- MERCOLEDI' -
di Chiara Beaupain

Apro gli occhi.  E' Mercoledi'.

"Piove.  Sono a Cesena"

Immagino il Bandini in aula  che  spiega,  col  suo  sorriso
sornione:  -In una citta' in culo al mondo, in un giorno dei
piu' insulsi, con un tempo  schifoso...- Il poeta sa rendere
l'idea!  Solo che Bandini non si  esprimerebbe  mai  cosi...
ora  e'  il mio turno per un breve sorriso mentale.  Mi alzo
dal letto con un  senso  di  nausea profonda: sono le undici
del mattino, quello che  ultimamente  definisco  "un  orario
civile"  per  cominciare  la  giornata,  anche se a volte mi
spaventa questa ignavia che m'ha preso.  Il sole fa capolino
discretamente dai balconi  socchiusi: sarebbe gia' qualcosa,
se non fosse che preferirei piovesse.  E preferirei essere a
Cesena.  Esco dalla mia stanza e trovo il bagno libero:  -E'
gia'  qualcosa- Mormoro convinto.  Dal piano terreno vengono
i rumori di  qualcuno  che  sposta  sedie.   Mi sporgo dalla
balaustra del corridoio sopra le scale:- Aldo!- Chiamo,  con
la  voce  cavernosa  che  riesco  a  sfoderare  la  mattina.
-Eeehhhh?!-  Mi  sento  biascicare  in risposta.  -Cosa stai
facendo?- -Lavo- -Perche'?- Chiedo  io.  -Oggi viene Carlo a
pranzo.- Carlo a pranzo?  Come Carlo a pranzo!  Oh cazzo, e'
vero!  Mi trascino in bagno.  -Giovanni!- Chiama  Aldo.   Mi
sporgo  dalla  porta  del  bagno  tenendomi  i  calzoni  del
pigiama:  -Eehh!-  -Cucini  tu-  Urla.   Alzo  gli  occhi al
soffitto e mi  coglie  un  leggero  capogiro: esprimo il pio
desiderio di riuscire a mandarlo a fan'culo.   Invece  dico:
-Si-.  -Allora?- -Siii- Urlo.  E mi chiudo in bagno.

Mancano  venti  minuti  alle una e sto guardando i disegnini
sul mio portapenne.   Ho  i gomiti appoggiati distrattamente
sui sonetti del Petrarca.  Li devo commentare oggi.  Ai quei
quattro gatti che vengono  ad  ascoltare  i  miei  seminari.
Petrarca...    Si,   dovrei   rileggere  un  paio  di  cose,
controllare la bibliografia...  Non  ricordo neppure di cosa
ho parlato la volta scorsa...  Aldo si fa sulla soglia della
mia stanza:- Quando vai a  fare  la  spesa?-  -Adesso  vado-
Rispondo  senza voltarmi, senza muovere un muscolo.  -Guarda
che  i  negozi  chiudono-  -Oggi  fanno  orario  continuato-
Rispondo meccanicamente.   -Guarda  che  oggi e' Mercoledi'-
-Si ma fanno orario continuato lo stesso- Insisto.   -Guarda
che ti sbagli- -Guarda che ti sbagli tu!- Urlo incazzato.  E
finalmente   mi   volto   a  guardarlo.   Ha  la  traversina
allacciata tutta storta  sopra  i  jeans  e  uno straccio in
mano.  Si vede che  ha  una  voglia  matta  di  prendermi  a
cazzotti.   Ma  si  trattiene.   Credo  di  avere un aspetto
troppo  sconvolto  per  destare  qualcosa  di  diverso dalla
pieta'.

Alla fine sono uscito, con Aldo alle calcagna che mi  urlava
di  far  presto.   Ho  trovato  tutti i negozi chiusi e sono
tornato con la coda fra le  gambe: ho chiesto perdono e sono
tornato  in  camera.   Carlo  e'  arrivato  affamato:  credo
abbiano mangiato una pasta al tonno e del formaggio.   Carlo
ha  chiesto: - Ma cos'ha Giovanni oggi?.- -E' Mercoledi'- Ha
risposto Aldo.   -Ah,gia'-  Ha  mormorato comprensivo Carlo.
Io stavo di sopra, a meta' delle scale, e non ho visto  come
si  son guardati.  Non che me ne freghi qualcosa...  ...solo
et pensoso per li  deserti  campi...   Solo e pensoso...  e'
meglio che vada al seminario prima che decidano di  buttarmi
definitivamente  fuori  dalla facolta'.  Suono del telefono.
Aldo mi chiama.  E'  Alvaro.   Scendo  le  scale gia' con la
valigetta  degli  appunti  e  l'impermeabile.    Prendo   la
cornetta  del  telefono.  Aldo accalappia con un'occhiata il
soprabito spiegazzato, la  barba  di  due giorni, la zazzera
incolta e  spettinata,  e  scuote  la  testa  stringendo  le
labbra.   -Ciao Alvaro- Dico.  Alvaro mi chiede se ho voglia
guardare la partita  assieme  a lui stasera: Parma-Yuventus.
-Va bene- Dico.  Mi chiede se deve  preparare  molte  birre.
-Moltissime-  Dico.   Alvaro  mi  saluta  un con tono da cui
intendo che ha gia' capito l'antifona.  Grazie Alvaro.  Esco
di casa e come al  solito  il cuore comincia a strizzarmisi.
Quando  arrivo  nei  pressi  della  Facolta'   lo   stomaco,
bastardo, si e' gia' raggrumato in una palla di piombo.

Dopo  il  seminario  incontro  Alvaro.   -Com'e' andata?- Mi
chiede mettendomi una  mano  sulla spalla.  Compagno.  Siamo
nel cortile interno, accanto alle  biciclette.   Ho  la  mia
valigetta  in  una mano e lechiavi del lucchetto nell'altra.
Armeggio  con   la   serratura.    -Sono  molto  tranquillo-
Scandisco.  La chiave entra nella serratura ma non si decide
a girare.  Cerco di afferrare il lucchetto con l'altra mano,
mi sporco con il grasso della catena e mi cade la valigetta.
Pretendo inutilmente di  recuperarla  mentre  strattono  con
rabbia  la  chiave  per ferla uscire.  -Come puoi vedere...-
-Sei  molto  tranquillo,  si-  Conferma  Alvaro.   Si guarda
attorno.  -L'hai vista?-

Se l'ho vista?  L'ho vista?  Si, si, certo.  E come no.  Era
li'.  Come sempre.  Appiccicata contro il muro a parlare con
una  amica.   In  giro  per  i  corridoi  dietro  a  qualche
professore.  E chi riesce a non vederla, se quando arrivo il
suo motorino e' sempre li' in bella vista,  di  fianco  alla
panchina  del  cortile, un blu' notte stregato da una catena
con plastica rossa che abbiamo scelto assieme una mattina di
Novembre che pioveva e lei non  aveva i soldi e io glieli ho
prestati e poi col cavolo che li volevo indietro,  e  poi  a
parlare per un'ora buona tutta la strada fino alla Facolta',
e io vado a cercarla per le aule, i corridoi, fino dentro al
cesso  delle  ragazze  andrei  per trovarla.  Guardarla.  Un
attimo solo, il tempo di  un  ciao.   E passare oltre con la
faccia da cadavere.

-No- Affermo, rinunciando alla bicicletta.-Non  l'ho  vista.
Andiamo   a   bere   qualcosa?-   -Si,   grazie,   plachiamo
quest'arsura  che ci uccide.- Sono le sue frasi preferite...
-Ho incontrato  Sandra-  Mi  dice  mentre  ci avviamo:-Ci ha
invitati a cena- -A cena?  Sicuro?- -Certo-  -Bene-  E  sono
felice di lasciare questo maledetto cortile.

A  casa  di Sandra arriviamo in ritardo, come al solito.  Il
mio "orario civile" per la cena e' sfasato ormai come quello
della sveglia al mattino.   Prima  siamo  passati da Erika a
portarle una cassetta per registrare la partita: per vederla
poi con comodo dopo cena.  -Alvaro.- -Si?- -Le hai messe  in
fresco  le  birre  prima  di  uscire oggi?- -Certo che le ho
messe in  fresco-  Mi  assicura:-Per  chi  mi  hai preso?- E
sorride complice.  Sandra ci  apre:-  Alla  buon  ora!   Noi
abbiamo  gia'  mangiato.- -Come gia' mangiato- Dico: -Non ci
avevate invitato per  cena?-  -Appunto.   Per  cena.- fa lei
sorridendo :- Alle sette e mezzo abbiamo buttato la  pasta.-
Raffaella  sopraggiunge:-  Dai,  entrate,  che ve ne abbiamo
lasciata.  E poi anche noi dobbiamo ancora finire.- Entriamo
nel piccolissimo  appartamento:  odore  di  pasta  e sugo di
pomodoro, un sacco d luce, la finestra aperta e il caldo dei
vapori  di  cucina.   Mi  tolgo  il  soprabito  e  mi  siedo
stancamente su una sedia,  in  mezzo  alla  stanza  talmente
colorata da stordire.  Il cicaleccio e' come un vortice: tre
donne  e Alvaro che risponde a monosillabi, non gli lasciano
il tempo di partire  con  i  suoi  sermoni.  Raffy mi scruta
attentamente di sotto in su e mi dice:- Sei uno straccio.-

Bello, Raffy.  Proprio quello  di  cui  avevo  bisogno.   E'
Mercoledi',  non  lo  sai?   cade  il  cielo sulla testa del
sottoscritto di Mercoledi'.   E'  la  giornata della pressa.
Mi schiaccia.  La testa, il cuore.  Quella stronza  che  una
sera  come  le  altre mi dice che tra noi non si puo' andare
avanti, sotto la luna e le stelle  e un cielo alto che ad un
tratto pareva infinito, che non sono quello che cerca,io, io
uomo  schiacciato  senza  possibilita'  di   scampo,   senza
redenzione   nella  strada  buia  cuore-corpo  e  i  capelli
argentei di notte al chiaro  degli astri che guardano me che
non vedo la mano calda diventa fredda, e gli occhi.

-Sono uno straccio?- Ripeto macchinalmente.  Raffy annuisce.
-E' Mercoledi'.- -Uff- Sbuffa.  -Come uff.-  Chiedo.   -Stai
sempre  li'a  commiserarti-  Mi dice guardandomi proprio con
uno sguardo di commiserazione.  -Ebbene?- Mi viene un conato
di rabbia, pungente,  improvvisa  ed  effimera.  -Ti pare il
caso di venire qui tutti i Mercoledi' con  quella  faccia?-.
Valentina  commenta:-  Pare  che  ti  abbiano passato in uno
strizza-fegato-.  -Si,si- Rincara  concitata  Sandra: - Come
in quel racconto  di  Bukowsky-.   -Di  chi  ?-  Chiedo  io.
-Bukowsky,  quello  di "Compagno di sbronze", dei raccontini
porno-.  -Ah- Mi sentivo a disagio, oggetto di quella specie
di tiro al bersaglio.  -In uno dei racconti due tipi passano
gli uomini in una specie  di lavatrice dove gli strizzano il
fegato-.  -Ah, io sarei un uomo senza fegato- Sentenzio come
per voler confutare questa tesi...  :-Mi offendete-.  -Se ti
offendi  vuol  dire  che  e'  vero-  Insinua  maliziosamente
Sandra.  -Io non vengo piu'  in  questa  casa-  Sdrammatizzo
volgendo  gli  occhi  al soffitto.  Eppure mi sento il cuore
colare nel petto con fitte atroci.

Guardo Alvaro che commenta  le  fragole e banana con yogurt,
dessert speciale della casa.  Ci vuole fegato per affrontare
i suoi capelli biondo cenere, il viso sbarazzino, gli  occhi
azzurrissimi.   No,  non  di  Alvaro.   -Dovevate portare il
gelato.- E' Raffy che parla.  Ci vuole fegato per alzarsi il
Mercoledi' mattina.  Sandra  mi  passa  il  bicchiere con la
macedonia.  -Grazie.- -La prossima volta se non  lo  portate
non  vi  facciamo  entrare.-  -Io  l'avevo  suggerito- Mente
Alvaro, rivolto a me.  Tutti mi guardano per un momento.  Io
guardo loro.   -Oggi  non  c'era-  Dico.   -Come  non c'era-
Chiede Raffy.- Dove siete andati a prenderlo?- -Eh?- Faccio.
-Il  gelato-  precisa  Sandra.   -Non  dicevo  il   gelato-.
Silenzio.   Hanno  proprio  fatto  tutti  silenzio.  Finche'
Raffy ha detto: -E allora?-  -Allora niente: l'ho cercata ma
non c'era questa volta.- -L'hai cercata?- -La cerco sempre.-
Confessai.

L'Erika  mi restitui' la cassetta della  partita  Parma-Yuve
con un documentario interessantissimo sulle foche.  Di campi
verdi  e  giocatori sudati nemmeno l'ombra.  Alvaro ed io ci
consolammo  con  le  birre  naturalmente,  anche  se  non fu
esattamente come ci  aspettavamo.   A  me  venne  una  balla
allegra, una volta tanto, a lui invece venne sonno e riusci'
ad addormentarsi mentre gli sparlavo delle mie velleita' sul
futuro.   Sono  andato via verso le due del mattino.  Non e'
piu' Mercoledi' ora.  Sono in quel bellissimo lasso di tempo
che  amo  definire   "indefinibile".    Qualcuno  mi  forni'
un'ottima citazione che non ricordo alla lettera ma che piu'
o meno suona cosi': per coloro  che  non  dormono  la  notte
diventa   cosi'   lunga   che   e'   come  vivere  una  vita
supplementare e sembra quasi  un  privilegio.  In queste ore
fuori dal tempo penso lucidamente alla mia vita,  visto  che
non   mi   pare   di   viverla.    Cincischio  con  carta  e
stilografica, con  un  diario  che  brucerei volentieri, con
poesie che non mi costa niente scrivere ma  che  non  riesco
assolutamente a rileggere.  Oggi, ma per essere piu' precisi
ieri,  Silvia  e'  passata  alle  mie spalle senza fermarsi.
L'ho vista riflessa sulla vetrata dell'atrio della facolta'.
Non mi sono girato.  Non l'ho salutata.  Ho ancora sul palmo
i segni della chiave della bicicletta.