"UN PUGNO DI STELLE"

by Alessio Robotti

E' passato molto tempo dall'ultima volta che mi sono seduta a questo tavolo e ho pianto. Non ricordo esattamente che giorno fosse: certo era inverno, l'inverno di ventitre' anni fa. Le giornate si erano fatte sempre piu' corte; le stelle erano cosi' brillanti che si poteva annusarle. A sud, Orione splendeva maestoso; come stasera, sembrava invitarmi a comprendere per intero la sua simmetrica bellezza. Ora ricordo, era la vigilia di Natale; anzi no, era il giorno ancora precedente. Non ero giovane allora; potevo pero' ancora immaginarmi di esserla stata. Proprio come sto facendo adesso, avevo appuntato su un foglio di carta un nome, un luogo, una data; poi le ore e i minuti. Il libro e' gia' aperto e meccanicamente inizio a trascrivere cifre, sommarne i totali parziali, ricopiare gradi e radianti dalle tabelle; tracciare linee e puntare riferimenti, segnare simboli e note. Pian piano si inizia a delineare un mosaico, o meglio, una ragnatela; quasi un dipinto. Le cifre, trascritte via via una sotto l'altra, vengono presto coperte, soffocate, da un intersecarsi di linee, da un affollarsi di simboli e scritte. Il grande quadro del cielo si sta affollando su di un minuscolo pezzo di carta quadrettata: il miracolo sta per ripetersi ancora. Avro' il coraggio di lasciare alle mie mani il delicato compito di disegnarlo? Il cuore, ventitre' anni fa, tremo' nell'intuire quello che le mie mani stavano per decidere, disegnandolo con tratti precisi di matita su quel foglio. Gli occhi iniziarono quindi a sbiadire il tracciato, annegarlo in piccole chiazze grigiastre e slavate. Le mani, quasi sorprese a commettere infami atti impuri, presero a tremolare: le linee divennero incerte, sghimbesce; i bei simboli celesti, informi sgorbi imprecisi. Una dopo l'altra, tutte le stelle si spensero lentamente nel grigio. E il mosaico si ruppe. I tasselli si sparsero sul tavolo, qualcuno certamente ne cadde e si infranse. Rimasero solo alcuni scarabocchi su un foglio sgualcito che, sino ad oggi, non ho piu' avuto il sentimento di guardare. Un piccolo cassetto lo ha conservato intatto, tra vecchie tabelle, i righelli, le squadre, compassi, matite e appunti dimenticati. E stasera, ancora una volta, le mie mani hanno cercato di decidere per me. Rovistando alla ricerca di un libro di fiabe, si sono forse incautamente insinuate troppo a fondo sotto una pila di cianfrusaglie. Con il vago tremore che ormai si portano appresso, hanno provocato un vero disastro: il cassetto e' uscito dai cardini e ne sono scivolate raccolte di versi, cartoline dimenticate, fotografie ormai nascoste nella memoria, acquerelli di fiori gia' appassiti, giochi di societa' mai conclusi, mazzi di consunte carte da gioco, orari di treni su cui non sono mai salita. Solo in parte sommerso da tale sfacelo ne ho rivisto un lembo e subito l'ho riconosciuto. L'ho raccolto con cura dalla catasta di macerie che ingombrava il pavimento. L'ho posato delicatamente sul piccolo tavolino che ancora oggi riempie lo spazio lasciato vuoto tra il divano e la finestra del salotto: un tempo amavo portare li' una seggiola, sedermi davanti a quel minuscolo desco rotondo e guardare il cielo stellato. Non l'ho aperto. Non ne ho avuto bisogno. Conosco a memoria ogni traccia, ogni segno, ogni linea: sino all'ultima, quella che mi ha fatto tremare. In un attimo ho capito che ancora una volta le mie mani avevano scelto giusto: non potevo trattenerle oltre, continuare ad infliggere a loro e a me stessa il tormento che ci aveva travolto per ventitre' anni. Con fatica ho portato la seggiola vicino alla finestra: non la ricordavo cosi' pesante. Mi sono sforzata di accomodarmici serena e tranquilla come un tempo. Lei un poco sgangherata proprio come allora; io adesso quasi irriconoscibile. Avevo trent'anni: eta' in cui, se non si e' ancora cresciuti, si pensa, si spera - forse si teme con orrore - di restare eternamente sospesi in quel limbo ovattato. Il disegno continua lentamente a prendere corpo. Le mani, inizialmente timorose di tanta ritrovata liberta', lavorano ora veloci e precise: sono solo un poco piu' esili, leggere, ancora piu' fredde di allora ma, nonostante cio', quasi giocose. Finalmente gli occhi iniziano ad intravedere quello che le mie mani conoscono da anni e non hanno mai avuto la possibilita' di raccontarmi; l'avrebbero fatto se solo io non avessi avuto paura di ascoltarle. Per troppo tempo hanno tenuto stretto quel pugno di stelle che io non volevo vedere e adesso, libere da quelle dita che le hanno cosi' a lungo imprigionate, girano vorticose per la stanza come lucciole impazzite: illuminano la mente, scaldano il cuore. Se avessi lasciato allora che mi indicassero la strada: quella luce mi aveva pero' tanto spaventata. Ero quasi ancora giovane ma non ero piu' una bambina: avrei saputo affrontare il buio da sola, pensavo. Avrei sopportato qualunque cosa da sola, in silenzio, piuttosto di guardare quel quadro che stava crescendo inesorabile sul piccolo tavolino rotondo. Mi turbava l'inesorabile geometria che lo stava rapidamente trasformando in qualcosa di troppo grande per la mia comprensione; qualcosa che non conoscevo e che non mi sentivo di affrontare. Appena gettato il foglio, le matite, i pastelli e gli altri poveri strumenti nel cassetto, la vita sembro' tornare normale: sono salva, pensai. Una vaga malinconia - neppur troppo fastidiosa, talvolta anzi cercata e quasi goduta - mi svolazzava ogni tanto per tutto il corpo. Fu circa un anno dopo che iniziai a rendermi conto di quale strano effetto avessero su di me tali sentimenti. Guardandomi allo specchio, dapprima inavvertitamente quindi con attenta aria indagatrice, iniziai a percepire quei piccoli cambiamenti che a prima vista non avevo sino ad allora afferrato. Certo, avevo raccolto quasi di sfuggita alcuni commenti che diverse persone mi avevano rivolto: ne avevo sorriso ma non ci avevo badato piu' di tanto. Non ero mai stata molto sensibile a critiche come ai complimenti. Oltre a cio', davanti a questo tavolino avevo deciso che nulla al mondo avrebbe mai piu' avuto il potere di scalfirmi. Dopo qualche anno dovetti pero' constatare che quelle voci che mi rincorrevano ormai ovunque avevano ragione: stavo visibilmente ringiovanendo. Ogni giorno che passava - quella vaga malinconia non cessava infatti di accompagnarmi e iniziava anzi a diventare molesta - il mio corpo, anziche' invecchiare procedeva a ritroso nel tempo: le gote si facevano piu' piene, i capelli lisci e vaporosi, le piccole rughe sfiorivano, il corpo ridiveniva sodo e fiorente. Inizialmente non fu certo una trasformazione sgradita: era da parecchio tempo che non ricevevo cosi' lusinghieri complimenti. Poi pero' i complimenti iniziarono a trasformarsi in cicalecci; agli elogi iniziarono ad accostarsi le maldicenze, le invidie, le insinuazioni piu' basse. Come anch'io avevo gia' fatto, nessuno oso' accettare qualcosa che superasse la sua capacita' di umana comprensione: adesso ero io a fare paura. Sarei stata comunque in grado di sopportare tutto cio' se, raggiunta alfine una seconda miracolosa adolescenza, non avessi iniziato a sprofondare verso una disperata fanciullezza senza fondo. Il seno, che era tornato al massimo del suo splendore, comincio' inesorabilmente a contrarsi. Con attonito terrore dovetti confrontare gli effetti di tale repentino mutamento con quelli che, nella sua versione originale, avevano in me suscitato tanta genuina felicita'. L'orrore crebbe quando iniziai a capire a quali altri infausti mutamenti sarei stata ancora sottoposta. In effetti non sarebbe avvenuto niente di innaturale, niente che gia' non conoscessi: tutto cio' avevo gia' avuto occasione di sperimentarlo, tutti quanti l'avevano vissuto. Non in questa direzione pero'. Che strano, dopo aver avuto paura dell'ignoto mi trovavo atterrita davanti al gia' vissuto. Bizzarra e crudele, la vita. Nelle mie divagazioni infantili un giorno, quasi per scherzo, mi domandai cosa sarebbe successo quando, raggiunto lo stadio infantile avessi dovuto valutare la mia esistenza non piu' in anni ma in mesi, in settimane, in giorni. Ormai non mancava poi molto: all'incirca sette anni. Avevo rifiutato di guardare in faccia il mio futuro ed adesso potevo leggerlo ogni giorno nello specchio: almeno fintanto che sarei riuscita a tenere in mano uno specchio. Mi venne alla mente una storia che mia madre mi leggeva spesso: una principessa bellissima, la strega invidiosa, una timida fatina, un principe... Mi ricordavo quel libro, coperto da una carta di stelle; mi sembrava anche di rammentare in quale cassetto lei l'avesse riposto. Lo cercai... e le mie mani rimisero finalmente in moto il cielo. Ecco, adesso il quadro e' finalmente terminato: ogni stella ha ripreso il suo giusto posto nel mosaico del cielo. La paura e' passata. Non era poi cosi' terribile: forse era solo tremendo accettare di averla. Felice, scendo dalla sedia ormai per me troppo alta: inciampo. Il tavolino si rovescia trascinando a terra matite e righelli. Un vecchio foglio sgualcito, rigato da troppe lacrime, si adagia lentamente vicino ai miei occhi: mi ci specchio e fra le rughe ritrovo finalmente il mio viso.