- 4 RACCONTI SANGUINARI -
di Vittorio Curtoni
APRIL ANNE
"Gesu', Gesu' santo" cantava lui, trascinandola in un valzer
vorticoso sulla sabbia della California. "Amore mio! Sei
come il mese di aprile." "Io sono la primavera" urlava lei.
E i suoi piedi quasi non sfioravano la spiaggia, e il suo
viso era piu' abbagliante del sole. "Te la ricordi quella
vecchia canzone, April Anne? Ecco chi saro' per te! April
Anne! Anche se mi chiamo Judith, chi se ne frega?" La loro
casa era in riva al mare. Fatta di assi male inchiodate, di
fondamenta precarie. Non importava a nessuno dei due. Era
il mese di aprile, e si adoravano.
" Ci tengo alle tradizioni, io" disse lui, mentre con
l'accetta finiva di farle a pezzi la testa. "Credevi di
fregarmi?" Era il 21 giugno.
REGOLAMENTO DI CONTI
Avrei dovuto intuirlo, forse. La serata non era cominciata
nel migliore dei modi: Francesca aveva gia' un invito in
discoteca, Giuliana aspettava un suo cugino emigrato in
Canada che doveva rientrare in Italia per le ferie,
Antonella non rispose nemmeno al telefono (uno dei suoi
soliti mal di testa, probabilmente). A quel punto,
insistere con la mia agendina mi parve inutile. Superfluo.
Irritante. Se uno ha i soldi e non riesce ad agganciare una
ragazza alla terza telefonata, vuol dire che e' fottuto.
Che e' troppo vecchio. Se c'e' una cosa che odio e'
sentirmi vecchio e fottuto. Quindi, rinunciai. Avrei
trascorso la sera in casa, a guardare un film o due in
televisione, e poi, a letto. Lo stomaco era pieno, le
bottiglie non mancavano; e, in ogni caso, il giorno dopo mi
aspettava un pranzo di lavoro coi giapponesi. La mia, in
Italia, era ancora un'azienda che funzionava. E che non mi
lesinava soddisfazioni. Insomma, soldi. No, non potevo
proprio lamentarmi. Anche se forse avrei dovuto intuire che
sarebbe stata una serata di merda. Specialmente quando,
alle undici e mezzo, qualcuno suono' alla porta. Ma ero
talmente pieno di cognac che andai ad aprire col sorriso
sulle labbra, convinto che fosse Francesca, o Giuliana, o
Antonella. O un'altra del mio giro. Invece, era lui.
Giuseppe Bertoni. Il mio ex contabile. L'uomo che sei mesi
prima era stato sepolto nel cimitero del suo paesello
natale. Seguito dal cordoglio e dalla commozione di tutti i
suoi amici e colleghi di lavoro, me compreso. Esattamente
sei mesi prima.
Lo stato di putrefazione era avanzato. Gocciolava materiale
purulento sulla mia moquette. A dire il vero, sulle prime
non lo riconobbi. L'unica impressione concreta fu che
faceva schifo, e puzzava. Nemmeno i vermi che gli uscivano
dalle orbite degli occhi mi erano simpatici. Vi prego di
ricordarlo, ero quasi ubriaco marcio di cognac. Se manca il
sesso, l'alcol e' un ottimo surrogato. "Le chiedo scusa"
disse quell'essere ributtante. Accenno' a porgere una mano,
che era solo un grumo di materia in liquefazione, poi la
ritrasse. "No, non e' il caso" sussurro'. I suoi occhi si
posarono sulla moquette. "Mi spiace molto, dottore. Non so
se sara' tanto facile togliere queste macchie..." Le sue
carni fetide e mollicce avevano inzuppato la mia moquette di
chissa' quali umori. "Comunque, per domattina sara' tutto
sparito. Me lo hanno promesso." Fu dall'accento, dal
servilismo, e dal ricorso a quella logica da ragioniere, che
riconobbi Bertoni. Il mio fido ex dipendente si era
impiccato in carcere sei mesi e tre giorni prima,
diciassette ore dopo essere stato fermato alla frontiera
svizzera per traffico illecito di valuta. I tre o
quattrocento milioni di lire, non ricordo bene, che gli
trovarono nascosti in macchina erano miei, ovviamente. Lui
non ne sapeva nulla. Del resto, avrei dovuto informarlo?
Ed era colpa mia se si era impiccato? Avesse avuto una
moglie, un figlio, un padre, un fratello, qualcuno, non
avrebbe rinunciato alla vita con tanta facilita'; invece no,
niente. D'accordo, forse posso anche capirlo. Per uno che
e' solo come un cane, e che tiene alla propria reputazione,
al senso dell'onore, la morte non e' il peggiore dei mali.
Ma cosa c'entravo io?
"Ho preferito aspettare un po' per fare cifra tonda" disse
Bertoni, avanzando di qualche passo nel mio appartamento.
"Sei mesi esatti. Ora, calcolando un interesse bancario
medio del ventidue per cento annuo, lei mi deve un interesse
dell'undici per cento." L'orribile creatura continuava a
gocciolare come un rubinetto che perde in agosto, quando non
esiste piu' un idraulico sull'intera faccia del pianeta.
"Esatto?" "Esatto cosa?" sussurrai, schiarendomi la gola.
"Esatto l'interesse, caro dottore" gorgoglio' il cadavere in
putrefazione. I suoi denti, le sue mascelle, erano uno
spettacolo osceno. "Sa, di la' viene concessa qualche
facilitazione a chi si e' ammazzato al posto di un altro."
Un ghigno repellente si dipinse sulle sue carni marce. "Se
lei tiene conto del fatto che la mia agonia e' durata
all'incirca cinque minuti, in seguito a una disgraziata
serie di circostanze, si rendera' conto che oggi, a distanza
di sei mesi, ai tassi correnti, lei dovra' agonizzare per
cinque minuti virgola cinquantacinque secondi..."
Ora, ho sempre consigliato ai miei contabili, commercialisti
e affini, di non cercare il pelo nell'uovo. Di non
attenersi rigidamente alla lettera delle cifre. Di
interpretare il bilancio dell'azienda con una buona dose di
elasticita' mentale. Se no, tanto vale consegnarsi nudi al
fisco. Ma come spiegare il fatto che, dopo avermi applicato
alla gola un marcescente cavo d'acciaio, quel delinquente
del mio ex contabile, Giuseppe Bertoni, si sia permesso di
infliggermi un'agonia di nove minuti virgola tre secondi,
per non parlare del suo fiato fetido? Non ho ancora
calcolato quale tasso d'interesse abbia applicato, ma e'
fuori dubbio che intendo presentare un ricorso al Grande
Giudice; e poi, vedremo.
PSYCOn (Omaggio a Robert Bloch)
"Basta!" urlo' zio Harry, brandendo un coltellaccio da
cucina. "Non ti sopporto piu'! Tutto questo marciume deve
finire!" E si lancio' su zia Emma, sua sorella, sorella di
mia madre. Tra loro due, da molto tempo, esisteva un
rapporto incestuoso. Zia Emma riusci' a schivarlo con una
certa abilita', ma la punta affilata del coltellaccio le
squarcio' il dorso della mano. Quindi, fu con un orribile
sogghigno di piacere dipinto in volto che lei premette il
grilletto della calibro 22. Non disse una parola; ma zio
Harry, centrato al polpaccio, crollo' sul pavimento come un
pupazzo di stracci. "Cos'e' tutto questo casino?" strillo'
papa', entrando di soppiatto dalla porta della cucina.
Aveva in mano la scure per tagliare la legna. "Non sopporto
la confusione in casa mia!" Con un colpo secco, recise il
braccio sinistro di mia cugina Martha. La quale, avendo per
le mani un tridente, penso' bene di aprirgli qualche foro in
petto. "Oh no, mio Dio, no!" gemette la mamma, arrivando
trafelata. "Avete sporcato tutto! Tutto! Siete lerci!"
Mentre lei correva fuori, zio Tony, suo fratello, si lancio'
alla gola del pronipote Don. Gli pianto' le forbici nel
collo e gli strappo' via un brandello di carne. Don reagi'
maciullandogli la faccia col tirapugni, ma zio Tony era un
osso duro. "Aaarg!" urlo' nonno Judas, sbattendo giu' dalle
scale nonna Emily. La povera nonna rotolo' fino in fondo; a
giudicare dal rumore, doveva essersi rotta l'osso del collo,
o qualcosa del genere. E fu in quel momento, mentre nonna
Emily strisciava sul pavimento del soggiorno perdendo sangue
dalla bocca e dal naso, che ebbi la grande ispirazione.
Si', mamma doveva essere andata a fare una doccia. Per
ripulirsi dalle brutture morali che si era trovata attorno.
Ho sempre avuto un debole per gli omicidi sotto la doccia,
io. Col falcetto ben stretto nella destra, strisciai verso
il bagno. Fu una scena degna di un grande regista.
"E si sarebbe ridotto in queste condizioni da solo?" chiese
il vicesceriffo, che era molto giovane. A certi spettacoli
non era abituato; aveva gia' vomitato un paio di volte nella
hall del motel. "Ma chi diavolo era?" chiese, con un filo
di voce. Lo sceriffo, che aveva vent'anni piu' di lui e
conosceva molte storie del posto, si chino' a raccogliere il
braccio sinistro dell'uomo, trinciato da una scure. "Mai
sentito parlare di Norman Bates?" rispose.
PULIZIA DELLE STRADE
"Cristo santo, Raphy, capisco che ti hanno appena promosso e
tutto il resto, ma quello che ti sto dicendo..."
L'informatore era piccolo, leggermente gobbo, e nero. Si
conoscevano da molti anni, lui e il poliziotto. "Vorrei che
tu non rompessi tanto le palle, Vic" disse il poliziotto,
che era bianco. Le puttane, per strada, erano tutte nere.
E anche i barboni. Solo poche bottiglie di vino erano
bianche. "Quello si porta sempre in tasca un rasoio, e
quando gli va in tilt il cervello lo tira fuori, e taglia
una gola" disse Vic. Il capitano del trentaduesimo
distretto si fermo' di colpo. "Gli ultimi sette omicidi
sono suoi, allora?" chiese. "Quei papponi negri sgozzati
come maiali?" Il piccolo negro svani' nell'ombra di un
portone. "Si', si'" sussurro'. "Pero' io non ti ho mai
detto..." Il poliziotto si infilo' nel portone, mise
qualcosa in mano al negro. "Cristo santissimo" disse il
piccolo informatore. "Cinquecento dollari. Non ho mai
chiesto niente del genere." Il capitano bianco annui'.
"Infatti. Non sono per te. Vuoi darli al tuo amico e
chiedergli di continuare a fare pulizia? Grazie." E, senza
attendere risposta, fermo' un taxi.