"PREISTORIA"

by Alessio Saltarin

Dai tempi della scuola Mary Joe Fernandez non si era piu' soffermata a guardare le foglie degli aceri ingiallite e bagnate dalla pioggia. Le era tornata improvvisamente nitida l'immagine dei giardini pubblici vicino a casa sua, quel pomeriggio inoltrato di almeno dieci anni prima, quando per la prima volta aveva intravisto, in quegli alberi, un'immagine stranamente solidale con lei. Aveva passato circa un anno, adesso lo poteva ricordare con chiarezza, nel contemplare quell'immagine, nella realta' del parco e nella finzione della sua fantasia quando di notte andava a letto. Le piaceva a quei tempi addormentarsi pensando agli aceri infreddoliti dalla pioggia, ai gialli marroni e poi verdi di quelle foglie esauste, vecchie, cariche dei ricordi di un'estate passata. E si rannicchiava, Mary Joe, nel caldo del suo letto mentre dietro agli occhi chiusi c'era la pioggia e il freddo, e un sorriso pacifico andava disegnandosi lentamente sulle sue labbra, e la veglia faceva cosi' posto al sonno. Una domanda che non pote' controllare si affaccio' timida alla sua mente: cosa avrebbe pensato Mary Joe di dieci anni fa se l'avesse incontrata? Si rese presto conto che comunque il punto non era quello. Si sarebbe dovuta chiedere, piuttosto, cosa avrebbe pensato lei, la ragazza quasi donna, di lei bambina. Non era affatto una domanda priva di senso, realizzo' immediatamente. Quasi sicuramente pero', era senza risposta. Se poteva dire di conoscersi in quel preciso momento della sua vita, se conosceva la ragazza di qualche anno prima - la bella Mary Joe che andava bene a scuola, che coltivava i gelsomini sul terrazzo di casa, che aveva detto no per paura al ragazzo che le piaceva e poi si era pentita - si rendeva conto che invece la bambina che era stata in lei, e che con tutta probabilita' era stata lei, rappresentava un'incognita assoluta. Camminava frettolosa per le strade bagnate e sorrideva di questa scoperta. C'era molta gente sui marciapiedi e le macchine passavano schizzando fango, provocando cosi' le ire dei passanti. Penso' maliziosamente che forse non era mai stata se stessa prima che un primitivo abbozzo di seno le avesse trasformato il petto. Forse io non sono altro che il mio seno, disse guardandoselo orgogliosamente e vergognandosi subito dopo di aver pensato una simile stupidaggine. Oggi e' un giorno speciale, avra' forse pensato inconsciamente un giorno di tanti anni prima, perche' da oggi esisto, da oggi finalmente io sono io. Perche' matematicamente non poteva essere che cosi': se oggi mi conosco e dieci anni fa non mi conoscevo, restringendo l'intervallo di tempo si arriva necessariamente al giorno in cui e' arrivata la svolta. Eppure no, sarebbe stato troppo semplice. Poteva anche darsi, ma il solo pensiero la metteva a disagio, che la memoria di noi stessi abbia una durata di dieci anni, una barriera al di la' della quale tutte le sensazioni legate all'io si perdono tra il sogno e la realta', dove rimangono solo alcune immagini, pochi eventi significativi. Il pensiero della bambina Mary Joe aveva cominciato a innervosirla. Sentiva che qualcosa da dentro le suggeriva di abbandonare il discorso, di pensare a qualcos'altro. Uscire. Naturalmente, pensava, il luogo comune dei bambini e delle bambine come simboli di purezza, innocenza era quanto di piu' falso potesse immaginare. Mary Joe bambina, lo sapeva bene, questo si', per quanto poco potesse ricordarne, era di una perfidia assoluta, priva di un qualsiasi pudore, moralismo, schema. E come lei tutti i bambini. Liberi dalla conoscenza del mondo, i bambini potevano esprimere gesti di una cattiveria illimitata, un disperato tentativo di imporre il proprio io a quello degli altri, con qualsiasi mezzo. Come le civilta' preistoriche, anche la preistoria del singolo essere umano era caratterizzata dalla violenza e dalla prevaricazione. In effetti questa e' nascosta da molti fattori, in primo luogo perche' i bambini non gestiscono con sicurezza il proprio corpo, poi perche' non sono forti. Ma se lo fossero, se lo fossero, la loro capacita' distruttiva sarebbe immane. Immane, continuava a ripetersi nella mente. Immane. Si volto' di scatto. Una scarica di paura le percorse il corpo. La coscienza di un evento terribile le si era affacciata alla mente. Vagamente avrebbe potuto dire di che cosa si trattasse. L'orrore della scoperta inconscia la immobilizzava. Finche' repentinamente la voragine aperta dalla paura si affaccio' in tutta la sua essenziale concretezza. Il bambino mi sta mangiando. Si porto' violentemente una mano sullo stomaco. Lo sento, mi sta mangiando. Una sequenza rapidissima di immagini la colse mentre per la prima volta aveva coscienza di qualche cosa in se' eppure estranea a se'. Il letto disfatto, l'automobile che correva impazzita, un sorriso, ma non il suo, una bambina (Mary Joe?) che rideva spingendosi su un'altalena. Sono perfidi i bambini. Sono il simbolo della purezza. - Comunque non ti devi preoccupare, Mary Joe, tutto quello che devi fare e' chiederti con franchezza se lo vuoi o se non lo vuoi -. Se lo vuoi o se non lo vuoi, le aveva detto Frank, e aveva sorriso con quelle sue belle labbra grosse. Tento' di tranquillizzarsi ("I bambini non possono mangiare le mamme, Mary Joe, e' una realta'") ma la paura la rendeva paralitica. Come fosse successa la cosa non le importava, e questo era forse dovuto al fatto che sapeva perfettamente come fosse andata la cosa. Il terrore sopraggiungeva al passo ulteriore. Perche' era successa? Ma soprattutto: da dove veniva? Da quale vita aveva preso forma quella vita, che ora la divorava? In quell'istante le si fermo' davanti un vecchio signore. Un tipo piuttosto basso, con un curioso cappello e degli occhiali di medio spessore. Portava con se' un ombrello chiuso. - Tutto bene, signorina? C'e' qualcosa che non va? - le chiese gentilmente. Fu un evento che complico' le cose. Mary Joe fu bombardata da quella frase, che riecheggiava amplificata nella sua mente. Qualcosa che non va? Va. Va tutto. Si muove tutto. Io sono immobile, ma e' perche' si muove tutto. Magari non andasse. Non si muovesse. Magari. - Magari - rispose automaticamente. Il vecchio fu incerto se intendere la risposta come un invito ad andarsene oppure se considerarla seria. Opto' per la prima ipotesi. - Se non serve niente, allora... - disse ancora perplesso. Poi, prima di andarsene, si volto' verso di lei e la guardo' incuriosito. In quel momento lei vide sul volto dell'uomo il volto di Frank. E sorrideva, sorrideva contento. Non e' un problema, diceva, e poi chiudeva le labbra e poi le allargava di nuovo. Nel frattempo pioveva. Si disse che doveva in qualche modo fuggire, anche se le gambe continuavano a camminare con la stessa velocita' di prima. Devi calmarti, Mary Joe. Non e' assolutamente un problema, e' successo a tante ragazze, poteva succedere prima o poi anche a me. Devi calmarti. Penso' allora a un sogno che faceva quando era bambina. Era da sola in un parco immenso, fatto di morbide ondulazioni del terreno. Vi pascolavano liberamente sei dinosauri. Lei correva e giocava e si sentiva libera. Amava i dinosauri perche' loro la proteggevano. Essi brucavano l'erba, poi si stendevano, in tutta la loro gigantitudine sulla fresca erba verde, e li' la guardavano giocare e sorridevano e parevano contenti della sua puerile contentezza. Quanto aveva amato quel sogno da bambina. Ne aveva fatto tanti disegni, e conosceva a memoria i tratti di ognuna di quelle enormi creature che popolavano quell'enorme parco. E lei era piccola, piccolissima in quel parco. Avrebbe voluto scappare per ritrovarlo, perdervisi ancora una volta, rivedere ancora il volto sereno e bonario dei suoi sei dinosauri. Invece quello che la circondava era l'umida pioggia, e la sua persona che non poteva essere nascosta, sfumata. Come era stato possibile perdere quell'eta'? Quei sogni? Quell'estatico limbo? Decise che ormai era, comunque, in ogni senso, troppo tardi. Accelero' il passo e si diresse in fretta verso casa.