
Mi guardo attorno. Yvonne chiacchiera con Enza. I figli di
Juan confabulano tra loro. Lucia e' al mio fianco, ad
ascoltare. Roberto fa domande. Luciana e Brunello cercano
di tenere a bada i piccoli, e non e' facile. Anna intona
litanie tra il calmo e l'irritato ai suoi due ragazzi.
Giacomo e Silvia, coricati sul divano in fondo, si tengono
stretti, si lasciano vivere. Dolcemente. Susanna ha gli
occhi sgranati e sembra un po' spersa, vicino a Maurizio.
Il rabbino e suo figlio tendono le orecchie a questa
fantastica guerra interplanetaria. Ci siamo tutti. Poco
per volta, come sempre, la configurazione della stanza
cambia aspetto. Qualcuno si alza a prendere una fetta di
torta salata, un panino, e qualcun altro gli ruba il posto.
Ci si rimescola: il branco che si fiuta e si corteggia. Si
lecca a forza di parole, si spulcia a metafore. Splendido.
Mi trovo seduto davanti a Maurizio. La mia ammirazione per
lui e' sconfinata. Ha girato il mondo, e sa il fatto suo.
Un uomo competente, anche nella simpatia. Noialtri del
branco siamo speciali. I figliocci del rabbino. Non ne
esistono altri. Mi metto a parlare di editoria. Il putrido
lavoro anche nei momenti di sublime, intima quiete. Si',
c'e' crisi, gli racconto. Di traduzioni ne girano poche. E
chi li vuole piu' leggere, i libri? Le case editrici,
piccole e grosse, si stanno riciclando in produttrici di
sensidischi. Mi hanno chiesto di scrivere un abbozzo di
trama per un'avventura virtuale di fantascienza. Ci sto
provando. Forse era piu' semplice tradurre.
Condividiamo una piccola complicita', Lucia e io.
Minuscola, e per nulla segreta; ma sempre complicita'.
Fumiamo. Siamo gli unici del branco. Gli altri possono
fiutarci meglio. Cosi', satolli di cibo, scendiamo ad
accendere la prima sigaretta della serata. In cucina non
diamo fastidio a nessuno; e rispettiamo i codici d'onore di
questo mondo tanto igienista e tanto sanguinario. Le
nuvolette di fumo sono eteree, leggere. Virtuali nella
sconcertante brevita' della loro vita. Si sta cosi' bene,
qui, in piedi, con la sigaretta fra le dita, nella sera
muta. Non c'e' nemmeno bisogno di parlare. Un momento
eterno, appeso ai fili invisibili del tempo. Vorrei che
durasse per sempre. E' sceso anche il rabbino. Si mette ad
armeggiare coi fornelli. Deve preparare caffe' e boldo per
quelli che stanno sopra, e per noi che siamo sotto. Che
gentleman. Che incomparabile savoir faire. Che gentilezza.
Certe volte, se non fossi rigorosamente eterosessuale,
potrei persino innamorarmi di lui. E non e' la prima sera
che lo penso. Abbiamo spento le sigarette, e lui ci mette
davanti le nostre due tazze di caffe'. Non resisto. E'
piu' forte di me. Sara' il vino. Forse. Non credo. Gli
passo un braccio attorno alle spalle. -- Serata splendida,
Pigi'. Grazie. Vorrei che durasse tutta la vita. Lui mi
guarda, un po' imbarazzato, e sorride. Si gratta quel
chilometro di barba. -- Grazie a voi. -- No, grazie a te.
Andiamo avanti per un bel pezzo, prima di tornare su.
Succede cosi', all'improvviso. Senza che qualcosa mi
avverta. Di brutto. Ho sempre odiato le situazioni che ti
saltano in testa da un momento all'altro, senza farti il
favore di dare avvisaglie. Dio le stramaledica. Le hai
odiate anche tu, no, rabbino? Sono sceso a pianterreno a
fumare un'altra sigaretta. Lucia non ne aveva voglia. Ha
mangiato troppo, dice; e adesso, pigra, sonnolenta, sta
affondata in poltrona ad ascoltare le mirabolanti avventure
belliche di Juan. I particolari sulla distruzione della
Patagonia, credo. Io scendo. Accendo la sigaretta. Sono
solo. E' quasi mezzanotte, e la sensazione e'
straordinaria: essere in un altro posto, un posto che non e'
casa mia, e non e' un mio delirio virtuale di onnipotenza;
eppure, guardarmi attorno in questa cucina (antro di
giganti, covo di immani chef che preparano carne umana alla
griglia), e rendermi conto che e' anche la mia cucina, che
mi appartiene di diritto per tutte le piccole fette di vita
che qui ho lasciato. Come sono proprietario di brandelli
del tuo passato, e del tuo presente; come ho ceduto a te
l'esclusiva su tanti momenti della mia vita. E penso: Mi
piacerebbe diventare il custode di questa casa. Viverci.
Quando restero' solo. Se. Spengo la sigaretta. Il vinello
rosso di Roberto. Grande dentista, quell'uomo.
Soprattutto, grande procacciatore di vini ruspanti. Juan e
io ne abbiamo approfittato, e adesso ho voglia di pisciare.
I miei reni, lo sai, hanno sempre funzionato molto bene.
Grazie al cielo. Entro in bagno. Il caro vecchio water.
Il lavandino col tuo sapone liquido, e le riviste
accatastate nel solito mucchio selvaggio. Il rabbino e suo
figlio: l'apoteosi del caos abitudinario. Cosi' intimo.
Appagante. Abbasso la cerniera dei jeans, estraggo quello
che a cinquantatr‚ anni passa ancora per un membro virile, e
comincio a pisciare. Scarico nel tuo water l'acido urico e
tutte le altre sostanze che il mio corpo ha ricavato dal
vino. Il mio corpo vero, vivo. Non la sua immagine
virtuale. E arriva: uno slittamento di ombre. Uno
sfasamento. Il mio riflesso, sulle mattonelle del bagno, si
sposta. Quasi mezzanotte? Col cazzo. Dalla finestra entra
il sole del tardo pomeriggio. Le cinque o le sei di un
giorno di primavera, presumibilmente. Fa quasi buio. Per
un attimo, continuo a pisciare. Mi viene da vomitare.
Perch‚ non ho piu' cinquantatr‚ anni. Ne ho ottanta. E
sono solo in casa tua. Non c'e' piu' il branco ad
aspettarmi. E tu sei morto. Io. Custode della tua casa,
come desideravo. Giovanni, che adesso fa la spola tra qui e
la California (ma torna sempre piu' di rado, sempre piu' di
rado: ormai ha passato i cinquanta anche lui, e immagino che
il sole della West Coast sia molto preferibile alle nebbie
della pianura padana), mi ha concesso l'alto onore. Ha
insistito. Gran ragazzo. Mi alzo dalla poltrona,
trascinandomi su gambe che ricordano ancora cosa significhi
camminare sul serio, ma non riescono piu' a farlo. Che
fregatura, il tempo. Tre anni fa... Non avrei mai creduto
di poterti sopravvivere. Sai, e' difficile riportare tutto
alla memoria. Il passato reale si fonde, si mischia, si
coagula con gli infiniti passati virtuali che ho vissuto; e
decidere cosa sia vero, cosa sia falso, diventa un'impresa
troppo ardua per i miei neuroni avvizziti. Sono nella
stanza di sopra. La nostra stanza. Quella delle serate,
dei capodanni. Il computer lampeggia il suo messaggio
secco, ma tanto ironico: End of subroutine 4. Ready.
Pronti. I computer sono sempre pronti. Gli uomini, un po'
meno. O cosi' mi sembra. Subroutine 4. Che stronzata.
Vado in bagno perch‚ la mia vescica si e' riempita di
liquido bevuto in compagnia, e la subroutine 4 mi scaraventa
nella solitudine. Mi riporta al presente, al qui e ora.
Dopo un'immersione talmente profonda nel nostro passato che
ho ancora in bocca il sapore della torta salata di Enza.
Chi avra' scritto le informazioni per questo stupidissimo
sensidisco? Io, evidentemente. Di certo non avresti potuto
farlo tu. Tu sei morto. Ma che programmazione da
imbecille. Da cretino. Io piscio cosi' spesso. D'altra
parte, non c'e' problema. Potrei eliminare la subroutine 4.
Ammazzarla, come volevo fare con John Lennon tante realta'
fa. Oppure modificarla. Forse sarebbe meglio. Renderla
piu' elastica. Avere una quantita' maggiore di tempo a
disposizione. E un interruttore meno ovvio per il ritorno
al presente. Perch‚ deve esserci qualcosa che mi riporti
qui. Se restassi in collegamento continuo con te e con gli
altri, se non ci fosse una subroutine a richiamarmi
indietro, morirei. Nel piu' piacevole dei modi, ma morirei.
Accoccolato nella poltrona di casa tua per giorni,
settimane, fino alla consunzione totale del corpo. E non e'
detto, rabbino, non e' detto che non sia proprio questa la
soluzione preferibile. Il ritorno dei ricordi e' di una
lentezza esasperante. Mi scatena la voglia di urlare (se
possedessi ancora una voce capace di urlare!), adesso,
subito, mentre strascico i piedi in giro per la stanza.
Sono confuso, inebetito. Azzardo mappe sulle quali non
scommetterei cinque lire. Lucia che vive in campagna nel
suo sogno di sempre, la casa arredata con i mobili della
nonna, e le oche e le anitre e i cani e i gatti e tutti gli
altri animali a tenerle compagnia; Enza tornata alle sue
radici, dalle parti di Novara, con sorelle e nipoti e
pronipoti, in una specie di comune che non ha nulla di
hippie; io qui; gli altri dispersi, andati, divisi. Partiti
per strade diverse. Che non riesco a rammentare per colpa
di questo cervello tarlato, una banca dati scalcinata,
inaffidabile. C'e' qualcosa che ricordo molto bene, pero'.
Perch‚ e' un avvenimento recente, e riguarda me, il vecchio
che sono oggi. L'egoismo selettivo della memoria ha i suoi
vantaggi. L'ultima volta che e' venuto a trovarmi, otto o
nove mesi fa, Giovanni mi ha parlato delle ricerche che sta
dirigendo in California. Saresti orgoglioso di lui,
rabbino. Oggi e' il grande boss della divisione Eutanasia
del Timothy Leary Virtual Reality Research Center. E' uno
dei padri fondatori delle Case della Buona Morte. Tuo
figlio, rabbino. Tuo figlio. Comunque, mi diceva che
stanno appena cominciando a capire quali siano gli effetti a
lungo termine di un'esposizione prolungata alla realta'
virtuale. Di anni e anni e anni trascorsi in mondi
alternativi che puoi creare con le tue mani, se solo hai a
disposizione un computer e un programma decente. E il
fulcro, il punto essenziale, e' la durata delle immersioni.
Tutti i programmi hanno limiti precisi, estremi oltre i
quali non si puo' andare; a meno, ovviamente, di essere un
hacker e scardinare il programma e fare quello che ti pare.
Ma io non lo sono mai stato. Giovanni e i suoi ricercatori
stanno tentando di superare questi limiti. Per vedere cosa
succede. Pagano cavie umane e le tengono in immersione per
settimane nella realta' virtuale, nutrendole a fleboclisi.
Per ora, sono arrivati a un massimo di un mese e mezzo. E
lo sai cosa hanno scoperto, rabbino? La realta' virtuale
manda in corto circuito i ritmi circadiani del corpo.
L'orologio biologico delle nostre cellule, dei nostri
sistemi, impazzisce. Una questione di ambiente, di dati in
ingresso. Pero', a quanto pare, e' una follia assai dolce:
i processi d'invecchiamento rallentano. Stando ai primi
risultati del Timothy Leary. Su questo fronte siamo stati
fregati, fratello mio, Pigi'. Tu non ci sei piu'; io sono
qui con questi ottant'anni cosi' pesanti, cosi' difficili,
alleviati solo dalle fughe in un passato piu' o meno
immaginario; e magari, domani tuo figlio scoprira' la
formula dell'immortalita', la regalera' al mondo, e per noi
due e per l'intero branco sara' troppo tardi, perch‚ il
nostro tempo e' scaduto, scaduto, scaduto... Ma non
possiamo lamentarci. Abbiamo avuto i nostri momenti. Io,
soprattutto, devo essere grato alla meccanica del destino.
Sono qui a fare da custode a questa casa tanto amata; e
posso riportarti in vita quando voglio: dio, o demiurgo, o
come cazzo preferisci dire. Signore della vita e della
morte. A ottant'anni! Non credi che sarebbe il caso di
ridere? Almeno un po'?
Adesso mi avvio. A passi lenti. Con calma. Mica posso
mettermi a correre. Devo andare in bagno sul serio. Ma
usero' quello del primo piano, qui dietro, a sinistra. Le
scale le faccio al massimo una volta al giorno, se proprio
e' necessario. L'autocucina che Enza e tu avete installato
e' una meraviglia. Lo sapevi che lo chef elettronico, se il
frigorifero e' pieno, puo' arrivare fino a cinquemila piatti
diversi l'anno? Certo che lo sapevi. Solo che tu lo tenevi
sul manuale, e ogni giorno battevi sulla tastiera le
istruzioni per colazione, pranzo e cena. Ti e' sempre
piaciuto avere il controllo assoluto del tuo ambiente
alimentare. Io me ne frego. Ormai mangio poco, con scarso
piacere; e sono del tutto indifferente alle scelte, in
questo universo di sterminate opzioni. Ho messo il tuo chef
sull'automatico da un anno e mezzo, credo, e non ho ancora
assaggiato due volte la stessa cosa. Si', alcune delle
varianti sono talmente minime da risultare insignificanti;
pero' ti da'nno lo stesso il sapore della novita'. Non sai
mai con esattezza cosa ti troverai davanti. Subisco tutte
le cucine: napoletana, lombarda, messicana, cinese.
Marocchina, indiana, eschimese. Mangio pesce, carne, chili,
couscous, omelettes. Nei collegamenti sulla nostra rete
virtuale, quando la vado a trovare nella sua casa della
nonna, o lei viene a trovare me qui, Lucia s'incazza come un
demonio. La vecchiaia non le ha tolto l'animo battagliero.
Per fortuna. Mi accusa di essere un figlio di puttana; di
non avere mai accettato da lei, in passato, certe cose; di
essermi sempre ribellato al pesce, alle verdure, ai
gamberetti, alle cucine esotiche. Di averle reso difficile
la vita. Ha ragione, naturalmente. Ma cerca di farle
capire che alla nostra eta' quello che mettiamo sotto i
denti non ha piu' molta importanza. Non ci riusciresti
nemmeno tu, rabbino. E' troppo testarda. Come e' sempre
stata. Ti piacerebbe ancora. Ammireresti la sua coerenza.
Cosi', mi incammino. Lento. Girando gli occhi attorno,
cercando le immagini tanto vivide di te e Juan e tutti gli
altri. Sapere la verita', a volte, non basta; l'essenziale
e' digerirla, e il mio stomaco non e' piu' quello di una
volta. Come si sono affievoliti i sensi. Com'e' fiacca, ad
esempio, la sensibilita' della mia mano sul bastone che
stringo per la paura di cadere. La vecchiaia e' proprio un
colossale bidone. Questa lentezza cellulare, questa
smisurata amplificazione di tutte le debolezze del nostro
corpo... Piangermi addosso e' diventato uno dei miei sport
preferiti. Lucia non lo sopporta.
Due ore piu' tardi, sono ancora in poltrona. Ormai e' sera.
Ho mangiato qualcosa, e soprattutto ho passato questo tempo
a contemplare il nulla, un'attivita' che mi e' sempre
riuscita bene. Forse perch‚ e' completamente inutile.
Stupidamente voluttuaria. Solo che oggi, a due passi
dall'estinzione, acquista un suo senso. O cosi' mi illudo.
Adesso mi ricollego. Torno da voi. E no, non ho modificato
la subroutine 4. Pigrizia. Spero di pisciare un po' meno; e
di certo spero, com'e' successo l'altra volta, di ricordare
nulla di questa squallidissima realta' reale. Nei sogni,
amico mio, fratello rabbinico: e' soltanto nei sogni che si
realizza il mio tempo. Mi ricollego... Pluf. Uno
scivolare d'ombre. Mattino presto. E io non ho ancora
toccato il computer, ma sullo schermo brilla la frase che mi
rida' la vita: End of subroutine 5. Ready.Tu ti volti, e io
devo avere un'espressione molto stupefatta, perch‚ scoppi a
ridere. -- Figlio di puttana -- borbotto. Ottant'anni, un
corno. -- Non sono stato io -- dici. C'e' un guizzo
divertito nei tuoi occhi: la piccola cattiveria che talora
si usa per condire l'affetto. -- E' stato Giovanni. Ha
fregato anche me. -- Figli di puttana tutti e due. Ci
abbracciamo.
Devi andare a fare la spesa. No, non vuoi che venga
anch'io. Solo un salto in panetteria. Oggi sono a pranzo
da voi. Ma certo. Lo ricordo benissimo. Non vorrei
lasciarti, ma tu insisti. Torno subito. Prima che io sia
riuscito ad acchiapparti, sei gia' corso fuori dalla stanza.
E all'improvviso e' pomeriggio. Quasi me lo aspettavo. End
of subroutine 6. Ready. Cazzo. Quante subroutine ci
saranno? E come ne usciro'? E dove sono, realmente? Il
mio stanco cervello di ottantenne si sforza di pensare.
All'inizio, e' doloroso. Poi arriva la pace.
Vadano tutti a farsi fottere, rabbino. Comunque stiano le
cose, li abbiamo fregati. Forse tu sei davvero morto; o
forse sono morto io, e questi miei ottant'anni sono un'altra
variazione virtuale sul viaggio nel tempo. Forse, adesso
sono soltanto un cumulo di dati in un tuo programma, pieno
di buchi, di falle, perch‚ ho questi ricordi sfasati,
contraddittori; ma tu mi tieni in vita lo stesso, oppure
sono io che tengo in vita te. O magari, ed e', credimi,
l'ipotesi piu' affascinante, siamo morti tutti e due, e a
tenerci in vita e' soltanto il delizioso affetto che abbiamo
coltivato per tutti quegli anni. Me lo immagino; non e'
difficile: la tua grande casa che sogna, e ricorda i
padroni, gli amici, le celebri serate del rabbino. Quel
calore umano che noi, il nostro gruppo riunito, riusciva a
sviluppare. Le incomparabili chiacchiere sui massimi
sistemi e i bicchieri di vino che tu non hai mai assaggiato,
scemo! Almeno nel post-mortem virtuale potresti imparare a
bere, no? Ma non saresti piu' tu. E questa casa, questo
programma, questa orgia di virtualita' eutanasica, ti
rispettano troppo per cercare di cambiarti. Com'e' giusto.
Oh, se li abbiamo fregati. Sto qui ad aspettare che uno
sfasamento d'ombre mi annunci l'ingresso in un'altra zona
del programma. L'ennesimo sogno dentro l'immane sogno della
vita a tutti i costi. Poi verro' a cercarti. O tu verrai a
cercare me. E' lo stesso.
