- IL FIUME -
di Alessio Saltarin

Ventidue ore  e  trentadue  giorni.   Trentatre  il simbolo.
Quasi una vita di viaggio, lungo il fiume.  Si  festeggera'.
Con  il  maestro.   Magari  solo  per  pretesto.  Un tizio a
Rivurbe mi aveva preso per  un ecologista.  Mi aveva stretto
la mano e mi aveva sorriso.  Ma il fiume di cui parlava  non
lo  conoscevo.   Mi  diceva  che  doveva essere bello il mio
viaggio. Cosi' a  contatto  con  la  natura.   Ma come avevo
trovato la forza per  affrontarlo?   Una  risposta.   Quando
l'unica cosa che vedi e' il fiume, allora il resto e' paura.
Devi  fuggire.  Mio padre diceva sempre che al mondo ci sono
due tipi di persone.   Quelli  che  tendono la mano e quelli
che la stringono.  Diffida di quelli che  la  tendono.   Mio
padre  era  un uomo ben strano.  Non che io sia diverso.  Il
tizio di Rivurbe, comunque,  aveva  teso  la mano per primo.
Il problema piu' grande e' quello di farsi bastare i  soldi.
Devi  allontanarti dalla riva.  Cercare un supermercato.  In
mancanza un bar, o  una  panetteria.   La gente mi guarda in
modo strano.  Vivo di patatine e  succhi  di  frutta.   Cosa
vogliono  pretendere?   Una  panettiera  una volta mi ferma.
Lei  profuma  di  fiume.   Non  era  un'offesa.   Quando hai
mangiato devi cercarti un posto.  Puoi  chiudere  gli  occhi
per una mezz'ora.  Il rumore del fiume aiuta.  Ti fa sentire
amato.  In quei momenti ti senti solo.  Allora io penso alla
meta.   Dubito  che  esista.  Ma continuo a crederci.  Forse
solo per gioco.  Un giorno magari qualcuno la trovera'.  Non
ne valeva la pena, ti dira'.   E' solo un gioco.  Forse solo
il gioco.  I piu' non  giocano.   Uno  vince.   Lo  guardano
male.   Lo  dicono  perso. Lo abbandonano.  Cosi' vince.  Da
solo.  Passa il tempo.   Anni.   Alla fine chiedersi cosa e'
stato vinto.  Un vero dramma.  E  poi  quel  tizio  viene  a
chiederti  se  non sei un ecologista.  Per caso.  Dormire e'
necessario.  Altrimenti poi si  fa  meno strada.  Quando ero
all'inizio dormivo poco.  Di  notte  avevo  paura  dei  miei
pensieri.  Per non pensarci guardavo la luna.  Una volta che
ci   hai   fatto   l'abitudine  la  vedi  muoversi.   Scopri
l'ineffabilita' del  suo  movimento.   Ti  confronti col suo
essere.  Credi che lei ti veda.  Le parli.  Le  racconti  la
tua  storia.  Anche la luna mi e' amica.  Quando cammino, il
fiume mi accompagna.  Quando sono  fermo, la luna e' con me.
Lui e lei si amano.  Di notte li vedo amarsi,  accarezzarsi,
vezzeggiarsi.   Io  non so se considerarmi loro figlio, o il
terzo incomodo.  Ma quando lei  si specchia nelle sue acque,
o quando lui la tocca e la fa vibrare, mi sento un estraneo.
Allora chiudo gli occhi e non voglio vederli.  So che non lo
fanno apposta.  Sono millenni che vanno  avanti  cosi'.   Io
invece  sono appena arrivato.  Il loro amore e' il paradigma
degli amori.  L'immagine  perfetta  e irraggiungibile.  Puoi
non desiderare altro amore se non quello di poterli  vedere.
Poter  ammirare  la  loro  armonia.  Poi ti svegli.  La luna
dorme ancora, il  fiume  invece  e'  gia' al lavoro.  Sembra
aver dimenticato le dolcezze della notte.  Mi  aspetta.   E'
come  se  mi  guardasse.   Allora, andiamo?  Mi stiracchio e
sono contento.  Contento  delle  sue  premure.   Il cielo e'
sempre diverso.  Ogni mattina.  Poi cambieranno le stagioni.
I colori si faranno diversi.  Ho un fagotto.  Porto con me i
soldi.  Un paio di pantaloni, per il giorno.  Una camicia  e
un golf per il giorno.  Quando mi alzo, mi tolgo i pantaloni
e  la  felpa per la notte.  Una volta ogni tanto li lavo nel
fiume.  Mi lavo nel fiume.  Dove e' possibile.  Ma di solito
trovo il posto giusto.  Dove l'acqua e' pulita.  Dove scorre
piu' forte.  Poi mi  metto  i  vestiti  del giorno.  Piego e
metto via quelli  della  notte.   L'acqua  gelida  sferza  i
muscoli.   Li  prepara  al  nuovo giorno.  Al nuovo cammino.
Quando cominci il cammino  e'  il momento piu' esaltante del
giorno.  In quell'istante non ti capita mai di dubitare  del
futuro.   Senti la certezza dei primi giorni.  Quando ancora
non  ti  chiedevi  dove  stessi  andando.   Allora bisognava
andare.   Bisognava  seguire  il  maestro.   Non   chiedere,
abbandonare.   Ho  lasciato  la mia casa e quello che avevo.
Ho abbandonato  la  carriera.   Il  profitto  e  la perdita.
Quando il maestro  mi  ha  chiamato,  non  ho  perso  tempo.
Pensare alla fortezza di quei giorni per continuare.  Non e'
semplice.   Alle  volte  capita  di pensare a Rhoda.  Il suo
volto e i suoi occhi.  La  sua  magia. Ogni suo movimento un
incanto.  Io ne ero.  Ne ero, estasiato.  La luna  e'  certo
ben  altra  cosa.   Ma  Rhoda aveva nell'intimo un angolo di
divino.  Sebbene  a  volte  lo  nascondesse.   Io parto.  Ti
manchero' quando saro' andato?  Non una parola.  Rhoda aveva
certo nell'intimo un  angolo  di  divino.   Ci  sono  lunghi
tratti  del  cammino  in cui ti senti solo.  Sono quei posti
lunghi dove non s'intravede  paese, citta'.  Ma erba, prati,
cespugli, alberi, distese di raccolti.  I colori artificiali
dei campi coltivati  ti  rendono  felice  di  una  felicita'
antica,  sicura.   La felicita' che provavo un tempo, con le
cose.  Li vedi: gialli,  verdi.   Piu' gialli.  Meno gialli.
Dev'essere uno spasso vederli  da  un  aeroplano.   Quadrati
mistici.    Rettangoli   e  quadrati  e  ancora  rettangoli.
Ricordo  lontano  di  passioni  anch'esse  verdi.  Geometrie
simili.   Non  so,  forse  un  giorno  saranno  ancora  cose
normali.  Quando saro' tornato.  Chissa' se potro'  lasciare
il  cammino  e tornare.  Lo sapra' il maestro?  Non lo seguo
per pensare.  O per anticipare le sue mosse.  E questa cosa,
per quanto  possa  sembrare  folle,  mi  rassicura.   Io non
decido.  Non progetto.  C'e' come uno spettro, naturalmente.
Il fatto che  anch'esso  vada  verso  una  sua  fine.   Fine
dispersiva.  Il giorno dell'addio si avvicina.  Allora saro'
chiamato  a  decidere.   A fare un bilancio del mio viaggio.
Farsi   spaventose   idee   di   un   futuro   di   liberta'
incondizionata.  Ma solitudine  di liberta'.  La continuita'
del fiume e' l'immagine dell'eterno.   Non  fisso.   Non  lo
stesso.   L'acqua  scorre.   Ma  il  fiume  resta.  Il fiume
d'acqua.  Non e'  mai  la  stessa.   Se  non si sta attenti,
s'inciampa.  Volendo restare vicino al fiume il cammino  non
e'  facile.   A  volte e' una vera avventura.  Passi per una
diga.  O un posto in cui non puoi entrare.  Devi superare il
fil  di  ferro.   Eludere  la  sorveglianza  della  guardia.
Cinque giorni ci ho messo per superare l'ultima pseudo-diga.
C'erano quattro  persone,  e  si  davano  il  cambio.  Ma il
quinto giorno, tra il terzo e il quarto turno, verso l'alba,
c'e' stato un'intervallo di un  quarto  d'ora.   E  io  sono
passato.   D'altra  parte abbandonarlo e' rischioso.  Potrei
decidere di tornare.  Potrei  ricordarmi di non conoscere la
meta.  Alla fine  poi.   Potrei  davvero  pentirmi.   Ne  ho
parlato  ieri  con  un  pescatore.   Un vecchio con il fiume
addosso.  Lo sguardo secco.   Sembrava stupito.  Ma ha detto
che se fosse stato giovane.  Sono certo che  capiva.   Anche
lui  allora  era stato chiamato.  Ma non aveva risposto.  Tu
hai la grande fortuna  di  averlo conosciuto dall'inizio, mi
dice.   Ma  io  l'ho  conosciuto   maturo.    Avrei   voluto
percorrere   il   cammino  inverso.   Dalla  maturita'  alla
nascita.  Gli  era  parso  sacrilego.   Aveva abbandonato il
proposito.  Non ci avevo pensato.  E  coloro  che  ne  hanno
conosciuto  solo la morte?  O solo la prima infanzia?  Quale
richiamo su di  essi?   (Un  conto  e' non averlo conosciuto
mai, ma solo il pensiero di averlo s conosciuto,  ma  in  un
periodo   grigio   della   sua   esistenza,   senza  potervi
comunicare).  Alle  volte  mi  fermo.   Se  trovo  del legno
comincio a giocare.  Mi sono costruito  degli  arnesi.   Con
dei  sassi.  Prendo i rami.  Tolgo la corteccia.  Il profumo
del  legno  vivo.   Poi  ne  faccio  degli  oggetti.   Ho un
cassettino.  Un volto.  Una piccola freccia.  Per ora.  Devi
passare il tempo.  Il viaggio deve essere  superato.   Oltre
il  fiume.  Oltre il mare.  Manchero' a Rhoda?  I suoi occhi
da dietro la porta.  Armata d'amore.  Dove mi conduce questo
viaggio se non allo stesso  fine?  Alla stessa tensione.  Ma
il arriva il vento e distoglie.  Il periodo difficile  passa
sempre.   Guardo intorno.  Sto sempre seguendo il fiume.  Ma
in fondo sono convinto di una cosa.  E' lui che segue me.