- LE CONSULTAZIONI - di Vittorio Curtoni

 Vista dall'alto, dalla cima della collina, la casa  era  un
grumo  di  ricordi  rappresi  sul  ritmo  del suo respiro; e
sull'affanno delle immagini che premevano dietro le pupille,
se appena lui  chiudeva  gli  occhi.   Restò a guardarla per
qualche minuto, sotto il tramonto.   Strinse  i  pugni,  per
avvertire  la fisicità di qualcosa, del proprio corpo, della
pelle sempre presente  a  se  stessa.   Io  sono qui e posso
toccarmi e quindi esisto,  pensò.   Tutto  il  resto,  tutto
quello  che mi accade qui, è falso.  Gli piaceva mentire, su
alcune cose.  Poi s'incamminò giù  per  la discesa, e i suoi
piedi sfioravano l'erba, ma non  la  piegavano,  perché  non
potevano  toccarla;  e l'aria della sera era immobile, senza
fruscii.

 Di  soppiatto,  sporgendo  il   viso  dal  davanzale  della
finestra, spiò  Estelle:  stava  lavando  due  piatti  e  un
bicchiere  in  cucina,  i  lunghi capelli castani raccolti a
treccia.  Il vestito rosso e  sgraziato che le arrivava alle
caviglie aggiungeva anni alla sua  giovinezza.   Il  bambino
giocava  in  un  angolo della stanza con un trenino a molla.
Potessi almeno bussare.

 "Mi   piacerebbe   offrirti   un   caffè"   disse  Estelle,
accomodandosi sulla  vecchia  poltrona  in  soggiorno.   "Un
caffè,   oppure  un  tè.   Qualcosa.   Sarebbe  bello."  "Mi
piacerebbe accettare un  caffè"  disse  lui.  "Oppure un tè.
La prossima volta, forse.  Speriamo." "Mi piacerebbe vederti
seduto" disse Estelle.  "Lì, davanti a me.  Stai  sempre  in
piedi.   Sono  una  pessima  padrona  di casa." Lui alzò una
mano,  sorrise,  scosse  la  testa.   "Oggi  ho  portato  le
sigarette" disse.  "Non  ti  darò  fastidio, non sentirai il
mio fumo.  Basteranno, per un'ora  o  due."  "Mi  piacerebbe
toccarti" disse Estelle.

 "E'  la  mancanza di fisicità" le confessò più tardi.  "Non
te l'ho mai detto,  ma  è  la  cosa  più terribile.  E' come
essere chiuso sotto una campana  di  vetro.   Poter  sentire
solo  i  sapori che hai già in bocca." "Tu rimpiangi le cose
del mondo"  disse  lei,  e  nel  suo  tono  c'era un accento
d'accusa, di rimprovero.  "Io vivo, Estelle, io vivo.  Ho il
mio mondo, le mie cose.  Qui, tutto mi viene strappato.   Ma
non  sono  un  fantasma.   Non  vuoi  proprio credermi?" Lei
imbastì un sorriso pensoso.

 Il bambino  interruppe  il  gioco  coi  soldatini,  alzò la
testa.  "Con chi stai parlando, mamma?" chiese.   "Parlo  da
sola.   Faccio  finta  che  ci  sia  papà."  Estelle  andò a
carezzargli la testa,  tornò  a  sedere.  "Non preoccuparti,
non c'è nessuno.  Sto giocando anch'io." Indifferente,  Luca
riprese in mano i soldatini.  La battaglia si riaccese.  Lui
tolse  di  tasca l'accendino, infilò una sigaretta in bocca.
"Non ti  vede"  sussurrò  Estelle.   "Non  ti sente nemmeno.
Perché non vuoi confessarmi chi sei?" "Te l'ho già detto  un
miliardo di volte." Con un sospiro, lui cercò di appoggiarsi
al  cassettone  di  legno  antico,  tarlato, e il suo gomito
penetrò nel mobile, affondò  fino all'attaccatura del polso.
"Cristo." Odiava accorgersi di essere diventato parte di  un
oggetto.

 "Credo  che  questa  sarà  una  delle  ultime  volte.   Non
chiedermi  perché,  non  lo so.  E' solo un'impressione.  Ma
penso...   Quanto  tempo  è  passato  dall'ultimo incontro?"
"Otto  mesi"  rispose  lei,  sgranocchiando  il   dolce   al
cioccolato  che aveva preso in dispensa.  "Otto mesi per te.
Per me sono  state  solo  due  settimane.  Gli intervalli si
stanno accorciando." Irritato senza un motivo, lui raggiunse
la porta, la attraversò come se  non  esistesse,  lanciò  il
mozzicone  di  sigaretta  sul  prato  davanti  a  casa.  Gli
sarebbe piaciuto persino  poter  scatenare un incendio.  No,
basterebbe un piccolo fuoco, pensò.   Una  semplice  fiamma.
Poter  interagire  in  qualche modo con questa realtà.  "Tuo
marito è ancora imbarcato?" domandò poi a Estelle, quando fu
tornato in soggiorno.  "Sì.   E' sulla Nautilus.  Dovrebbero
attraccare a Genova fra un mese e mezzo.  E' tanto  che  non
lo  vedo."  A lui venne la voglia irrefrenabile di ridere; e
sotto,  nel  profondo,  avvertì  l'inizio  di  un  conato di
vomito: la disperazione, la rabbia, l'impotenza, l'assurdità
di tutto quello; le  cose  che  gli  torcevano  lo  stomaco,
glielo  stravolgevano.   Come  accadeva sempre.  "Non ho mai
capito perché  tu  abbia  sposato  uno  che  fa il marinaio.
Voglio dire che aspettare è il peggiore dei destini.  Io  lo
so  molto bene.  Non ha senso." "Sì che ha senso, se aspetti
qualcuno che ami" disse lei.

 La tomba di Estelle, come già era successo le altre quattro
volte, gli procurò  una  sensazione  di ruggine.  Ruggine in
gola,  e  sotto  i  piedi.    Il   cimitero   era   vecchio,
inselvatichito,   abbandonato  a  se  stesso:  la  zona  del
disastro delle piccole città  italiane,  sempre sul punto di
essere inghiottite dalla bocca famelica  di  una  metropoli,
sempre  pronte  a  schivare  il  morso e a coprirsi di nuove
cicatrici.  Gli  era  costato  mesi  scoprire quel cimitero,
quella lapide.  E adesso, davanti a  una  pietra  ingiallita
dalle  piogge  acide,  bucata  dall'erosione  dell'atmosfera
satura di veleni, se ne stava lì, col piccolo patetico mazzo
di  fiori  ancora  in  mano,  incapace  di  depositarlo  sui
cespugli  di  erbacce  che nascondevano il terreno.  L'unica
cosa solida, concreta,  erano  le  due  date incise sul lato
destro della lapide: la nascita e la morte di una donna  che
per  lui  rappresentava  solo  un  fantasma.   Una donna che
vedeva in lui  uno  spettro  incapace  di responsi coerenti,
pronto  alle  accuse  e  ai  silenzi.   Appoggiati  i  fiori
sull'erba, allungò una mano  a  sfiorare  la  fotografia  di
Estelle.   Anche  la  superficie  di quell'ovale era ruvida,
costellata di minuscoli fori  che  erano il segno del tempo.
Della realtà.  Di una delle tante realtà possibili.  Non  le
rendeva  giustizia,  la  fotografia.   Perché avevano voluto
ricordarla così, col viso minato dalla malattia, e gli occhi
infossati, i capelli  ormai  radi, l'espressione ebete nello
sguardo?  Estelle era stata un'altra persona, un altro  modo
di vivere: suo figlio, evidentemente, aveva deciso che anche
a  lei  doveva  spettare  una  punizione.  Minima, ma eterna
nella fissità dell'immagine sempre identica a se stessa, per
tutti i giorni e  tutti  i  futuri che quel cimitero avrebbe
conosciuto.  Stava per piovere.  Nubi nere si  erano  andate
accumulando  per  l'intera  mattinata,  e  adesso  nell'aria
c'erano  scoppi  lontani di tuono, e l'odore particolare che
precede  i  temporali.   Al  cancello,  il  suo  autista  lo
aspettava, pronto  a  intervenire  con  l'ombrello, se fosse
stato necessario.  Lui avrebbe voluto fermarsi lì per  anni.
Dirle, finalmente, tutte le cose che non aveva mai accettato
di  svelare.  Confidarle: "So quando morirai, e di cosa.  So
il giorno, l'ora,  il  minuto  del naufragio della Nautilus.
Perché sarà la morte di tuo marito a scatenare la tua morte.
E la mia." E aggiungere: "Siamo chiusi in un cerchio d'odio,
mia cara.  Al centro c'è tuo figlio, e noi ruotiamo  attorno
alla  circonferenza  come  lancette  di  un orologio che non
riesce più a fermarsi.  Siamo  troppo  deboli, o forse lui è
troppo forte." Si guardò attorno.  Era solo.  "E' lo stesso"
disse ad alta voce, per dare carne  e  sangue  agli  incubi.
"E' lo stesso." Quando cominciò a piovere, l'autista era già
al suo fianco.

 "L'agonia  del  mondo,  di  questo pianeta" disse lui.  "La
Terra alla fine  del  tempo.   No,  non  so quante guerre ci
saranno, e non so nemmeno  quando  succederà.   Migliaia  di
anni,  decine  di migliaia, milioni...  E' lo stesso, non fa
differenza.  Io sarò lì.   Solo.   L' ultimo uomo vivo sulla
faccia del pianeta, tra  rughe  gigantesche  del  terreno  e
costruzioni  a  spirali  di  vetro  che  oggi voi non potete
nemmeno immaginare.   Ma  neanche  noi,  nel  mio  tempo, le
immaginiamo.  Solo.  Completamente solo.   Forse  la  nostra
razza  sarà  fuggita  su altri mondi, oppure sarà scomparsa,
distrutta...  Non lo so.   Non  so  niente.  L'unica cosa di
cui sono sicuro è che io sarò lì, e che sarà terribile."  "E
potrai   toccare  le  cose?"  chiese  Estelle.   "Sì,  potrò
toccarle.  Perché  dovrò  morire  di  fame,  di  sete,  e di
solitudine.   Qui,  adesso,  vedi..."  Lui  agitò  le  mani,
allargò  le  braccia  a  indicare  l'orizzonte  del   mondo.
"Questa  è  una punizione.  Anzi, no, una prova di forza fra
me e lui.  Se  riuscissi  a convincerti..." "Lui chi?" disse
Estelle, secca.

 "Sì, capisco che non è facile.  E' tuo figlio, lo so.   Non
voglio  chiederti  l'impossibile.   Nemmeno mia madre, se le
avessero detto...  Ma  cerca  di  parlargli, di convincerlo.
Questo potrai farlo, no?"  "Convincerlo  di  cosa?"  Estelle
balzò in piedi di scatto, rovesciando sul pavimento la carta
del  dolce  che  aveva appoggiato sul ginocchio.  "Se non ti
vede.  Non ti  sente.   Convincerlo  che  tu esisti?  Che vi
incontrerete fra chissà quanti anni?  No, no, non  ci  credo
io, figurati se può crederci un bambino di cinque anni." "Ma
fa finta" urlò lui, trapassando con la mano una parete.  "Mi
vede,  mi  sente.   Sa già tutto.  Me lo ha confessato.  Tre
giorni fa.  Mi ha  raccontato  di  questi nostri incontri, e
ricordava benissimo le tue frasi e le tue..."  Luca  sollevò
gli occhi.  Un soldatino si alzò piano in aria, galleggiando
davanti  agli  occhi  del  bambino.  Luca non fece il minimo
gesto; non tentò d'afferrarlo.   Nel  giro di pochi secondi,
il soldatino era fermo sotto il soffitto, a  due  metri  dal
pavimento.   "Ma  non  vedi?" mormorò lui.  "Guarda cosa sta
facendo!" "Sei tu"  disse  Estelle.   "Adesso non cercare di
imbrogliare le carte.  Sei tu  l'unico  fantasma  di  questa
casa."

 Luca  era  vecchio,  e  stanco.  Sessantacinque anni, forse
settanta.  Aveva  l'aria  disfatta  di  chi  ha  atteso, per
l'intera esistenza, un unico momento; e quando quel  momento
arriva,  non  riesce più a viverlo con la soddisfazione, col
trionfo che aveva immaginato.  L'aria di chi resta sconfitto
dalla vittoria.  "Ti ho  cercato per un'eternità" gli disse,
prima di sedersi.  "Non è  stato  facile.   Sei  riuscito  a
nasconderti  bene,  e  le  mie  doti  non sono...  perfette.
Posso fare molte cose, ma  non  tutto." Lui lo scrutò con la
stessa attenzione che pochi giorni prima aveva  dedicato  ai
reperti fossili appena giunti da Marte.  "Aspetti un minuto"
disse.   Automaticamente,  senza  volerlo, aveva risposto in
italiano:  un  brusco  ritorno  alle  origini,  un'oscura  e
inquietante maniera di arrendersi  prima ancora di conoscere
il nemico.  "Io non mi sono mai nascosto da nessuno.  Vivo a
Washington da molti anni, e se ho  accettato  di  vederla  è
stato  solo  perché..."  Luca  si  accomodò  sulla  poltrona
davanti   alla   scrivania.   Una  scrollata  di  spalle,  e
l'indifferenza che si  faceva  strada  sul  suo volto.  "Hai
accettato di  vedermi  perché  ho  detto  a  una  delle  tue
segretarie  che  sono  il  figlio di Estelle, e da un po' di
tempo  questa  Estelle  ti  sta  creando  qualche  problema,
giusto?"

 "Sì, è vero, sono  arrivato  con  l'ouija board" disse lui,
pochi secondi più tardi, quando il soldatino si fu posato  a
terra.   "Tu  invocavi gli spiriti della tua casa, e mi sono
materializzato io.  Ma è  stata solo una coincidenza.  Anzi,
no,  quale  coincidenza.   La  colpa  è   sua.    Sua.    Ha
programmato  tutto,  deciso tutto, prestabilito...  Mi odia.
E  non  gli  basta   distruggermi.   Vuole  divertirsi.   E'
crudele.  Gli fa  un  piacere  enorme  divertirsi  alle  mie
spalle."   "Quando   io   chiamo  gli  spiriti,  è  per  una
consultazione" disse Estelle.   "Tu  vieni  e scompari a tuo
piacere.  Non mi lasci niente.  Non un responso, una  frase.
Le  nostre  conversazioni  sono a senso unico.  E accusi mio
figlio di qualcosa che è  molto  assurdo e cattivo.  A volte
mi chiedo se sia un bene continuare  a  vederti."  "Estelle,
mia  dolce  Estelle,  tu  non  puoi farci niente.  Siamo due
marionette, tu e  io.   Facciamo  soltanto  quello che vuole
lui."

 Il suo accampamento, al tramonto: un sole  pallidissimo  in
cielo,  e  un'atmosfera  trasparente,  rarefatta,  che quasi
inebriava.  Quattro paletti piantati  nel terreno, una tenda
verde.  Scorte di viveri per un mese, forse due: scatolette,
ovviamente, e bottiglie, e lattine.  Si era preparato.  Dopo
il primo balzo,  dopo  il  secondo;  dopo  gli  agonizzanti,
interminabili  giorni  di  sete e fame, con le allucinazioni
che tumultuavano sotto le  palpebre  e dietro le iridi; dopo
lo spietato arrancare su un terreno che sembrava  del  tutto
incapace  di  vita:  adesso,  per  l'ultima  volta, o per la
penultima, si era  preparato.   E  guardava  avanti, a sette
otto chilometri di  distanza,  col  binocolo  a  infrarossi.
Nella  sera  che probabilmente era una delle ultime sere del
mondo.  La grande spirale si alzava verso il cielo, limpida,
tersa.  Invitante.  Trasparente  come  un  vetro forgiato da
mani tanto abili.  Un mistero da ricostruire.  Sedette su un
macigno di roccia nera.  Il vento soffiava debole, smorzato,
accennando un suo canto fra le alte montagne che  lui  aveva
attorno.   Aprì  una scatola di carne e cominciò a mangiare.
Di tanto in  tanto,  la  punta  della forchetta si arrestava
davanti alle sue labbra, e lui smetteva di masticare;  e  si
girava  a guardare, ed era così solo che avrebbe dato il suo
regno per  un  cane,  o  un  gatto,  o  uno  schifoso lurido
scarafaggio.  Sentiva addosso il fetore della morte.

 "Estelle, Estelle, FERMALO!"

 Il mattino dopo, cominciò ad avanzare verso la struttura di
vetro.  A tratti, il terreno vibrava  sotto  i  suoi  piedi,
come  se  grandi,  immani macchine fossero in azione.  Udiva
rombi, e ronzii, e scatti  improvvisi (clic clac clic clic);
e  a  volte,  un  lampo  verde  scattava  a   pochi   metri.
Incendiava  l'aria,  gli toglieva la visuale.  Poi, un ponte
giallastro correva tra le cime di due montagne, più avanti e
molto più sopra di lui.  Una specie di organo rimbombava nel
grande silenzio.  E non  c'era altro.  Nient'altro.  Effetti
speciali fantastici, pensava lui.  Veramente fantastici.  Ma
avrebbe preferito non essere lì.

 "Quando tu sei arrivato"  disse  Luca,  "quando  io  ti  ho
evocato,  ero  soltanto un bambino, e giocavo coi soldatini.
Aspettavo  mio  padre.   La  Nautilus,  ricordi?   Prima che
affondasse...  A volte mi chiedo se sono stato io.  A  farla
affondare,  intendo.   Per  cominciare  questo  gioco.   Per
poterti punire, dopo averti visto nel mio futuro."

 In  quel  punto,  il terreno era vetrificato.  Avanzare era
come  scivolare  su  una   lastra  di  ghiaccio  tiepido,  e
orribilmente, terribilmente trasparente.  Si mise carponi, e
scrutò  sotto:  chilometri  e  chilometri  di  un   biancore
abbacinante,  a  perdita  d'occhio,  interrotto  qua e là da
forme  rosse.   Grandi  uova  con  la  superficie costellata
d'antenne.  Chissà cosa  contenevano.   Capsule  del  tempo,
pensò.  Capsule di realtà.  Sarebbe stato interessante poter
scavare  in  quel  terreno  canceroso.  Il primo uovo doveva
essere a tre, quattrocento  metri di profondità.  Non molto.
Con un buon martello laser, forse ce  l'avrebbe  fatta.   Se
quello  non  era  l'ultimo balzo, se ci fosse stato un altro
ritorno al suo  mondo  prima  dell'esilio finale, si sarebbe
procurato l'attrezzatura.  Strisciando a quattro  zampe,  si
spostò  verso destra.  Lontana, lontanissima, una distesa di
pietra    grigia    tagliava    l'orizzonte.     Forse   era
irraggiungibile, e forse no.  Per lo meno,  doveva  tentare.
Aveva  tutto il tempo del mondo a disposizione.  Gli sarebbe
bastato un sasso, per saggiare  la resistenza del vetro.  Un
colpo secco, duro, con  un  pezzo  di  roccia  appuntita;  e
vedere   come  reagiva  il  terreno.   Se  si  fendeva.   Se
possedeva elasticità.  Se era  pronto a regalargli qualcosa,
prima di ucciderlo.

 Il suo accampamento, alla sera: la tenda alle sue spalle, e
davanti a lui  il  fuoco  chimico  alimentato  da  tavolette
gialle, rettangolari.  Ne bastava una per tre ore di fiamma.
E  non  faceva freddo, non faceva caldo: il clima ideale per
un picnic.  Ma lui aveva  bisogno  di luce.  Le stelle erano
fioche, la luna bluastra; il cielo, di  un  nero  più  denso
dell'inchiostro.   Non  c'erano  nubi,  in  quel particolare
futuro del pianeta Terra.  Non  pioveva mai.  Solo, di tanto
in tanto, la voce del vento correva tra i canyon artificiali
di  costruzioni  impensabili.   E  i  tuoni  tecnologici  di
macchine sempre vive,  mai  morte,  scaraventavano  il  loro
rombo  a  rimbalzare di torre in torre, di guglia in guglia.
Cuspidi di suono che  si abbattevano immediatamente, per non
disturbare l'atroce cappa di silenzio.  Lui aprì una scatola
di carne, si accovacciò  davanti  al  fuoco,  e  cominciò  a
mangiare.   Nelle  sue orecchie, dalla cuffia del lettore di
laser disk, la  voce  di  John  Lennon  lo rassicurava.  Gli
raccontava di un mondo  senza  paradiso,  senza  Dio,  senza
proprietà.  Di quel mondo.  Non sapeva se piangere o ridere.

 Estelle  non  aveva  più  parole.  La mano sulla bocca, gli
occhi sbarrati, fissava  lo  schermo  del televisore.  Aveva
azzerato il volume.  Stava godendo, in tutta la loro sublime
atrocità, le immagini trasmesse in diretta,  via  satellite,
dalla   CNN:   la  visuale  dall'alto,  l'onnipotenza  della
telecamera immune  al  disastro,  al sicuro sull'elicottero.
Sotto, il mare ribolliva, mugghiava.  Sferzava quel poco  di
scafo che ancora emergeva dall'acqua: il ponte di comando in
fiamme  della Nautilus, e la prua arcuata verso l'alto, e il
fuoco  avido  che  mangiava  tutto,  ingurgitava, assorbiva,
digeriva.   Un  processo  di  nutrizione  che  al  mare  non
interessava; l'ingestione di  un  corpo  alieno,  metallico,
coriaceo,   repellente.    Di   morbido,   di   soffice,  di
commestibile, ci sarebbero stati  solo i cadaveri.  Macerati
a  marinatura  lenta  dal   sale   dell'acqua;   assaggiati,
sbocconcellati,  divorati.   Coi giorni.  Con gli anni.  Una
sepoltura fertile,  per  le  creature  dell'oceano.   Lui si
portò dietro la poltrona.  "Estelle" disse.  Lei non  reagì.
"Estelle..."  Provò ad appoggiarle una mano sulla spalla, ma
era inutile.  "Estelle, io  lo  sapevo.  Non potevo dirtelo,
tutto qui.  Non sono uno spettro, non sono niente di ciò che
credi tu.  Lo sapevo, ma farti del  male  senza  ragione..."
Girò   attorno  alla  poltrona,  si  fermò  davanti  a  lei.
"Estelle" sussurrò.   Lei  non  disse  niente.  "Estelle, mi
vedi?  Mi senti?" Sullo schermo, la Nautilus era  alle  fasi
finali  dell'agonia.   La  prua  si  era abbassata in acqua,
brillante di  fuoco  come  il  bagliore  di  cinquanta soli.
Attorno a quell'ultimo frammento di scafo, mosche impazzite,
le lance della Guardia Costiera e le motovedette e tutte  le
altre   imbarcazioni   uscite   dal   porto   si  aggiravano
frenetiche, a raccogliere  uomini.   Sì,  ci sarebbero stati
superstiti, e molti; ma  non  tutti  si  sarebbero  salvati.
"ESTELLE!"  urlò  lui.   Inutile.   La  recisione finale; il
taglio del cordone ombelicale.   "Il  Signore è mio pastore"
intonò lui, a  bassa  voce.   Ma  mormorare,  o  gridare,  o
strillare,  era lo stesso.  "Nulla più mi può mancare..." Il
figlio di puttana, pensò, mi  ha  tolto l'audio, e il video.
E si pentì subito, perché Luca era figlio di Estelle.   Però
era anche un figlio di puttana.  "Addio" le disse, posandole
sulla  fronte un bacio che lei non avvertì, non percepì, non
sentì.   "E'  stata   l'ultima   volta.    Lieto  di  averti
conosciuta." Poi accese una sigaretta, e aspettò  di  essere
richiamato indietro.

 "Oh, non c'è nessun senso, nessunissimo senso" gli assicurò
Luca.   Aveva  ripreso  un  minimo di controllo, e un po' di
colore in viso.   Sembrava  parlare  di qualcun altro, della
vita di uomini che loro due non avevano mai conosciuto.  "Un
gorgo.  E' così che  lo  vedo,  dopo  tanti  anni.   I  miei
poteri,  e  mia madre, e mio padre, e te.  Il nostro futuro,
tutto quanto...   Non  c'è  una  spiegazione.   Non  c'è una
logica.  E' così, e basta." "Ma perché proprio  me?"  chiese
lui.   "Non lo so.  Perché io ti odio.  A priori.  Comunque.
Non c'è altro.  Ti ho visto nel mio futuro, e ti ho odiato."

 Una  scheggia  di  terreno  vetrificato  schizzò  in  alto.
Tracciò una scia gialla sopra  la  sua  testa, e una nube di
fumo acido.  La mano che  stringeva  il  sasso  ricadde  sul
fianco,  perplessa.   Da nord risuonò una vibrazione come di
gong; e, sotto i suoi  piedi,  la lastra di vetro cominciò a
fendersi.   Lacerarsi.   Divaricarsi.   Esplodere  a  geyser
verso l'alto, in  una  fontana  incredibile,  inarrestabile,
imbevibile.   Con  un balzo, lui si buttò di nuovo a destra,
sulla roccia.  Si coricò  sulla  pietra  dura e si riparò la
testa con le mani.  Per una  volta,  per  l'unica  volta  da
quando  era  stato  trasportato  lì,  l'aria si riempì di un
continuum  di  suoni.    Rumori.   Vibrazioni.   Esplosioni.
Montagne di detriti, trasportate  da  un  vento  invisibile,
volavano  verso  est.   Verso  una  delle  algide, estranee,
glaciali torri che si levavano  ai limiti della sua visuale.
A delimitare il panorama della fine del mondo, che lui  solo
avrebbe  conosciuto.  Quando il turbine cominciò a placarsi,
rialzò la testa.   Piano,  timidamente.   Guardingo.  Con la
consapevolezza di non possedere  la  minima  protezione.   E
vide:  uno squarcio apocalittico nel vetro; frammenti rossi,
polverizzati,  di   uova   in   frantumi  che  volteggiavano
nell'aria; brandelli di antenne lacerate che correvano verso
la linea dell'orizzonte; un terreno ormai  impraticabile,  e
sterile   per   l'eternità.   Niente  gli  pioveva  addosso.
Appoggiandosi sulle mani, si  tirò  in piedi.  Il tornado di
vento e vetro si stava allontanando; e sotto si  era  aperta
una  crepa.  Sin dove poteva arrivare il suo occhio, le uova
si erano polverizzate.  Adesso erano cumuli inerti di cenere
rossa,  grumi  pronti  a  essere  triturati  dal  macinapepe
dell'eternità.  Cristo, pensò.   Sono  riuscito a portare la
morte in un mondo morto.   Non  avrebbe  mai  scoperto  cosa
contenevano le uova rosse.

 "Non  potremmo  arrivare a un accordo?  Decidere una prassi
comune?  Vedere cosa fare?  Insomma..." Lui alzò le braccia,
tentò tutte le smorfie che la sua scarsa mimica facciale gli
concedeva.  "Io qui  ho  una  posizione.  Soldi.  Potere.  E
nutro un affetto particolare per tua madre"  aggiunse,  come
se  bastasse  quell'affermazione  a  garantirgli  uno status
privilegiato.  "Sono  il  suo  fantasma  preferito.  Cosa ne
dici, Luca?"

 Il suo accampamento, all'alba: luce  giallastra  del  sole;
fuoco  spento,  per  stanchezza, per sonno; silenzio totale;
mondo immobile.  Si guardò  attorno, mentre aspettava che la
caffettiera a batterie gli preparasse la solita,  gigantesca
razione di catrame.  Un tempo, nella sua vita prima di Luca,
il  caffè  del  mattino  gli serviva per uccidere gli ultimi
residui di sogno incollati ai neuroni; da quando era lì, non
sognava più.   O  forse  sognava,  ma  non  ricordava,  e lo
riteneva profondamente ingiusto: un  altro  furto,  un'altra
cosa che gli era stata sottratta senza una sua minima colpa.
Ma  quella  mattina,  portando  la prima tazza di caffè alle
labbra, fu colto da  una  folgorazione  che lo paralizzò, lo
raggelò, lo pietrificò.  Una sua colpa esisteva, ed  era  un
peccato  primordiale,  degno  del più alto dei castighi.  Il
massimo  affronto  all'universo  umano,  alla  meccanica dei
sentimenti: l'orgoglio della solitudine.   Nelle  coordinate
del  suo  mondo,  sino  a  quando  poteva ricordare, sino al
momento  più  antico  che  la  memoria  fosse  in  grado  di
presentargli,   era   esistito   soltanto   il   lavoro,   e
nient'altro.  L'ossessione di  Marte,  unico  scopo dei suoi
giorni.  Vissuti in un isolamento narcisistico che lo  aveva
reso   impermeabile   ai   rapporti   umani,   inattaccabile
dall'amore,  non contagiabile dagli affetti.  Nessuna donna,
prima di Estelle.  Nessun figlio,  prima di Luca.  C'è molta
giustizia, pensò, assaporando con un piacere primordiale  il
caffè bollente.  Solo alla fine del mondo.  Come sono sempre
stato.   Ma  anche  Luca  era  solo.  E un padre vero non lo
aveva mai avuto.

 Stupefatto,  guardava  l'insetto  saltare  sotto  la  volta
esagonale dell'immensa sala.  Non  gli importava nulla delle
colonne  scanalate,  composte   di   una   sostanza   verde,
tremolante,  che  sembrava  gelatina; non gli interessava la
macchina inerte che  dominava  il  fondo della sala, gialla,
persa nei propri sogni, nel  ricordo  dei  padroni  che  non
c'erano  più.  Più tardi.  Avrebbe studiato tutto più tardi.
Adesso, l'unica cosa essenziale era il grillo nero che stava
seguendo  a  passi  discreti,  nel  timore  di  spaventarlo.
Qualcuno  con  cui  dividere  l'eternità  dell'agonia.   "E'
elettrico" disse una voce  alle  sue  spalle.  "Come in quel
vecchio romanzo di fantascienza.  E  non  canta.   Però  una
parvenza  di vita è meglio di niente." Si voltò.  Luca era a
due passi da lui, il  volto finalmente disteso, quasi aperto
a un sorriso.  "Ti aspettavo" gli disse  lui.   Luca  annuì.
Non era sorpreso.  Nessuno dei due era sorpreso.  "Certo che
potremmo  arrivare  a un accordo" disse Luca, riprendendo il
discorso di qualche giorno prima.  Di milioni di anni prima.
"Decidere una  prassi  comune.   Se  vuoi."  Lui appoggiò lo
zaino sul pavimento.  Le pareti della sala  assorbivano  gli
echi  come  fossero  di  spugna;  e forse lo erano.  La voce
umana, lì dentro, possedeva  il  nitore  di una nuvola vista
dalla  cima  dell'Himalaya.   Il  grillo  sparì  dietro  una
colonna.  Nessuno dei due si prese il disturbo di  seguirlo.
"Ho  esplorato questa Terra prima di te" disse Luca.  "Tanto
tempo  fa.    Subito   dopo   esserci   arrivato.    Si  può
sopravvivere.  Ti guiderò io.  So dov'è nascosto il cibo,  e
ci  sono  molte  cose  da imparare.  Molte." Lui gli tese la
mano.  "Molte" ripeté.

  Il loro accampamento, al  tramonto: due tende verdi, l'una
di fronte  all'altra.   Di  lato,  il  fuoco  chimico  delle
tavolette gialle.  Lui sta canticchiando qualcosa sottovoce.
"Il  meccanismo,  il gorgo, ci ha distrutti tutti e tre" gli
dice Luca.  "O forse  tutti  e  quattro, contando mio padre.
Questa solitudine era inevitabile.  Dobbiamo pagare." Lui si
gira, guarda Luca e gli sorride.  "Ma no, cosa dici?  Questa
è la fine della solitudine.  Pensaci, pensaci." Poi riprende
a canticchiare e accarezza il grillo  elettrico  che  ha  in
mano.   Il  grillo non si muove.  Non canta, e non si muove.
Dopo tutto, è soltanto elettrico.

 "Mio antico nemico." Luca  lo abbraccia.  "Mio nuovo padre.
Andiamo a fottere questo vecchio  mondo."  "Vecchissimo"  lo
corregge lui.