
Questo racconto e' per il rabbino, per la sua famiglia, la
sua casa, i nostri amici, le nostre serate. Thank you very
much.
Juan rientra con la navetta del primo pomeriggio dal Cile.
Da quello che virtualmente resta del Cile. Ha le palle
gonfie. Stamattina, le colonie lunari hanno avuto la mano
pesante: la Bolivia e' stata praticamente spazzata via.
Della Patagonia rimane qualche brandello affogato
nell'Atlantico; e, a quanto mi riferisce Yvonne, tutto sta
andando in fumo a una velocita' impressionante. Ah, il
fascino eterno della terra del fuoco! Ma il Cile ha
resistito. -- Gente robusta -- dico a Yvonne, per
rassicurarla. Sembra piuttosto sconvolta, al videotelefono.
-- Mica come gli argentini. Quelli se la fanno sempre
sotto. Non hanno i coglioni. Lei non e' molto convinta.
Ha paura che un'esplosione di troppo abbia lesionato qualche
area cerebrale di Juan. Si', a volte succede, se si resta
collegati per troppo tempo, se ci si immerge oltre certi
livelli di profondita'; ma sarebbe l'evento piu' raro nella
storia politica degli ultimi cinque anni. -- Per fare fuori
tuo marito non basterebbero cento Hiroshima -- le dico. --
E lo sai anche tu. Cosa vuoi che possa fargli qualche bomba
virtuale? Troppo coriaceo. Yvonne non cede. -- Ma senti,
se per caso Juan... -- Ah -- taglio corto. Donne. Sempre
a preoccuparsi. -- Tuo marito e' inaffondabile. In questa
e in tutte le possibili realta'. Ci si vede stasera dal
rabbino, okay? In carne e ossa. Noi portiamo i formaggi.
Di' a Juan di preparare il suo pisco, se fa in tempo. Ciao,
Yvonne. E stai tranquilla. Riaggancio. Un trillo sottile
del computer mi da' i brividi. E' successo qualcosa. Forse
questo infelicissimo Meet John Lennon comincia a dare i suoi
frutti. Speriamo. Odio buttare soldi per programmi che non
mantengono quello che promettono. Questo, addirittura,
doveva avere incorporato il traduttore italiano per John, e
invece non lo ha. Ho gia' spedito un fax alla MicroVirtual
per le proteste del caso. Non mi hanno mai risposto.
Ovviamente. Comunque... Oggi e' sabato, e non ho voglia di
lavorare; e stasera si va dal rabbino. Cerchiamo di stare
allegri. Godiamoci questo preludio all'intimita'
dell'amicizia. Mi collego.
John e' seduto sul terrazzo di casa, fra le alte, imponenti
vetrate che chiudono la mia grandiosa simulazione. Sotto,
ventisei piani piu' sotto, un mare d'erba corre da casa mia
al fiume; e il Po e' cosi' bianco e terso e limpido che
viene proprio voglia di tuffarsi. Una figurina lontana,
minuscola, si gira a guardarmi. Alza la testa e comincia a
sbracciarsi. Lucia, suppongo, anche se da questa altezza e'
un po' difficile essere certi di qualcosa. Si sara'
collegata anche lei. Chiazze bianche le starnazzano
attorno, irrequiete, volubili: le sue oche, il suo gregge
diretto allo stagno per la prima nuotata del mattino.
Perch‚ qui il pomeriggio, e la sera e la notte, non arrivano
mai. Che grande cosa, l'eternita' del mattino. -- Ciao,
John -- dico, accendendo una sigaretta. Ne posso fumare
mille, qui. Diecimila, un milione. Non faranno mai niente
ai miei polmoni. -- Come va? Stasera faccio un salto dal
rabbino. Quattro chiacchiere e un po' di vino in compagnia.
Lo sai che le colonie lunari hanno quasi distrutto il Cile?
Juan sta tornando. Dev'essere incazzato. La variante che
ho scelto e' il John Lennon fine anni Sessanta, identico
alla fotografia del White Album: magro, volto ascetico,
capelli lunghi, occhialini tondi. Voce nasale,
naturalmente. Quella non cambia in nessuna delle tipologie
disponibili. Pigro, solleva gli occhi dalla chitarra che
stava strimpellando. Con due dita continua a pizzicare le
corde. Nel motivo c'e' qualcosa che riconosco; ma e' solo
un accenno, debole, informe, come di una canzone che debba
ancora nascere. -- May I come along? -- chiede. Figli di
puttana. Lennon dovrebbe parlare in italiano. Si',
d'accordo, sarebbe un po' innaturale. Sarebbe molto
innaturale, ma chi se ne frega? Sarebbe enormemente piu'
facile. Scuoto la testa. -- Sorry. Non puoi venire. Il
rabbino odia le simulazioni. Soltanto realta' vera, a casa
sua. E poi non e' mai stato un fan dei Beatles. Se tu
fossi Joan Baez, magari... -- What? Joan Baez? Me? --
Scoppia a ridere. -- That shithead. Ah, never! Tiriamo un
po' di polverina bianca, dall'enorme, inesauribile riserva
che lui ha sempre a portata di mano. Assieme a pasticche,
spinelli, liquori. Tutto quanto l'armamentario. Per la
creativita' di John Lennon, sta scritto nel manuale del
programma. Creativita' i miei coglioni. L'evento cosmico
che lui voleva annunciarmi, la straordinaria novita' che ha
fatto trillare il computer, e' questa: John ha ripensato ai
vecchi tempi, al suo passato, all'infanzia. A un
orfanotrofio dell'Esercito della Salvezza. E si e' messo a
comporre Strawberry Fields Forever. -- Ma questa l'hai gia'
scritta! Il disco e' uscito nel 1967! Sto urlando, e mi
dispiace. Non ce l'ho con lui. Pero' odio i banditi della
MicroVirtual. Non e' etico vendere a peso d'oro un prodotto
che dovrebbe garantirti l'originalita' piu' assoluta, e
invece ricicla all'infinito le cose che conosci gia'. Okay,
e' vero, io sto qui a chiacchierare con John Lennon; e se lo
lascio fare, poco per volta, giorno dopo giorno, partorira'
tutto quanto il suo repertorio; e quando sara' arrivato alla
fine, quando avra' raggiunto quel fatidico 1980 e le ultime
cose di Double Fantasy, forse comincera' a comporre pezzi
nuovi; ma quanto ci vorra'? Anni? Secoli? Millenni
virtuali? La prende male. Mi guarda storto, poi lancia via
la chitarra, che scivola sul pavimento vellutato come una
slitta su un campo di neve. -- It's your fault -- dice. --
I feel so alone. Colpa mia. Sempre colpa mia. La sua
solitudine. -- Guarda che ho gia' ordinato Meet Yoko Ono.
Dovrebbe arrivare entro il mese. Cosi' avrai compagnia.
Anche se a me non e' che Yoko sia troppo simpatica. John ha
chiuso gli occhi. Le mani intrecciate sul ventre, pare
quasi che si sia messo a dormire. Anzi, russa. Mi ha
escluso. Bella soddisfazione, dopo quello che mi e'
costato. Adesso mi scollego. Entrare in una realta'
virtuale per farsi prendere a pesci in faccia non e' il
massimo del divertimento. Okay, d'accordo, e' colpa mia sul
serio. L'ho lasciato solo troppo tempo. L'arte si nutre di
amore, di amicizie, di vita condivisa; ed e' sempre cosi',
qui o nella realta' vera. Ammesso che esista una realta'
del tutto vera. Mi alzo, guardo giu'. Lucia e' un puntino
remoto, lontanissimo. Sta in riva allo stagno, sulla destra
della nostra smisurata villa virtuale, a mezzo chilometro
dal fiume. Le sue oche, beate, sguazzano nell'acqua, e
probabilmente stanno lanciando richiami da spaccare i
timpani; ma io sono quassu', e non sento nulla, e comunque
sono contento che lei si diverta. Scrutare John Lennon che
russa, o finge di russare, perch‚ e' arrabbiato con me non
e' esattamente la mia idea di piacere. Gia' il mio umore si
e' alterato: mi prendono la rabbia, la stizza, e mi accorgo
che il mio senso di onnipotenza sta salendo a livelli
pericolosi. Come no. Potrei spegnerlo. Fermare il
programma. Ucciderlo. Non ci vorrebbe niente. Vent'anni
fa, avrei dato l'anima per passare una sola ora con John
Lennon, o con un altro dei Beatles; adesso che posso farlo,
mi incazzo perch‚ lui non si adegua a quello che io avevo
immaginato... Colpa della tecnologia. Non e' semplice, non
e' facile ricostruire una personalita', tradurla in dati,
codificarla in un grumo d'informazioni, e darle vita.
Soprattutto la personalita' di qualcuno morto da tanti anni.
E si', certo, devo dargli compagnia. Spero che il nuovo
sensidisco arrivi presto. Cosi' John potra' stare con Yoko.
Non so cosa faranno quando io non ci saro', nei lunghissimi,
eterni intervalli fra una mia visita e l'altra; ma saranno
sempre qui ad aspettarmi, e staranno assieme. E forse lui
comincera' finalmente a comporre le canzoni meravigliose che
mi aspettavo. Dopo tutto, John non avra' mai il privilegio
di godere di una serata a casa del rabbino. A differenza di
me.
Saliamo sulla nostra utilitaria elettrica e partiamo. Io
che per anni ho rifiutato il solo concetto di possedere
un'automobile ne ho comperata una proprio adesso, quando gli
spostamenti reali sono diventati inutili, una bizzarria da
menti perverse. E' che mi piace contraddire il mondo, nei
limiti del possibile. Vadano a farsi fottere, rabbino. E
in ogni caso, il motore elettrico mi regala la gioiosa
sensazione di non stuprare la natura. L'inquinamento delle
citta' sta scendendo a ritmi vertiginosi; nel giro di cinque
anni si dovrebbe tornare a livelli quasi accettabili.
Quasi, perch‚ le grandi ciminiere e le centrali atomiche, le
nubi di smog industriale, non le fermera' mai nessuno.
Almeno nel futuro prevedibile. Dal centro alla periferia,
la citta' e' un deserto. Ogni tanto passa qualcuno a piedi,
di corsa, con aria spaurita, e accelera il passo per
arrivare il piu' in fretta possibile a casa. Le automobili
sono apparizioni mistiche, lievi fantasmi che ronzano
sornioni nel buio, sventagliano la luce dei fari,
svaniscono. Ectoplasmi intangibili. La citta' e' chiusa su
se stessa. Chiusa dentro casa. Ristoranti, pizzerie,
discoteche hanno dichiarato forfait; e le poche isole di
resistenza tirano avanti a denti stretti. C'e' gente che ha
perso anche le mutande, con la realta' virtuale. Chissa'
come la odiano. E riciclarsi non e' semplice: noi siamo la
generazione che sta vivendo un cambiamento epocale, la
svolta del terzo millennio incisa a sangue sulla nostra
pelle. La solitudine e' diventata un concetto bifronte,
indecifrabile. Sei solo se te ne stai raggomitolato in
poltrona, senza un'anima a portata di mano, senza un'altra
persona con cui parlare, senza un marito o una moglie da
accusare di antiche colpe, e pero' ti stai anche immergendo
nel caos fangoso del festival di Woodstock? Sbarchi sulla
Luna con Neil Armstrong? Combatti i perfidi vietcong con
John Wayne e i suoi berretti verdi? Stanno lavorando
alacremente, filosofi e psicologi e psicanalisti e
sociologi, per trovare una risposta. Per adesso, siamo ai
balbettii, alle rivendicazioni di principio, ai vacui
dibattiti sul metodo; ma prima o poi, riusciranno a
concludere qualcosa. A inquadrare entro linee di pensiero
coerenti un nuovo rapporto con la realta' che della coerenza
se ne fotte al mille per mille. Come ha scritto qualcuno
tanto tempo fa, quando il concetto di libro aveva ancora un
senso, siamo all'ottavo giorno della creazione; e la luce
dell'alba si e' appena accesa su questo mondo nuovissimo.
L'avanzare del mattino portera' ascoperte sconcertanti.
Entri per la prima volta in casa del rabbino, e ti sembra di
conoscerla da sempre. Di esserci nato, magari. A modo suo,
e' una possibile incarnazione dell'archetipo della casa: il
piccolo ingresso a pianterreno, la collezione di orologi da
taschino, il tavolo rotondo, le sedie; poi la grande cucina
che pare uno di quegli antri antichi dove gli orchi
mettevano a bollire i bambini, solo che qui hai una
sensazione di luce, un calore accogliente che non suscita
paure; e in fondo al corridoio, senza una porta a bloccare
il cammino, il soggiorno coi divani e le poltrone e la
cordialita' moltiplicata all'infinito dei libri e lo schermo
tridi'. Piccolo, ma attrezzato con tutto quello che serve
per un buon ambiente di home theatre. Dopo secoli di
resistenza, anche lui si e' arreso al cinema in casa. Se no
suo figlio lo avrebbe ammazzato, e io non avrei mai smesso
di rompergli le palle. Mai. E forse non lo sentiremo mai
ammettere di essere soddisfatto del suo impianto video,
perch‚ gli piace mugugnare, ma chi se ne frega? Non esiste
videodipendente piu' avido. Puo' darsi che io nutra questo
smisurato amore per la casa del rabbino perch‚ l'ho vista
nascere, crescere, prendere linfa. Venticinque anni fa,
quando il rabbino l'ha comperata, Enza, sua moglie,
aspettava Giovanni; e la casa, antica di generazioni, era
cio' che restava della taverna del paese. L'hanno
ristrutturata; l'hanno riportata in vita. L'hanno
trasformata senza assassinarla. E mi pare singolare,
significativo, il fatto che Giovanni sia nato assieme alla
realta' virtuale: hanno emesso nello stesso anno i primi
vagiti, e di strada ne hanno fatta, da allora.
Ci viene ad aprire lui in persona. Il maestro di cerimonie.
Il rabbino. Pigi'. Per essere un vero rabbino gli manca
solo qualche insignificante requisito: non e' circonciso,
non e' ebreo, e non e' un rabbino. A parte questo, e'
perfetto per il ruolo. Se si mettesse in divisa, sono
convinto che potrebbe ingannare anche Woody Allen. Il
soprannome gliel'ha affibiato Juan molto tempo fa. Da
quando si conoscono, forse. Ormai sono passati tanti anni
che nessuno se lo ricorda piu'. Per la barba che scende
maestosa sul mento; per quel suo modo di bofonchiare che fa
pensare alle litanie di oscuri rituali religiosi; per la sua
calma contemplativa, tipica di chi e' abituato a dare del tu
a dio. Quando non diventa nervoso, per lo meno. Il rabbino
e io siamo fratelli. Se non di sangue, di un milione di
altre cose. Di un'intera esistenza su sogni affini, ideali
condivisi; ragazze inseguite e mai raggiunte quando
praticare sesso, o anche solo poter godere di input
sentimentali, era impresa ardua. Siamo reduci di un altro
mondo, noi due. Le cicatrici le abbiamo dentro, ma fanno
male piu' di quelle della carne. Quando cambia il tempo, la
mia anima mi avverte. Meteorologia dello spirito. Un
concetto da coltivare.
Nel primo tramonto, a gruppi sparsi, arrivano gli altri lupi
del branco. Cani sciolti che sanno ancora praticare l'arte
delle relazioni umane. Anna e Roberto, coi due figli alle
soglie dell'adolescenza; Susanna e Maurizio; Silvia e
Giacomo, la coppia piu' recente, in piena fase di
innamoramento; Luciana e Brunello coi due bambini di pochi
anni. Tutti, come i Magi, portano doni: cibo e bevande per
la tavola del rabbino, che poi e' la nostra tavola. Si sale
al primo piano. In processione, solennemente. In un rito
laico che non riguarda il buon dio o l'aldila' o la salvezza
eterna. Ci si limita al presente, all'amicizia, e gia' non
sembra poco. Per me e' un'enormita'. La minuscola scala in
cotto rosso. Sul pianerottolo, a destra, la camera che
Giovanni occupa ancora quando il lavoro di ricercatore non
lo porta lontano; a sinistra, la stanza del rabbino, con la
porta chiusa sulla camera da letto, e poi giu' nel minuscolo
corridoio, fino al salone ricavato sopra il garage. La
nostra stanza. Il nido del branco. Per serate come questa,
e fini d'anno, e per tutte le altre cerimonie della nostra
vita comune. La tavola e' gia' imbandita, coi piatti e i
bicchieri e i tovaglioli di carta, le torte salate di Enza,
il pane, il salume. Roberto deposita il suo vino rosso,
apre il primo bottiglione. Io metto giu' i formaggi. Gli
altri depongono le loro offerte. Poi, si aspetta. Juan e
famiglia non sono noti per la loro puntualita'. Ma
arriveranno, su questo non c'e' dubbio. Apriranno la porta
sotto ed entreranno, Yvonne e Juan e Vladimir e Juanito e
Mile'ne; e Juan, ieratico, cerchera' senza riuscirci di
nascondere le sue risate sotto i baffi grigi. Non ci riesce
mai.
Juan tiene banco, com'e' suo privilegio. Il grande vecchio,
il capotribu'. Maestosamente assiso sulla poltroncina in
plastica di fronte al tavolo, con la parete alle spalle,
mangia e racconta. E da Pigi' o da qualcun altro, di tanto
in tanto, si fa servire un bicchiere del vinello rosso di
Roberto. Io me lo verso da solo. Cerco di tenere dietro al
suo ritmo. Mica facile, anche se sono ben allenato. E tu,
rabbino, sorseggi la tua birra, unica concessione ai piaceri
dell'alcol. Assieme all'irish coffee. Magari piu' tardi
potresti prepararlo per tutti. Ci parla, Juan, della guerra
virtuale che sta infuriando da qualche giorno tra l'America
del Sud e le colonie lunari. I sudamericani hanno bisogno
di un certo tipo di lega metallica che si puo' produrre solo
nelle condizioni di gravita' lunare; su Terra e' impossibile
ottenerla. Le colonie sarebbero dispostissime a vendere, ma
il prezzo che chiedono e' troppo alto. A giudizio del Cile
e dei paesi vicini, per lo meno. Cosi' si sono rivolti
all'Onu per una soluzione mediata; e l'Onu ha ordinato il
collegamento delle due parti alla WorldPolNet, la prima rete
virtuale che copra, oltre all'intero pianeta, anche Luna.
E' un concetto eccitante, di quelli che segnano un'epoca.
Non piu' guerre; o cosi' si spera, perch‚ al momento le
guerre reali non mancano, qui da noi. Ci vorra' tempo.
Trattative diplomatiche, azioni di spionaggio, attacchi
militari. Tutto e' lecito nell'universo della simulazione,
dove scorre sangue rigorosamente finto. E stamattina, a
tradimento, le colonie hanno fatto saltare mezzo Sudamerica;
anche se Juan ammette che la cosa era prevedibile, e che non
hanno saputo impedirla. Bel colpo. Uno a zero per le
colonie lunari, o qualcosa del genere. Sembra una partita
di calcio. Adesso si ricomincia da capo per il secondo
tempo. Il meccanismo dei punteggi e' macchinoso. A un
certo punto non riesco piu' a seguirlo. Ma il senso
dell'intera operazione e' molto chiaro: chi vincera'
imporra' all'altro la propria volonta'. In questo caso, il
proprio prezzo. E Juan, da buon funzionario del governo
cileno, non vuole perdere. La guerra sara' anche virtuale,
senza un solo ferito, ma la posta in palio e' concreta,
tangibile. Come in tutte le guerre che si rispettino. Alle
buone tradizioni, la specie umana non rinuncera' mai.
.......continua sul prossimo numero di DADA.................
