DAL RABBINO (1/2)
di Vittorio Curtoni

Questo racconto e' per il  rabbino,  per la sua famiglia, la
sua casa, i nostri amici, le nostre serate.  Thank you  very
much.

Juan  rientra  con la navetta del primo pomeriggio dal Cile.
Da quello che  virtualmente  resta  del  Cile.   Ha le palle
gonfie.  Stamattina, le colonie lunari hanno avuto  la  mano
pesante:  la  Bolivia  e'  stata  praticamente spazzata via.
Della   Patagonia   rimane    qualche   brandello   affogato
nell'Atlantico; e, a quanto mi riferisce Yvonne,  tutto  sta
andando  in  fumo  a  una  velocita' impressionante.  Ah, il
fascino  eterno  della  terra  del  fuoco!   Ma  il  Cile ha
resistito.   --  Gente  robusta  --  dico  a   Yvonne,   per
rassicurarla.  Sembra piuttosto sconvolta, al videotelefono.
--  Mica  come  gli  argentini.   Quelli  se la fanno sempre
sotto.  Non hanno i  coglioni.   Lei  non e' molto convinta.
Ha paura che un'esplosione di troppo abbia lesionato qualche
area cerebrale di Juan.  Si', a volte succede, se  si  resta
collegati  per  troppo  tempo,  se ci si immerge oltre certi
livelli di profondita'; ma  sarebbe l'evento piu' raro nella
storia politica degli ultimi cinque anni.  -- Per fare fuori
tuo marito non basterebbero cento Hiroshima -- le dico.   --
E lo sai anche tu.  Cosa vuoi che possa fargli qualche bomba
virtuale?   Troppo coriaceo.  Yvonne non cede.  -- Ma senti,
se per caso Juan...  --  Ah -- taglio corto.  Donne.  Sempre
a preoccuparsi.  -- Tuo marito e' inaffondabile.  In  questa
e  in  tutte  le  possibili realta'.  Ci si vede stasera dal
rabbino, okay?  In carne  e  ossa.  Noi portiamo i formaggi.
Di' a Juan di preparare il suo pisco, se fa in tempo.  Ciao,
Yvonne.  E stai tranquilla.  Riaggancio.  Un trillo  sottile
del computer mi da' i brividi.  E' successo qualcosa.  Forse
questo infelicissimo Meet John Lennon comincia a dare i suoi
frutti.  Speriamo.  Odio buttare soldi per programmi che non
mantengono  quello  che  promettono.   Questo,  addirittura,
doveva  avere incorporato il traduttore italiano per John, e
invece non lo ha.  Ho  gia' spedito un fax alla MicroVirtual
per le proteste  del  caso.   Non  mi  hanno  mai  risposto.
Ovviamente.  Comunque...  Oggi e' sabato, e non ho voglia di
lavorare;  e  stasera si va dal rabbino.  Cerchiamo di stare
allegri.     Godiamoci    questo    preludio   all'intimita'
dell'amicizia.  Mi collego.

John e' seduto sul terrazzo di casa, fra le alte,  imponenti
vetrate  che  chiudono la mia grandiosa simulazione.  Sotto,
ventisei piani piu' sotto, un  mare d'erba corre da casa mia
al fiume; e il Po e' cosi' bianco  e  terso  e  limpido  che
viene  proprio  voglia  di  tuffarsi.  Una figurina lontana,
minuscola, si gira a guardarmi.   Alza la testa e comincia a
sbracciarsi.  Lucia, suppongo, anche se da questa altezza e'
un  po'  difficile  essere  certi  di  qualcosa.   Si  sara'
collegata  anche  lei.   Chiazze  bianche   le   starnazzano
attorno,  irrequiete,  volubili:  le sue oche, il suo gregge
diretto  allo  stagno  per  la  prima  nuotata  del mattino.
Perch‚ qui il pomeriggio, e la sera e la notte, non arrivano
mai.  Che grande cosa, l'eternita' del  mattino.   --  Ciao,
John  --  dico,  accendendo  una sigaretta.  Ne posso fumare
mille, qui.  Diecimila, un  milione.  Non faranno mai niente
ai miei polmoni.  -- Come va?  Stasera faccio un  salto  dal
rabbino.  Quattro chiacchiere e un po' di vino in compagnia.
Lo  sai che le colonie lunari hanno quasi distrutto il Cile?
Juan sta tornando.   Dev'essere  incazzato.  La variante che
ho scelto e' il John Lennon  fine  anni  Sessanta,  identico
alla  fotografia  del  White  Album:  magro, volto ascetico,
capelli   lunghi,    occhialini    tondi.     Voce   nasale,
naturalmente.  Quella non cambia in nessuna delle  tipologie
disponibili.   Pigro,  solleva  gli occhi dalla chitarra che
stava strimpellando.  Con due  dita  continua a pizzicare le
corde.  Nel motivo c'e' qualcosa che riconosco; ma  e'  solo
un  accenno,  debole, informe, come di una canzone che debba
ancora nascere.  -- May I  come along?  -- chiede.  Figli di
puttana.   Lennon  dovrebbe  parlare  in   italiano.    Si',
d'accordo,   sarebbe   un  po'  innaturale.   Sarebbe  molto
innaturale, ma chi  se  ne  frega?  Sarebbe enormemente piu'
facile.  Scuoto la testa.  -- Sorry.  Non puoi  venire.   Il
rabbino  odia le simulazioni.  Soltanto realta' vera, a casa
sua.  E poi non  e'  mai  stato  un  fan dei Beatles.  Se tu
fossi Joan Baez, magari...  -- What?  Joan  Baez?   Me?   --
Scoppia a ridere.  -- That shithead.  Ah, never!  Tiriamo un
po'  di  polverina bianca, dall'enorme, inesauribile riserva
che lui ha sempre a  portata  di mano.  Assieme a pasticche,
spinelli, liquori.  Tutto  quanto  l'armamentario.   Per  la
creativita'  di  John  Lennon,  sta  scritto nel manuale del
programma.  Creativita' i  miei  coglioni.  L'evento cosmico
che lui voleva annunciarmi, la straordinaria novita' che  ha
fatto  trillare il computer, e' questa: John ha ripensato ai
vecchi  tempi,   al   suo   passato,   all'infanzia.   A  un
orfanotrofio dell'Esercito della Salvezza.  E si e' messo  a
comporre Strawberry Fields Forever.  -- Ma questa l'hai gia'
scritta!   Il  disco  e' uscito nel 1967!  Sto urlando, e mi
dispiace.  Non ce l'ho con  lui.  Pero' odio i banditi della
MicroVirtual.  Non e' etico vendere a peso d'oro un prodotto
che dovrebbe  garantirti  l'originalita'  piu'  assoluta,  e
invece ricicla all'infinito le cose che conosci gia'.  Okay,
e' vero, io sto qui a chiacchierare con John Lennon; e se lo
lascio  fare, poco per volta, giorno dopo giorno, partorira'
tutto quanto il suo repertorio; e quando sara' arrivato alla
fine, quando avra' raggiunto quel  fatidico 1980 e le ultime
cose di Double Fantasy, forse comincera'  a  comporre  pezzi
nuovi;  ma  quanto  ci  vorra'?   Anni?   Secoli?   Millenni
virtuali?  La prende male.  Mi guarda storto, poi lancia via
la  chitarra,  che  scivola sul pavimento vellutato come una
slitta su un campo di neve.  -- It's your fault -- dice.  --
I feel so  alone.   Colpa  mia.   Sempre  colpa mia.  La sua
solitudine.  -- Guarda che ho gia' ordinato Meet  Yoko  Ono.
Dovrebbe  arrivare  entro  il  mese.  Cosi' avrai compagnia.
Anche se a me non e' che Yoko sia troppo simpatica.  John ha
chiuso gli  occhi.   Le  mani  intrecciate  sul ventre, pare
quasi che si sia messo  a  dormire.   Anzi,  russa.   Mi  ha
escluso.    Bella  soddisfazione,  dopo  quello  che  mi  e'
costato.   Adesso  mi  scollego.   Entrare  in  una  realta'
virtuale per farsi  prendere  a  pesci  in  faccia non e' il
massimo del divertimento.  Okay, d'accordo, e' colpa mia sul
serio.  L'ho lasciato solo troppo tempo.  L'arte si nutre di
amore, di amicizie, di vita condivisa; ed e'  sempre  cosi',
qui  o  nella  realta' vera.  Ammesso che esista una realta'
del tutto vera.  Mi alzo,  guardo giu'.  Lucia e' un puntino
remoto, lontanissimo.  Sta in riva allo stagno, sulla destra
della nostra smisurata villa virtuale,  a  mezzo  chilometro
dal  fiume.   Le  sue  oche,  beate, sguazzano nell'acqua, e
probabilmente  stanno  lanciando   richiami  da  spaccare  i
timpani; ma io sono quassu', e non sento nulla,  e  comunque
sono  contento che lei si diverta.  Scrutare John Lennon che
russa, o finge di russare,  perch‚  e' arrabbiato con me non
e' esattamente la mia idea di piacere.  Gia' il mio umore si
e' alterato: mi prendono la rabbia, la stizza, e mi  accorgo
che  il  mio  senso  di  onnipotenza  sta  salendo a livelli
pericolosi.   Come  no.    Potrei   spegnerlo.   Fermare  il
programma.  Ucciderlo.  Non ci vorrebbe  niente.   Vent'anni
fa,  avrei  dato  l'anima  per passare una sola ora con John
Lennon, o con un altro  dei Beatles; adesso che posso farlo,
mi incazzo perch‚ lui non si adegua a quello  che  io  avevo
immaginato...  Colpa della tecnologia.  Non e' semplice, non
e'  facile  ricostruire  una personalita', tradurla in dati,
codificarla  in  un  grumo  d'informazioni,  e  darle  vita.
Soprattutto la personalita' di qualcuno morto da tanti anni.
E si', certo,  devo  dargli  compagnia.   Spero che il nuovo
sensidisco arrivi presto.  Cosi' John potra' stare con Yoko.
Non so cosa faranno quando io non ci saro', nei lunghissimi,
eterni intervalli fra una mia visita e l'altra;  ma  saranno
sempre  qui  ad aspettarmi, e staranno assieme.  E forse lui
comincera' finalmente a comporre le canzoni meravigliose che
mi aspettavo.  Dopo tutto, John  non avra' mai il privilegio
di godere di una serata a casa del rabbino.  A differenza di
me.

Saliamo sulla nostra utilitaria elettrica  e  partiamo.   Io
che  per  anni  ho  rifiutato  il solo concetto di possedere
un'automobile ne ho comperata una proprio adesso, quando gli
spostamenti reali sono  diventati  inutili, una bizzarria da
menti perverse.  E' che mi piace contraddire il  mondo,  nei
limiti  del  possibile.  Vadano a farsi fottere, rabbino.  E
in ogni  caso,  il  motore  elettrico  mi  regala la gioiosa
sensazione di non stuprare la natura.  L'inquinamento  delle
citta' sta scendendo a ritmi vertiginosi; nel giro di cinque
anni  si  dovrebbe  tornare  a  livelli  quasi  accettabili.
Quasi, perch‚ le grandi ciminiere e le centrali atomiche, le
nubi  di  smog  industriale,  non  le  fermera' mai nessuno.
Almeno nel futuro  prevedibile.   Dal centro alla periferia,
la citta' e' un deserto.  Ogni tanto passa qualcuno a piedi,
di corsa,  con  aria  spaurita,  e  accelera  il  passo  per
arrivare  il piu' in fretta possibile a casa.  Le automobili
sono  apparizioni  mistiche,   lievi  fantasmi  che  ronzano
sornioni  nel  buio,  sventagliano   la   luce   dei   fari,
svaniscono.  Ectoplasmi intangibili.  La citta' e' chiusa su
se  stessa.   Chiusa  dentro  casa.   Ristoranti,  pizzerie,
discoteche  hanno  dichiarato  forfait;  e le poche isole di
resistenza tirano avanti a denti stretti.  C'e' gente che ha
perso anche le  mutande,  con  la realta' virtuale.  Chissa'
come la odiano.  E riciclarsi non e' semplice: noi siamo  la
generazione  che  sta  vivendo  un  cambiamento  epocale, la
svolta del  terzo  millennio  incisa  a  sangue sulla nostra
pelle.  La solitudine e'  diventata  un  concetto  bifronte,
indecifrabile.   Sei  solo  se  te  ne stai raggomitolato in
poltrona, senza un'anima a  portata  di mano, senza un'altra
persona con cui parlare, senza un marito  o  una  moglie  da
accusare  di antiche colpe, e pero' ti stai anche immergendo
nel caos fangoso del  festival  di Woodstock?  Sbarchi sulla
Luna con Neil Armstrong?  Combatti i  perfidi  vietcong  con
John  Wayne  e  i  suoi  berretti  verdi?   Stanno lavorando
alacremente,  filosofi   e   psicologi   e   psicanalisti  e
sociologi, per trovare una risposta.  Per adesso,  siamo  ai
balbettii,   alle  rivendicazioni  di  principio,  ai  vacui
dibattiti  sul  metodo;  ma   prima  o  poi,  riusciranno  a
concludere qualcosa.  A inquadrare entro linee  di  pensiero
coerenti un nuovo rapporto con la realta' che della coerenza
se  ne  fotte  al mille per mille.  Come ha scritto qualcuno
tanto tempo fa, quando il  concetto di libro aveva ancora un
senso, siamo all'ottavo giorno della creazione;  e  la  luce
dell'alba  si  e'  appena accesa su questo mondo nuovissimo.
L'avanzare del mattino portera' ascoperte sconcertanti.

Entri per la prima volta in casa del rabbino, e ti sembra di
conoscerla da sempre.  Di esserci nato, magari.  A modo suo,
e' una possibile incarnazione  dell'archetipo della casa: il
piccolo ingresso a pianterreno, la collezione di orologi  da
taschino,  il tavolo rotondo, le sedie; poi la grande cucina
che  pare  uno  di  quegli  antri  antichi  dove  gli  orchi
mettevano  a  bollire  i  bambini,  solo  che  qui  hai  una
sensazione di luce,  un  calore  accogliente che non suscita
paure; e in fondo al corridoio, senza una porta  a  bloccare
il  cammino,  il  soggiorno  coi  divani  e le poltrone e la
cordialita' moltiplicata all'infinito dei libri e lo schermo
tridi'.  Piccolo, ma attrezzato  con  tutto quello che serve
per un buon  ambiente  di  home  theatre.   Dopo  secoli  di
resistenza, anche lui si e' arreso al cinema in casa.  Se no
suo  figlio  lo avrebbe ammazzato, e io non avrei mai smesso
di rompergli le palle.  Mai.   E  forse non lo sentiremo mai
ammettere di essere  soddisfatto  del  suo  impianto  video,
perch‚  gli piace mugugnare, ma chi se ne frega?  Non esiste
videodipendente piu' avido.  Puo'  darsi che io nutra questo
smisurato amore per la casa del rabbino  perch‚  l'ho  vista
nascere,  crescere,  prendere  linfa.   Venticinque anni fa,
quando  il  rabbino   l'ha   comperata,  Enza,  sua  moglie,
aspettava Giovanni; e la casa, antica  di  generazioni,  era
cio'   che   restava   della  taverna  del  paese.   L'hanno
ristrutturata;   l'hanno   riportata   in   vita.    L'hanno
trasformata  senza  assassinarla.    E  mi  pare  singolare,
significativo, il fatto che Giovanni sia nato  assieme  alla
realta'  virtuale:  hanno  emesso  nello stesso anno i primi
vagiti, e di strada ne hanno fatta, da allora.

Ci viene ad aprire lui in persona.  Il maestro di cerimonie.
Il rabbino.  Pigi'.  Per  essere  un  vero rabbino gli manca
solo qualche insignificante requisito:  non  e'  circonciso,
non  e'  ebreo,  e  non  e'  un rabbino.  A parte questo, e'
perfetto per  il  ruolo.   Se  si  mettesse  in divisa, sono
convinto che  potrebbe  ingannare  anche  Woody  Allen.   Il
soprannome  gliel'ha  affibiato  Juan  molto  tempo  fa.  Da
quando si conoscono, forse.   Ormai  sono passati tanti anni
che nessuno se lo ricorda piu'.  Per  la  barba  che  scende
maestosa  sul mento; per quel suo modo di bofonchiare che fa
pensare alle litanie di oscuri rituali religiosi; per la sua
calma contemplativa, tipica di chi e' abituato a dare del tu
a dio.  Quando non diventa nervoso, per lo meno.  Il rabbino
e io siamo fratelli.   Se  non  di  sangue, di un milione di
altre cose.  Di un'intera esistenza su sogni affini,  ideali
condivisi;   ragazze   inseguite   e  mai  raggiunte  quando
praticare  sesso,  o  anche   solo  poter  godere  di  input
sentimentali, era impresa ardua.  Siamo reduci di  un  altro
mondo,  noi  due.   Le cicatrici le abbiamo dentro, ma fanno
male piu' di quelle della carne.  Quando cambia il tempo, la
mia  anima  mi  avverte.   Meteorologia  dello  spirito.  Un
concetto da coltivare.

Nel primo tramonto, a gruppi sparsi, arrivano gli altri lupi
del branco.  Cani sciolti che sanno ancora praticare  l'arte
delle  relazioni  umane.  Anna e Roberto, coi due figli alle
soglie  dell'adolescenza;  Susanna   e  Maurizio;  Silvia  e
Giacomo,  la  coppia  piu'  recente,  in   piena   fase   di
innamoramento;  Luciana  e Brunello coi due bambini di pochi
anni.  Tutti, come i Magi,  portano doni: cibo e bevande per
la tavola del rabbino, che poi e' la nostra tavola.  Si sale
al primo piano.  In processione, solennemente.  In  un  rito
laico che non riguarda il buon dio o l'aldila' o la salvezza
eterna.   Ci si limita al presente, all'amicizia, e gia' non
sembra poco.  Per me e' un'enormita'.  La minuscola scala in
cotto rosso.   Sul  pianerottolo,  a  destra,  la camera che
Giovanni occupa ancora quando il lavoro di  ricercatore  non
lo  porta lontano; a sinistra, la stanza del rabbino, con la
porta chiusa sulla camera da letto, e poi giu' nel minuscolo
corridoio, fino  al  salone  ricavato  sopra  il garage.  La
nostra stanza.  Il nido del branco.  Per serate come questa,
e fini d'anno, e per tutte le altre cerimonie  della  nostra
vita  comune.   La  tavola e' gia' imbandita, coi piatti e i
bicchieri e i tovaglioli di  carta, le torte salate di Enza,
il pane, il salume.  Roberto deposita  il  suo  vino  rosso,
apre  il  primo bottiglione.  Io metto giu' i formaggi.  Gli
altri depongono le loro  offerte.   Poi, si aspetta.  Juan e
famiglia  non  sono  noti  per  la  loro  puntualita'.    Ma
arriveranno,  su questo non c'e' dubbio.  Apriranno la porta
sotto ed entreranno, Yvonne  e  Juan  e Vladimir e Juanito e
Mile'ne; e Juan,  ieratico,  cerchera'  senza  riuscirci  di
nascondere le sue risate sotto i baffi grigi.  Non ci riesce
mai.

Juan tiene banco, com'e' suo privilegio.  Il grande vecchio,
il  capotribu'.   Maestosamente  assiso sulla poltroncina in
plastica di fronte  al  tavolo,  con  la parete alle spalle,
mangia e racconta.  E da Pigi' o da qualcun altro, di  tanto
in  tanto,  si  fa servire un bicchiere del vinello rosso di
Roberto.  Io me lo verso da solo.  Cerco di tenere dietro al
suo ritmo.  Mica facile, anche  se sono ben allenato.  E tu,
rabbino, sorseggi la tua birra, unica concessione ai piaceri
dell'alcol.  Assieme all'irish coffee.   Magari  piu'  tardi
potresti prepararlo per tutti.  Ci parla, Juan, della guerra
virtuale  che sta infuriando da qualche giorno tra l'America
del Sud e le  colonie  lunari.  I sudamericani hanno bisogno
di un certo tipo di lega metallica che si puo' produrre solo
nelle condizioni di gravita' lunare; su Terra e' impossibile
ottenerla.  Le colonie sarebbero dispostissime a vendere, ma
il prezzo che chiedono e' troppo alto.  A giudizio del  Cile
e  dei  paesi  vicini,  per  lo meno.  Cosi' si sono rivolti
all'Onu per una soluzione  mediata;  e  l'Onu ha ordinato il
collegamento delle due parti alla WorldPolNet, la prima rete
virtuale che copra, oltre all'intero  pianeta,  anche  Luna.
E'  un  concetto  eccitante, di quelli che segnano un'epoca.
Non piu' guerre;  o  cosi'  si  spera,  perch‚ al momento le
guerre reali non mancano, qui  da  noi.   Ci  vorra'  tempo.
Trattative  diplomatiche,  azioni  di  spionaggio,  attacchi
militari.   Tutto e' lecito nell'universo della simulazione,
dove scorre  sangue  rigorosamente  finto.   E stamattina, a
tradimento, le colonie hanno fatto saltare mezzo Sudamerica;
anche se Juan ammette che la cosa era prevedibile, e che non
hanno saputo impedirla.  Bel  colpo.   Uno  a  zero  per  le
colonie  lunari,  o qualcosa del genere.  Sembra una partita
di calcio.  Adesso  si  ricomincia  da  capo  per il secondo
tempo.  Il meccanismo dei  punteggi  e'  macchinoso.   A  un
certo  punto  non  riesco  piu'  a  seguirlo.   Ma  il senso
dell'intera  operazione  e'   molto   chiaro:  chi  vincera'
imporra' all'altro la propria volonta'.  In questo caso,  il
proprio  prezzo.   E  Juan,  da buon funzionario del governo
cileno, non vuole perdere.   La guerra sara' anche virtuale,
senza un solo ferito, ma la  posta  in  palio  e'  concreta,
tangibile.  Come in tutte le guerre che si rispettino.  Alle
buone tradizioni, la specie umana non rinuncera' mai.

.......continua sul prossimo numero di DADA.................

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