TRA FRAGOLE E SANGUE: UNA DIETA
PER L' HORROR DEGLI ANNI NOVANTA
di Vittorio Curtoni

New York.   Otto  dicembre  1980,  22,30:  davanti al Dakota
Building, il palazzo che nel 1968 Roman Polanski aveva usato
come  set  per  gli  interni  del  suo  piu'  celebre   film
dell'orrore,  "Rosemary's Baby", Mark David Chapman uccide a
colpi di pistola  John  Lennon.   Piu'  tardi dichiarera' di
averlo assassinato nonostante lui, Lennon, lo  avesse  tante
volte  aiutato  a  vivere.   E' l'inizio degli anni Ottanta,
l'era  del  carrierismo   rampante,   degli  yuppies,  della
materialita' a ritmo serrato; e con Lennon muoiono gli  anni
Sessanta   e   Settanta.   Muore  l'ultimo,  grande  cantore
popolare di utopie che  vanno  dal  '68 europeo ai figli dei
fiori   californiani   alla   cosiddetta   "generazione   di
Woodstock"  al  pacifismo  piu'  radicale  (bastera'  citare
"Imagine"  come  parametro  di   riscontro).    Muoiono   le
illusioni,  subentra la realta'; e arriva la fame.  Il mondo
occidentale,  il   mondo   civile,   avanzato,  scientifico,
tecnologico, dopo un  paio  di  decenni  all'insegna  di  un
generico liberalismo che poteva anche sfociare in estremismi
molto  radicali  (come ad esempio la cultura della droga, il
culto dell'LSD, le  predicazioni  "acide" di Timothy Leary),
prende come  modello  estetico  e  culturale  prevalente  il
concetto  di  "magro".  Sono magre le top model piu' pagate;
sono magri, o per  lo  meno  snelli,  i sex symbols di sesso
maschile e femminile proposti da Hollywood;  sono  magre  le
tante,   troppe   diete   che   vedono  la  luce  in  libri,
videocassette,   cassette   audio   (anche   se   c'e'  chi,
genialmente, adotta metodi di resistenza sotterranea:  penso
in  particolare  a  quel  grandissimo  attore  che  e' stato
Richard  Burton,  e  alla   sua  beffarda,  anche  se  presa
terribilmente sul serio, "dieta del bevitore").  Si instaura
e cresce a dismisura  il  culto  del  corpo,  celebrato  nel
moltiplicarsi  di  palestre,  centri  di aerobica, corsi dal
vivo o  per  corrispondenza;  e  il  cinema,  mai ultimo nel
rendere pubblico omaggio alle mode imperanti, esalta  questi
nuovi  miti  di  iperefficienza fisiologica in capolavori di
kitsch come "La  febbre  del  sabato sera", "Staying Alive",
"Flashdance", "Rambo".  La gente, pero', ha fame.  A livello
intellettuale, emozionale  e  sentimentale,  ha  fame  delle
utopie che sono state uccise e sepolte con Lennon; a livello
fisico,  ha  fame  di  cibo.  Chi sta a dieta si strugge nel
desiderio    di    cibi    irraggiungibili    (ipercalorici,
ipercalorici!) e rimpiange,  magari,  i deliziosi secoli nei
quali l'opulenza fisica era indice di opulenza economica, di
potere; chi non sta a dieta e' quotidianamente  perseguitato
dalle   sgargianti   immagini  televisive  di  una  magrezza
surreale, irreale,  angelicata,  simbolo  e  quintessenza di
tutto cio' che di piu' gradevole esiste.  Gli  americani  (e
in  anni piu' recenti anche gli italiani, come si conviene a
una periferia culturale, una provincia dell'impero da domare
attraverso l'imposizione di usi  e  costumi) si ingozzano di
hamburgers, hot dogs, patatine fritte e ketchup; ma  sognano
le longilinee forme di dive e divi eterei; e ingoiano, oltre
allo  smodato  quantitativo  di  cibo,  sensi  di  colpa che
nessuna psicoanalisi collettiva riuscira' mai a guarire.  In
sovrappiu', come se  gia'  questo  non  bastasse, ci sono le
guerre, la dissoluzione di quelle che un tempo erano nazioni
e  oggi  sono  soltanto  campi  di  battaglia  fra  etnie  o
interessi  diversi,  lo  sfaldamento   di   ogni   sicurezza
ideologica,  il  vuoto  pneumatico  che  si instaura dopo il
crollo di un muro,  di  una  cortina...  Se gli anni Ottanta
sono cominciati male, gli anni Novanta promettono peggio;  e
la fame non e' diminuita.

A  domande  popolari,  risposte popolari.  La gente ha fame?
Nutriamola.    Forniamole,   nella   forma   mediata   della
narrativa, del  cinema,  della  televisione,  quegli eccessi
nutritivi che la  cultura  imperante  non  permette  piu'.Se
medici,  dietologi,  esperti  e  guru vari impongono il calo
degli  zuccheri  nel  sangue,  la  drastica  diminuzione del
colesterolo, il serrato  esercizio  fisico;  cioe',  in  una
parola,   la   rinuncia   ai   piaceri   piu'   immediati  e
gratificanti; se cosi' e',  un qualche tipo di soddisfazione
surrogata  diventa  indispensabile.   E  ovviamente  ci   si
trasferisce  subito  a  livello  mentale, perche' per quanto
concerne  il  fisico  non  esistono  (non  paiono  esistere)
scappatoie.  Per anni mi sono  chiesto come mai la narrativa
popolare, di consumo, abbia subito nell'arco di un  decennio
una  metamorfosi  tanto  radicale.  Come mai, ad esempio, la
lunghezza   media   di   un   romanzo   fantastico,  horror,
fantascientifico,  sia   aumentata   fino   a   triplicarsi,
quadruplicarsi,   quintuplicarsi.    Perche'   Stephen  King
esordisce con quell'eccellente  libro  che  e' "Carrie", nel
1974, accontentandosi di meno di duecento pagine,  e  quando
nel  1986  pubblica  "It"  non gli sembrano piu' sufficienti
nemmeno  le  mille   pagine?    Perche'   un  autore  colto,
raffinato, intelligente come Peter Straub si avvicina per la
prima volta all'horror con  quello  smilzo  romanzo  che  e'
"Julia"  (1975),  e  da allora in poi i suoi parti letterari
diventano sempre  piu'  massicci?   Perche' l'enfant prodige
dell'horror  inglese,  Clive  Barker,   inizia   pubblicando
racconti  e  prosegue  con  una serie di romanzi piu' o meno
voluminosi?  Perche'  esistono  oggi  (lo  so per esperienza
personale, professionale) tante  persone  che  rifiutano  il
concetto  stesso di racconto, di narrativa breve, e non sono
disposte a investire denaro in  un  libro se la quantita' di
pagine non e' sufficientemente alta?  La risposta e'  ovvia.
Tutta  questa  gente  ha  fame,  pero'  soggiace  al modello
imperante del magro;  e  quindi  non  mangia,  non beve, non
esagera;   ma   avverte    le    carenze    nutritive,    le
insoddisfazioni,  l'insofferenza per un mondo snello si', ma
snello anche,  cioe'  povero,  di  idee,  di  sentimenti, di
utopie; e se la narrativa e' uno dei  molti  modi  possibili
per  riempire  il  buco  che  abbiamo nello stomaco (pardon,
volevo dire nel  cervello),  che  almeno  quella sia grassa!
Vivaddio, il  romanzo  di  milletrecento  pagine  ti  terra'
impegnato  per  mesi; la trilogia o quadrilogia o pentalogia
ti garantira' interi  anni  di succosa suspense, nell'attesa
del  nuovo  volume;  la   telenovela   dell'orrore,   o   di
fantascienza, o del fantastico in senso lato, ti permettera'
di  abbuffarti.   Di parole e/o di immagini, se non di cibo.
E  leggere  o   guardare,   fino   a  prova  contraria,  non
ingrassano.

Gli anni Ottanta sono anche gli  anni  nei  quali  si  viene
delineando,  a  livello  sociologico,  la  figura del serial
killer:  sublime  creazione,   in  sede  linguistica,  della
cultura USA contemporanea (sino a pochi anni fa, si  parlava
di  "mass  killer",  "omicida o assassino di massa", e ci si
riferiva alle stragi  compiute  in  tempo di guerra).  Oggi,
come recita il sottotitolo italiano di quell'agghiacciante e
splendido film che  e'  "Henry",  stiamo  assistendo  a  una
"pioggia  di  sangue".  Psicopatici che ammazzano a catena e
poi conservano in frigorifero  le parti anatomiche preferite
delle loro vittime per nutrirsene (di nuovo  il  cibo!);  o,
piu'  semplicemente,  psicopatici  che  uccidono per il puro
gusto di  uccidere,  senza  sotterranee tensioni alimentari.
Questa  e'  realta'.   Ma  se  torniamo  nell'ambito   della
narrativa,     quale    incommensurabile    abisso    separa
l'alienazione,  la  follia  schizofrenica  del  Norman Bates
creato da Robert Bloch nel 1959,  e  poi  immortalato  dallo
"Psycho"  (1960)  cinematografico  di  Alfred  Hitchoch, dal
Patrick Bateman di "American  Psycho"  (1991) di Bret Easton
Ellis, un  serial  killer  freddo,  distante,  disincantato,
definito nella sua vera essenza umana dai marchi di fabbrica
delle  cose  che  usa,  delle  scarpe che porta, dei vestiti
firmati che  indossa?   Bates  e'  la  patologia singola, la
ricerca della madre, il nodo edipico mai risolto; Bateman e'
l'espressione vistosa, ai  limiti  del  volgare,  di  quella
societa'  opulenta  che e' (o dovrebbe essere) l'America dei
nostri giorni,  una  societa'  per  la  quale  la  firma, la
griffe, e' tutto.  Chi e' allora  realmente,  o  cos'e',  il
serial killer della societa' americana contemporanea?  E' il
killer  opulento,  il magnate dell'omicidio e della tortura,
l'assassino su  scala  industriale.   Al  suo  confronto, il
killer singolo assume  le  dimensioni  del  povero  diavolo,
dell'insignificante,  del  pezzente.   Del  proletario della
violenza.  E per  quanto  tutti  si  affannino a garantirci,
giurarci, certificarci che le stratificazioni di classe  non
esistono  piu',  non e' vero.  Se e' possibile riscontrarle,
in  maniera   cosi'   evidente   e  innegabile,  addirittura
all'interno  della  vituperata  categoria   degli   omicidi,
figuriamoci in altre categorie...

Proporrei, per il termine americano serial killer, una nuova
traduzione.   Un  po'  provocatoria,  certo,  ma  utile  per
proseguire   l'analisi   sui   meccanismi   della  fruizione
dell'horror nel mondo  di  oggi.  Normalmente, e banalmente,
la traduzione adottata in Italia suona come "killer seriale"
o "killer di serie"; io dico, invece,  "killer  a  puntate".
Perche',  guardiamoci  in  faccia,  il  vero serial killer a
denominazione   d'origine    controllata    e'il   "Dinasty"
dell'omicidio, il "Dallas" dell'efferatezza, la  soap  opera
della  violenza.  E' qualcuno che si e' assunto, in proprio,
il difficile compito di  trasferire nella realta' le macabre
puntate di cicli cinematografici come quello di "Nightmare",
o quello di "Venerdi' 13", o  di  tutti  gli  altri  che  si
potrebbero citare.  E' qualcuno che e'perfettamente inserito
nel contesto della realta' (a parte alcuni lievi problemi di
patologia  mentale,  questo  e'  ovvio), e ha capito che una
storia diventa interessante solo  se e' lunga, protratta nel
tempo, e possibilmente ripetitiva.  E' l'emblema  di  quella
serialita'    cinematografica,    televisiva   e   narrativa
rispuntata con  prepotenza  negli  anni  Ottanta, per ridare
lustro e dignita' alla gloriosa tradizione  del  feuilletton
ottocentesco.  La nostra e' una societa' punitiva, duramente
punitiva.   La  caccia  alle streghe e' sempre aperta.  Ogni
minima fonte  di  soddisfazione  personale e' immediatamente
trasformata in una tragedia collettiva.  Ma ancora di  piu':
dato  per  scontato  che  la  societa'  non  e'  in grado di
provvedere ai bisogni collettivi, e dato per scontato che le
misure   igieniche,    profilattiche,    eccetera,   vengono
regolarmente disattese; la prima cosa da fare e'  instaurare
un  clima  di  tensione,  di  paura,  di horror, rispetto ai
bisogni individuali.  Fumi?  Ti verra' il cancro ai polmoni,
e per di piu' regalerai  il cancro anche alle inermi vittime
del tuo fumo, i fumatori passivi (e  nessuno  fa  nulla  per
diminuire   l'inquinamento   atmosferico  da  fabbriche,  da
automobili, da pesticidi,  eccetera;  ma  il  fumatore e' un
bersaglio individuabile con estrema facilita', e non dotato,
come categoria, del potere di  opporsi  alla  persecuzione).
Mangi?   Ti  procurerai un eccesso di colesterolo (e nessuno
sa ancora di preciso  quali  possano  essere gli effetti del
colesterolo sul corpo umano, sulle arterie, o  per  lo  meno
esistono  teorie  assai  constrastanti).   Pratichi un sesso
smodato?  Attenzione,  dietro  l'angolo  si  nasconde l'AIDS
(anche  se,  al  di  la'  dell'invito  al   profilattico   o
addirittura  alla  castita'  totale, le istruzioni per l'uso
del sesso sono talmente confuse da dare a chiunque un minimo
di giravolta mentale).   Abbiamo,  insomma, una societa' che
invoca  a  gran   voce   i   parametri   della   continenza,
dell'astinenza, piu' in generale dell'assenza (non mangiare,
non  fumare,  non  bere; oserei dire "non esserci", in senso
heideggeriano); al  tempo  stesso,  una  societa' che invoca
prepotentemente, con la voce squillante dei mass  media,  la
presenza  del singolo come garante del tessuto sociale.  Una
contraddizione in termini, questo e' ovvio.  E il fantastico
in  genere,  l'horror  in   particolare,  non  sono  rimasti
insensibili al grido di dolore.  L'horror degli anni Ottanta
e' una risposta  pratica,  operativa,  a  questa  angosciosa
assenza predicata dalla morale (o dal moralismo, dipende dai
punti di vista) sociale.  La serialita' delle immagini e' un
moltiplicarsi  a dismisura della "presenza", un tentativo di
colmare  il  vuoto   di   desideri   inappagati:  la  grande
abbuffata, lo si e' gia' detto,  che  soddisfa  il  cervello
senza  effetti  collaterali  dannosi per stomaco, polmoni, e
altri  organi.   Per  situarsi   sullo  stesso  livello,  la
narrativa  ha  adottato  due  strategie.   Generi  di  ampia
diffusione come fantascienza e fantasy hanno ripreso in toto
la serialita', inventandosi cicli  che  procedono  non  dico
all'infinito,   ma   che   denotano   una  singolare,  quasi
allucinante capacita' di estendersi a piacere, dilatarsi dai
tre ai cinque  ai  sette  volumi  per  raccontare storie che
spesso non posseggono il nerbo necessario per simili misure.
L'horror,  almeno  per  il  momento,  non  sembra  deciso  a
imboccare questa strada; ma, con suggestiva ispirazione,  ha
saputo  serializzarsi  all'interno  di  un singolo libro, di
un'unica storia, gonfiandosi  nelle  centinaia e migliaia di
pagine  che  oggi  sono  prassi   comune.    Suggerisco   un
esperimento:  prendete  uno qualunque dei romanzi di Stephen
King  (con  le  uniche   eccezioni,  credo,  di  "Carrie"  e
"Shining", singolari modelli di compostezza  e  concisione),
il  piu' celebrato, idolatrato, e pagato profeta dell'horror
dell'ultimo  decennio,  e  provate   a  fare  il  conto  dei
personaggi principali e secondari che si aggirano nelle  sue
pagine.   Si  tratta,  garantisco,  di cifre da capogiro; al
punto che se si  interrompe  la  lettura per qualche giorno,
riprendendo in mano il libro bisogna  ricominciare  da  capo
perche' non si ha la piu' pallida idea di chi sia chi.  King
(e  come lui Dean Koontz, Peter Straub, Michael Straczynski,
tanti  altri  autori)  moltiplica  trame  e  sottotrame  per
ottenere  l'  "effetto   televisione",  quel  caleidoscopico
alternarsi di incidenti, miserie o splendori umani,  destini
sublimi  o  insignificanti, e regalare al lettore pane per i
suoi  denti.   Molto   pane   per  il  modesto  investimento
economico  richiesto  dall'acquisto   di   un   libro.    La
serialita'   ha   poi   un  secondo  effetto,  molto  utile,
perfettamente in linea con  le  esigenze di una societa' che
del terrorismo psicologico, del salutismo imposto a suon  di
arcani  terrori,  ha  fatto prassi quotidiana: la serialita'
rassicura.  Ci costruisce  attorno  un ambiente che possiamo
imparare a conoscere nei  minimi  dettagli,  e  dove  quindi
muoverci  a  nostro agio; rende scontate le mosse del mostro
di turno, dell'uomo  nero,  del  babau  che  non  ha piu' la
sconcertante imprevedibilita' delle macabre fiabe  ascoltate
per  la  prima  volta  nell'infanzia.   Un  individuo truce,
spietato e ripugnante come Freddy Kruger, ad esempio, l'eroe
della  saga   cinematografica   di   "Nightmare",  e'  ormai
diventato uno stereotipo a livello di  pupazzo,  di  cartone
animato;  l'amico  e  l'eroe  di  tanti  ragazzi in tutto il
mondo, anche se proprio  di  ragazzi  si  nutre la sua furia
vendicatrice...  In  questa  ottica,  anche  il  travolgente
successo editoriale di serie a fumetti come quella di "Dylan
Dog"  si  spiega  da  se'; e in questa ottica, ahime', duole
aggiungere  che  notevoli  frange  dell'horror contemporaneo
hanno del tutto stravolto  una  delle  proprie  funzioni  di
base: se anziche' inquietare,  il mostro rassicura, diverte,
diventa un caro amico da seguire con simpatia a  ogni  nuova
puntata,  non  resta che aspettare il giorno in cui Paperino
ci comunichera' brividi di sana paura...

Moralisti   e  predicatori  di  varia  estrazione,  in  anni
recenti,  si  sono  spesso  indignati,  tuonando  contro  il
dilagare del sangue, contro  l'affermarsi  di generi come lo
"splatter" e il "gore" basati sulla piu' impudica esibizione
di viscere e brandelli umani straziati.  Pare a costoro  che
la  sana  gioventu'  occidentale  non dovrebbe traviarsi con
romanzi,  film  e  fumetti   nei  quali  la  morte  violenta
costituisce  il  fulcro  narrativo,  la  stessa   dimensione
estetica  dell'opera.   Gli  zombi,  insomma, e tutti i loro
parenti di varia natura sarebbero una gravissima insidia per
la fibra morale dei nostri  tempi.  Costoro non hanno capito
nulla.  E' sfuggita loro una constatazione semplicissima, ma
evidentemente   difficile   da   digerire:   l'essenza,   la
specificita'  dell'horror,  come  di  ogni  altro  tipo   di
"fiction",  sta  nella  "finzione".   Il  sangue che circola
sugli  schermi  e  nei   libri  e'  sangue  finto,  irreale,
ipotetico; e chi ama degustarlo lo fa proprio perche' sa che
nessuna delle vittime morira' mai sul serio.  E' un gioco da
bambini: a cinque anni  si  possono  chiudere  gli  occhi  e
immaginare  di  essere  chissa' dove, magari nel paese delle
meraviglie di Alice, o  su  Marte; dai, diciamo, quattordici
anni  in  su,  si  spalancano  gli  occhi  sulle  truculente
invenzioni della macchina filmica e narrativa e ci si  tuffa
in questo magma rosso in cui galleggiano corpi umani in vari
stati  di smembramento e putrefazione.  Cosa c'e' di male in
questo?  Nulla.  E' solo  una fantasia innocente.  Tutti gli
appassionati di horror che ho conosciuto negli anni sono  le
persone  piu' miti di questo mondo, i classici individui che
non  farebbero  del   male   alla   classica  mosca.   Quale
degenerazione  della  fibra  morale?    La   verita',   come
insegnava  George  Orwell,  e'  che  una societa' anche solo
vagamente repressiva ha una  paura maledetta della fantasia,
perche' si tratta  di  un  atto  singolo,  individuale,  non
irregimentabile,   che  permette  la  fuga  in  una  realta'
alternativa; e invece si deve restare qui, nel presente, nel
reale, per essere produttivi, per  fare quello che i padroni
del vapore vogliono farci fare...  E il  sangue  del  nostro
horror (fittizio) quotidiano possiede due valenze simboliche
delle   quali   i   signori  benpensanti  vorrebbero  negare
l'importanza.  Il sangue del  grande  schermo o della pagina
scritta lava, nei felici  istanti  della  nostra  immersione
fantastica, il sangue vero che vediamo scorrere ogni giorno,
da  mattina  a  sera,  da  sera  a  mattina,  nei  notiziari
televisivi.   L'America  e'  stata  la prima ad avere la sua
"pioggia di sangue"  reale  con  la  guerra del Vietnam, col
bombardamento di immagini che ha scosso le  viscere  di  una
nazione  cosi'  grande,  possente,  e,  a  quanto  si  dice,
libertaria;  non e' un caso che il revival dell'horror, e la
progressiva metamorfosi verso  forme  sempre piu' "splatter"
nel cinema, siano iniziati in quegli anni.  Oggi, anche  noi
italiani   possiamo  finalmente  godere  di  questo  strazio
giornaliero, grazie alle guerre  civili che stanno divorando
l'Africa, l'ex Unione Sovietica, l'ex Iugoslavia; e  quello,
ripeto,  e' sangue vero.  Non ce ne possiamo lavare le mani.
Non possiamo fare  finta  che  sia  uscito dalla fantasia di
Stephen King o di Wes Craven.  Lo abbiamo  sulla  coscienza.
Il   nostro  inconscio  collettivo  ne  e'  impregnato.   E'
un'ossessione che non demorde.   Ma  se per qualche ora, per
una modesta parte della giornata,  ci  tuffiamo  nel  sangue
finto,  e  ci  crediamo, e stiamo al gioco spaventandoci sul
serio, possiamo illuderci che  tutto  il sangue sia irreale,
che queste  maledette  guerre  e  stragi  e  carestie  siano
fulgidi  effetti  speciali  di  un  regista  o uno scrittore
particolarmente fantasiosi...  La  "fiction" rappacifica con
se stessi e col mondo, assolve, cancella i  sensi  di  colpa
nati  dalla  nostra  inerte  accettazione  del  reale.   Non
sarebbe   piu'   opportuna   una  crociata  moralistica  per
l'abolizione del concetto  stesso  di  guerra, invece di una
crociata per salvare i giovani  dai  pericoli  (quali?)  del
"gore"?   Nessuno  se  lo e' mai chiesto?  In secondo luogo,
come insegna l'immortale leggenda del vampiro, come recitava
il titolo di  un  celebre  racconto  ottocentesco di Frances
Marion Crawford, "il sangue e' vita"; dunque e' cibo.  E  il
sangue  e'  anche  l'elemento  sul  quale,  da sempre, si e'
basata la  mistica  trascendentale  di  tante religioni (non
ultimo il  cristianesimo,  che  nell'eucarestia  celebra  la
consumazione rituale del sangue e del corpo di Cristo).  Nel
buio  di  un  locale cinematografico, o nell'intimita' della
casa con un buon  libro  dell'orrore  fra le mani, davanti a
immagini o storie scritte che  grondano  sangue  e  viscere,
tutti  noi  consumiamo  un colossale pasto metaforico che ci
da'  la  forza  e  il   coraggio  per  tirare  avanti.   Per
affrontare la dieta alimentare,  la  castita'  sessuale,  la
rinuncia  al  fumo  e  all'alcol:  tutte  cose  delle  quali
vorremmo usufruire in quantita' smodate, pero' purtroppo non
ci  sono  permesse, e quindi e' giocoforza accontentarci del
loro surrogato piu'  facilmente accessibile.  Lo "splatter",
il "gore" dannosi?  Andiamo,  andiamo.   Signori  moralisti,
signori   benpensanti,   se   ci   togliete   anche   questa
soddisfazione   cosi'   magra,   a   cosi'  basso  tasso  di
colesterolo e nicotina  e  alcol,  cosa  ci resta?  Nulla di
nulla.  Beato chi ama l'horror, perche' almeno qualche pasto
sotto mentite  spoglie  se  lo  puo'  permettere...   E  per
tornare  a  una domanda che ho gia' posto in precedenza: chi
e' davvero il serial killer?   Ovvio: e' il grande sacerdote
del  mondo  moderno,  il  celebratore  di   riti   religiosi
inevitabilmente  fondati  sul  sangue.   E'  lo stregone, lo
sciamano, il prete,  il  mago;  il  mediatore fra la realta'
terrena della dieta e la divina, irraggiungibile realta' del
cibo.  Forse,  quando  questo  mondo  balordo  imparera'  ad
accettare  in  maniera  un  po'  piu'  onesta i desideri del
corpo; quando le donne magre saranno un ricordo del passato,
e l'opulenza fisica sara' un  tratto positivo; quando chi si
mette a dieta verra' bollato come asociale;  allora,  forse,
il  sangue smettera' di trionfare sugli schermi.  E i serial
killer saranno solo  poveri  psicopatici che testimonieranno
unicamente  la  propria  malattia   mentale.   E  i  romanzi
dell'orrore,  si  spera,   torneranno   a   trovare   quella
smagliante snellezza che troppi estrogeni mentali hanno oggi
contaminato.
                           

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