
La parola compie i peggiori misfatti.
J.Lacan
5. LA QUESTIONE DEL FEMMINILE
Nella ricerca che intendiamo compiere dai confini al nucleo
della parola, incontriamo un aspetto particolare, che
riguarda l'opposizione all'epifania della parola. A questa
opposizione diamo nome di "questione del femminile". Non
gia' una separazione sessuale, ma una separazione
intellettuale, laddove da una parte poniamo il cerchio e
dall'altra la retta, lo zero e l'uno. Quindi non un aspetto
del femminino - come proprio del sesso femminile - ma una
caratterizzazione del femminile come qualita' delle cose,
prima che qualita' dell'essere umano inteso come entita'
autonoma, dotata di autocoscienza. Il femminile riguarda
l'elemento che piu' contraddistingue il progetto di
ciascuno: la creativita', percio' il farsi della parola, e
al limite, l'industria della parola. Si evidenzia la
necessita' di porre in atto una economia del femminile, uno
studio sulla porzione del femminile presente in ciascun atto
di pensiero o, ampliando, in ciascun essere pensante capace
di determinare il proprio corso di vita. La scoperta del
femminile ci permette di porre in evidenza subito in primo
grande passo: non esiste perpetuazione dove non esiste
femminile. Non puo' esistere progetto, se alla base non
esiste una creazione, ovvero una scintilla imprevista, un
atto di volonta' creativa. Come cominciare il discorso?
Dal due, perche' le cose procedono dal due, anziche'
dall'uno. Una logica diadica, perche' non si parte
dall'uno: nell'unita' non esiste contraddizione, non esiste
invenzione, allora non esiste un progetto. Dove le cose
procedono dall'uno non c'e' dialogo, al massimo c'e'
monologo. L'apertura che si crea dal due, dalla scoperta
dell'opposizione, e' il conflitto tra la qualita' maschile e
quella femminile, che e' come dire della distruzione contro
la creazione. Ma allora non si instaura alcuna dissidenza:
un progetto e' ontologicamente costruttivo, quindi e' del
femminile. Del maschile non occorre curarsi, per ora,
perche' e' una dipendenza del femminile: non si puo'
distruggere cio' che prima non e' stato creato. Ecco
perche' si parla di dissidenza, e di dissidenza del
maschile. Che peraltro e' un elemento necessario. Laddove
il maschile e' teso verso una scoperta, un chiarirsi del
mistero, il femminile e' invece proteso al nascondimento,
all'infittirsi del mistero; il punto e' che il femminile e'
veicolo di eternita', almeno a livello terreno, mentre il
maschile deve colmare la differenza, e lo fa inventando la
filosofia, che evidentemente e' un elemento superfluo per il
femminile. Questo e' il nocciolo della questione, non
altro, e semplicemente questo. Se esiste una pulsione
all'eterno, al dispiegamento del mistero, questa e' una
pulsione maschile in modo eminente. Ecco perche' l'attivo
e' del maschio e il passivo e' della femmina, si tratta ben
piu' che di un tratto anatomico: vi si nasconde
l'adattamento all'evento morte, adattamento che non e'
raggiunto ma in qualche modo superato dal femminile, e che
invece per il maschile si pone come la Questione. Il
dialogo cui si accennava in precedenza diventa in questo
modo l'invenzione di un progetto di immortalita'. Ma se la
logica da cui intendiamo partire e' la logica diadica,
evidentemente deve esserci un dialogo, un diaframma, un
dibattito all'interno del femminile stesso. Questa
contrapposizione e' nota come il problema del discorso
isterico. Esiste una deviazione inaspettata nel farsi della
parola: il dialogo in seno al femminile si e' reso
difficile. Si e' posta in atto, in che modo sara' indagine
antropologica, una divisione nel femminile, o meglio una
doppia aspirazione. Si e' instaurato un taglio. Qualche
femminile ha deviato dalla propria missione e ha cominciato
un ritorno alla radice, eliminando il segno che distingueva
il femminile, ma senza rinunciare alle peculiarita' dello
stesso. Questo taglio, nella storia del genere umano, e'
recente. Si contrappone nettamente a quello che
clinicamente viene indicato come discorso isterico.
6. LA DONNA FALLICA
(o il discorso isterico)
Nell'isteria il sintomo classico e' un non-sintomo: e'
l'approssimazione di un sintomo, e' la volonta' di un
sintomo. L'isterico pretende un uditorio presso cui
inscenare il proprio sintomo, che e' fonte di dolore e di
angoscia ma porta l'innegabile vantaggio di restituire a
costui l'attenzione da parte dell'esterno verso il proprio
ego, attenzione che aveva in qualche modo perduta. Lo
sforzo quindi del malato isterico e' quello di riportare il
proprio ego sul palcoscenico. Suo scopo e' ottenere un
vantaggio in termini affettivi da una situazione che, vista
dal di fuori, e' di grande pena: il malato soffre e non si
capisce di cosa e non lo si riesce a guarire. L'aspetto
piu' puro di questo atteggiamento e' il suo non concludersi:
guarito, l'isterico perde ancora una volta il palcoscenico.
Il femminile adotta il discorso isterico, ne fa un mezzo di
comunicazione. Esistono delle caratteristiche tipiche
associabili alle qualita' femminili che prescrivono
l'atteggiamento isterico: la debolezza fisica e psichica, il
bisogno del maschile, il vivere legati in un contesto e
dunque l'impossibilita' di vivere al di fuori del contesto
stesso. Ecco il dare per ricevere, l'amare per essere
amati, la riproduzione della specie come unico veicolo di
immortalita'. Quando un essere umano di sesso femminile e'
grandemente soggetto al femminile, ossia nelle proprie
qualita' disegna un contesto estraneo, totalmente o quasi,
al maschile, siamo di fronte ad un soggetto che chiamiamo
donna fallica. Il termine non tragga in inganno: fallica
non al proprio interno, ma perche' ricerca ossessivamente il
maschile, essendone priva. Il modus vivendi della donna
fallica si esplica attraverso il discorso isterico, che ha
per scopo la conquista del palcoscenico, o del teleschermo,
la trama per gli obiettivi terreni e la procreazione, come
volonta' ultima e suprema. La donna fallica e' portatrice
dell'unico motto: "Sia fatta la mia volonta'". Una volonta'
di possesso materiale e di continue attenzioni verso il
proprio io. La letteratura e' piena di esempi di donne
falliche: si veda per esempio Lady Macbeth, Moll Flanders,
Madame Bovary. La donna fallica, nel tentativo di portare a
termine la propria missione, fa uso di due qualita', una
positiva e l'altra negativa, nei confronti del farsi della
parola. La qualita' positiva e' l'esistenza di un progetto,
di breve portata e infimo quanto si voglia, ma pur sempre di
un progetto. La qualita' negativa e' legata allo scopo del
progetto, che non e' un salto di qualita', non raggiunge
nemmeno la qualita': e' uno scopo materiale, legato alla
cosa. La donna fallica crede nell'essenza delle cose, non
nell'essenza della parola, non nella cifra. Come se le cose
potessero esistere al di fuori della cifra: cose
ontologicamente presenti, ma senza un pensiero, senza una
parola a nominarle. La parola della donna fallica e'
sterile, come il discorso isterico: parla di cose senza
nominarle, non le fa, le cose, non le nomina, piuttosto le
cita, le copia. La credenza nelle cose, nella sostanza, e'
il suicidio della donna fallica, che dalle cose, e
dall'andare delle cose, viene travolta senza possibilita' di
appello; perche' esiste la convinzione che non ci sia una
volonta' di potenza sulle cose, ma solo sull'accadimento dei
fatti. Qui sta il dramma tragico, il melodramma, della
donna fallica di fronte al passare del tempo, che, giudice
supremo, segna il passo alle cose, le invecchia e chiama a
se' infine la morte, che e' la fine delle cose. Li' il
mondo della donna fallica finisce, c'e' una fine del mondo,
perche' il mondo sono le cose. Giunta la fine del mondo, la
cosa non esiste piu': cioe' muore. Stat nomine rosa
pristina. Eva e' la moglie umana di Adamo e simbolo della
donna fallica, che altrove appunto si chiama Eva. E' l'uno,
come differente da se', la madre-mamma. Il nome Eva non
deriva, come fantasiosamente e poeticamente voleva Schure' -
credo rifacendosi ad un lavoro di Fabre d'Olivet -
dall'ebraico IEVE (l'Eterno; Colui che e', era, sara') e non
ha alcuna relazione di parentela con il divino. Il cardine
del simbolo di Eva sta appunto nell'essere la cosa piu'
lontana - piu' differente - dalla divinita', come si diceva
prima, quando con cio' si voleva soprattutto intendere il
gap immanenza-trascendenza, attivita'-passivita'. Il nome
di Eva, invece, pare debba trovare le sue radici nel termine
ebraico HAWWA, Vivente, Colei che e' viva. Ritorna qui il
seme: il legame con la terra, la procreazione, l'organo
anatomizzato, la sostanza, il voler significare. In poche
parole: Eva e' la sintesi del finito, e' il segno del tempo,
e' l'insetto sul celebre olio Vaso di fiori dell'olandese
Jan Van Huysum. Dal significante al significato, dallo zero
all'uno, da Adamo verso Eva. La condizione viene superata
dallo straordinario evento del taglio nel femminile:
l'instaurazione di un carattere che, conservando la qualita'
del progetto, lo trasla all'infinito, ne fa un progetto di
dedizione, o dedicazione, alla cifra. Questo tipo di
femminile, che rinuncia e vibra nella parola, e' la risposta
umana piu' importante al quesito fondamentale circa la
conoscenza e l'intelligenza. Il prototipo di questo tipo di
femminile e', pare, originale della storiografia
cristiano-cattolica, e si raffigura in Maria, madre di
Cristo con peculiarita' tradizionali della storiografia
cristiana, che di se' dice: "sia fatta la tua volonta'": la
tua, non la mia. E infatti, puo' esistere una qualsiasi
volonta' di potenza sulle cose? Se le cose sono apparenza
di un nome che e' regolato dal pensiero, come puo' esistere
una configurazione delle cose, aldila' del pensiero stesso,
al di fuori del nome? Non stupisce la perplessita' di
Erasmo da Rotterdam nei confronti di chi misura "quasi a fil
di squadra il sole":"Dolce davvero e' il delirio che li
possiede!". La posizione del femminile che rinuncia e'
altissima, e cela la comprensione della cifra delle cose.
Non e' rassegnazione, non e' una negazione. Bensi' e'
un'azione che si esplica nell'interiorita': solo luogo dove
puo' nascere e svilupparsi il progetto, la comprensione
della natura delle cose, la comprensione infine di se'
stessi e del proprio ruolo. La volonta' diventa cosi'
sintonia con il divenire della parola, non si ribella anzi
crea, contribuisce allo sforzo di autoconoscenza
dell'Universo.
7. LILITH
Esiste una figura mitica che introduce un argomento chiave
nel discorso sulla questione del femminile. Si tratta della
figura di Lilith o Lilide. Esiste una proposta: dallo
squarcio che instaura la contrapposizione Eva-Maria,
all'epifani'a che schiude la triade Eva-Lilith-Maria.
Progetto difficile: difficolta' che nasce dall'esigenza di
non potere abbandonare, trascurare, anche in questo ambito
la funzione della parola, che si contrappone alla funzione
del simbolo. La questione sessuale e' tutt'altro che in
margine: non si vuole naturalmente indagare circa la
circoscrizione anatomica del problema, ma di inserire nella
sua interezza il gioco sessuale, il gioco dell'intelligenza
e del progetto di ciascuno. Nel rapporto fra i sessi, che
non necessariamente implica la presenza di due individui,
maschio e femmina, Lilith entra di prepotenza. Gia'
all'interno del soggetto pensante esiste una figura
femminile ed una maschile, ma sicuramente esiste anche
l'Altro. Lilith e' l'operatore che dischiude la presenza
dell'Altro: lo pone in essere, lo svela. E' un operatore
sicuramente femminile e sicuramente non appartiene ne' al
prototipo della donna fallica (Eva) ne' al prototipo di
Maria. Quali sono allora le sue qualita'? Bisogna
procedere per gradi. Nel discorso sullo zero, quindi su
cio' che sta dietro e che permette la differenza in quanto
femminino, si scopre un anello mancante, che sarebbe il
completamento dell'antitesi Eva-Maria. Esiste un femminile
che non e' fallico, quindi non aspira all'eternita' terrena,
non e' attivo in quanto non progetta di per se', ma neppure
e' assimilabile a Maria, quindi non rinuncia alla propria
volonta', che e' di riflesso ma pur sempre vuole esistere
libera e percio' non assoggettata alla volonta' del piu'
grande, del mistero, del divino. Lilith, a partire dal
simbolo che nella tradizione ha rappresentato, e' la
soluzione, o la chiusura del cerchio, nella questione del
femminile. Forse, in quanto proprio qui sta la chiave per
comprendere la funzione della parola, di quel femminino che
giustifica l'esistenza individuale, il pensiero, la
differenza, la cifra. Vediamo in quale modo e sotto quali
ipotesi. Nell'invenzione ebraica, Lilith e' il primo
tentativo della divinita' di permettere la differenza come
degrado divino. Ma lo e' perche' e' il tempo a
giustificarla, essendo ella collocata sicuramente nel tempo,
al di fuori del divino - si tratta infatti della tradizione
ebraica. Differenza, al primo tentativo, esclusivamente
sostanziale: Lilith non e' un essere umano: alcuni la
descrivono come un serpente, per altri e' una tartaruga
enorme, nei miti piu' recenti e' un diavolo a forma di drago
eburneo. Notevole anche la qualita' di Lilith che ci viene
tramandata dalla Cabala: essa sarebbe un demone preposto al
rapimento e all'uccisione dei neonati. La funzionalita'
mitica di Lilith e' in cammino verso la primitiva forma
umana: non per niente Dante Gabriel Rossetti, rifacendosi al
mito originario, nel suo Eden Bowen, la vede sposa e amante
di Adamo, al quale regala glittering sons and radiant
daughters. Ma l'esigenza e' di una differenza in parola,
ovvero un passo prima: il bisogno e' di una differenza
originaria. Eva, che nel mito, ricordo costituisce il
secondo, ma non l'ultimo, tentativo divino di imporre la
differenza, costituisce il passo ulteriore (e nel concetto,
seguente) all'imposizione del pareggio del conto: sua e'
l'invenzione del discorso isterico, non di Lilith, che non
inventa nulla. E se dunque Adamo e' la partenza verso
l'infinita avventura umana, dunque l'infinito attuale, ed
Eva e' il finito, bene, quasi su un livello di antagonismo
algebrico si pone Lilith, simbolo dell'invenzione di Cantor,
vale a dire il transfinito, l'intervallo. E' la processione
dallo zero all'uno, l'Altro, l'intervallo che separa il nome
dal significante il cui passo non puo' che essere segnato
dalla sessualita'. Qui ritorno a dire che il sesso non e'
l'organo, poiche' strutturalmente non esiste come causa, ma
parte dalla sfida intrinseca di ciascuno, la sfida
dell'intelligenza, il gioco, se vogliamo anche la scommessa
sul proprio progetto che diventa sessualita' ogni qual volta
si deve correlare e rapportare a realta' individuali
esterne: la piu' piccola forma di societa', io piu' l'altro,
e' gia' sessualita'. E' la scoperta della differenza, la
curiosita' del diverso. Lilith schiude tutto questo mondo,
la sua portata e' immensa (infinita, trattandosi di
transfinito), e per colui che l'intende attraverso la
propria esperienza, orrenda e magica al tempo stesso.
Perche' Lilith non e' il Bene o il Male, se lo fosse sarebbe
un doppione, un di piu', ma e' il Bene e il Male non
filtrati, presi incoscientemente. Tutto cio' che accade e
non e' pensato, voluto, progettato, tutto questo e' Lilith.
Non e' un'esclusione secca, perentoria, aut aut, ma lascia
la possibilita', che si ha nel suo compiuto in et, di uno
spiraglio di luce. Perche' se Eva si convince del fatto che
solo lei - gia' qui un elogio della differenza - puo' fare e
dire come solo una donna puo' fare e dire, che solo lei e'
vettore di immortalita', ma uterina; Lilith non si
pronuncia, non vede il motivo per farlo (non ha bisogno di
motivi, essendo demotivata per costruzione). Non si tratta
piu' di un punto, di una stella fissa, di una cosa che ha
significato stabilito, aristotelico, per sempre - la parola
standard - ma entra di prepotenza come sembiante, come
possibilita' e quindi come antecedente al progetto. Si pone
come probabilita' di effetto, discute non del come e'
avvenuto, ma del come potrebbe avvenire se; e ne discute non
con parole ma con possibilita', ovvero non parla ne' di
quanto ne' di quale: non parla per nulla. L'isterismo
contro questo avversario perde sempre. Lilith e' vincente,
purtroppo. E' secondo queste premesse che si puo' leggere
la frase di Philippe Sollers: "Una donna non intende con gli
orecchi, non ha nulla da intendere o da ascoltare". Il
cerchio, anticipavo in precedenza, si chiude. Il mito si
situa nella tradizione ebraica, e da qui verso l'idea
dell'arte nella propria interezza, giacche' anche di arte si
parla in questo contesto, non negando allo schema una
validita' esterna. Il mito parla di Lilith prima di Eva.
Chi la volesse relegare al ruolo di bastone che parla
all'orecchio di Eva, identificandola con il serpente si
illude. Lilith e' propriamente verso lo zero, e anche verso
il buco, non essendo gia' il buco, non una sorta di zero, un
un tentativo. Lilith e' l'esclusione del punto sulla i, la
processione. Lilith prima di Eva significa che il discorso
isterico non e' all'origine.
[Fine terza parte. Continua.....]
