VIAGGIO INTORNO ALLO ZERO
di Alessio Saltarin

(Parte 5, 6 e 7)

La parola compie i peggiori misfatti.  
J.Lacan

5.  LA QUESTIONE DEL FEMMINILE

Nella ricerca che intendiamo  compiere dai confini al nucleo
della  parola,  incontriamo  un  aspetto  particolare,   che
riguarda  l'opposizione all'epifania della parola.  A questa
opposizione diamo nome  di  "questione  del femminile".  Non
gia'  una   separazione   sessuale,   ma   una   separazione
intellettuale,  laddove  da  una  parte poniamo il cerchio e
dall'altra la retta, lo zero e l'uno.  Quindi non un aspetto
del femminino - come  proprio  del  sesso femminile - ma una
caratterizzazione del femminile come  qualita'  delle  cose,
prima  che  qualita'  dell'essere  umano inteso come entita'
autonoma, dotata  di  autocoscienza.   Il femminile riguarda
l'elemento  che  piu'  contraddistingue   il   progetto   di
ciascuno:  la  creativita', percio' il farsi della parola, e
al  limite,  l'industria  della  parola.   Si  evidenzia  la
necessita' di porre in atto  una economia del femminile, uno
studio sulla porzione del femminile presente in ciascun atto
di pensiero o, ampliando, in ciascun essere pensante  capace
di  determinare  il  proprio corso di vita.  La scoperta del
femminile ci permette di  porre  in evidenza subito in primo
grande passo:  non  esiste  perpetuazione  dove  non  esiste
femminile.   Non  puo'  esistere  progetto, se alla base non
esiste una creazione,  ovvero  una  scintilla imprevista, un
atto di volonta' creativa.   Come  cominciare  il  discorso?
Dal  due,  perche'  le  cose  procedono  dal  due,  anziche'
dall'uno.    Una   logica  diadica,  perche'  non  si  parte
dall'uno: nell'unita' non  esiste contraddizione, non esiste
invenzione, allora non esiste un  progetto.   Dove  le  cose
procedono   dall'uno  non  c'e'  dialogo,  al  massimo  c'e'
monologo.  L'apertura che  si  crea  dal due, dalla scoperta
dell'opposizione, e' il conflitto tra la qualita' maschile e
quella femminile, che e' come dire della distruzione  contro
la  creazione.  Ma allora non si instaura alcuna dissidenza:
un progetto e'  ontologicamente  costruttivo,  quindi e' del
femminile.  Del  maschile  non  occorre  curarsi,  per  ora,
perche'  e'  una  dipendenza  del  femminile:  non  si  puo'
distruggere  cio'  che  prima  non  e'  stato  creato.  Ecco
perche'  si  parla  di   dissidenza,  e  di  dissidenza  del
maschile.  Che peraltro e' un elemento necessario.   Laddove
il  maschile  e'  teso  verso una scoperta, un chiarirsi del
mistero, il femminile  e'  invece  proteso al nascondimento,
all'infittirsi del mistero; il punto e' che il femminile  e'
veicolo  di  eternita',  almeno a livello terreno, mentre il
maschile deve colmare la  differenza,  e lo fa inventando la
filosofia, che evidentemente e' un elemento superfluo per il
femminile.  Questo  e'  il  nocciolo  della  questione,  non
altro,  e  semplicemente  questo.   Se  esiste  una pulsione
all'eterno, al  dispiegamento  del  mistero,  questa  e' una
pulsione maschile in modo eminente.  Ecco  perche'  l'attivo
e'  del maschio e il passivo e' della femmina, si tratta ben
piu'  che   di   un   tratto   anatomico:   vi  si  nasconde
l'adattamento  all'evento  morte,  adattamento  che  non  e'
raggiunto ma in qualche modo superato dal femminile,  e  che
invece  per  il  maschile  si  pone  come  la Questione.  Il
dialogo cui si  accennava  in  precedenza  diventa in questo
modo l'invenzione di un progetto di immortalita'.  Ma se  la
logica  da  cui  intendiamo  partire  e'  la logica diadica,
evidentemente deve  esserci  un  dialogo,  un  diaframma, un
dibattito  all'interno   del   femminile   stesso.    Questa
contrapposizione  e'  nota  come  il  problema  del discorso
isterico.  Esiste una deviazione inaspettata nel farsi della
parola:  il  dialogo  in  seno   al  femminile  si  e'  reso
difficile.  Si e' posta in atto, in che modo sara'  indagine
antropologica,  una  divisione  nel  femminile, o meglio una
doppia aspirazione.  Si  e'  instaurato  un taglio.  Qualche
femminile ha deviato dalla propria missione e ha  cominciato
un  ritorno alla radice, eliminando il segno che distingueva
il femminile, ma  senza  rinunciare  alle peculiarita' dello
stesso.  Questo taglio, nella storia del  genere  umano,  e'
recente.    Si   contrappone   nettamente   a   quello   che
clinicamente viene indicato come discorso isterico.


6.  LA DONNA FALLICA 
(o il discorso isterico)

Nell'isteria  il  sintomo   classico  e'  un non-sintomo: e'
l'approssimazione  di  un  sintomo,  e'  la  volonta'  di un
sintomo.   L'isterico  pretende  un  uditorio   presso   cui
inscenare  il  proprio  sintomo, che e' fonte di dolore e di
angoscia ma  porta  l'innegabile  vantaggio  di restituire a
costui l'attenzione da parte dell'esterno verso  il  proprio
ego,  attenzione  che  aveva  in  qualche  modo perduta.  Lo
sforzo quindi del malato isterico  e' quello di riportare il
proprio ego sul palcoscenico.   Suo  scopo  e'  ottenere  un
vantaggio  in termini affettivi da una situazione che, vista
dal di fuori, e' di grande  pena:  il malato soffre e non si
capisce di cosa e non lo si  riesce  a  guarire.   L'aspetto
piu' puro di questo atteggiamento e' il suo non concludersi:
guarito,  l'isterico perde ancora una volta il palcoscenico.
Il femminile adotta il discorso  isterico, ne fa un mezzo di
comunicazione.   Esistono  delle   caratteristiche   tipiche
associabili   alle   qualita'   femminili   che  prescrivono
l'atteggiamento isterico: la debolezza fisica e psichica, il
bisogno del maschile,  il  vivere  legati  in  un contesto e
dunque l'impossibilita' di vivere al di fuori  del  contesto
stesso.   Ecco  il  dare  per  ricevere,  l'amare per essere
amati, la riproduzione  della  specie  come unico veicolo di
immortalita'.  Quando un essere umano di sesso femminile  e'
grandemente  soggetto  al  femminile,  ossia  nelle  proprie
qualita'  disegna  un contesto estraneo, totalmente o quasi,
al maschile, siamo di  fronte  ad  un soggetto che chiamiamo
donna fallica.  Il termine non tragga  in  inganno:  fallica
non al proprio interno, ma perche' ricerca ossessivamente il
maschile,  essendone  priva.   Il  modus vivendi della donna
fallica si esplica attraverso  il  discorso isterico, che ha
per scopo la conquista del palcoscenico, o del  teleschermo,
la  trama  per gli obiettivi terreni e la procreazione, come
volonta' ultima e suprema.   La  donna fallica e' portatrice
dell'unico motto: "Sia fatta la mia volonta'".  Una volonta'
di possesso materiale e  di  continue  attenzioni  verso  il
proprio  io.   La  letteratura  e'  piena di esempi di donne
falliche: si veda per  esempio  Lady Macbeth, Moll Flanders,
Madame Bovary.  La donna fallica, nel tentativo di portare a
termine la propria missione, fa uso  di  due  qualita',  una
positiva  e  l'altra negativa, nei confronti del farsi della
parola.  La qualita' positiva e' l'esistenza di un progetto,
di breve portata e infimo quanto si voglia, ma pur sempre di
un progetto.  La qualita' negativa  e' legata allo scopo del
progetto, che non e' un salto  di  qualita',  non  raggiunge
nemmeno  la  qualita':  e'  uno scopo materiale, legato alla
cosa.  La donna fallica  crede  nell'essenza delle cose, non
nell'essenza della parola, non nella cifra.  Come se le cose
potessero  esistere  al   di   fuori   della   cifra:   cose
ontologicamente  presenti,  ma  senza un pensiero, senza una
parola  a  nominarle.   La  parola  della  donna  fallica e'
sterile, come il discorso  isterico:  parla  di  cose  senza
nominarle,  non  le fa, le cose, non le nomina, piuttosto le
cita, le copia.  La credenza  nelle cose, nella sostanza, e'
il  suicidio  della  donna  fallica,  che  dalle   cose,   e
dall'andare delle cose, viene travolta senza possibilita' di
appello;  perche'  esiste  la convinzione che non ci sia una
volonta' di potenza sulle cose, ma solo sull'accadimento dei
fatti.  Qui  sta  il  dramma  tragico,  il melodramma, della
donna fallica di fronte al passare del tempo,  che,  giudice
supremo,  segna  il passo alle cose, le invecchia e chiama a
se' infine la morte,  che  e'  la  fine  delle cose.  Li' il
mondo della donna fallica finisce, c'e' una fine del  mondo,
perche' il mondo sono le cose.  Giunta la fine del mondo, la
cosa  non  esiste  piu':  cioe'  muore.   Stat  nomine  rosa
pristina.   Eva  e' la moglie umana di Adamo e simbolo della
donna fallica, che altrove appunto si chiama Eva.  E' l'uno,
come differente da  se',  la  madre-mamma.   Il nome Eva non
deriva, come fantasiosamente e poeticamente voleva Schure' -
credo  rifacendosi  ad  un  lavoro  di  Fabre   d'Olivet   -
dall'ebraico IEVE (l'Eterno; Colui che e', era, sara') e non
ha  alcuna relazione di parentela con il divino.  Il cardine
del simbolo di  Eva  sta  appunto  nell'essere  la cosa piu'
lontana - piu' differente - dalla divinita', come si  diceva
prima,  quando  con  cio' si voleva soprattutto intendere il
gap immanenza-trascendenza,  attivita'-passivita'.   Il nome
di Eva, invece, pare debba trovare le sue radici nel termine
ebraico HAWWA, Vivente, Colei che e' viva.  Ritorna  qui  il
seme:  il  legame  con  la  terra, la procreazione, l'organo
anatomizzato, la sostanza,  il  voler significare.  In poche
parole: Eva e' la sintesi del finito, e' il segno del tempo,
e' l'insetto sul celebre olio Vaso  di  fiori  dell'olandese
Jan Van Huysum.  Dal significante al significato, dallo zero
all'uno,  da  Adamo verso Eva.  La condizione viene superata
dallo  straordinario  evento   del   taglio  nel  femminile:
l'instaurazione di un carattere che, conservando la qualita'
del progetto, lo trasla all'infinito, ne fa un  progetto  di
dedizione,  o  dedicazione,  alla  cifra.   Questo  tipo  di
femminile, che rinuncia e vibra nella parola, e' la risposta
umana  piu'  importante  al  quesito  fondamentale  circa la
conoscenza e l'intelligenza.  Il prototipo di questo tipo di
femminile   e',    pare,    originale   della   storiografia
cristiano-cattolica, e  si  raffigura  in  Maria,  madre  di
Cristo  con  peculiarita'  tradizionali  della  storiografia
cristiana,  che di se' dice: "sia fatta la tua volonta'": la
tua, non la  mia.   E  infatti,  puo' esistere una qualsiasi
volonta' di potenza sulle cose?  Se le cose  sono  apparenza
di  un nome che e' regolato dal pensiero, come puo' esistere
una configurazione delle cose,  aldila' del pensiero stesso,
al di fuori del  nome?   Non  stupisce  la  perplessita'  di
Erasmo da Rotterdam nei confronti di chi misura "quasi a fil
di  squadra  il  sole":"Dolce  davvero  e' il delirio che li
possiede!".  La  posizione  del  femminile  che  rinuncia e'
altissima, e cela la comprensione della  cifra  delle  cose.
Non  e'  rassegnazione,  non  e'  una  negazione.  Bensi' e'
un'azione che si esplica  nell'interiorita': solo luogo dove
puo' nascere e  svilupparsi  il  progetto,  la  comprensione
della  natura  delle  cose,  la  comprensione  infine di se'
stessi e  del  proprio  ruolo.   La  volonta'  diventa cosi'
sintonia con il divenire della parola, non si  ribella  anzi
crea,    contribuisce    allo   sforzo   di   autoconoscenza
dell'Universo.

7.  LILITH

Esiste una figura mitica  che  introduce un argomento chiave
nel discorso sulla questione del femminile.  Si tratta della
figura di Lilith  o  Lilide.   Esiste  una  proposta:  dallo
squarcio   che   instaura   la  contrapposizione  Eva-Maria,
all'epifani'a  che   schiude   la  triade  Eva-Lilith-Maria.
Progetto difficile: difficolta' che nasce  dall'esigenza  di
non  potere  abbandonare, trascurare, anche in questo ambito
la funzione della parola,  che  si contrappone alla funzione
del simbolo.  La questione sessuale  e'  tutt'altro  che  in
margine:   non  si  vuole  naturalmente  indagare  circa  la
circoscrizione anatomica del problema,  ma di inserire nella
sua interezza il gioco sessuale, il gioco  dell'intelligenza
e  del  progetto di ciascuno.  Nel rapporto fra i sessi, che
non necessariamente implica  la  presenza  di due individui,
maschio  e  femmina,  Lilith  entra  di  prepotenza.    Gia'
all'interno   del   soggetto   pensante  esiste  una  figura
femminile  ed  una  maschile,  ma  sicuramente  esiste anche
l'Altro.  Lilith e' l'operatore che  dischiude  la  presenza
dell'Altro:  lo  pone  in essere, lo svela.  E' un operatore
sicuramente femminile e  sicuramente  non  appartiene ne' al
prototipo della donna fallica  (Eva)  ne'  al  prototipo  di
Maria.    Quali   sono  allora  le  sue  qualita'?   Bisogna
procedere per gradi.   Nel  discorso  sullo  zero, quindi su
cio' che sta dietro e che permette la differenza  in  quanto
femminino,  si  scopre  un  anello  mancante, che sarebbe il
completamento dell'antitesi Eva-Maria.   Esiste un femminile
che non e' fallico, quindi non aspira all'eternita' terrena,
non e' attivo in quanto non progetta di per se', ma  neppure
e'  assimilabile  a  Maria, quindi non rinuncia alla propria
volonta', che e' di  riflesso  ma  pur sempre vuole esistere
libera e percio' non assoggettata  alla  volonta'  del  piu'
grande,  del  mistero,  del  divino.   Lilith, a partire dal
simbolo  che  nella  tradizione   ha  rappresentato,  e'  la
soluzione, o la chiusura del cerchio,  nella  questione  del
femminile.   Forse,  in quanto proprio qui sta la chiave per
comprendere la funzione della  parola, di quel femminino che
giustifica  l'esistenza   individuale,   il   pensiero,   la
differenza,  la  cifra.  Vediamo in quale modo e sotto quali
ipotesi.   Nell'invenzione  ebraica,   Lilith  e'  il  primo
tentativo della divinita' di permettere la  differenza  come
degrado   divino.    Ma   lo   e'  perche'  e'  il  tempo  a
giustificarla, essendo ella collocata sicuramente nel tempo,
al di fuori del divino  - si tratta infatti della tradizione
ebraica.  Differenza,  al  primo  tentativo,  esclusivamente
sostanziale:  Lilith  non  e'  un  essere  umano:  alcuni la
descrivono come  un  serpente,  per  altri  e' una tartaruga
enorme, nei miti piu' recenti e' un diavolo a forma di drago
eburneo.  Notevole anche la qualita' di Lilith che ci  viene
tramandata  dalla Cabala: essa sarebbe un demone preposto al
rapimento e  all'uccisione  dei  neonati.   La funzionalita'
mitica di Lilith e' in  cammino  verso  la  primitiva  forma
umana: non per niente Dante Gabriel Rossetti, rifacendosi al
mito  originario, nel suo Eden Bowen, la vede sposa e amante
di  Adamo,  al  quale  regala  glittering  sons  and radiant
daughters.  Ma l'esigenza e' di una  differenza  in  parola,
ovvero  un  passo  prima:  il  bisogno  e' di una differenza
originaria.   Eva,  che  nel  mito,  ricordo  costituisce il
secondo, ma non l'ultimo, tentativo  divino  di  imporre  la
differenza,  costituisce il passo ulteriore (e nel concetto,
seguente) all'imposizione  del  pareggio  del  conto: sua e'
l'invenzione del discorso isterico, non di Lilith,  che  non
inventa  nulla.   E  se  dunque  Adamo  e' la partenza verso
l'infinita avventura  umana,  dunque  l'infinito attuale, ed
Eva e' il finito, bene, quasi su un livello  di  antagonismo
algebrico si pone Lilith, simbolo dell'invenzione di Cantor,
vale a dire il transfinito, l'intervallo.  E' la processione
dallo zero all'uno, l'Altro, l'intervallo che separa il nome
dal  significante  il  cui passo non puo' che essere segnato
dalla sessualita'.  Qui ritorno a  dire  che il sesso non e'
l'organo, poiche' strutturalmente non esiste come causa,  ma
parte   dalla   sfida   intrinseca  di  ciascuno,  la  sfida
dell'intelligenza, il gioco, se  vogliamo anche la scommessa
sul proprio progetto che diventa sessualita' ogni qual volta
si  deve  correlare  e  rapportare  a  realta'   individuali
esterne: la piu' piccola forma di societa', io piu' l'altro,
e'  gia'  sessualita'.   E' la scoperta della differenza, la
curiosita' del diverso.  Lilith  schiude tutto questo mondo,
la  sua  portata  e'  immensa  (infinita,   trattandosi   di
transfinito),  e  per  colui  che  l'intende  attraverso  la
propria  esperienza,  orrenda  e  magica  al  tempo  stesso.
Perche' Lilith non e' il Bene o il Male, se lo fosse sarebbe
un  doppione,  un  di  piu',  ma  e'  il  Bene e il Male non
filtrati, presi incoscientemente.   Tutto  cio' che accade e
non e' pensato, voluto, progettato, tutto questo e'  Lilith.
Non  e'  un'esclusione secca, perentoria, aut aut, ma lascia
la possibilita', che si ha  nel  suo  compiuto in et, di uno
spiraglio di luce.  Perche' se Eva si convince del fatto che
solo lei - gia' qui un elogio della differenza - puo' fare e
dire come solo una donna puo' fare e dire, che solo  lei  e'
vettore   di   immortalita',   ma  uterina;  Lilith  non  si
pronuncia, non vede il motivo  per  farlo (non ha bisogno di
motivi, essendo demotivata per costruzione).  Non si  tratta
piu'  di  un  punto, di una stella fissa, di una cosa che ha
significato stabilito, aristotelico, per  sempre - la parola
standard - ma  entra  di  prepotenza  come  sembiante,  come
possibilita' e quindi come antecedente al progetto.  Si pone
come  probabilita'  di  effetto,  discute  non  del  come e'
avvenuto, ma del come potrebbe avvenire se; e ne discute non
con parole ma  con  possibilita',  ovvero  non  parla ne' di
quanto ne' di  quale:  non  parla  per  nulla.   L'isterismo
contro  questo avversario perde sempre.  Lilith e' vincente,
purtroppo.  E' secondo queste  premesse  che si puo' leggere
la frase di Philippe Sollers: "Una donna non intende con gli
orecchi, non ha nulla da  intendere  o  da  ascoltare".   Il
cerchio,  anticipavo  in  precedenza, si chiude.  Il mito si
situa  nella  tradizione  ebraica,  e  da  qui  verso l'idea
dell'arte nella propria interezza, giacche' anche di arte si
parla in  questo  contesto,  non  negando  allo  schema  una
validita'  esterna.   Il  mito parla di Lilith prima di Eva.
Chi la  volesse  relegare  al  ruolo  di  bastone  che parla
all'orecchio di Eva,  identificandola  con  il  serpente  si
illude.  Lilith e' propriamente verso lo zero, e anche verso
il buco, non essendo gia' il buco, non una sorta di zero, un
un  tentativo.  Lilith e' l'esclusione del punto sulla i, la
processione.  Lilith prima di  Eva significa che il discorso
isterico non e' all'origine.

[Fine terza parte.  Continua.....]



indietro