
New York. Otto dicembre 1980, 22,30: davanti al Dakota
Building, il palazzo che nel 1968 Roman Polanski aveva usato
come set per gli interni del suo piu' celebre film
dell'orrore, "Rosemary's Baby", Mark David Chapman uccide a
colpi di pistola John Lennon. Piu' tardi dichiarera' di
averlo assassinato nonostante lui, Lennon, lo avesse tante
volte aiutato a vivere. E' l'inizio degli anni Ottanta,
l'era del carrierismo rampante, degli yuppies, della
materialita' a ritmo serrato; e con Lennon muoiono gli anni
Sessanta e Settanta. Muore l'ultimo, grande cantore
popolare di utopie che vanno dal '68 europeo ai figli dei
fiori californiani alla cosiddetta "generazione di
Woodstock" al pacifismo piu' radicale (bastera' citare
"Imagine" come parametro di riscontro). Muoiono le
illusioni, subentra la realta'; e arriva la fame. Il mondo
occidentale, il mondo civile, avanzato, scientifico,
tecnologico, dopo un paio di decenni all'insegna di un
generico liberalismo che poteva anche sfociare in estremismi
molto radicali (come ad esempio la cultura della droga, il
culto dell'LSD, le predicazioni "acide" di Timothy Leary),
prende come modello estetico e culturale prevalente il
concetto di "magro". Sono magre le top model piu' pagate;
sono magri, o per lo meno snelli, i sex symbols di sesso
maschile e femminile proposti da Hollywood; sono magre le
tante, troppe diete che vedono la luce in libri,
videocassette, cassette audio (anche se c'e' chi,
genialmente, adotta metodi di resistenza sotterranea: penso
in particolare a quel grandissimo attore che e' stato
Richard Burton, e alla sua beffarda, anche se presa
terribilmente sul serio, "dieta del bevitore"). Si instaura
e cresce a dismisura il culto del corpo, celebrato nel
moltiplicarsi di palestre, centri di aerobica, corsi dal
vivo o per corrispondenza; e il cinema, mai ultimo nel
rendere pubblico omaggio alle mode imperanti, esalta questi
nuovi miti di iperefficienza fisiologica in capolavori di
kitsch come "La febbre del sabato sera", "Staying Alive",
"Flashdance", "Rambo". La gente, pero', ha fame. A livello
intellettuale, emozionale e sentimentale, ha fame delle
utopie che sono state uccise e sepolte con Lennon; a livello
fisico, ha fame di cibo. Chi sta a dieta si strugge nel
desiderio di cibi irraggiungibili (ipercalorici,
ipercalorici!) e rimpiange, magari, i deliziosi secoli nei
quali l'opulenza fisica era indice di opulenza economica, di
potere; chi non sta a dieta e' quotidianamente perseguitato
dalle sgargianti immagini televisive di una magrezza
surreale, irreale, angelicata, simbolo e quintessenza di
tutto cio' che di piu' gradevole esiste. Gli americani (e
in anni piu' recenti anche gli italiani, come si conviene a
una periferia culturale, una provincia dell'impero da domare
attraverso l'imposizione di usi e costumi) si ingozzano di
hamburgers, hot dogs, patatine fritte e ketchup; ma sognano
le longilinee forme di dive e divi eterei; e ingoiano, oltre
allo smodato quantitativo di cibo, sensi di colpa che
nessuna psicoanalisi collettiva riuscira' mai a guarire. In
sovrappiu', come se gia' questo non bastasse, ci sono le
guerre, la dissoluzione di quelle che un tempo erano nazioni
e oggi sono soltanto campi di battaglia fra etnie o
interessi diversi, lo sfaldamento di ogni sicurezza
ideologica, il vuoto pneumatico che si instaura dopo il
crollo di un muro, di una cortina... Se gli anni Ottanta
sono cominciati male, gli anni Novanta promettono peggio; e
la fame non e' diminuita.
A domande popolari, risposte popolari. La gente ha fame?
Nutriamola. Forniamole, nella forma mediata della
narrativa, del cinema, della televisione, quegli eccessi
nutritivi che la cultura imperante non permette piu'.Se
medici, dietologi, esperti e guru vari impongono il calo
degli zuccheri nel sangue, la drastica diminuzione del
colesterolo, il serrato esercizio fisico; cioe', in una
parola, la rinuncia ai piaceri piu' immediati e
gratificanti; se cosi' e', un qualche tipo di soddisfazione
surrogata diventa indispensabile. E ovviamente ci si
trasferisce subito a livello mentale, perche' per quanto
concerne il fisico non esistono (non paiono esistere)
scappatoie. Per anni mi sono chiesto come mai la narrativa
popolare, di consumo, abbia subito nell'arco di un decennio
una metamorfosi tanto radicale. Come mai, ad esempio, la
lunghezza media di un romanzo fantastico, horror,
fantascientifico, sia aumentata fino a triplicarsi,
quadruplicarsi, quintuplicarsi. Perche' Stephen King
esordisce con quell'eccellente libro che e' "Carrie", nel
1974, accontentandosi di meno di duecento pagine, e quando
nel 1986 pubblica "It" non gli sembrano piu' sufficienti
nemmeno le mille pagine? Perche' un autore colto,
raffinato, intelligente come Peter Straub si avvicina per la
prima volta all'horror con quello smilzo romanzo che e'
"Julia" (1975), e da allora in poi i suoi parti letterari
diventano sempre piu' massicci? Perche' l'enfant prodige
dell'horror inglese, Clive Barker, inizia pubblicando
racconti e prosegue con una serie di romanzi piu' o meno
voluminosi? Perche' esistono oggi (lo so per esperienza
personale, professionale) tante persone che rifiutano il
concetto stesso di racconto, di narrativa breve, e non sono
disposte a investire denaro in un libro se la quantita' di
pagine non e' sufficientemente alta? La risposta e' ovvia.
Tutta questa gente ha fame, pero' soggiace al modello
imperante del magro; e quindi non mangia, non beve, non
esagera; ma avverte le carenze nutritive, le
insoddisfazioni, l'insofferenza per un mondo snello si', ma
snello anche, cioe' povero, di idee, di sentimenti, di
utopie; e se la narrativa e' uno dei molti modi possibili
per riempire il buco che abbiamo nello stomaco (pardon,
volevo dire nel cervello), che almeno quella sia grassa!
Vivaddio, il romanzo di milletrecento pagine ti terra'
impegnato per mesi; la trilogia o quadrilogia o pentalogia
ti garantira' interi anni di succosa suspense, nell'attesa
del nuovo volume; la telenovela dell'orrore, o di
fantascienza, o del fantastico in senso lato, ti permettera'
di abbuffarti. Di parole e/o di immagini, se non di cibo.
E leggere o guardare, fino a prova contraria, non
ingrassano.
Gli anni Ottanta sono anche gli anni nei quali si viene
delineando, a livello sociologico, la figura del serial
killer: sublime creazione, in sede linguistica, della
cultura USA contemporanea (sino a pochi anni fa, si parlava
di "mass killer", "omicida o assassino di massa", e ci si
riferiva alle stragi compiute in tempo di guerra). Oggi,
come recita il sottotitolo italiano di quell'agghiacciante e
splendido film che e' "Henry", stiamo assistendo a una
"pioggia di sangue". Psicopatici che ammazzano a catena e
poi conservano in frigorifero le parti anatomiche preferite
delle loro vittime per nutrirsene (di nuovo il cibo!); o,
piu' semplicemente, psicopatici che uccidono per il puro
gusto di uccidere, senza sotterranee tensioni alimentari.
Questa e' realta'. Ma se torniamo nell'ambito della
narrativa, quale incommensurabile abisso separa
l'alienazione, la follia schizofrenica del Norman Bates
creato da Robert Bloch nel 1959, e poi immortalato dallo
"Psycho" (1960) cinematografico di Alfred Hitchoch, dal
Patrick Bateman di "American Psycho" (1991) di Bret Easton
Ellis, un serial killer freddo, distante, disincantato,
definito nella sua vera essenza umana dai marchi di fabbrica
delle cose che usa, delle scarpe che porta, dei vestiti
firmati che indossa? Bates e' la patologia singola, la
ricerca della madre, il nodo edipico mai risolto; Bateman e'
l'espressione vistosa, ai limiti del volgare, di quella
societa' opulenta che e' (o dovrebbe essere) l'America dei
nostri giorni, una societa' per la quale la firma, la
griffe, e' tutto. Chi e' allora realmente, o cos'e', il
serial killer della societa' americana contemporanea? E' il
killer opulento, il magnate dell'omicidio e della tortura,
l'assassino su scala industriale. Al suo confronto, il
killer singolo assume le dimensioni del povero diavolo,
dell'insignificante, del pezzente. Del proletario della
violenza. E per quanto tutti si affannino a garantirci,
giurarci, certificarci che le stratificazioni di classe non
esistono piu', non e' vero. Se e' possibile riscontrarle,
in maniera cosi' evidente e innegabile, addirittura
all'interno della vituperata categoria degli omicidi,
figuriamoci in altre categorie...
Proporrei, per il termine americano serial killer, una nuova
traduzione. Un po' provocatoria, certo, ma utile per
proseguire l'analisi sui meccanismi della fruizione
dell'horror nel mondo di oggi. Normalmente, e banalmente,
la traduzione adottata in Italia suona come "killer seriale"
o "killer di serie"; io dico, invece, "killer a puntate".
Perche', guardiamoci in faccia, il vero serial killer a
denominazione d'origine controllata e'il "Dinasty"
dell'omicidio, il "Dallas" dell'efferatezza, la soap opera
della violenza. E' qualcuno che si e' assunto, in proprio,
il difficile compito di trasferire nella realta' le macabre
puntate di cicli cinematografici come quello di "Nightmare",
o quello di "Venerdi' 13", o di tutti gli altri che si
potrebbero citare. E' qualcuno che e'perfettamente inserito
nel contesto della realta' (a parte alcuni lievi problemi di
patologia mentale, questo e' ovvio), e ha capito che una
storia diventa interessante solo se e' lunga, protratta nel
tempo, e possibilmente ripetitiva. E' l'emblema di quella
serialita' cinematografica, televisiva e narrativa
rispuntata con prepotenza negli anni Ottanta, per ridare
lustro e dignita' alla gloriosa tradizione del feuilletton
ottocentesco. La nostra e' una societa' punitiva, duramente
punitiva. La caccia alle streghe e' sempre aperta. Ogni
minima fonte di soddisfazione personale e' immediatamente
trasformata in una tragedia collettiva. Ma ancora di piu':
dato per scontato che la societa' non e' in grado di
provvedere ai bisogni collettivi, e dato per scontato che le
misure igieniche, profilattiche, eccetera, vengono
regolarmente disattese; la prima cosa da fare e' instaurare
un clima di tensione, di paura, di horror, rispetto ai
bisogni individuali. Fumi? Ti verra' il cancro ai polmoni,
e per di piu' regalerai il cancro anche alle inermi vittime
del tuo fumo, i fumatori passivi (e nessuno fa nulla per
diminuire l'inquinamento atmosferico da fabbriche, da
automobili, da pesticidi, eccetera; ma il fumatore e' un
bersaglio individuabile con estrema facilita', e non dotato,
come categoria, del potere di opporsi alla persecuzione).
Mangi? Ti procurerai un eccesso di colesterolo (e nessuno
sa ancora di preciso quali possano essere gli effetti del
colesterolo sul corpo umano, sulle arterie, o per lo meno
esistono teorie assai constrastanti). Pratichi un sesso
smodato? Attenzione, dietro l'angolo si nasconde l'AIDS
(anche se, al di la' dell'invito al profilattico o
addirittura alla castita' totale, le istruzioni per l'uso
del sesso sono talmente confuse da dare a chiunque un minimo
di giravolta mentale). Abbiamo, insomma, una societa' che
invoca a gran voce i parametri della continenza,
dell'astinenza, piu' in generale dell'assenza (non mangiare,
non fumare, non bere; oserei dire "non esserci", in senso
heideggeriano); al tempo stesso, una societa' che invoca
prepotentemente, con la voce squillante dei mass media, la
presenza del singolo come garante del tessuto sociale. Una
contraddizione in termini, questo e' ovvio. E il fantastico
in genere, l'horror in particolare, non sono rimasti
insensibili al grido di dolore. L'horror degli anni Ottanta
e' una risposta pratica, operativa, a questa angosciosa
assenza predicata dalla morale (o dal moralismo, dipende dai
punti di vista) sociale. La serialita' delle immagini e' un
moltiplicarsi a dismisura della "presenza", un tentativo di
colmare il vuoto di desideri inappagati: la grande
abbuffata, lo si e' gia' detto, che soddisfa il cervello
senza effetti collaterali dannosi per stomaco, polmoni, e
altri organi. Per situarsi sullo stesso livello, la
narrativa ha adottato due strategie. Generi di ampia
diffusione come fantascienza e fantasy hanno ripreso in toto
la serialita', inventandosi cicli che procedono non dico
all'infinito, ma che denotano una singolare, quasi
allucinante capacita' di estendersi a piacere, dilatarsi dai
tre ai cinque ai sette volumi per raccontare storie che
spesso non posseggono il nerbo necessario per simili misure.
L'horror, almeno per il momento, non sembra deciso a
imboccare questa strada; ma, con suggestiva ispirazione, ha
saputo serializzarsi all'interno di un singolo libro, di
un'unica storia, gonfiandosi nelle centinaia e migliaia di
pagine che oggi sono prassi comune. Suggerisco un
esperimento: prendete uno qualunque dei romanzi di Stephen
King (con le uniche eccezioni, credo, di "Carrie" e
"Shining", singolari modelli di compostezza e concisione),
il piu' celebrato, idolatrato, e pagato profeta dell'horror
dell'ultimo decennio, e provate a fare il conto dei
personaggi principali e secondari che si aggirano nelle sue
pagine. Si tratta, garantisco, di cifre da capogiro; al
punto che se si interrompe la lettura per qualche giorno,
riprendendo in mano il libro bisogna ricominciare da capo
perche' non si ha la piu' pallida idea di chi sia chi. King
(e come lui Dean Koontz, Peter Straub, Michael Straczynski,
tanti altri autori) moltiplica trame e sottotrame per
ottenere l' "effetto televisione", quel caleidoscopico
alternarsi di incidenti, miserie o splendori umani, destini
sublimi o insignificanti, e regalare al lettore pane per i
suoi denti. Molto pane per il modesto investimento
economico richiesto dall'acquisto di un libro. La
serialita' ha poi un secondo effetto, molto utile,
perfettamente in linea con le esigenze di una societa' che
del terrorismo psicologico, del salutismo imposto a suon di
arcani terrori, ha fatto prassi quotidiana: la serialita'
rassicura. Ci costruisce attorno un ambiente che possiamo
imparare a conoscere nei minimi dettagli, e dove quindi
muoverci a nostro agio; rende scontate le mosse del mostro
di turno, dell'uomo nero, del babau che non ha piu' la
sconcertante imprevedibilita' delle macabre fiabe ascoltate
per la prima volta nell'infanzia. Un individuo truce,
spietato e ripugnante come Freddy Kruger, ad esempio, l'eroe
della saga cinematografica di "Nightmare", e' ormai
diventato uno stereotipo a livello di pupazzo, di cartone
animato; l'amico e l'eroe di tanti ragazzi in tutto il
mondo, anche se proprio di ragazzi si nutre la sua furia
vendicatrice... In questa ottica, anche il travolgente
successo editoriale di serie a fumetti come quella di "Dylan
Dog" si spiega da se'; e in questa ottica, ahime', duole
aggiungere che notevoli frange dell'horror contemporaneo
hanno del tutto stravolto una delle proprie funzioni di
base: se anziche' inquietare, il mostro rassicura, diverte,
diventa un caro amico da seguire con simpatia a ogni nuova
puntata, non resta che aspettare il giorno in cui Paperino
ci comunichera' brividi di sana paura...
Moralisti e predicatori di varia estrazione, in anni
recenti, si sono spesso indignati, tuonando contro il
dilagare del sangue, contro l'affermarsi di generi come lo
"splatter" e il "gore" basati sulla piu' impudica esibizione
di viscere e brandelli umani straziati. Pare a costoro che
la sana gioventu' occidentale non dovrebbe traviarsi con
romanzi, film e fumetti nei quali la morte violenta
costituisce il fulcro narrativo, la stessa dimensione
estetica dell'opera. Gli zombi, insomma, e tutti i loro
parenti di varia natura sarebbero una gravissima insidia per
la fibra morale dei nostri tempi. Costoro non hanno capito
nulla. E' sfuggita loro una constatazione semplicissima, ma
evidentemente difficile da digerire: l'essenza, la
specificita' dell'horror, come di ogni altro tipo di
"fiction", sta nella "finzione". Il sangue che circola
sugli schermi e nei libri e' sangue finto, irreale,
ipotetico; e chi ama degustarlo lo fa proprio perche' sa che
nessuna delle vittime morira' mai sul serio. E' un gioco da
bambini: a cinque anni si possono chiudere gli occhi e
immaginare di essere chissa' dove, magari nel paese delle
meraviglie di Alice, o su Marte; dai, diciamo, quattordici
anni in su, si spalancano gli occhi sulle truculente
invenzioni della macchina filmica e narrativa e ci si tuffa
in questo magma rosso in cui galleggiano corpi umani in vari
stati di smembramento e putrefazione. Cosa c'e' di male in
questo? Nulla. E' solo una fantasia innocente. Tutti gli
appassionati di horror che ho conosciuto negli anni sono le
persone piu' miti di questo mondo, i classici individui che
non farebbero del male alla classica mosca. Quale
degenerazione della fibra morale? La verita', come
insegnava George Orwell, e' che una societa' anche solo
vagamente repressiva ha una paura maledetta della fantasia,
perche' si tratta di un atto singolo, individuale, non
irregimentabile, che permette la fuga in una realta'
alternativa; e invece si deve restare qui, nel presente, nel
reale, per essere produttivi, per fare quello che i padroni
del vapore vogliono farci fare... E il sangue del nostro
horror (fittizio) quotidiano possiede due valenze simboliche
delle quali i signori benpensanti vorrebbero negare
l'importanza. Il sangue del grande schermo o della pagina
scritta lava, nei felici istanti della nostra immersione
fantastica, il sangue vero che vediamo scorrere ogni giorno,
da mattina a sera, da sera a mattina, nei notiziari
televisivi. L'America e' stata la prima ad avere la sua
"pioggia di sangue" reale con la guerra del Vietnam, col
bombardamento di immagini che ha scosso le viscere di una
nazione cosi' grande, possente, e, a quanto si dice,
libertaria; non e' un caso che il revival dell'horror, e la
progressiva metamorfosi verso forme sempre piu' "splatter"
nel cinema, siano iniziati in quegli anni. Oggi, anche noi
italiani possiamo finalmente godere di questo strazio
giornaliero, grazie alle guerre civili che stanno divorando
l'Africa, l'ex Unione Sovietica, l'ex Iugoslavia; e quello,
ripeto, e' sangue vero. Non ce ne possiamo lavare le mani.
Non possiamo fare finta che sia uscito dalla fantasia di
Stephen King o di Wes Craven. Lo abbiamo sulla coscienza.
Il nostro inconscio collettivo ne e' impregnato. E'
un'ossessione che non demorde. Ma se per qualche ora, per
una modesta parte della giornata, ci tuffiamo nel sangue
finto, e ci crediamo, e stiamo al gioco spaventandoci sul
serio, possiamo illuderci che tutto il sangue sia irreale,
che queste maledette guerre e stragi e carestie siano
fulgidi effetti speciali di un regista o uno scrittore
particolarmente fantasiosi... La "fiction" rappacifica con
se stessi e col mondo, assolve, cancella i sensi di colpa
nati dalla nostra inerte accettazione del reale. Non
sarebbe piu' opportuna una crociata moralistica per
l'abolizione del concetto stesso di guerra, invece di una
crociata per salvare i giovani dai pericoli (quali?) del
"gore"? Nessuno se lo e' mai chiesto? In secondo luogo,
come insegna l'immortale leggenda del vampiro, come recitava
il titolo di un celebre racconto ottocentesco di Frances
Marion Crawford, "il sangue e' vita"; dunque e' cibo. E il
sangue e' anche l'elemento sul quale, da sempre, si e'
basata la mistica trascendentale di tante religioni (non
ultimo il cristianesimo, che nell'eucarestia celebra la
consumazione rituale del sangue e del corpo di Cristo). Nel
buio di un locale cinematografico, o nell'intimita' della
casa con un buon libro dell'orrore fra le mani, davanti a
immagini o storie scritte che grondano sangue e viscere,
tutti noi consumiamo un colossale pasto metaforico che ci
da' la forza e il coraggio per tirare avanti. Per
affrontare la dieta alimentare, la castita' sessuale, la
rinuncia al fumo e all'alcol: tutte cose delle quali
vorremmo usufruire in quantita' smodate, pero' purtroppo non
ci sono permesse, e quindi e' giocoforza accontentarci del
loro surrogato piu' facilmente accessibile. Lo "splatter",
il "gore" dannosi? Andiamo, andiamo. Signori moralisti,
signori benpensanti, se ci togliete anche questa
soddisfazione cosi' magra, a cosi' basso tasso di
colesterolo e nicotina e alcol, cosa ci resta? Nulla di
nulla. Beato chi ama l'horror, perche' almeno qualche pasto
sotto mentite spoglie se lo puo' permettere... E per
tornare a una domanda che ho gia' posto in precedenza: chi
e' davvero il serial killer? Ovvio: e' il grande sacerdote
del mondo moderno, il celebratore di riti religiosi
inevitabilmente fondati sul sangue. E' lo stregone, lo
sciamano, il prete, il mago; il mediatore fra la realta'
terrena della dieta e la divina, irraggiungibile realta' del
cibo. Forse, quando questo mondo balordo imparera' ad
accettare in maniera un po' piu' onesta i desideri del
corpo; quando le donne magre saranno un ricordo del passato,
e l'opulenza fisica sara' un tratto positivo; quando chi si
mette a dieta verra' bollato come asociale; allora, forse,
il sangue smettera' di trionfare sugli schermi. E i serial
killer saranno solo poveri psicopatici che testimonieranno
unicamente la propria malattia mentale. E i romanzi
dell'orrore, si spera, torneranno a trovare quella
smagliante snellezza che troppi estrogeni mentali hanno oggi
contaminato.
