
La parola compie i peggiori misfatti.
J.Lacan
2. LA QUESTIONE INTORNO ALLE COSE
Due sono le possibilita': o la materia segue la parola, o la
parola segue la materia. In origine era la materia, o in
origine era la parola. I Greci si schieravano dalla parte
della prima ipotesi, perche' c'era la questione del vuoto, e
laddove non c'era materia, c'era il vuoto. Quindi il non
essere. Una sola via resta al discorso, scrisse l'Eleata,
che l'essere e' e non puo' non essere. Gli Ebrei scrissero
di un Dio, piu' potente del piu' potente dio greco: un Dio
capace di creare dal nulla. Insomma un Dio che si trovava
ad essere anche nel non essere. Che era altrove, rispetto
all'esserci o al non esserci. Che, in effetti, determinava
l'essere, lo causava. Poi arrivo' Giovanni e preciso': " In
origine era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo
era Dio ". Sembra quindi che Giovanni dica che in origine
era la parola. Che la parola era il progetto. La portata
di questa asserzione e' lo zero in atto. Puo' essere non
agevole comprendere la vastita' di questa intuizione, e
comunque ci sara' da ritornarvi sopra piu' in la',
soprattutto dopo aver discusso dell'importanza del segno
zero, e di quello che in questo contesto si intende per
zero. Quindi, a scopo illustrativo, si alludera' a qualche
aspetto caratteristico di un progetto di filosofia il cui
asserto principale sia quello dell'originarieta' della
parola, del suo primato. Un primo aspetto riguarda
l'inesistenza delle cose. Quindi l'esatto contrario di
quello che sosteneva Parmenide: per il nostro discorso resta
una sola via, che le cose non sono e non possono essere.
Questa non e' una negazione ontologica del mondo, piuttosto
un ribadire il primato della qualita' della parola contro la
quantita' delle parole. Se infatti la condizione primigenia
dell'essere e' la parola - e ci si puo' sintonizzare o meno
su quest'aspetto - uno dei significanti della parola, la
cosa materiale, non esiste in quanto essa stessa, ma in
quanto derivante dalla parola. Cambia la parola, cambia la
cosa, cambia il mondo. E' insita nella logica occidentale -
non a caso la logica delle cose - la credenza nella
staticita' della parola. La parola non si cambia, pena la
perdita della comunicabilita'. La parola come mezzo e' un
limite che ci si pone assolutamente inaccettabile. Una
ovvia conseguenza della dinamica delle cose e' che la morte
sarebbe una assenza di parola. La vita in ambito biologico
sussiste laddove esista memoria, o informazione genetica.
Per alcuni la vita era dovunque ci fossero composti del
carbonio. Per altri vita dove avesse luogo una forma di
riproduzione. E' chiaro che qui non si pone una questione
fisica o fisiologica, ma una questione, vorrei dire, quasi
morale. Per quello che si vuole ricercare in questo ambito,
vita e' dovunque ci sia parola. Un secondo aspetto riguarda
l'inesistenza della politica, intesa teoria e pratica del
governo delle cose. Gestire le cose significa porre in atto
la supremazia delle cose. Significa trascurare la potenza
della parola, escludere il terzo, l'Altro, l'altrove.
Infatti: se le cose possono essere gestite, allora non
esiste significante di parola, ma solo significato. Come se
nessuno avesse inventato lo zero, come dire che l'Universo
e' una macchina, e le formule matematiche risolvono tutto, a
qualunque livello. In questo modo si esclude la
possibilita' e il divenire. La politica e' per questo delle
masse, e non esiste una politica della qualita', perche' la
politica si fonda sulla quantita' - di voto, di assenso.
Politiche di qualita', come vennero tentate
nell'Illuminismo, furono utopie: la massa le uccise.
L'aspetto piu' importante riguarda il ruolo della scienza,
intesa come ricerca intorno alle cose. Il metodo
scientifico e' fondato sulla staticita' della parola e sulla
standardizzazione del segno. Che e' l'unica via
percorribile quando ci si occupa della fisica delle cose,
della loro quantita'. Se l'individuo dice che le cose non
esistono - se l'individuo percorre un progetto di qualita' -
questo non vuol dire che le cose cessino di esistere per la
massa, per la quantita' degli individui. Inoltre la scienza
si occupa del vero, perche' vero e' aggettivo di
moltitudine, di complessita', di sondaggio, di generale. In
questo ambito faremo questo solo accenno alla scienza, che
e' indagine complementare alla presente e che si occupa
della quantita' e della verita' e i cui risultati servono
alla collettivita'. Perche' d'ora innanzi non si confondano
i due rami - non ha senso confrontare progetti di filosofia
con la scienza o con la fede - diremo che la nostra ricerca
si occupa della qualita' e della contraddizione (o del
malessere), i cui risultati possono servire o non servire al
singolo, qualora egli stesso si ponga in ricerca, decida per
il suo progetto, per la sua invenzione. Resta da
sottolineare un elemento importante: il simbolo. Il mondo
del simbolo si fonda sul mondo reale, il mondo della cosa,
per aprire la via al mondo immaginario, che e' il mondo del
significato universale, o della cifra. I significati, che
sono cifrabili e nominabili in tutte le lingue del mondo,
sono il substrato della parola. Ma laddove la parola si
spinge a significare, piuttosto che a essere significata,
ecco che lo strumento piu' adatto per la ricerca diviene il
simbolo, che ha caratteri di universalita' simili ai
3. ZERO, INTERVALLO, UNO
Cantor invento' un giorno il transfinito. Ovvero dimostro'
rigorosamente che l'insieme dei numeri reali non e'
numerabile. Di fatto significo' l'introduzione della logica
ternaria. In termini matematici semplici, si dice che tra
due numeri razionali qualunque esiste un'infinita' - una
transfinita' - di numeri irrazionali. Cioe' che lungo la
retta orientata, per andare da zero a uno, occorre
un'infinita' di punti. Si badi che non si tratta del
riconoscimento dell'esistenza del problema, gia' posto per
intero da Zenone di Elea, ma della propria dimostrazione
rigorosa e della definitiva soluzione scientifica. La
questione di importanza definitiva fu che per la prima volta
un matematico dimostro' in termini matematici che l'infinito
esisteva in atto, e non solo in potenza. I primi filosofi,
ed i negatori del transfinito, pensavano che per esistere
l'infinito avrebbe avuto bisogno di un'infinita' di tempo.
Se si toglieva l'eternita', si toglieva l'infinito. Poteva
esistere qualunque numero cosi' grande da esistere nel tempo
necessario per contarlo. Parimenti poteva esistere una
lunghezza cosi' grande nell'Universo necessario per
contenerla. Cantor spazza via queste credenze e dimostra
che l'infinito esiste in atto. Che tra zero e uno, cioe'
tra due finiti, esiste un infinito. E che restringendo
comunque l'intervallo, esistera' sempre un infinito che
dividera' i due estremi. Ben vide Giordano Bruno quando
scrisse: "Parmenide disse l'uno uguale da ogni parte in se
stesso, e Melisso afferma che e' infinito; fra essi non
esiste contraddizione, bensi' l'uno chiarisce piuttosto
l'altro." Prendendo a prestito la scoperta del transfinito,
pur non entrando negli specifici e rigorosi termini
dell'Analisi Matematica, diciamo che la parola si situa nel
transfinito, dove tutto puo' accadere, dove niente e'
stabilito, ma tutto diviene, e non solo nel tempo, come era
naturale aspettarsi, ma anche al di fuori di esso,
nell'Altrove, come disse Einstein. Quindi esiste una
lunghezza di parola, e tale lunghezza e' infinita. Esiste
una qualita' di parola, cioe' una trattazione della parola
che e' opposta all'economia delle parole. Che cosa opera
nella parola? Qual e' l'operatore della parola? Insomma,
che cosa c'e' nell'ordine delle parole? Se esiste una
cifra, allora non puo' non esistere una ordinalita' e una
cardinalita': esiste una logica anteriore. L'operatore
logico della parola, che e' operatore in continuo mutamento,
lo chiamiamo Dio. La ricerca della divinita' e' pertanto
una ricerca volta alla logica che sta dietro la parola. In
questo contesto utilizzeremo il termine Dio per indicare la
causa prima delle parole, e non la causa prima delle cose,
che sono causate dalla parola. Come dire, dunque, di
appoggiarsi all'essere della parola, piuttosto che
all'essere della cosa. Come posso infatti dire che una cosa
esiste, se non ne conosco il nome? La cosa e' nominale,
ecco perche' fin dall'antichita' si poneva come la questione
sopra le questioni quella del nome di Dio. Scoprire il nome
di Dio era la chiave, il principio, non solo per conoscere
Dio, ma per poterne dimostrare l'esistenza. Cio' che ha un
nome esiste, cio' che non ha nome non esiste. La quantita'
e' infinita. Allora cos'e' la qualita'? Perche' ci si
interessa tanto al quale? Lo si fa da quando e' stato
introdotto nella numerazione lo zero. Un nome, vale a dire,
che non nomina alcunche', non esiste uno zero in natura,
zero non e' osservabile. Ma zero cifra, significa, cioe'
da' significato. Quindi esiste un atto di pensiero, almeno
uno: lo zero, che e' anteriore alle cose. Quindi la parola
e' originaria. Lo zero introduce l'algebra della qualita'
delle cose, instaura un'equazione non inscrivibile nella
sostanza. Perche' zero non e' il nulla, il nulla non si fa
di zero. Piuttosto sembra che esso sia un divisore, un
ripartitore, perche' possiede la caratteristica di
deontologizzare il nulla, di porlo fuori dalla sostanza.
Cosicche', da quanto si e' visto prima, zero separa uno da
infinito, significato da significante, bene da male,
positivo da negativo. Quindi annulla la logica diadica, la
dicotomia, e instaura una tripartizione del segno. Con
questo si da' atto della scomparsa del potere della sostanza
sul pensiero. Da quando c'e' lo zero non c'e' piu'
psicofarmaco, non c'e' piu' droga. Perche' la cosa non
agisce sul pensiero: la parola e' sempre anteriore.
L'esperienza del drogato e' sempre esperienza di parola.
4. LA DROGA
Alla base dell'esperienza del drogato, cioe' di colui che
assume in vari modi sostanze cosiddette stupefacenti, c'e'
in generale l'insoddisfazione verso le cose del mondo. Si
droga perche' cosi' facendo vede scomparire i problemi, i
pensieri, l'angoscia. E' il medesimo ragionamento che sta
dietro l'assunzione degli psicofarmaci: mi viene l'ansia, mi
metto a pensare, e pensare mi mette a disagio. Ecco che
esiste una pillola che permette di spegnere il pensiero, di
disattivare il cervello: cio' pone fine a tutti i problemi.
Ecco che la paura della morte, dell'evento morte
sostanziale, perche' non esiste una morte in qualita', si
traduce nell'assumere la morte: per sconfiggere la morte mi
addormento, muoio. Si tratta di una sconfitta duplice per
il pensiero e di una vittoria duplice per la morte
sostanziale. Cos'e' l'esperienza allucinatoria del drogato?
E' la creazione artificiale delle parole, di scariche
neuroniche che non provengono dall'interno, dalla cifra
dell'individuo, ma provengono dalla sostanza, che
l'individuo crede essere oggetto, quindi esterna a se'. Ma
e' un'illusione. L'esperienza allucinatoria e' sempre
altamente personale, scopre, rimescola il personale
affondato. Si avrebbe il medesimo risultato con un'analisi
della propria parola, giacche' quella e' l'unico
ingrediente, si tratta di usarne in quantita' diverse, con
un diverso grado di intelligenza. Chi e' ignorante, chi
preferisce non pensare, costui e' patologicamente drogato,
non importa che abbia assunto o meno la sostanza, la droga,
lo psicofarmaco. Ma allora c'e' una droga in ciascuno.
Si', la droga, ma non quella sostanziale, non la polvere
bianca, ma la cifra che dietro queste rappresentazioni si
cela, e' in ciascuno di noi, puo' essere risvegliata. La
droga e' nascosta, affondata in ciascuno. Laddove al
cospetto dell'io la parola si fa dissidente, si sottrae al
confronto, li' si situa la droga. Che e' poi cio' che Freud
chiamava inconscio, cio' che per Lacan era, in effetti, la
struttura. Quello che fu il campo di ricerca
dell'atteggiamento strutturalista, cioe' che il soggetto e'
guidato dalla struttura e non e' soggetto ma e' struttura o
insieme di struttura, si volge naturalmente ad una fusione:
esiste un soggetto che ingloba la struttura e non ne e'
cosciente. Esiste un elemento interiore, ma estraneo che
costituisce l'evento uomo. Uomo che ritiene di essere io,
ma conosce un Altro, altro-da-se', che non appartiene all'io
medesimo; e tuttavia e' da esso guidato, da esso mosso, da
esso governato strutturalmente. Di cosa e' fatta questa
struttura? E' fatta di un linguaggio. Di cosa e' fatto
questo linguaggio? E' fatto di parole. Quindi, la parola
e' la struttura. Il drogato e' un malato di mente.
Intendendo con cio' che egli soffre di una carenza mentale,
cioe' l'ignoranza della volonta' sulla parola che e'
volonta' sulla cosa. Infatti non esiste terapia per il
drogato, non c'e' soluzione materiale al problema che questa
ignoranza innesca. La' dove il drogato crede di non poter
agire - quindi di non poter modificare, di non poter creare
- allora effettivamente non agisce, non modifica. E'
piuttosto una realta' aliena che lo fa agire, gettandolo nel
non-sense di un vissuto a- personale, dove le cose che
accadono sono esterne al soggetto. Allora il drogato non
necessariamente assume la droga, si puo' essere drogati -
come condizione mentale - tutta una vita e non accorgersene.
Si vive in un torpore surreale, dominato dall'angoscia del
chissa' cosa succedera', cosa accadra', senza porre le basi
per un progetto personale di rinnovamento per cui gli
accadimenti partono da una evoluzione interiore, da un
disporsi nuovo nei confronti del proprio pensiero e di
quello degli altri.
[Fine seconda parte. Continua.....]
