SHORT STORIES
di AA.VV

UN COLPO SOLO
di Angelo Politi                           
                              
La  canna della pistola era  puntata sotto il mento da ormai
piu' di venti minuti.  La decisione era stata  presa  e  non
era certo la paura che lo stava frenando.  Aspettava solo il
momento giusto.  Certe scelte si possono fare una volta sola
e  poi  non  si  puo'  piu'  tornare indietro ed essere come
prima.  Far finta che  niente  dentro  di noi sia accaduto o
cambiato, e' un lusso che non ci si puo' sempre  permettere.
Certe scelte si compiono in un istante e in quell'istante si
decide  di  una vita per sempre oppure vi si pone fine.  

Era  successo  tutto  la   settimana  prima.   In  una  sera
all'apparenza normale ed innocua come tutte le altre, mentre
attendeva il bus che lo avrebbe portato a casa come in tutte
le altre giornate lavorative, la sua mente si era  distratta
per pochi secondi ed aveva abbandonato i soliti problemi per
cercare  rifugio  in  qualche  pensiero  meno importante, in
qualche  pensiero   che   lo   alleggerisse   di   tutte  le
preoccupazioni  accumulate  durante  la  settimana.   Se  lo
poteva concedere, dopotutto era  venerdi'.   Invece,  quella
semplice   distrazione   gli   era   stata  fatale.   Cosi',
all'improvviso e senza  che  lui  potesse  rendersi conto di
quello che stava avvenendo ed in  qualche  modo  difendersi,
senza  che  lui  potesse  avere il tempo di rivolgere la sua
mente  verso  qualcos'altro,   anche   perche'   non  poteva
sospettare   la    pericolosita'    di    quella    semplice
considerazione  che  si  stava  dolcemente,  ma  sempre piu'
distintamente, infiltrando nella sua  testa come una lama di
rasoio che penetra senza dolore nella pelle e che mostra  la
propria  esistenza  solo  quando il sangue inizia a sgorgare
rapido dall'impercettibile ferita, gli capito' di riflettere
che aveva gia' trentadue anni.

Non  era  la   prima   volta   che   faceva   quel  tipo  di
considerazione,  e'  chiaro,  ma  ora  quel   pensiero   era
accompagnato  da altri, non meno decisi e pericolosi di quel
primo a cui  tutti  erano  saldamente  legati.  Gli venne da
pensare che erano trascorsi tredici  anni  da  quando  aveva
conseguito  la  maturita'  e  che  quegli anni erano passati
cosi' velocemente che non rammentava di quel periodo che due
o tre fatti rilevanti  che  si differenziavano dalla normale
quotidianita'.  Gli  venne  da  pensare,  e  questo  non  lo
conforto' davvero, che forse la cosa era dovuta al fatto che
non  aveva  realizzato  cose particolarmente interessanti in
quell'arco di tempo.  Gli  venne  da  pensare che con eguale
velocita' ed indifferenza sarebbero trascorsi  i  successivi
tredici  anni  e  che  probabilmente  si  sarebbe  di  nuovo
ritrovato  ad  una fermata di bus in una fresca serata di un
venerdi'  di  primavera  con   quei  medesimi  pensieri  che
s'impossessavano e si prendevano gioco di lui, con  la  sola
differenza  che  avrebbe  avuto  quarantacinque anni e poche
cose in piu' che valesse la  pena di ricordare di quante non
ne avesse ora.

Una sgradevole sensazione d'impotenza lo colse  al  pensiero
che   si   sarebbe   potuto  trovare  nuovamente  in  quella
situazione, fosse anche tra  tredici  o ancora piu' anni.  E
quella sgradevole sensazione  lo  accompagno'  per  tutti  i
giorni, le ore e persino i minuti della settimana successiva
senza  che  potesse in alcun modo liberarsene e, cosa ancora
piu' grave, senza  che  potesse  in  un  certo senso farne a
meno.  Quella  sensazione  era  diventata  parte  della  sua
persona.   Certo  poteva ignorarla per qualche ora, forse lo
avrebbe potuto fare  anche  per  qualche  giorno, ma poi lei
sarebbe sempre riemersa in mezzo a tutti gli altri  pensieri
portando di  nuovo  con  se'  quel  malessere  che  lo aveva
accompagnato  negli  ultimi  tempi.   Questo  lui  lo sapeva
benissimo.

Si accarezzo' le guance con la canna della pistola  provando
un  brivido  di freddo che si propago' rapidamente per tutto
il corpo.  Prese il silenziatore dalla tasca della giacca ed
incomincio' ad avvitarlo con gesti  lenti.  La sua mente era
libera e serena  mentre  faceva  scorrere  delicatamente  il
caricatore  all'interno  del  calcio della pistola.  I primi
raggi di luce che  annunciavano  il  nuovo giorno si stavano
lentamente propagando all'interno della  stanza  mettendo  a
poco  a  poco  in risalto i contorni degli oggetti su cui si
posavano.  Strinse saldamente  entrambi  le  mani intorno al
manico della pistola facendo scivolare piano l'indice destro
sul grilletto.  Punto' l'arma verso la gola  facendo  appena
in tempo a vedere schizzare gocce di sangue sulle lenzuola e
sulle pareti circostanti prima di perdere conoscenza.

Quando  si  sveglio'  il treno era fermo.  Con la mano creo'
uno spazio sul vetro appannato  per poter vedere fuori.  Era
ormai sera, ma poteva ancora  scorgere  le  colline  di  una
campagna    sconosciuta    che    si    stavano   immergendo
nell'oscurita'.   Un  uomo  apri'  lo  sportello  della  sua
carrozza e gli chiese con  un  cenno  della mano se il posto
dinanzi a lui era libero.  Lui assenti'.  L'uomo si tolse la
giacca, tiro' fuori un libro da una borsa di pelle nera  poi
comincio'  a  leggere  in silenzio.  Lui lo osservo' leggere
per qualche  istante.   Il  treno  si  rimise  in movimento.

Appoggio' la testa sul finestrino e riprese a dormire.


AMORE E MORTE A ORTA
di Guildenstern

"Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio bianco per antico pelo,
gridando: - Guai a voi, anime prave!
non isperate mai veder lo cielo - "
(Dante, Comedia, Inf, III, 82 sgg)

Le  strade  del  tempo  si biforcano a Orta.  Il pellegrino,
giuntovi quasi per caso  o  per  sentito dire perche' non vi
sono indicazioni ne' percorsi precisi da seguire, vi ritrova
la doppia dimensione del suo trascorso:  quello  quotidiano,
cui  faticosamente  ha  dedicato  ogni sua energia fisica, e
quello cosmico  atemporale,  cui  da sempre, inconsciamente,
dedica ogni sua  energia  intellettuale:  la  ricerca  della
sopravvivenza  al  tempo.  Giunti al piccolo molo di Orta si
ha l'impressione, nei  bui  pomeriggi nebbiosi d'autunno, di
essere alfine arrivati al nostro Acheronte, e  che  laggiu',
sull'isola di San Giulio, ci attenda il castigo perenne.  Si
e'  come nell'impossibilita' di decidere la nostra meta, che
fin   dalle   prime   apparizioni   del   lago,   e'   stata
inesorabilmente  una:  l'isola,  con  l'antica  abbazia.   E
laggiu', dicevo, al piccolo  molo, le due dimensioni vengono
bruscamente divise.  Sa, chi prendera' la  nave  di  Caronte
che  porta  all'isola di San Giulio, che dovra' lasciare sul
continente il suo quotidiano  e  affrontare  in tutta la sua
malinconica   gigantitudine   il    tempo    della    mente,
l'inesorabile   e   ineffabile   questione   della   propria
scomparsa.   

E' spesso accanto al  pellegrino,  ed  e'  buona cosa che lo
sia, che altrimenti non si potrebbe  a  tanto  sopravvivere,
l'amore  di  lui,  sotto  forma di spirito, o di carne, o di
amuleto.  Ed e' conveniente che nel breve tratto di lago che
lo separa dall'isola  egli  intrattenga  l'amore parlando di
cose sconosciute, come a scongiurare il pericolo dell'ignoto
verso il quale e' diretto.   S'attraversano  le  nebbie  del
lago e tutto ad un tratto pare emergere dalla nebbia l'isola
e  dapprima  la  sua abbazia e poi le case tutt'intorno.  La
barca scivola ondeggiante verso il molo, appena quattro pali
che  emergono  dalle  acque.   Appena  sbarcati  un cartello
avvisa:  "Si  prega  di  rispettare  con  il   silenzio   la
sacralita'  del  luogo."  Ci si incammina per le strette vie
con le  mani  intrecciate  dietro  la  schiena, curvi, senza
proferire parola.  Il  pensiero  emerge,  si  riscatta.   Si
aprono, tra le vie, squarci sul lago e ci sono in ogni parte
punti  per  fermarsi,  ma  non sono panchine in pietra, sono
punti non pensati, sono  li'  non per volonta' dell'uomo.  E
si  scopre  che  l'esperienza,  gia'  al  suo  nascere,   e'
esperienza di parola, all'origine di tutto ma senza origine.
L'itinerario,  il viaggio, non sono che il pretesto a questa
improvvisa, sconcertante epifania.  Il pellegrino prende per
mano il suo amore e non vuole parlare di cose.  Vorrebbe che
questo momento  di  luce,  nella  nebbia  dell'isola  di San
Giulio, rimanesse per l'eterno.  Ricorda, allora, le  parole
di  Leonardo:  "La  notte  di  Sancto Andrea, trovai il fine
della quadratura del cerchio;  e  in  fine  del lume e della
notte e della carta dove scrivevo,  fu  concluso.   Al  fine
dell'ora".

Inebriato  di  tanta scienza, il pellegrino sorride e sa che
il viaggio e' giunto al  termine.  Riprende la via del molo,
e i suoi passi  a  volte  incrociano  quelli  di  un  monaco
dell'abbazia,  il quale procede col volto abbassato: egli sa
gia'.  In  gran  moto  d'animo  si  spengono  le brame, ogni
domanda sembra aver trovata la  sua  risposta,  soltanto  il
tempo  di rimetter piede sul continente.  E torna la barca e
sorride l'amore.  Torna il  nocchiero e chiede il biglietto.
Ci si adagia esausti in  coperta,  e  dal  vetro  si  guarda
scomparire  nuovamente tra le nebbie l'isola incantata, e le
sue case,  e  la  sua  abbazia  troppo  grande.  Verrebbe da
mandare un ringraziamento, mentre ci si  concede  al  riposo
rimandando tutto a quando si tocchera' nuovamente terra.  Ma
proprio  nel momento dell'attracco il pellegrino capisce che
dovra' reimpossessarsi del suo  quotidiano, cosi' per troppo
tempo trascurato, e tutte le risposte, tutta la  pace  e  la
quiete,   tutto   il   respiro  della  morte,  sono  rimasti
sull'isola e sulle  nebbie  del  lago.   Con la tristezza di
questa nuova certezza, il pellegrino si avvia al  mezzo  del
ritorno,  e  ancora  abbraccia  il suo amore, ma sa che sono
nuove cure, nuove  calamita'.   Egli  e'  certo che stanotte
avra'  dimenticato  d'aver  conosciuto  il  dio.    Sa   che
stanotte,  all'ora  piu'  buia,  avra'  di nuovo paura della
morte.

FUNEBRE
di Alessio Saltarin

Ecco.   Piano  piano  se ne vanno anche le ultime, illusorie
energie.  Un giorno  di  pioggia  grigio  segna questo nuovo
lutto.  Ho gia'  scelto  come  vestirmi.   Un  pantalone  di
flanella  nero,  una  camicia bianca con delle righe sottili
marroni e nere, una cravatta  seria, a righe oblique di vari
grigi, e la giacca  grigio  scuro,  quasi  nera.   Anche  la
tradizione  del  nero  va  rispettata.  Come la tristezza di
questo giorno, che chiu- de  in  questo modo la storia di un
uomo.  Mi preparo a morire.  E' stata una malattia rapida  e
perversa,  a  pensarci.  Ieri nulla mi faceva sup- porre che
proprio oggi sarebbe  stato  il  mio ultimo giorno.  D'altra
parte sentivo ormai da tempo che la fiamma della vita andava
lenta- mente spegnendosi, non trovava piu'  alcun  appiglio,
alcuna  meta,  e tro- vava ogni respiro sempre piu' gravoso.
(Il respiro:  e'  sempre  quello  il  campanello d'allarme).
Come una nausea antica, il sentore di questa nuova morte  si
e' impadronito di me lentamente, facendo sgretolare a poco a
poco  ogni  mio  progetto, ogni sogno.  Adesso non ho che da
fare  gli  ultimi  preparativi,  richiamare  questi  stanchi
muscoli ad uno sforzo finale.

La morte verra' questa notte.   Nessuno, e tanto meno io, la
sentira' venire.  Verra' ineffabile, a marcare una fine,  ad
inaugurare  un  inizio.  Che cosa e' stato in ultima analisi
di questa vita?  Ho amato,  questa e' stata la novita'.  Per
un certo tempo poi,  sono  stato  anche  riamato.   Ma  poi,
insomma,  come  si  poteva  continuare ad amare uno come me?
Anch'io me ne sono reso  conto,  pur nella pigrizia dei miei
pensieri autogiustificanti.  Ho veduto anche cose  mirabili.
Ho  vissuto  nella  felicita'  per  molto tempo.  Sono stato
utile, a  volte,  per  gli  altri.   Sono stato soprattutto,
irremovibile nella difesa di me stesso.  Ma adesso e' venuto
il momento degli addii.  Non saranno molti, anzi, sara'  uno
solo.   Non lascio nessuno, in effetti.  Lascio solamente me
stesso.  E' un addio che  questa  volta non mi causa dolore.
E' quasi un ripudio.  Eppure un po' di nostalgia, per questo
mondo che mi sono immaginato e che ho vissuto seguendo  tale
immagine,  la sento.  Era un mondo facile, avaro di dolori e
tragedie, quanto tuttavia  di  forti  emozioni e di scariche
vitali.  La prima volta che  sono  morto,  quello  s  fu  un
distacco  doloroso.  Allora fu la necessita' a spingermi.  E
che agonia  dolce,  ricordo.   La  paura  che  avevo allora,
sostenuta dal fatto che in nessun modo sarei potuto tornare,
aveva colorato quella notte  fatale.   Ma  come  oggi  anche
allora mi sentivo stanco, vecchio, morente.

Il  pensiero  ormai  rompeva  gli  argini, e non potevo piu'
sopportarlo.  Le parole diventate  come  note, persa la loro
individualita',  il  loro  significato,  come  note  di  una
sinfonia burrascosa che non potevo piu'  ascoltare,  che  mi
uccideva  perche'  non  significavano piu' niente, adesso le
sento  di  nuovo.   Sento  l'incapacita'  di  combattere, di
tentare nuove vie.  Sento inoltre il peso di  una  vecchiaia
troppo lunga, troppo ricca di esperienze che mi condizionano
e  mi  guidano, troppo accorta, troppo attenta, troppo ligia
ai diritti e ai  doveri,  mi  schiaccia  e mi paralizza.  Da
dentro, la malattia, conscia ormai di averla avuta vinta, si
gode la mia ritirata senza nemmeno l'onore delle armi.  Sia.
Dal momento che ormai nessuna forza, tantomeno  mentale,  mi
soccorre.   Che  io  venga  lasciato  solo, davanti alla mia
morte.  L'unico sorriso  verra'  dall'oltre,  dalla vita che
comincera' da queste ceneri.   Non  c'e'  morte,  nel  senso
stretto   del   termine.    C'e'   rinascita,   metamorfosi,
cambiamento.   Gia'  nella paura di morire dell'ultima volta
che  morii,  intravedevo  tuttavia  questa  possibilita'  di
redenzione.  Perche', in fondo,  di redenzione si tratta.  S
.  Perche' ricominciare, non e' un ricominciare  dal  nulla,
ma  dalle  ceneri.   Che altro non sono, se non il cumulo di
esperienze passate, di  insegnamenti; di persone incontrate,
seguite, amate, perse, odiate e magari forse  anche  illuse,
colpite,  ferite,  uccise.  Qualche volta reincontrate.  Nel
profondo, poi, rimangono  solo  le  parole scambiate.  Anche
quelle senza senso, per carita'.  Le  parole,  sotto  questa
prospettiva,  salvano.   Esse sono la base su cui ricomincia
la vita.

La pigrizia mentale  di  questa  mia  vecchiezza mi spinge a
fare un passo ulteriore.  Sbagliavo.   In  verita',  morendo
una,  due,  cinque, settantamila volte mi rendo conto che la
situazione e' forse questa: e'  la vita a ricominciare sulle
parole, non viceversa.   Pensavo,  in  ultima  analisi,  che
forse il marrone non mi si addice.  Mettero' un bell'azzurro
scuro.   (Color  canna  da zucchero, lo chiama il mio sarto,
che di canne ne deve  aver  viste molte, a giudicare dal suo
volto).   Quel  colore  che  ha  l'acqua  dei  torrenti   di
montagna.   La  camicia  a  righe sottili bianche e canna da
zucchero.  Mettero' quella.

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