SHORT STORIES
di Eugenio Perinelli, Vincenzo Scarpa, Angelo Politi

SENZA TITOLO
di Eugenio Perinelli

"hei" -sussurra il mio vicino- "ce l'hai qualcosa da dare al
boia?".

"no" -rispondo io- "quale boia?"

"come quale boia?...  il Boia....  non sai proprio niente?"

"niente di niente!...  ma tu cosa sai?"

"TUTTO!"

"e come lo sai?"

"me lo ha detto il mio vicino..."

"quello li'?"

"no, non  quello....   un  altro....   adesso  non  lo  vedo
piu'..."

In  effetti intorno a me le facce cambiano....  vedo teste a
perdita  d'occhio,  teste  calve  di  figure umane grigie...
spalla contro spalla...  petti contro schiene.

Scivoliamo  in silenzio su  di  una  melma viscida che sento
attorno ai miei piedi, ma che non vedo...

Siamo  come molecole d'acqua nel flusso pigro di un fiume  e
ci  muoviamo  relativamente l'uno all'altro, sospinti da chi
ci segue e frenati da chi ci precede.

"e cosa ti ha detto" -sussurro-

"che  se  hai  qualcosa  per  il  boia  lui  ti  gira...  ti
capovolge..."

"e che cos'ha lui per il boia?"

"niente, pero' ha delle idee..."

"che idee?"

"non me l'ha voluto dire...   sai...   si  scivola  gli  uni
rispetto  agli  altri...  aveva paura che io arrivassi prima
di  lui  dal  boia   e   usassi   la   sua  idea  per  farmi
capovolgere..."

"ma dov'e' questo boia?"

"piu' avanti" -facendo cenno con il mento verso le teste che
ci precedono.

Scivoliamo  ancora avanti,  tutti  nella  stessa  direzione,
silenziosi e immobili, nella penombra...

il mio vicino ancora- "lo hai mai visto un tritacarne?"

"certo"

"si.... ma uno cosi' grande non l'hai mai visto!!"

"cosi' grande come?"

"grande!...  e lento!"

"lento?"

"si perche' le ossa sono dure da macinare"

La  melma e'  fredda intorno ai piedi, i corpi che mi stanno
intorno sono umidi di sudore.

"hei"  -sussurra  il  mio  vicino-  "lascia  che  ti  dia un
consiglio: ...  cerca  qualcosa  per  il  boia...   e'meglio
finirci  dentro  con  la testa in basso, piuttosto che con i
piedi!"

Continuiamo a scivolare....


LA DOLCE MELODIA
di Vincenzo Scarpa

Quando ero poco piu' che un bambino, vivevo in  una  piccola
casetta  circondata  da  una  singolare valletta boscosa che
nelle  sue  profondita'  si  diceva  avesse   querce   dalle
nodosita' grottesche e fiori con colori mai visti prima.
Dicevo sempre a me stesso che un  giorno  avrei  varcato  le
soglie  del  singolare  boschetto,  certo  che in quel luogo
misterioso avrei trovato le risposte  a  mille  domande  che
giorno dopo giorno continuavo a pormi.
E cosi' fu. Una  sera,  verso  mezzanotte,  quando  la  luna
brilla  alta  nel  cielo  e  le  voci  degli  elfi risuonano
nell'aria, venni destato da una soave melodia  che  al  solo
ascoltarla  mi  rendeva  immensamente  felice.  Mi alzai dal
letto e, dopo aver indossato un paio  di  comode  scarpe  da
ginnastica ed un pesante maglione di lana, aprii la finestra
ed uscii all'aria aperta.
Mi  addentrai  cosi'  nella   foresta   nel   tentativo   di
localizzarne  la  fonte   di  provenienza,  quando  vidi  un
bagliore di luce  nel   buio.  Mi  misi    istintivamente  a
correre  come un forsennato, facendo attenzione ai rami piu'
bassi ed a  qualsiasi  cosa  che  potesse  in  qualche  modo
ferirmi.
Dopo  una   lunghissima   scarpinata,   raggiunsi   il   mio
obbiettivo.  Nascosto dietro alcuni grossi tronchi, vidi uno
spiazzo dove alcuni alberi erano stati abbattuti e il  suolo
livellato.  C'era  un  gran  fuoco  nel mezzo, e delle torce
erano assicurate agli alberi tutt'intorno; ma la  cosa  piu'
bella  da vedere, erano quelle strane creature vestite quasi
tutte di verde che ballavano, mangiavano e  suonavano flauti
ed arpe ridendo allegramente.
Osservavo quelle meravigliose  danze  con  le  lacrime  agli
occhi,  quando  improvvisamente il rombo incessante di tuoni
titanici sovrasto'  tutti  gli  altri  rumori.  Comincio'  a
piovere  molto  forte,  le  torce  si  spensero e le magiche
creature scomparvero. Rimasi immobile a fissare i  resti  di
quella  straordinaria  festicciola,  incurante  della  fitta
pioggia che mi bagnava i  vestiti;  ero  rimasto  nuovamente
solo.


I DON'T WANNA GROW UP
di Angelo Politi
															                                                          
-Cristo  Angelo,  ma  quand'e' che ti decidi a crescere?- mi
disse mio padre  facendo  roteare  con  un  colpo di dito la
girandola attaccata sopra la sua testa -Hai quasi trent'anni
e guarda come sei conciato.  Cos'e' quella farfalla colorata
sul tuo braccio?-

-Un tatuaggio  resistente  all'acqua-  risposi  io  -Attacco
l'Alaska con due.  Lancia i dadi-

-Sei e cinque.  Mio cocco bello.  Muovo tre dal Madagascar e
attacco  l'Arabia  Saudita-  continuo' lui -sei andato poi a
quel colloquio di lavoro?-

-Sta a me, pero' smettila  di  distrarmi, tanto ti conosco e
non  ci  casco.   Attacco  l'Oceania  con  tre.   Passami  i
pistacchi-

-Quattro.  Ora io attacco...  attacco...  certo che se tu mi
avessi dato retta allora, non saresti ora a...-

-E' pronta la merenda- grido' mia madre dal terrazzo-

-Chi arriva ultimo gli puzzano i piedi- esclamo'  mio  padre
alzandosi  di scatto e pattinando veloce verso la porta.  Io
mi alzai, a mia volta,  di  scatto  e mi lanciai dietro lui.
Lo stavo per superare quando inciampai sbattendo  per  terra
il ginocchio.

-Primo-  grido'  mio padre sedendosi di fronte alle fette di
pane imburrate.   Io  mi  rialzai  osservando  la  goccia di
sangue che dipingeva un rigagnolo rosso sulla  mia  gamba  e
andai a sedermi di fronte a lui.

-Mi hai fatto lo sgambetto, bastardo- gli dissi prendendo il
vasetto di marmellata all'arancio.

-Non e' vero!  Tu hai visto?- chiese rivolto a mia madre.

-No,  non  mi  sembra-  disse  lei  allungando  le braccia e
soffiandomi addosso le bolle  di  sapone colorate che teneva
in mano -E poi si sa che ti puzzano i piedi, eh eh-

-Pila su Angelo- urlo' mio padre appena  ebbe  terminato  di
mangiare  le sue fette.  Me li ritrovai entrambi addosso con
lui che m'immobilizzava braccia e  gambe mentre mia madre mi
disegnava  due  grossi  baffi   con   un   pennarello   nero
sghignazzando forte.

-Uno di questi  giorni  vi  uccido-  pensai  io a bassa voce
-giuro che vi uccido-

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