DAL RABBINO (Parte 2/2) di Vittorio Curtoni Mi guardo attorno. Yvonne chiacchiera con Enza. I figli di Juan confabulano tra loro. Lucia e' al mio fianco, ad ascoltare. Roberto fa domande. Luciana e Brunello cercano di tenere a bada i piccoli, e non e' facile. Anna intona litanie tra il calmo e l'irritato ai suoi due ragazzi. Giacomo e Silvia, coricati sul divano in fondo, si tengono stretti, si lasciano vivere. Dolcemente. Susanna ha gli occhi sgranati e sembra un po' spersa, vicino a Maurizio. Il rabbino e suo figlio tendono le orecchie a questa fantastica guerra interplanetaria. Ci siamo tutti. Poco per volta, come sempre, la configurazione della stanza cambia aspetto. Qualcuno si alza a prendere una fetta di torta salata, un panino, e qualcun altro gli ruba il posto. Ci si rimescola: il branco che si fiuta e si corteggia. Si lecca a forza di parole, si spulcia a metafore. Splendido. Mi trovo seduto davanti a Maurizio. La mia ammirazione per lui e' sconfinata. Ha girato il mondo, e sa il fatto suo. Un uomo competente, anche nella simpatia. Noialtri del branco siamo speciali. I figliocci del rabbino. Non ne esistono altri. Mi metto a parlare di editoria. Il putrido lavoro anche nei momenti di sublime, intima quiete. Si', c'e' crisi, gli racconto. Di traduzioni ne girano poche. E chi li vuole piu' leggere, i libri? Le case editrici, piccole e grosse, si stanno riciclando in produttrici di sensidischi. Mi hanno chiesto di scrivere un abbozzo di trama per un'avventura virtuale di fantascienza. Ci sto provando. Forse era piu' semplice tradurre. Condividiamo una piccola complicita', Lucia e io. Minuscola, e per nulla segreta; ma sempre complicita'. Fumiamo. Siamo gli unici del branco. Gli altri possono fiutarci meglio. Cosi', satolli di cibo, scendiamo ad accendere la prima sigaretta della serata. In cucina non diamo fastidio a nessuno; e rispettiamo i codici d'onore di questo mondo tanto igienista e tanto sanguinario. Le nuvolette di fumo sono eteree, leggere. Virtuali nella sconcertante brevita' della loro vita. Si sta cosi' bene, qui, in piedi, con la sigaretta fra le dita, nella sera muta. Non c'e' nemmeno bisogno di parlare. Un momento eterno, appeso ai fili invisibili del tempo. Vorrei che durasse per sempre. E' sceso anche il rabbino. Si mette ad armeggiare coi fornelli. Deve preparare caffe' e boldo per quelli che stanno sopra, e per noi che siamo sotto. Che gentleman. Che incomparabile savoir faire. Che gentilezza. Certe volte, se non fossi rigorosamente eterosessuale, potrei persino innamorarmi di lui. E non e' la prima sera che lo penso. Abbiamo spento le sigarette, e lui ci mette davanti le nostre due tazze di caffe'. Non resisto. E' piu' forte di me. Sara' il vino. Forse. Non credo. Gli passo un braccio attorno alle spalle. -- Serata splendida, Pigi'. Grazie. Vorrei che durasse tutta la vita. Lui mi guarda, un po' imbarazzato, e sorride. Si gratta quel chilometro di barba. -- Grazie a voi. -- No, grazie a te. Andiamo avanti per un bel pezzo, prima di tornare su. Succede cosi', all'improvviso. Senza che qualcosa mi avverta. Di brutto. Ho sempre odiato le situazioni che ti saltano in testa da un momento all'altro, senza farti il favore di dare avvisaglie. Dio le stramaledica. Le hai odiate anche tu, no, rabbino? Sono sceso a pianterreno a fumare un'altra sigaretta. Lucia non ne aveva voglia. Ha mangiato troppo, dice; e adesso, pigra, sonnolenta, sta affondata in poltrona ad ascoltare le mirabolanti avventure belliche di Juan. I particolari sulla distruzione della Patagonia, credo. Io scendo. Accendo la sigaretta. Sono solo. E' quasi mezzanotte, e la sensazione e' straordinaria: essere in un altro posto, un posto che non e' casa mia, e non e' un mio delirio virtuale di onnipotenza; eppure, guardarmi attorno in questa cucina (antro di giganti, covo di immani chef che preparano carne umana alla griglia), e rendermi conto che e' anche la mia cucina, che mi appartiene di diritto per tutte le piccole fette di vita che qui ho lasciato. Come sono proprietario di brandelli del tuo passato, e del tuo presente; come ho ceduto a te l'esclusiva su tanti momenti della mia vita. E penso: Mi piacerebbe diventare il custode di questa casa. Viverci. Quando restero' solo. Se. Spengo la sigaretta. Il vinello rosso di Roberto. Grande dentista, quell'uomo. Soprattutto, grande procacciatore di vini ruspanti. Juan e io ne abbiamo approfittato, e adesso ho voglia di pisciare. I miei reni, lo sai, hanno sempre funzionato molto bene. Grazie al cielo. Entro in bagno. Il caro vecchio water. Il lavandino col tuo sapone liquido, e le riviste accatastate nel solito mucchio selvaggio. Il rabbino e suo figlio: l'apoteosi del caos abitudinario. Cosi' intimo. Appagante. Abbasso la cerniera dei jeans, estraggo quello che a cinquantatr‚ anni passa ancora per un membro virile, e comincio a pisciare. Scarico nel tuo water l'acido urico e tutte le altre sostanze che il mio corpo ha ricavato dal vino. Il mio corpo vero, vivo. Non la sua immagine virtuale. E arriva: uno slittamento di ombre. Uno sfasamento. Il mio riflesso, sulle mattonelle del bagno, si sposta. Quasi mezzanotte? Col cazzo. Dalla finestra entra il sole del tardo pomeriggio. Le cinque o le sei di un giorno di primavera, presumibilmente. Fa quasi buio. Per un attimo, continuo a pisciare. Mi viene da vomitare. Perch‚ non ho piu' cinquantatr‚ anni. Ne ho ottanta. E sono solo in casa tua. Non c'e' piu' il branco ad aspettarmi. E tu sei morto. Io. Custode della tua casa, come desideravo. Giovanni, che adesso fa la spola tra qui e la California (ma torna sempre piu' di rado, sempre piu' di rado: ormai ha passato i cinquanta anche lui, e immagino che il sole della West Coast sia molto preferibile alle nebbie della pianura padana), mi ha concesso l'alto onore. Ha insistito. Gran ragazzo. Mi alzo dalla poltrona, trascinandomi su gambe che ricordano ancora cosa significhi camminare sul serio, ma non riescono piu' a farlo. Che fregatura, il tempo. Tre anni fa... Non avrei mai creduto di poterti sopravvivere. Sai, e' difficile riportare tutto alla memoria. Il passato reale si fonde, si mischia, si coagula con gli infiniti passati virtuali che ho vissuto; e decidere cosa sia vero, cosa sia falso, diventa un'impresa troppo ardua per i miei neuroni avvizziti. Sono nella stanza di sopra. La nostra stanza. Quella delle serate, dei capodanni. Il computer lampeggia il suo messaggio secco, ma tanto ironico: End of subroutine 4. Ready. Pronti. I computer sono sempre pronti. Gli uomini, un po' meno. O cosi' mi sembra. Subroutine 4. Che stronzata. Vado in bagno perch‚ la mia vescica si e' riempita di liquido bevuto in compagnia, e la subroutine 4 mi scaraventa nella solitudine. Mi riporta al presente, al qui e ora. Dopo un'immersione talmente profonda nel nostro passato che ho ancora in bocca il sapore della torta salata di Enza. Chi avra' scritto le informazioni per questo stupidissimo sensidisco? Io, evidentemente. Di certo non avresti potuto farlo tu. Tu sei morto. Ma che programmazione da imbecille. Da cretino. Io piscio cosi' spesso. D'altra parte, non c'e' problema. Potrei eliminare la subroutine 4. Ammazzarla, come volevo fare con John Lennon tante realta' fa. Oppure modificarla. Forse sarebbe meglio. Renderla piu' elastica. Avere una quantita' maggiore di tempo a disposizione. E un interruttore meno ovvio per il ritorno al presente. Perch‚ deve esserci qualcosa che mi riporti qui. Se restassi in collegamento continuo con te e con gli altri, se non ci fosse una subroutine a richiamarmi indietro, morirei. Nel piu' piacevole dei modi, ma morirei. Accoccolato nella poltrona di casa tua per giorni, settimane, fino alla consunzione totale del corpo. E non e' detto, rabbino, non e' detto che non sia proprio questa la soluzione preferibile. Il ritorno dei ricordi e' di una lentezza esasperante. Mi scatena la voglia di urlare (se possedessi ancora una voce capace di urlare!), adesso, subito, mentre strascico i piedi in giro per la stanza. Sono confuso, inebetito. Azzardo mappe sulle quali non scommetterei cinque lire. Lucia che vive in campagna nel suo sogno di sempre, la casa arredata con i mobili della nonna, e le oche e le anitre e i cani e i gatti e tutti gli altri animali a tenerle compagnia; Enza tornata alle sue radici, dalle parti di Novara, con sorelle e nipoti e pronipoti, in una specie di comune che non ha nulla di hippie; io qui; gli altri dispersi, andati, divisi. Partiti per strade diverse. Che non riesco a rammentare per colpa di questo cervello tarlato, una banca dati scalcinata, inaffidabile. C'e' qualcosa che ricordo molto bene, pero'. Perch‚ e' un avvenimento recente, e riguarda me, il vecchio che sono oggi. L'egoismo selettivo della memoria ha i suoi vantaggi. L'ultima volta che e' venuto a trovarmi, otto o nove mesi fa, Giovanni mi ha parlato delle ricerche che sta dirigendo in California. Saresti orgoglioso di lui, rabbino. Oggi e' il grande boss della divisione Eutanasia del Timothy Leary Virtual Reality Research Center. E' uno dei padri fondatori delle Case della Buona Morte. Tuo figlio, rabbino. Tuo figlio. Comunque, mi diceva che stanno appena cominciando a capire quali siano gli effetti a lungo termine di un'esposizione prolungata alla realta' virtuale. Di anni e anni e anni trascorsi in mondi alternativi che puoi creare con le tue mani, se solo hai a disposizione un computer e un programma decente. E il fulcro, il punto essenziale, e' la durata delle immersioni. Tutti i programmi hanno limiti precisi, estremi oltre i quali non si puo' andare; a meno, ovviamente, di essere un hacker e scardinare il programma e fare quello che ti pare. Ma io non lo sono mai stato. Giovanni e i suoi ricercatori stanno tentando di superare questi limiti. Per vedere cosa succede. Pagano cavie umane e le tengono in immersione per settimane nella realta' virtuale, nutrendole a fleboclisi. Per ora, sono arrivati a un massimo di un mese e mezzo. E lo sai cosa hanno scoperto, rabbino? La realta' virtuale manda in corto circuito i ritmi circadiani del corpo. L'orologio biologico delle nostre cellule, dei nostri sistemi, impazzisce. Una questione di ambiente, di dati in ingresso. Pero', a quanto pare, e' una follia assai dolce: i processi d'invecchiamento rallentano. Stando ai primi risultati del Timothy Leary. Su questo fronte siamo stati fregati, fratello mio, Pigi'. Tu non ci sei piu'; io sono qui con questi ottant'anni cosi' pesanti, cosi' difficili, alleviati solo dalle fughe in un passato piu' o meno immaginario; e magari, domani tuo figlio scoprira' la formula dell'immortalita', la regalera' al mondo, e per noi due e per l'intero branco sara' troppo tardi, perch‚ il nostro tempo e' scaduto, scaduto, scaduto... Ma non possiamo lamentarci. Abbiamo avuto i nostri momenti. Io, soprattutto, devo essere grato alla meccanica del destino. Sono qui a fare da custode a questa casa tanto amata; e posso riportarti in vita quando voglio: dio, o demiurgo, o come cazzo preferisci dire. Signore della vita e della morte. A ottant'anni! Non credi che sarebbe il caso di ridere? Almeno un po'? Adesso mi avvio. A passi lenti. Con calma. Mica posso mettermi a correre. Devo andare in bagno sul serio. Ma usero' quello del primo piano, qui dietro, a sinistra. Le scale le faccio al massimo una volta al giorno, se proprio e' necessario. L'autocucina che Enza e tu avete installato e' una meraviglia. Lo sapevi che lo chef elettronico, se il frigorifero e' pieno, puo' arrivare fino a cinquemila piatti diversi l'anno? Certo che lo sapevi. Solo che tu lo tenevi sul manuale, e ogni giorno battevi sulla tastiera le istruzioni per colazione, pranzo e cena. Ti e' sempre piaciuto avere il controllo assoluto del tuo ambiente alimentare. Io me ne frego. Ormai mangio poco, con scarso piacere; e sono del tutto indifferente alle scelte, in questo universo di sterminate opzioni. Ho messo il tuo chef sull'automatico da un anno e mezzo, credo, e non ho ancora assaggiato due volte la stessa cosa. Si', alcune delle varianti sono talmente minime da risultare insignificanti; pero' ti da'nno lo stesso il sapore della novita'. Non sai mai con esattezza cosa ti troverai davanti. Subisco tutte le cucine: napoletana, lombarda, messicana, cinese. Marocchina, indiana, eschimese. Mangio pesce, carne, chili, couscous, omelettes. Nei collegamenti sulla nostra rete virtuale, quando la vado a trovare nella sua casa della nonna, o lei viene a trovare me qui, Lucia s'incazza come un demonio. La vecchiaia non le ha tolto l'animo battagliero. Per fortuna. Mi accusa di essere un figlio di puttana; di non avere mai accettato da lei, in passato, certe cose; di essermi sempre ribellato al pesce, alle verdure, ai gamberetti, alle cucine esotiche. Di averle reso difficile la vita. Ha ragione, naturalmente. Ma cerca di farle capire che alla nostra eta' quello che mettiamo sotto i denti non ha piu' molta importanza. Non ci riusciresti nemmeno tu, rabbino. E' troppo testarda. Come e' sempre stata. Ti piacerebbe ancora. Ammireresti la sua coerenza. Cosi', mi incammino. Lento. Girando gli occhi attorno, cercando le immagini tanto vivide di te e Juan e tutti gli altri. Sapere la verita', a volte, non basta; l'essenziale e' digerirla, e il mio stomaco non e' piu' quello di una volta. Come si sono affievoliti i sensi. Com'e' fiacca, ad esempio, la sensibilita' della mia mano sul bastone che stringo per la paura di cadere. La vecchiaia e' proprio un colossale bidone. Questa lentezza cellulare, questa smisurata amplificazione di tutte le debolezze del nostro corpo... Piangermi addosso e' diventato uno dei miei sport preferiti. Lucia non lo sopporta. Due ore piu' tardi, sono ancora in poltrona. Ormai e' sera. Ho mangiato qualcosa, e soprattutto ho passato questo tempo a contemplare il nulla, un'attivita' che mi e' sempre riuscita bene. Forse perch‚ e' completamente inutile. Stupidamente voluttuaria. Solo che oggi, a due passi dall'estinzione, acquista un suo senso. O cosi' mi illudo. Adesso mi ricollego. Torno da voi. E no, non ho modificato la subroutine 4. Pigrizia. Spero di pisciare un po' meno; e di certo spero, com'e' successo l'altra volta, di ricordare nulla di questa squallidissima realta' reale. Nei sogni, amico mio, fratello rabbinico: e' soltanto nei sogni che si realizza il mio tempo. Mi ricollego... Pluf. Uno scivolare d'ombre. Mattino presto. E io non ho ancora toccato il computer, ma sullo schermo brilla la frase che mi rida' la vita: End of subroutine 5. Ready.Tu ti volti, e io devo avere un'espressione molto stupefatta, perch‚ scoppi a ridere. -- Figlio di puttana -- borbotto. Ottant'anni, un corno. -- Non sono stato io -- dici. C'e' un guizzo divertito nei tuoi occhi: la piccola cattiveria che talora si usa per condire l'affetto. -- E' stato Giovanni. Ha fregato anche me. -- Figli di puttana tutti e due. Ci abbracciamo. Devi andare a fare la spesa. No, non vuoi che venga anch'io. Solo un salto in panetteria. Oggi sono a pranzo da voi. Ma certo. Lo ricordo benissimo. Non vorrei lasciarti, ma tu insisti. Torno subito. Prima che io sia riuscito ad acchiapparti, sei gia' corso fuori dalla stanza. E all'improvviso e' pomeriggio. Quasi me lo aspettavo. End of subroutine 6. Ready. Cazzo. Quante subroutine ci saranno? E come ne usciro'? E dove sono, realmente? Il mio stanco cervello di ottantenne si sforza di pensare. All'inizio, e' doloroso. Poi arriva la pace. Vadano tutti a farsi fottere, rabbino. Comunque stiano le cose, li abbiamo fregati. Forse tu sei davvero morto; o forse sono morto io, e questi miei ottant'anni sono un'altra variazione virtuale sul viaggio nel tempo. Forse, adesso sono soltanto un cumulo di dati in un tuo programma, pieno di buchi, di falle, perch‚ ho questi ricordi sfasati, contraddittori; ma tu mi tieni in vita lo stesso, oppure sono io che tengo in vita te. O magari, ed e', credimi, l'ipotesi piu' affascinante, siamo morti tutti e due, e a tenerci in vita e' soltanto il delizioso affetto che abbiamo coltivato per tutti quegli anni. Me lo immagino; non e' difficile: la tua grande casa che sogna, e ricorda i padroni, gli amici, le celebri serate del rabbino. Quel calore umano che noi, il nostro gruppo riunito, riusciva a sviluppare. Le incomparabili chiacchiere sui massimi sistemi e i bicchieri di vino che tu non hai mai assaggiato, scemo! Almeno nel post-mortem virtuale potresti imparare a bere, no? Ma non saresti piu' tu. E questa casa, questo programma, questa orgia di virtualita' eutanasica, ti rispettano troppo per cercare di cambiarti. Com'e' giusto. Oh, se li abbiamo fregati. Sto qui ad aspettare che uno sfasamento d'ombre mi annunci l'ingresso in un'altra zona del programma. L'ennesimo sogno dentro l'immane sogno della vita a tutti i costi. Poi verro' a cercarti. O tu verrai a cercare me. E' lo stesso.