
"La parola compie i peggiori misfatti."
J.Lacan
0. PREMESSA
Verdiglione dice: "La parola e' originaria". Ed e' un
discorso di forma, prima che di sostanza. Cioe' dice: il
farsi delle cose e' posteriore, la parola e' anteriore.
Quindi non si pone la questione della quantita' delle cose,
ma della qualita' delle cose, ovvero della nascita delle
cose dalla parola, quindi, dell'origine dell'autocoscienza.
Ma allora, obietta qualcuno, la ricerca intorno alla parola
e' una ricerca intorno al segno. Evidentemente cosi'
facendo si nega l'unico assioma della costruzione, che la
parola e' originaria. Il segno e' del quanto, la parola del
quale. Il segno e' prescrivibile, si fa segno: il farsi del
segno e' percio' ulteriore. Non si dice che il segno non
importa, si sottolinea che, una volta compresa l'ottica, o
la prospettiva, secondo cui inquadrare la parola, lo
svelarsi del segno sara' automatico. Sorge prima di tutto
un problema sull'epistemologia della parola. Ma e' un falso
problema, perché non esiste, nel senso della logica
euclidea. Se la parola e' in qualita', per chi ci crede o
per chi lo sente, allora la scienza e' esclusa. Chiedersi
quante parole e' compito del word-processor, ed e' un
compito inutile. Se la parola e' in qualita' allora la fede
e' esclusa, perché evidentemente esiste un'ontologia della
parola: qualcosa su cui indagare esiste ai sensi umani,
esiste all'intelletto, quindi non si tratta di un discorso
di fede. Mi scrisse, tempo fa, Corrado Stefanacchi: "Ma
allora, voi volete fare una filosofia del tutto". Ma per
filosofia lui intendeva un'ideologia di pensiero, e in
quell'accezione il termine era sbagliato, dal momento che
nessuna ideologia e' in potenza, ma tutte le ideologie sono
in atto. Quando parliamo di qualita' delle cose, parliamo
del progetto delle cose, dell'invenzione delle cose e non
della storia delle cose, di come le cose sono state fatte,
ma di come si faranno, di come si cifreranno. "Una
filosofia del tutto" continua Stefanacchi "e' una
contraddizione in termini." Qui sta il punto: se vuoi
costruire una scienza del pensiero hai bisogno di evitare le
contraddizioni, altrimenti tutto crolla. Ma se vuoi
intendere la qualita' della parola, bene, allora devi
immettere tutto: non una contraddizione: tutte le
contraddizioni. Perché nell'industria della parola tutte le
contraddizioni sono previste. Stefanacchi pretende di
capire cosa significhi la parola, e non si pone la questione
di indagare che cosa sia significato dalla parola. Che e'
l'indagine del nostro viaggio. Esiste una necessita' di
registrazione della parola. Socrate prima, Lacan poi,
dicevano che un conto e' parlare, un altro scrivere. E
sottintendevano che quando uno parla dice, quando uno scrive
scrive - cioe' svelavano che lo scritto non e' dell'autore,
ma e' dello scrivere. Quindi, risolsero, tanto vale non
scrivere. E tennero molte conferenze, e da queste
conferenze (sia informali come quelle di Socrate, che
accademiche, come quelle di Lacan) noi conosciamo il loro
pensiero. Ma questo non toglie che in un modo o nell'altro
le loro parole hanno dovuto conoscere una archiviazione.
"Ti prego non mi archiviare" mi scrisse Monica Brughera ai
tempi della nostra conoscenza. Perché farlo e' un atto di
morte. Fotografare un istante, con una reflex piuttosto che
con una biro, e' stabilire la morte di un momento, il
congelamento di una serie di parole. Eppure la
comunicazione e' necessaria, e' un surrogato di parola, uno
studio di parola, ma e' l'unico mezzo a nostra disposizione.
Qualcuno mi obietto' che allora bastava prendere un
registratore, e diffondere un discorso attraverso
musicassette o, perché no, videocassette. Come se qualcuno
fosse interessato allo show della parola (non a caso Biagio
Cepollaro parla di tempo del talk- show). Siccome oggi sono
stanco, allora spengo la mente, accendo la televisione, e mi
guardo delle parole. Non era questo che si voleva dire
quando si diceva che era meglio parlare piuttosto che
scrivere. Si alludeva invece all'interattivita' del
linguaggio, alla presenza dell'interlocutore, al farsi, al
divenire della parola quando questa nasce dal confronto.
Per intendere la parola occorre mettersi in discussione in
prima persona, non esistono corsi da seguire o libri da
leggere. Ecco perché non esiste mezzo alternativo alla
conferenza, al dibattito, all'analisi. Ecco perché parliamo
di un progetto di filosofia, piuttosto che di filosofia.
Parliamo di un farsi, di un divenire, di un'invenzione. Di
conseguenza si abolisce l'imperativo categorico, la
frontiera tra giusto e sbagliato - all'interno di schemi a
loro volta giusti o sbagliati, tra zero e uno. Parliamo di
un infinito attuale di parola, di un intervallo aperto, di
una logica ternaria: zero, intervallo, uno. Allora,
sostiene Alessandro Asti, si vuole fare una matematica
qualitativa. Anzi, si corregge, un'aritmetica qualitativa.
Si tratta di superare il teorema incompletezza di Gödel, il
quale sostiene che tutte le assiomatizzazioni coerenti
dell'aritmetica contengono proposizioni indecidibili (la
cifra del teorema qui esposto e' presa da D.R.Hofstadter), e
di affermare che esiste una gerarchia di numero basata sulla
qualita' del numero, vale a dire sul significante del
numero, per la quale sia possibile dire: il numero Ni e'
migliore, peggiore o indifferente al numero Nk. Per ora mi
sembra superfluo andare oltre, diro' che la matematica
qualitativa, da qualcuno soprannominata ultimamente
matematica soggettuale, e' uno degli strumenti di cui ci si
deve servire per proseguire nella ricerca. Che esiste,
cioe', un'invenzione metodologica per sondare la parola,
cosi' come ci si serve della matematica per le scienze,
anche se in questo caso l'analisi e' rivolta all'individuo,
piuttosto che all'insieme degli individui, al particolare
piuttosto che all'insieme dei particolari ossia il generale.
Laddove la logica euclidea cade, come si evinse dalla fisica
quantistica, occorre utilizzare metodi nuovi. Ma e'
importante non cadere nella facile tentazione di porre
questioni logiche, secondo la nostra logica, su eventi
guidati da logiche differenti - o addirittura, come nel caso
in esame, guidate da tutte le logiche insieme. Come non ha
senso domandare, nella fisica dei quanti, se la particella A
ha colpito o e' stata colpita dalla particella B, se la
particella A e' un'onda o un corpuscolo. Quindi vi
costruite un alibi di ferro, sostenne un accademico. Dite
cioe' che la vostra ricerca procede nella verita', e
additate come mezzo di ricerca una metodologia che solo voi
conoscete. L'accademico era abituato a ragionare secondo la
logica della causa-effetto, e del terzo escluso. Tre sono i
fatti: uno, la ricerca intorno alla parola non e' una
ricerca scientifica, cioe' non e' interessata ad essere vera
piuttosto che falsa (d'altra parte, come gia' visto, la
distinzione e' ridondante dal momento che ci si interessa
del vero e del falso in uguale misura); due, il discorso
intorno alla parola e' un discorso di qualita' e non di
quantita', vale a dire che e' interessante per gli
interessati, ma che non e' terapia, che non e' prognosi, né
tantomeno diagnosi, che quindi non tocca la societa', come
prescrizione o proibizione, ma il singolo come invito, come
istanza di progetto; tre, quando parliamo di qualita' delle
cose confidiamo in una nascita spontanea, in un'esplosione,
di parole le quali ci interessano di per sé. Quest'ultimo
e' il punto piu' importante, e che tradotto in altre parole
- esistono forse parole piu' ricche o piu' povere? -
1. LA PAROLA
Cerchero' di chiarire in questo breve paragrafo cosa si
intende per parola nel seguente contesto, ammettendo pero'
che qualora si disponesse di una definizione precisa, la
ricerca non avrebbe piu' senso, o meglio si sarebbe
conclusa. Dire cosa e' la parola, equivale a spiegare cosa
e' l'esistenza, cosa e' la creazione. Lungi dall'avere una
risposta, non e' detto tuttavia che questa sia
indispensabile. Quindi, per usare un approccio simile a
quello che usarono i filosofi per parlare di Dio, diremo che
cosa non e' la parola. La parola non e' una parte del
discorso. Non e' un suono su cui ci si e' messi d'accordo
per stabilirne il significato. Non e' inscrivibile in alcun
dizionario. Tuttavia e' l'elemento che contraddistingue la
coscienza e l'io. La parola non e' mezzo di comunicazione
fra sé e un elemento oggettivo, fra sé e l'Altro, fra sé e
gli altri, e' piuttosto un legame fra sé e sé. L'uomo si
parla, ma e' incapace di parlare agli altri. Se esistesse,
o se e' esistito, un uomo in grado di porgere la parola a un
altro uomo, costui sarebbe, o sarebbe stato, Dio. La cosa -
si badi, la cosa - piu' vicina alla parola di cui abbiamo
conoscenza comune, e' il segno, e' l'insieme dei segni su di
un dizionario, su di un libro. Si tratta di fotografie di
parola. La parola in qualita' ci e' sconosciuta, come
collettivita', la intuiamo come individualita', sotto le
spoglie della coscienza, o dell'autocoscienza. Mi piace
pensare che la parola e' il tentativo di Dio per conoscere
se stesso, ma si tratta di una ipotesi estetica. Come si
vedra' nel seguito, Dio e' l'operatore logico della parola.
Nel resto della trattazione, il termine cifra verra' usato
come sinonimo di parola, di qualita' della parola.
[fine seconda puntata.segue]
