VIAGGIO INTORNO ALLO ZERO di Alessio Saltarin (Parte 2, 3 e 4) La parola compie i peggiori misfatti. J.Lacan 2. LA QUESTIONE INTORNO ALLE COSE Due sono le possibilita': o la materia segue la parola, o la parola segue la materia. In origine era la materia, o in origine era la parola. I Greci si schieravano dalla parte della prima ipotesi, perche' c'era la questione del vuoto, e laddove non c'era materia, c'era il vuoto. Quindi il non essere. Una sola via resta al discorso, scrisse l'Eleata, che l'essere e' e non puo' non essere. Gli Ebrei scrissero di un Dio, piu' potente del piu' potente dio greco: un Dio capace di creare dal nulla. Insomma un Dio che si trovava ad essere anche nel non essere. Che era altrove, rispetto all'esserci o al non esserci. Che, in effetti, determinava l'essere, lo causava. Poi arrivo' Giovanni e preciso': " In origine era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio ". Sembra quindi che Giovanni dica che in origine era la parola. Che la parola era il progetto. La portata di questa asserzione e' lo zero in atto. Puo' essere non agevole comprendere la vastita' di questa intuizione, e comunque ci sara' da ritornarvi sopra piu' in la', soprattutto dopo aver discusso dell'importanza del segno zero, e di quello che in questo contesto si intende per zero. Quindi, a scopo illustrativo, si alludera' a qualche aspetto caratteristico di un progetto di filosofia il cui asserto principale sia quello dell'originarieta' della parola, del suo primato. Un primo aspetto riguarda l'inesistenza delle cose. Quindi l'esatto contrario di quello che sosteneva Parmenide: per il nostro discorso resta una sola via, che le cose non sono e non possono essere. Questa non e' una negazione ontologica del mondo, piuttosto un ribadire il primato della qualita' della parola contro la quantita' delle parole. Se infatti la condizione primigenia dell'essere e' la parola - e ci si puo' sintonizzare o meno su quest'aspetto - uno dei significanti della parola, la cosa materiale, non esiste in quanto essa stessa, ma in quanto derivante dalla parola. Cambia la parola, cambia la cosa, cambia il mondo. E' insita nella logica occidentale - non a caso la logica delle cose - la credenza nella staticita' della parola. La parola non si cambia, pena la perdita della comunicabilita'. La parola come mezzo e' un limite che ci si pone assolutamente inaccettabile. Una ovvia conseguenza della dinamica delle cose e' che la morte sarebbe una assenza di parola. La vita in ambito biologico sussiste laddove esista memoria, o informazione genetica. Per alcuni la vita era dovunque ci fossero composti del carbonio. Per altri vita dove avesse luogo una forma di riproduzione. E' chiaro che qui non si pone una questione fisica o fisiologica, ma una questione, vorrei dire, quasi morale. Per quello che si vuole ricercare in questo ambito, vita e' dovunque ci sia parola. Un secondo aspetto riguarda l'inesistenza della politica, intesa teoria e pratica del governo delle cose. Gestire le cose significa porre in atto la supremazia delle cose. Significa trascurare la potenza della parola, escludere il terzo, l'Altro, l'altrove. Infatti: se le cose possono essere gestite, allora non esiste significante di parola, ma solo significato. Come se nessuno avesse inventato lo zero, come dire che l'Universo e' una macchina, e le formule matematiche risolvono tutto, a qualunque livello. In questo modo si esclude la possibilita' e il divenire. La politica e' per questo delle masse, e non esiste una politica della qualita', perche' la politica si fonda sulla quantita' - di voto, di assenso. Politiche di qualita', come vennero tentate nell'Illuminismo, furono utopie: la massa le uccise. L'aspetto piu' importante riguarda il ruolo della scienza, intesa come ricerca intorno alle cose. Il metodo scientifico e' fondato sulla staticita' della parola e sulla standardizzazione del segno. Che e' l'unica via percorribile quando ci si occupa della fisica delle cose, della loro quantita'. Se l'individuo dice che le cose non esistono - se l'individuo percorre un progetto di qualita' - questo non vuol dire che le cose cessino di esistere per la massa, per la quantita' degli individui. Inoltre la scienza si occupa del vero, perche' vero e' aggettivo di moltitudine, di complessita', di sondaggio, di generale. In questo ambito faremo questo solo accenno alla scienza, che e' indagine complementare alla presente e che si occupa della quantita' e della verita' e i cui risultati servono alla collettivita'. Perche' d'ora innanzi non si confondano i due rami - non ha senso confrontare progetti di filosofia con la scienza o con la fede - diremo che la nostra ricerca si occupa della qualita' e della contraddizione (o del malessere), i cui risultati possono servire o non servire al singolo, qualora egli stesso si ponga in ricerca, decida per il suo progetto, per la sua invenzione. Resta da sottolineare un elemento importante: il simbolo. Il mondo del simbolo si fonda sul mondo reale, il mondo della cosa, per aprire la via al mondo immaginario, che e' il mondo del significato universale, o della cifra. I significati, che sono cifrabili e nominabili in tutte le lingue del mondo, sono il substrato della parola. Ma laddove la parola si spinge a significare, piuttosto che a essere significata, ecco che lo strumento piu' adatto per la ricerca diviene il simbolo, che ha caratteri di universalita' simili ai 3. ZERO, INTERVALLO, UNO Cantor invento' un giorno il transfinito. Ovvero dimostro' rigorosamente che l'insieme dei numeri reali non e' numerabile. Di fatto significo' l'introduzione della logica ternaria. In termini matematici semplici, si dice che tra due numeri razionali qualunque esiste un'infinita' - una transfinita' - di numeri irrazionali. Cioe' che lungo la retta orientata, per andare da zero a uno, occorre un'infinita' di punti. Si badi che non si tratta del riconoscimento dell'esistenza del problema, gia' posto per intero da Zenone di Elea, ma della propria dimostrazione rigorosa e della definitiva soluzione scientifica. La questione di importanza definitiva fu che per la prima volta un matematico dimostro' in termini matematici che l'infinito esisteva in atto, e non solo in potenza. I primi filosofi, ed i negatori del transfinito, pensavano che per esistere l'infinito avrebbe avuto bisogno di un'infinita' di tempo. Se si toglieva l'eternita', si toglieva l'infinito. Poteva esistere qualunque numero cosi' grande da esistere nel tempo necessario per contarlo. Parimenti poteva esistere una lunghezza cosi' grande nell'Universo necessario per contenerla. Cantor spazza via queste credenze e dimostra che l'infinito esiste in atto. Che tra zero e uno, cioe' tra due finiti, esiste un infinito. E che restringendo comunque l'intervallo, esistera' sempre un infinito che dividera' i due estremi. Ben vide Giordano Bruno quando scrisse: "Parmenide disse l'uno uguale da ogni parte in se stesso, e Melisso afferma che e' infinito; fra essi non esiste contraddizione, bensi' l'uno chiarisce piuttosto l'altro." Prendendo a prestito la scoperta del transfinito, pur non entrando negli specifici e rigorosi termini dell'Analisi Matematica, diciamo che la parola si situa nel transfinito, dove tutto puo' accadere, dove niente e' stabilito, ma tutto diviene, e non solo nel tempo, come era naturale aspettarsi, ma anche al di fuori di esso, nell'Altrove, come disse Einstein. Quindi esiste una lunghezza di parola, e tale lunghezza e' infinita. Esiste una qualita' di parola, cioe' una trattazione della parola che e' opposta all'economia delle parole. Che cosa opera nella parola? Qual e' l'operatore della parola? Insomma, che cosa c'e' nell'ordine delle parole? Se esiste una cifra, allora non puo' non esistere una ordinalita' e una cardinalita': esiste una logica anteriore. L'operatore logico della parola, che e' operatore in continuo mutamento, lo chiamiamo Dio. La ricerca della divinita' e' pertanto una ricerca volta alla logica che sta dietro la parola. In questo contesto utilizzeremo il termine Dio per indicare la causa prima delle parole, e non la causa prima delle cose, che sono causate dalla parola. Come dire, dunque, di appoggiarsi all'essere della parola, piuttosto che all'essere della cosa. Come posso infatti dire che una cosa esiste, se non ne conosco il nome? La cosa e' nominale, ecco perche' fin dall'antichita' si poneva come la questione sopra le questioni quella del nome di Dio. Scoprire il nome di Dio era la chiave, il principio, non solo per conoscere Dio, ma per poterne dimostrare l'esistenza. Cio' che ha un nome esiste, cio' che non ha nome non esiste. La quantita' e' infinita. Allora cos'e' la qualita'? Perche' ci si interessa tanto al quale? Lo si fa da quando e' stato introdotto nella numerazione lo zero. Un nome, vale a dire, che non nomina alcunche', non esiste uno zero in natura, zero non e' osservabile. Ma zero cifra, significa, cioe' da' significato. Quindi esiste un atto di pensiero, almeno uno: lo zero, che e' anteriore alle cose. Quindi la parola e' originaria. Lo zero introduce l'algebra della qualita' delle cose, instaura un'equazione non inscrivibile nella sostanza. Perche' zero non e' il nulla, il nulla non si fa di zero. Piuttosto sembra che esso sia un divisore, un ripartitore, perche' possiede la caratteristica di deontologizzare il nulla, di porlo fuori dalla sostanza. Cosicche', da quanto si e' visto prima, zero separa uno da infinito, significato da significante, bene da male, positivo da negativo. Quindi annulla la logica diadica, la dicotomia, e instaura una tripartizione del segno. Con questo si da' atto della scomparsa del potere della sostanza sul pensiero. Da quando c'e' lo zero non c'e' piu' psicofarmaco, non c'e' piu' droga. Perche' la cosa non agisce sul pensiero: la parola e' sempre anteriore. L'esperienza del drogato e' sempre esperienza di parola. 4. LA DROGA Alla base dell'esperienza del drogato, cioe' di colui che assume in vari modi sostanze cosiddette stupefacenti, c'e' in generale l'insoddisfazione verso le cose del mondo. Si droga perche' cosi' facendo vede scomparire i problemi, i pensieri, l'angoscia. E' il medesimo ragionamento che sta dietro l'assunzione degli psicofarmaci: mi viene l'ansia, mi metto a pensare, e pensare mi mette a disagio. Ecco che esiste una pillola che permette di spegnere il pensiero, di disattivare il cervello: cio' pone fine a tutti i problemi. Ecco che la paura della morte, dell'evento morte sostanziale, perche' non esiste una morte in qualita', si traduce nell'assumere la morte: per sconfiggere la morte mi addormento, muoio. Si tratta di una sconfitta duplice per il pensiero e di una vittoria duplice per la morte sostanziale. Cos'e' l'esperienza allucinatoria del drogato? E' la creazione artificiale delle parole, di scariche neuroniche che non provengono dall'interno, dalla cifra dell'individuo, ma provengono dalla sostanza, che l'individuo crede essere oggetto, quindi esterna a se'. Ma e' un'illusione. L'esperienza allucinatoria e' sempre altamente personale, scopre, rimescola il personale affondato. Si avrebbe il medesimo risultato con un'analisi della propria parola, giacche' quella e' l'unico ingrediente, si tratta di usarne in quantita' diverse, con un diverso grado di intelligenza. Chi e' ignorante, chi preferisce non pensare, costui e' patologicamente drogato, non importa che abbia assunto o meno la sostanza, la droga, lo psicofarmaco. Ma allora c'e' una droga in ciascuno. Si', la droga, ma non quella sostanziale, non la polvere bianca, ma la cifra che dietro queste rappresentazioni si cela, e' in ciascuno di noi, puo' essere risvegliata. La droga e' nascosta, affondata in ciascuno. Laddove al cospetto dell'io la parola si fa dissidente, si sottrae al confronto, li' si situa la droga. Che e' poi cio' che Freud chiamava inconscio, cio' che per Lacan era, in effetti, la struttura. Quello che fu il campo di ricerca dell'atteggiamento strutturalista, cioe' che il soggetto e' guidato dalla struttura e non e' soggetto ma e' struttura o insieme di struttura, si volge naturalmente ad una fusione: esiste un soggetto che ingloba la struttura e non ne e' cosciente. Esiste un elemento interiore, ma estraneo che costituisce l'evento uomo. Uomo che ritiene di essere io, ma conosce un Altro, altro-da-se', che non appartiene all'io medesimo; e tuttavia e' da esso guidato, da esso mosso, da esso governato strutturalmente. Di cosa e' fatta questa struttura? E' fatta di un linguaggio. Di cosa e' fatto questo linguaggio? E' fatto di parole. Quindi, la parola e' la struttura. Il drogato e' un malato di mente. Intendendo con cio' che egli soffre di una carenza mentale, cioe' l'ignoranza della volonta' sulla parola che e' volonta' sulla cosa. Infatti non esiste terapia per il drogato, non c'e' soluzione materiale al problema che questa ignoranza innesca. La' dove il drogato crede di non poter agire - quindi di non poter modificare, di non poter creare - allora effettivamente non agisce, non modifica. E' piuttosto una realta' aliena che lo fa agire, gettandolo nel non-sense di un vissuto a- personale, dove le cose che accadono sono esterne al soggetto. Allora il drogato non necessariamente assume la droga, si puo' essere drogati - come condizione mentale - tutta una vita e non accorgersene. Si vive in un torpore surreale, dominato dall'angoscia del chissa' cosa succedera', cosa accadra', senza porre le basi per un progetto personale di rinnovamento per cui gli accadimenti partono da una evoluzione interiore, da un disporsi nuovo nei confronti del proprio pensiero e di quello degli altri. [Fine seconda parte. Continua.....]