- SHORT STORIES -
di Autori Vari
IL DRUIDO
di Eugenia Franzoni
L' estate era ormai alla fine nella Conca. L' aria, calda e
silenziosa, si preparava alla tristezza dell' autunno. Sul
terreno spoglio si presagiva il colore delle foglie cadute
dagli alberi, sebbene essi fossero ancora verdi. Nella
radura al centro della conca la grande quercia attendeva,
come tutte le sue compagne, la stagione del sonno. All'ombra
della quercia , una figura immobile sembrava attendere anch'
essa, ma non con la rilassata rassegnazione delle piante del
bosco che anelano all'oblio del sonno: il suo sguardo
scandagliava, vigile, il limitare della foresta, alla
ricerca di movimenti che potessero rivelare presenze
inconsuete. Era il druido, il custode del sacro albero, che
aspettava il suo successore. In primavera, lasciato il suo
lavoro e la sua vita nel villaggio al di la' dei monti, era
venuto nella conca a sfidare il vecchio druido, suo
predecessore, e, come era successo per centinaia di volte ad
altri prima di allora, gli aveva tolto insieme la vita e l'
incarico. Da allora era rimasto li', guardia silenziosa e
solitaria, nutrendosi delle ghiande della quercia e di quei
pochi animali che riusciva a catturare: non osava infatti
allontanarsi dalla radura per non venir meno al suo
mandato. E anche se lo opprimeva una stanchezza piu' pesante
della roccia dei monti, da qualche giorno non dormiva piu',
conscio che una sola ora di sonno avrebbe potuto significare
per lui la morte. Giaceva la', appoggiato al tronco dell'
albero che ormai era per lui la vita, con la spada in grembo
e la mano sull'elsa, in attesa che qualcuno tentasse di
prendere il suo posto rinnovando il rito millenario. Era
ormai spossato nel corpo e nello spirito, ma aspettava che
passassero le lunghe ore che lo separavano dall'equinozio,
limite dopo il quale il suo sacerdozio sarebbe stato
confermato fino all'autunno successivo. Il cielo si era
incupito, e di li' a poco avrebbe cominciato a piovere;
l'aria era greve nell'attesa. Dietro di lui un fulmine; e di
seguito un boato spezzo' il silenzio della foresta. Dalla
quercia una foglia cadde lentamente, e si poso' sul viso del
druido, ma lui non si mosse per toglierla. I suoi occhi si
erano chiusi, e non si sarebbero piu' riaperti sullo stesso
paesaggio. Un'altra foglia scivolo' giu' dai rami: anche l'
albero si addormentava, ignaro della primavera futura.
"L'ANGELO CHE RACCONTAVA FAVOLE"
di Fabrizio Venerandi
Giravo nei giardini dei Piccoli Piaceri, quando mi avvidi
dell'angelo che raccontava favole. S'inventava fiabe per
bambini, e non sapeva neppure perche'. Interessato mi
sedetti sorridendo, e ne ascoltai due o tre, molto carine
invero- anche perche' a raccontarle era lui. Grande fu la
mia sorpresa quando -andati via i bambini- l'angelo inizio'
a bruciarsi le ali di nascosto. "Angelo, bastardo, cosa
stai facendo!" gli urlai quasi senza fiatare. L'angelo si
mise a ridere, mentre gli si insanguinavano le ali,
ustionate. "Sei veramente molto miope se credi ancora agli
angeli". Mi disse. "E poi sono affari miei!" aggiunse.
Non gia piu' miope, ma cieco, aprii le mie, di ali, e salii
la scala armonica che portava Altrove.
"SENZA TITOLO"
di Cirdan il Timoniere
E' finita. Quella storia che pensavo fosse l'ultima,
quella definitiva, e' naufragata cosi'. E' stata lei, ha
detto che non poteva funzionare, e forse ha ragione.
Vedersi pochi giorni alla settimana, ognuno assorbito dai
propri studi, ed i giorni di festa passati ognuno per conto
suo. Ma io mi chiedo: il vero amore non puo' abbattere tali
ostacoli? Lei dice che mi vuole ancora bene, eppure... Non
sarebbe stato meglio dirmi che il sentimento nei miei
confronti era svanito? Avrei sofferto, come del resto
soffro adesso, ma almeno avrei capito. Cosi' invece non
capisco. O forse ha ragione lei: era una storia senza
futuro. Interessi diversi, vite diverse, condizioni sociali
diverse aggiungo io. Forse esiste un concetto diverso di
amore per ciascuno di noi, o forse sono io che ho un
concetto diverso di amore dal resto del mondo. Ma questo
non conta. Non conta nemmeno se mi amava, o se pensavo di
amarla.
Il dolore e' troppo forte. Sento il mio corpo
contorcersi in uno spasimo.
All' inizio sono disorientato. Mi e' parso di cadere, e
d'improvviso la realta' e' cambiata. L'odore invecchiato
della notte aggredisce le mie narici. Non capisco. Come
puo' un sogno darmi tanto dolore? Come possono quelle
terribili sensazioni essere frutto del menu' thailandese
della sera prima?
Scatta l'interruttore. Mi asciugo la fronte imperlata di
sudore e prendo il telefono. Uno, due, tre squilli.
"Pronto?". Il suo approccio e' formale ma, nel
riconoscermi, la sua voce diventa subito allegra, baldanzosa
come lo sciabordio di una sorgente in primavera. Ma
l'incanto dura un attimo. Basta "quella" frase ed il suo
tono, dapprima incredulo, diventa sommesso. Come da
copione, sterili singhiozzi giungono dall'altra parte del
cavo. E' tutto inutile: le sue lacrime scorrono senza
lasciar traccia sulla mia lucida follia. Lei non capisce.
Nessuno puo' capire. Eppure e' cosi' semplice : ho un
insopportabile terrore, un giorno, di rivivere
quell'incubo...
SENZA TITOLO
di Giuliana Barbano
Si alzo' dal letto e si guardo' intorno, era abbastanza buio
e nella penombra scorgeva sagome di mostri neri un grosso
orso dalla bocca spalancata che la mente fatica a
riconoscere come l'attaccapanni, un serpente a sonagli
strisciante che era solo un calzino... A passi felpati si
avventurava nella foresta dell'incubo toccando con timore
attorno a se' e cercando di mantenere quel po' di calma
sufficiente per non gridare pestando col piede nudo un
essere molliccio e pericoloso che dopo lo spavento riconobbe
come il polipo di gomma attaccaticcia trovato nel sacchetto
delle patatine. Finalmente le dita raggiunsero il
rettangolo metallico e shiacciarono il rilievo. La luce si
accese. Pochi secondi: il tempo di guardare nello specchio
gli occhi del suo assassino.
Poi fu il buio, per sempre.