla  roccia.
Non   ha   voglia  di  vedere  l'arrivo  trionfale  del  nuovo
millennio, non ha voglia di discorsi ufficiali, non ha  voglia
di celebrare cadaveri.

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