"LA SCATOLA DELLA MUSICA"
by Franco Forte
Il ragazzo di colore con le guance incavate e i vestiti rattoppati saltava e si contorceva come un ballerino di professione, scatenato in un frenetico tip-tap al seguito del sassofono di un vecchio nero che ricordava Dizzy Gillespie con l'anima del grande Mulligan. Non suonava swing e neppure bebop, ma la sua musica aveva qualcosa di entrambi i generi e il sapore umido delle ballate di New Orleans. La folla strisciava compatta sul marciapiede e aggirava l'ostacolo creando una sacca tra la facciata dell'Harper's Rock Cafe' e la catasta d'immondizia che delimitava l'angolo della strada: una bolla d'aria fatta dei suoni aggressivi del sassofono e del talento acerbo di un ballerino che aveva nel sangue millenni di danze tribali. Kurt Hoffgauer resto' qualche minuto a osservarlo con attenzione, affascinato dalla velocita' con cui tacco e punta sfioravano l'asfalto, battevano il ritmo, recuperavano l'equilibrio con un numero da circo equestre. Il sax strappava note languide al chiasso del traffico, e in qualche modo Hoffgauer senti' che gli penetravano nel sangue. Lui aveva provato a bruciarsi le vene con il jazz, tenendo vivido davanti agli occhi il mito di Jelly Roll Morton e di Dave Brubeck, uno dei pochi bianchi con sangue nero. Ma non era facile. Non era solo questione di tecnica. C'era quel fottuto talento che gli aveva tarpato le ali rifiutandosi di gridare in tedesco. Una mano gli batt‚ sulla spalla con forza. - Siamo in ritardo. Hoffgauer non rispose alla smorfia stolida del suo accompagnatore. Alto, biondo, spalle quadrate, americano. Provo' a immaginarlo con la tavola da surf e sabbia tra le dita dei piedi. Quell'idiota non sentiva la musica, non percepiva la grazia nei movimenti fluidi del ragazzo. Resto' un momento a guardarlo negli occhi color brodaglia, poi annui' lentamente e infilo' la mano in tasca. Ne cavo' un rotolo di banconote da cinquanta dollari, ne sfilo' una dal fermaglio d'oro e la lascio' cadere nel cappello del vecchio sassofonista. - Che cazzo stai facendo? - L'americano era disgustato. Nel suo cervello i cavalloni dell'oceano si arrotolavano in lucenti sigari d'acqua striati di spuma. - Le strade di Los Angeles sono piene di straccioni come questi. Non puoi fermarti a regalare cinquanta dollari a ognuno di loro. Hoffgauer si passo' la lingua sui denti e lo guardo' senza rispondere. Gli occhi chiari e le sopracciglia bionde facevano di ghiaccio quello sguardo sotteso dai muscoli duri delle mascelle. Non avrebbe esitato a morire tra i flutti della California pur di tenersi saldo sulla sua tavola. Questo significava essere eroi? L'americano si strinse nelle spalle e gli fece segno di seguirlo. Non capiva gli europei e se ne fotteva se volevano gettare al vento i loro soldi. - Muoviamoci - disse facendosi largo tra la folla. - Al capo non piace aspettare. Attraversarono la strada in ebollizione e affrontarono il gigante addormentato di Pico Boulevard. Hoffgauer resto' sbigottito a contemplare l'impossibile distesa di automobili incolonnate fino all'orizzonte. Il marciapiede tremava leggermente, scosso dal respiro miasmatico di quel mostro acquattato sull'asfalto. Di tanto in tanto il lungo corpo metallico aveva una contrazione, lasciava sfuggire sbuffi di fumo nero nell'aria untuosa e si riassestava come se non avesse la forza per scagliarsi contro le geometrie rigide della citta' che l'imprigionavano. Lo Chagalle L.A. Caf‚ era dall'altra parte della strada, nell'angolo di congiunzione con Figueroa Street. Hoffgauer segui' il suo taciturno accompagnatore con un senso di malessere che gli attanagliava le viscere. Los Angeles sarebbe morta presto, soffocata da quell'aria irrespirabile che sapeva di fuliggine. Ambiente stretto e fumoso di prima mattina, con i tavolini di marmo su cui erano accatastati i residui delle colazioni. Sulla fila di alti sgabelli davanti al bancone due puttane bevevano whisky e parlottavano ciondolando il capo. Il barista li guardo' entrare asciugando un bicchiere con il grembiule, annui' impercettibilmente e ando' ad aprire una porta sul fondo del locale. - Ehi, bello, e' ancora presto per andare a dormire - gracchio' una delle puttane alzando il bicchiere verso Hoffgauer. Era giovane e scura di pelle, con la guancia destra spaccata in due da una brutta cicatrice. - Portami di sopra. - Giorno di saldi, ragazzo - ridacchio' l'altra puttana mostrando i denti bianchi e regolari. Aveva capelli color platino. - Paghi uno e prendi due. Ci sono anch'io nell'offerta. - Lasciale perdere - commento' seccamente l'uomo che accompagnava Hoffgauer. - Ci stanno aspettando. Passo' attraverso la porticina facendogli segno di seguirlo, e Hoffgauer gli fu dietro dopo solo un momento di esitazione. Aveva guardato negli occhi le due puttane e vi aveva trovato tristezza e solitudine: eppure una delle due aveva fatto un gesto secco con la mano e aveva estratto dalla borsetta un walkman con le cuffie a bottoncino. Se le era infilate nelle orecchie e aveva cominciato a muoversi a tempo con la musica che scaturiva dalla piccola scatola magica. Anche lei nera. Anche lei con il ritmo nel sangue. Un istante prima che lui scomparisse, la puttana si era girata a guardarlo e aveva sorriso gonfiando l'orrenda cicatrice che le deturpava il viso. Hoffgauer le aveva dato le spalle stringendo i denti. - Willkommen - lo saluto' una voce con pessimo accento tedesco. - Nehmen Sie Platz, bitte. Hoffgauer fece scorrere lo sguardo nella saletta riservata. Il locale era grande una decina di metri quadrati e conteneva un enorme tavolo rotondo con una dozzina di sedie attorno, nient'altro. Hoffgauer immagino' la vita e la morte che si erano date battaglia su quel tavolo immerse in una schiuma compatta di fumo. Le sedie erano tutte occupate tranne due. Senza esitazione prese posto accanto a una ragazza bionda con le gambe accavallate e la scollatura in evidenza. La luce cadeva da una lampadina legata al soffitto, e serviva a malapena a mettere in risalto gli sfregi incisi al centro del tavolo. Hoffgauer non riconobbe nessuna delle persone sedute in cerchio. La ragazza bionda era la sola donna presente, ed era anche l'unica che non mostrasse alcun interesse per lui. - Problemi di fuso orario? - chiese la stessa voce che aveva parlato in tedesco. - Dev'essere stato un viaggio lungo, da Leverkusen. Hoffgauer strinse gli occhi nella penombra e annui'. L'uomo che l'aveva interpellato sedeva dall'altra parte del tavolo e stringeva tra i denti un grosso sigaro: la punta incandescente tracciava ghirigori scarlatti a ogni movimento delle labbra. - Capisci l'inglese? - Naturalmente - fu la risposta di Hoffgauer. L'uomo era piccolo e stempiato, con la fronte accartocciata dalle rughe. Hoffgauer aveva ricevuto ordini precisi. Sapeva che quell'uomo era il suo interlocutore. Diffidava invece degli altri. La donna doveva essere una puttana accasata. Il modo annoiato che aveva di seguire la conversazione gli confermava che non avrebbe avuto peso nelle trattative. Gli altri erano facce anonime che non gli staccavano gli occhi di dosso e sembravano in attesa di qualcosa, forse un ordine da parte di Johnny La Cocca. Tutti tranne uno: un biondino azzimato seduto due posti alla sua destra con una sigaretta accesa tra le labbra. Aveva gli occhi azzurri che lo scrutavano, e quando lui ne sostenne lo sguardo si strinsero diventando fessure che trapassavano il velo di fumo innalzato dalla sigaretta. - Ti presento gli amici - disse La Cocca alzandosi e portando il sigaro sul lato destro della bocca. - Questo e' Jud Moreno, di Santa Monica. Controlla la zona dell'aereoporto e Beverly Hills. - Aveva indicato un uomo alto seduto alla sua destra, con i capelli stirati all'indietro da uno strato di gel. Hoffgauer lo guardo' senza interesse. - L'uomo che ti ha accompagnato e' Ray Carvey- ma vi sarete gia' presentati. Non l'avevano fatto, e Ray non si volto' neppure a guardarlo. - Infine - concluse La Cocca girando attorno al tavolo e fermandosi alle spalle del biondino con gli occhi di ghiaccio, - questo e' Mirko Sladek. Controlla il Downtown e tutta la costa fino a Newport Beach. Hoffgauer guardo' Sladek attentamente. Senti' subito che gli si aggricciava la pelle sulla nuca. Aveva imparato ad ascoltare il suo istinto ma anche a tenerlo sotto controllo. Non si fidava di Sladek, eppure sentiva che il lavoro poteva essere portato a termine senza incidenti. - Fuori tutti, adesso - ordino' improvvisamente La Cocca con un gesto della mano. Restarono soltanto lui, Hoffgauer, Moreno e Mirko Sladek nel locale impregnato di fumo. - Non e' chiaro quello che vogliono i nostri amici di Leverkusen - esordi' Jud Moreno con spiccato accento spagnolo. Guardava Hoffgauer di sottecchi, come se si aspettasse una reazione da un momento all'altro. - Le voci corrono. Sembra che ci siano dei legami con quelli di Boston. Johnny La Cocca tiro' una lunga boccata e annui'. - Ho sentito anch'io queste voci. Se sono vere non mi spiego il motivo per cui ti hanno mandato qui. Hoffgauer sorrise. Da una parte perch‚ voleva cercare di sdrammatizzare, e poi perch‚ sapeva benissimo di quale motivo si trattava. Adesso erano tutti riuniti, il potere mafioso di L.A. concentrato in quel minuscolo locale di dieci metri per dieci. - Non so niente di queste voci - rispose parlando lentamente. - L'incarico che mi e' stato affidato e' tanto semplice quanto trasparente. Devo organizzare un incontro tra quindici giorni al Los Angeles Travelodge-West Hotel. Il signor Kauffman sara' presente insieme a cinque rappresentanti della nostra organizzazione. - Traffico' nella tasca interna della giacca con movimenti lenti e ben visibili, tiro' fuori una busta di carta gialla e la porse a La Cocca. - Questo e' un anticipo sul primo dei nostri futuri affari. Come dite voi- una caparra. - Aveva pronunciato le ultime parole in italiano. La Cocca apri' la busta e guardo' il denaro. Con un gesto annoiato lo passo' a Sladek. - Continuo a non capire - disse masticando il grosso sigaro. - La nostra roba non e' migliore della vostra o di quella di Boston. - Lo e' il mercato europeo - ribatt‚ Hoffgauer sentendosi piu' sicuro. - Le potenzialita' sono enormi, e la nostra organizzazione ha bisogno di diversificare i canali di distribuzione. Per questo abbiamo scelto Los Angeles. Voi siete abituati a trattare con un numero incredibile di razze diverse. Non dovrebbe essere difficile farvi entrare nel giro affidandovi un canale diretto. - Con la supervisione della vostra organizzazione? - intervenne Sladek. - Naturalmente - annui' Hoffgauer. Aveva lanciato l'esca, adesso restava da vedere se quei tre erano disposti ad abboccare. Johnny La Cocca spense il sigaro in un grosso portacenere di cristallo e sputo' una briciola di tabacco. - Io dico che dobbiamo discuterne. Prima tra di noi, e poi forse al Travelodge-West. Jud Moreno e Mirko Sladek annuirono poco convinti. Sentivano puzza di bruciato, ma non riuscivano a individuare le fiamme. Hoffgauer si alzo' cercando di non far vedere che aveva fretta. Gli tornarono alla mente il viso, lo sguardo e la voce della puttana seduta al bancone del bar. Il viso era affilato e segnato non solo dalla cicatrice: aveva solchi profondi e fossette nella pelle scura che dovevano essere le impronte di una vita trascinata nell'indigenza. Lo sguardo sornione aveva una traccia di pacata indifferenza, come se si trovasse in quel bar per una bizzarra mescolanza di coincidenze e in fondo a lei non importasse nulla sorridere o versare lacrime nel bicchiere di whisky. La voce era cruda e scevra da falsi moralismi. Una voce che gli era penetrata nelle ossa e si agitava rosicchiandolo lentamente. Gli aveva offerto di salire al piano di sopra, e Hoffgauer non aveva neppure preso in considerazione l'intervento dell'altra donna. Era lei, la ragazza con la cicatrice, che sprigionava uno strano fascino con il suo sguardo profondo eppure assente, con le sue parole sarcastiche eppure indifferenti, con quel viso bellissimo e ripugnante insieme. Quando La Cocca soffio' una nuvola di fumo nell'aria, Hoffgauer si disse che avrebbe dovuto rifiutare l'incarico. Non per quello che stava congetturando, non per le trame nascoste che vedeva agitarsi dietro gli occhi chiari di Sladek. Non avrebbe dovuto recarsi fino a Los Angeles perch‚ soltanto in quel modo non avrebbe conosciuto la puttana con le lunghe gambe inguainate di nero e il sorriso aggrumato dalla cicatrice. - Posso riferire che la trattativa ha avuto inizio? - chiese senza cercare di evitare l'intonazione europea del suo accento. La Cocca gli sorrise allungando la mano. - Ray sa dov'e' il tuo albergo. Verra' a darti la risposta entro domani sera. Hoffgauer strinse la mano piccola e curata di La Cocca e giro' attorno alla sedia. Saluto' anche Moreno e Sladek, poi usci' dal locale sentendo gli sguardi dei tre uomini puntati sulla sua schiena. Se avevano dei sospetti, quello era il momento per farla finita; ma con un senso di sollievo si trovo' fuori dalla sala senza che nessun proiettile gli avesse trapassato il cuore. La donna con il walkman era rimasta sola. Lo Chagalle L.A. Caf‚ si era riempito di avventori attenti piu' a quello che si nascondeva nel fondo dei bicchieri che all'effetto del whisky sui loro cervelli sbriciolati. Hoffgauer si avvicino' al bancone e sedette sullo sgabello accanto alla puttana. Da quella distanza riusciva a scorgere nettamente i bordi della cicatrice rialzati e schiumosi, piu' chiari della pelle bruna del viso e duri come righe parallele di cartilagine che erano affiorate in superficie. La donna non era bella. Non poteva esserlo con quel segno che le tagliava in due la faccia. Eppure sorrideva mostrando le lunghe gambe sottili e muovendo i fianchi sullo sgabello al ritmo della musica che assorbiva attraverso gli auricolari. Le caviglie erano snelle come quelle di una gazzella. Hoffgauer ordino' due whisky. Uno per s‚ e uno per la donna. Bevve lentamente, ignorando i grugniti e le proteste di un uomo che si allungava sopra il bancone cercando di richiamare l'attenzione del barman. - Cosa stai ascoltando? - chiese indicando il Sony portatile. La donna si giro' a guardarlo con gli occhi slavati. Non c'era piu' traccia di tristezza e solitudine, soltanto una vaga consapevolezza di s‚ che ancora la faceva stare dritta sullo sgabello. Non rispose a Hoffgauer. Si limito' a sollevare la scatola della musica e a mostrarla con un sorriso che per meta' era una smorfia. - Perch‚ lo fai? - Ho dei figli. Cinque. Vivono in una baracca e non sanno cosa mangiare. Hoffgauer annui' e si alzo' lasciando una banconota sul banco. Quando fu fuori si accorse che il mostro acquattato in Pico Boulevard era piu' dinamico e riottoso di quanto non lo fosse stato qualche ora prima. Sobbalzava e si stirava prepotentemente lanciando il suo grido stridulo nell'aria, pronto a gettarsi in collusione con altre creature della sua specie allungate sulle strade della citta'. Los Angeles era un mostro che aveva partorito altri mostri, e Hoffgauer si senti' felice al pensiero che tra poco sarebbe stato a bordo di un aereo diretto verso Leverkusen. Quando l'esplosione alle sue spalle squasso' lo Chagalle L.A. Caf‚ sommergendo Pico Boulevard sotto una valanga di macerie, Hoffgauer era gia' salito sul retro di un taxi in Hope Street. Lei aveva aspettato abbastanza prima di schiacciare il tasto della scatola della musica. Quel tanto che bastava per consentire a Hoffgauer di portarsi al sicuro, nel caso non avesse capito per quale motivo si agitava sullo sgabello al ritmo di una musica che non c'era. Quando la donna gli aveva fatto vedere il walkman, lui si era accorto che il registratore era spento. E certo adesso non rimpiangeva la fine che avevano fatto La Cocca e i suoi sgherri. L'affare era concluso, e una sola punta di rammarico era rimasta a guastargli la soddisfazione della giornata. Avrebbe voluto provare a salire al piano di sopra con la puttana. Non era bella, ma i suoi occhi avevano la profondita' acquosa di un tormento che in qualche modo si accomunava al suo. E forse per qualche minuto avrebbero potuto provare ad annegare insieme, prima che la scatola della musica intonasse la sua canzone.