- LE CONSULTAZIONI - di Vittorio Curtoni
Vista dall'alto, dalla cima della collina, la casa era un
grumo di ricordi rappresi sul ritmo del suo respiro; e
sull'affanno delle immagini che premevano dietro le pupille,
se appena lui chiudeva gli occhi. Restò a guardarla per
qualche minuto, sotto il tramonto. Strinse i pugni, per
avvertire la fisicità di qualcosa, del proprio corpo, della
pelle sempre presente a se stessa. Io sono qui e posso
toccarmi e quindi esisto, pensò. Tutto il resto, tutto
quello che mi accade qui, è falso. Gli piaceva mentire, su
alcune cose. Poi s'incamminò giù per la discesa, e i suoi
piedi sfioravano l'erba, ma non la piegavano, perché non
potevano toccarla; e l'aria della sera era immobile, senza
fruscii.
Di soppiatto, sporgendo il viso dal davanzale della
finestra, spiò Estelle: stava lavando due piatti e un
bicchiere in cucina, i lunghi capelli castani raccolti a
treccia. Il vestito rosso e sgraziato che le arrivava alle
caviglie aggiungeva anni alla sua giovinezza. Il bambino
giocava in un angolo della stanza con un trenino a molla.
Potessi almeno bussare.
"Mi piacerebbe offrirti un caffè" disse Estelle,
accomodandosi sulla vecchia poltrona in soggiorno. "Un
caffè, oppure un tè. Qualcosa. Sarebbe bello." "Mi
piacerebbe accettare un caffè" disse lui. "Oppure un tè.
La prossima volta, forse. Speriamo." "Mi piacerebbe vederti
seduto" disse Estelle. "Lì, davanti a me. Stai sempre in
piedi. Sono una pessima padrona di casa." Lui alzò una
mano, sorrise, scosse la testa. "Oggi ho portato le
sigarette" disse. "Non ti darò fastidio, non sentirai il
mio fumo. Basteranno, per un'ora o due." "Mi piacerebbe
toccarti" disse Estelle.
"E' la mancanza di fisicità" le confessò più tardi. "Non
te l'ho mai detto, ma è la cosa più terribile. E' come
essere chiuso sotto una campana di vetro. Poter sentire
solo i sapori che hai già in bocca." "Tu rimpiangi le cose
del mondo" disse lei, e nel suo tono c'era un accento
d'accusa, di rimprovero. "Io vivo, Estelle, io vivo. Ho il
mio mondo, le mie cose. Qui, tutto mi viene strappato. Ma
non sono un fantasma. Non vuoi proprio credermi?" Lei
imbastì un sorriso pensoso.
Il bambino interruppe il gioco coi soldatini, alzò la
testa. "Con chi stai parlando, mamma?" chiese. "Parlo da
sola. Faccio finta che ci sia papà." Estelle andò a
carezzargli la testa, tornò a sedere. "Non preoccuparti,
non c'è nessuno. Sto giocando anch'io." Indifferente, Luca
riprese in mano i soldatini. La battaglia si riaccese. Lui
tolse di tasca l'accendino, infilò una sigaretta in bocca.
"Non ti vede" sussurrò Estelle. "Non ti sente nemmeno.
Perché non vuoi confessarmi chi sei?" "Te l'ho già detto un
miliardo di volte." Con un sospiro, lui cercò di appoggiarsi
al cassettone di legno antico, tarlato, e il suo gomito
penetrò nel mobile, affondò fino all'attaccatura del polso.
"Cristo." Odiava accorgersi di essere diventato parte di un
oggetto.
"Credo che questa sarà una delle ultime volte. Non
chiedermi perché, non lo so. E' solo un'impressione. Ma
penso... Quanto tempo è passato dall'ultimo incontro?"
"Otto mesi" rispose lei, sgranocchiando il dolce al
cioccolato che aveva preso in dispensa. "Otto mesi per te.
Per me sono state solo due settimane. Gli intervalli si
stanno accorciando." Irritato senza un motivo, lui raggiunse
la porta, la attraversò come se non esistesse, lanciò il
mozzicone di sigaretta sul prato davanti a casa. Gli
sarebbe piaciuto persino poter scatenare un incendio. No,
basterebbe un piccolo fuoco, pensò. Una semplice fiamma.
Poter interagire in qualche modo con questa realtà. "Tuo
marito è ancora imbarcato?" domandò poi a Estelle, quando fu
tornato in soggiorno. "Sì. E' sulla Nautilus. Dovrebbero
attraccare a Genova fra un mese e mezzo. E' tanto che non
lo vedo." A lui venne la voglia irrefrenabile di ridere; e
sotto, nel profondo, avvertì l'inizio di un conato di
vomito: la disperazione, la rabbia, l'impotenza, l'assurdità
di tutto quello; le cose che gli torcevano lo stomaco,
glielo stravolgevano. Come accadeva sempre. "Non ho mai
capito perché tu abbia sposato uno che fa il marinaio.
Voglio dire che aspettare è il peggiore dei destini. Io lo
so molto bene. Non ha senso." "Sì che ha senso, se aspetti
qualcuno che ami" disse lei.
La tomba di Estelle, come già era successo le altre quattro
volte, gli procurò una sensazione di ruggine. Ruggine in
gola, e sotto i piedi. Il cimitero era vecchio,
inselvatichito, abbandonato a se stesso: la zona del
disastro delle piccole città italiane, sempre sul punto di
essere inghiottite dalla bocca famelica di una metropoli,
sempre pronte a schivare il morso e a coprirsi di nuove
cicatrici. Gli era costato mesi scoprire quel cimitero,
quella lapide. E adesso, davanti a una pietra ingiallita
dalle piogge acide, bucata dall'erosione dell'atmosfera
satura di veleni, se ne stava lì, col piccolo patetico mazzo
di fiori ancora in mano, incapace di depositarlo sui
cespugli di erbacce che nascondevano il terreno. L'unica
cosa solida, concreta, erano le due date incise sul lato
destro della lapide: la nascita e la morte di una donna che
per lui rappresentava solo un fantasma. Una donna che
vedeva in lui uno spettro incapace di responsi coerenti,
pronto alle accuse e ai silenzi. Appoggiati i fiori
sull'erba, allungò una mano a sfiorare la fotografia di
Estelle. Anche la superficie di quell'ovale era ruvida,
costellata di minuscoli fori che erano il segno del tempo.
Della realtà. Di una delle tante realtà possibili. Non le
rendeva giustizia, la fotografia. Perché avevano voluto
ricordarla così, col viso minato dalla malattia, e gli occhi
infossati, i capelli ormai radi, l'espressione ebete nello
sguardo? Estelle era stata un'altra persona, un altro modo
di vivere: suo figlio, evidentemente, aveva deciso che anche
a lei doveva spettare una punizione. Minima, ma eterna
nella fissità dell'immagine sempre identica a se stessa, per
tutti i giorni e tutti i futuri che quel cimitero avrebbe
conosciuto. Stava per piovere. Nubi nere si erano andate
accumulando per l'intera mattinata, e adesso nell'aria
c'erano scoppi lontani di tuono, e l'odore particolare che
precede i temporali. Al cancello, il suo autista lo
aspettava, pronto a intervenire con l'ombrello, se fosse
stato necessario. Lui avrebbe voluto fermarsi lì per anni.
Dirle, finalmente, tutte le cose che non aveva mai accettato
di svelare. Confidarle: "So quando morirai, e di cosa. So
il giorno, l'ora, il minuto del naufragio della Nautilus.
Perché sarà la morte di tuo marito a scatenare la tua morte.
E la mia." E aggiungere: "Siamo chiusi in un cerchio d'odio,
mia cara. Al centro c'è tuo figlio, e noi ruotiamo attorno
alla circonferenza come lancette di un orologio che non
riesce più a fermarsi. Siamo troppo deboli, o forse lui è
troppo forte." Si guardò attorno. Era solo. "E' lo stesso"
disse ad alta voce, per dare carne e sangue agli incubi.
"E' lo stesso." Quando cominciò a piovere, l'autista era già
al suo fianco.
"L'agonia del mondo, di questo pianeta" disse lui. "La
Terra alla fine del tempo. No, non so quante guerre ci
saranno, e non so nemmeno quando succederà. Migliaia di
anni, decine di migliaia, milioni... E' lo stesso, non fa
differenza. Io sarò lì. Solo. L' ultimo uomo vivo sulla
faccia del pianeta, tra rughe gigantesche del terreno e
costruzioni a spirali di vetro che oggi voi non potete
nemmeno immaginare. Ma neanche noi, nel mio tempo, le
immaginiamo. Solo. Completamente solo. Forse la nostra
razza sarà fuggita su altri mondi, oppure sarà scomparsa,
distrutta... Non lo so. Non so niente. L'unica cosa di
cui sono sicuro è che io sarò lì, e che sarà terribile." "E
potrai toccare le cose?" chiese Estelle. "Sì, potrò
toccarle. Perché dovrò morire di fame, di sete, e di
solitudine. Qui, adesso, vedi..." Lui agitò le mani,
allargò le braccia a indicare l'orizzonte del mondo.
"Questa è una punizione. Anzi, no, una prova di forza fra
me e lui. Se riuscissi a convincerti..." "Lui chi?" disse
Estelle, secca.
"Sì, capisco che non è facile. E' tuo figlio, lo so. Non
voglio chiederti l'impossibile. Nemmeno mia madre, se le
avessero detto... Ma cerca di parlargli, di convincerlo.
Questo potrai farlo, no?" "Convincerlo di cosa?" Estelle
balzò in piedi di scatto, rovesciando sul pavimento la carta
del dolce che aveva appoggiato sul ginocchio. "Se non ti
vede. Non ti sente. Convincerlo che tu esisti? Che vi
incontrerete fra chissà quanti anni? No, no, non ci credo
io, figurati se può crederci un bambino di cinque anni." "Ma
fa finta" urlò lui, trapassando con la mano una parete. "Mi
vede, mi sente. Sa già tutto. Me lo ha confessato. Tre
giorni fa. Mi ha raccontato di questi nostri incontri, e
ricordava benissimo le tue frasi e le tue..." Luca sollevò
gli occhi. Un soldatino si alzò piano in aria, galleggiando
davanti agli occhi del bambino. Luca non fece il minimo
gesto; non tentò d'afferrarlo. Nel giro di pochi secondi,
il soldatino era fermo sotto il soffitto, a due metri dal
pavimento. "Ma non vedi?" mormorò lui. "Guarda cosa sta
facendo!" "Sei tu" disse Estelle. "Adesso non cercare di
imbrogliare le carte. Sei tu l'unico fantasma di questa
casa."
Luca era vecchio, e stanco. Sessantacinque anni, forse
settanta. Aveva l'aria disfatta di chi ha atteso, per
l'intera esistenza, un unico momento; e quando quel momento
arriva, non riesce più a viverlo con la soddisfazione, col
trionfo che aveva immaginato. L'aria di chi resta sconfitto
dalla vittoria. "Ti ho cercato per un'eternità" gli disse,
prima di sedersi. "Non è stato facile. Sei riuscito a
nasconderti bene, e le mie doti non sono... perfette.
Posso fare molte cose, ma non tutto." Lui lo scrutò con la
stessa attenzione che pochi giorni prima aveva dedicato ai
reperti fossili appena giunti da Marte. "Aspetti un minuto"
disse. Automaticamente, senza volerlo, aveva risposto in
italiano: un brusco ritorno alle origini, un'oscura e
inquietante maniera di arrendersi prima ancora di conoscere
il nemico. "Io non mi sono mai nascosto da nessuno. Vivo a
Washington da molti anni, e se ho accettato di vederla è
stato solo perché..." Luca si accomodò sulla poltrona
davanti alla scrivania. Una scrollata di spalle, e
l'indifferenza che si faceva strada sul suo volto. "Hai
accettato di vedermi perché ho detto a una delle tue
segretarie che sono il figlio di Estelle, e da un po' di
tempo questa Estelle ti sta creando qualche problema,
giusto?"
"Sì, è vero, sono arrivato con l'ouija board" disse lui,
pochi secondi più tardi, quando il soldatino si fu posato a
terra. "Tu invocavi gli spiriti della tua casa, e mi sono
materializzato io. Ma è stata solo una coincidenza. Anzi,
no, quale coincidenza. La colpa è sua. Sua. Ha
programmato tutto, deciso tutto, prestabilito... Mi odia.
E non gli basta distruggermi. Vuole divertirsi. E'
crudele. Gli fa un piacere enorme divertirsi alle mie
spalle." "Quando io chiamo gli spiriti, è per una
consultazione" disse Estelle. "Tu vieni e scompari a tuo
piacere. Non mi lasci niente. Non un responso, una frase.
Le nostre conversazioni sono a senso unico. E accusi mio
figlio di qualcosa che è molto assurdo e cattivo. A volte
mi chiedo se sia un bene continuare a vederti." "Estelle,
mia dolce Estelle, tu non puoi farci niente. Siamo due
marionette, tu e io. Facciamo soltanto quello che vuole
lui."
Il suo accampamento, al tramonto: un sole pallidissimo in
cielo, e un'atmosfera trasparente, rarefatta, che quasi
inebriava. Quattro paletti piantati nel terreno, una tenda
verde. Scorte di viveri per un mese, forse due: scatolette,
ovviamente, e bottiglie, e lattine. Si era preparato. Dopo
il primo balzo, dopo il secondo; dopo gli agonizzanti,
interminabili giorni di sete e fame, con le allucinazioni
che tumultuavano sotto le palpebre e dietro le iridi; dopo
lo spietato arrancare su un terreno che sembrava del tutto
incapace di vita: adesso, per l'ultima volta, o per la
penultima, si era preparato. E guardava avanti, a sette
otto chilometri di distanza, col binocolo a infrarossi.
Nella sera che probabilmente era una delle ultime sere del
mondo. La grande spirale si alzava verso il cielo, limpida,
tersa. Invitante. Trasparente come un vetro forgiato da
mani tanto abili. Un mistero da ricostruire. Sedette su un
macigno di roccia nera. Il vento soffiava debole, smorzato,
accennando un suo canto fra le alte montagne che lui aveva
attorno. Aprì una scatola di carne e cominciò a mangiare.
Di tanto in tanto, la punta della forchetta si arrestava
davanti alle sue labbra, e lui smetteva di masticare; e si
girava a guardare, ed era così solo che avrebbe dato il suo
regno per un cane, o un gatto, o uno schifoso lurido
scarafaggio. Sentiva addosso il fetore della morte.
"Estelle, Estelle, FERMALO!"
Il mattino dopo, cominciò ad avanzare verso la struttura di
vetro. A tratti, il terreno vibrava sotto i suoi piedi,
come se grandi, immani macchine fossero in azione. Udiva
rombi, e ronzii, e scatti improvvisi (clic clac clic clic);
e a volte, un lampo verde scattava a pochi metri.
Incendiava l'aria, gli toglieva la visuale. Poi, un ponte
giallastro correva tra le cime di due montagne, più avanti e
molto più sopra di lui. Una specie di organo rimbombava nel
grande silenzio. E non c'era altro. Nient'altro. Effetti
speciali fantastici, pensava lui. Veramente fantastici. Ma
avrebbe preferito non essere lì.
"Quando tu sei arrivato" disse Luca, "quando io ti ho
evocato, ero soltanto un bambino, e giocavo coi soldatini.
Aspettavo mio padre. La Nautilus, ricordi? Prima che
affondasse... A volte mi chiedo se sono stato io. A farla
affondare, intendo. Per cominciare questo gioco. Per
poterti punire, dopo averti visto nel mio futuro."
In quel punto, il terreno era vetrificato. Avanzare era
come scivolare su una lastra di ghiaccio tiepido, e
orribilmente, terribilmente trasparente. Si mise carponi, e
scrutò sotto: chilometri e chilometri di un biancore
abbacinante, a perdita d'occhio, interrotto qua e là da
forme rosse. Grandi uova con la superficie costellata
d'antenne. Chissà cosa contenevano. Capsule del tempo,
pensò. Capsule di realtà. Sarebbe stato interessante poter
scavare in quel terreno canceroso. Il primo uovo doveva
essere a tre, quattrocento metri di profondità. Non molto.
Con un buon martello laser, forse ce l'avrebbe fatta. Se
quello non era l'ultimo balzo, se ci fosse stato un altro
ritorno al suo mondo prima dell'esilio finale, si sarebbe
procurato l'attrezzatura. Strisciando a quattro zampe, si
spostò verso destra. Lontana, lontanissima, una distesa di
pietra grigia tagliava l'orizzonte. Forse era
irraggiungibile, e forse no. Per lo meno, doveva tentare.
Aveva tutto il tempo del mondo a disposizione. Gli sarebbe
bastato un sasso, per saggiare la resistenza del vetro. Un
colpo secco, duro, con un pezzo di roccia appuntita; e
vedere come reagiva il terreno. Se si fendeva. Se
possedeva elasticità. Se era pronto a regalargli qualcosa,
prima di ucciderlo.
Il suo accampamento, alla sera: la tenda alle sue spalle, e
davanti a lui il fuoco chimico alimentato da tavolette
gialle, rettangolari. Ne bastava una per tre ore di fiamma.
E non faceva freddo, non faceva caldo: il clima ideale per
un picnic. Ma lui aveva bisogno di luce. Le stelle erano
fioche, la luna bluastra; il cielo, di un nero più denso
dell'inchiostro. Non c'erano nubi, in quel particolare
futuro del pianeta Terra. Non pioveva mai. Solo, di tanto
in tanto, la voce del vento correva tra i canyon artificiali
di costruzioni impensabili. E i tuoni tecnologici di
macchine sempre vive, mai morte, scaraventavano il loro
rombo a rimbalzare di torre in torre, di guglia in guglia.
Cuspidi di suono che si abbattevano immediatamente, per non
disturbare l'atroce cappa di silenzio. Lui aprì una scatola
di carne, si accovacciò davanti al fuoco, e cominciò a
mangiare. Nelle sue orecchie, dalla cuffia del lettore di
laser disk, la voce di John Lennon lo rassicurava. Gli
raccontava di un mondo senza paradiso, senza Dio, senza
proprietà. Di quel mondo. Non sapeva se piangere o ridere.
Estelle non aveva più parole. La mano sulla bocca, gli
occhi sbarrati, fissava lo schermo del televisore. Aveva
azzerato il volume. Stava godendo, in tutta la loro sublime
atrocità, le immagini trasmesse in diretta, via satellite,
dalla CNN: la visuale dall'alto, l'onnipotenza della
telecamera immune al disastro, al sicuro sull'elicottero.
Sotto, il mare ribolliva, mugghiava. Sferzava quel poco di
scafo che ancora emergeva dall'acqua: il ponte di comando in
fiamme della Nautilus, e la prua arcuata verso l'alto, e il
fuoco avido che mangiava tutto, ingurgitava, assorbiva,
digeriva. Un processo di nutrizione che al mare non
interessava; l'ingestione di un corpo alieno, metallico,
coriaceo, repellente. Di morbido, di soffice, di
commestibile, ci sarebbero stati solo i cadaveri. Macerati
a marinatura lenta dal sale dell'acqua; assaggiati,
sbocconcellati, divorati. Coi giorni. Con gli anni. Una
sepoltura fertile, per le creature dell'oceano. Lui si
portò dietro la poltrona. "Estelle" disse. Lei non reagì.
"Estelle..." Provò ad appoggiarle una mano sulla spalla, ma
era inutile. "Estelle, io lo sapevo. Non potevo dirtelo,
tutto qui. Non sono uno spettro, non sono niente di ciò che
credi tu. Lo sapevo, ma farti del male senza ragione..."
Girò attorno alla poltrona, si fermò davanti a lei.
"Estelle" sussurrò. Lei non disse niente. "Estelle, mi
vedi? Mi senti?" Sullo schermo, la Nautilus era alle fasi
finali dell'agonia. La prua si era abbassata in acqua,
brillante di fuoco come il bagliore di cinquanta soli.
Attorno a quell'ultimo frammento di scafo, mosche impazzite,
le lance della Guardia Costiera e le motovedette e tutte le
altre imbarcazioni uscite dal porto si aggiravano
frenetiche, a raccogliere uomini. Sì, ci sarebbero stati
superstiti, e molti; ma non tutti si sarebbero salvati.
"ESTELLE!" urlò lui. Inutile. La recisione finale; il
taglio del cordone ombelicale. "Il Signore è mio pastore"
intonò lui, a bassa voce. Ma mormorare, o gridare, o
strillare, era lo stesso. "Nulla più mi può mancare..." Il
figlio di puttana, pensò, mi ha tolto l'audio, e il video.
E si pentì subito, perché Luca era figlio di Estelle. Però
era anche un figlio di puttana. "Addio" le disse, posandole
sulla fronte un bacio che lei non avvertì, non percepì, non
sentì. "E' stata l'ultima volta. Lieto di averti
conosciuta." Poi accese una sigaretta, e aspettò di essere
richiamato indietro.
"Oh, non c'è nessun senso, nessunissimo senso" gli assicurò
Luca. Aveva ripreso un minimo di controllo, e un po' di
colore in viso. Sembrava parlare di qualcun altro, della
vita di uomini che loro due non avevano mai conosciuto. "Un
gorgo. E' così che lo vedo, dopo tanti anni. I miei
poteri, e mia madre, e mio padre, e te. Il nostro futuro,
tutto quanto... Non c'è una spiegazione. Non c'è una
logica. E' così, e basta." "Ma perché proprio me?" chiese
lui. "Non lo so. Perché io ti odio. A priori. Comunque.
Non c'è altro. Ti ho visto nel mio futuro, e ti ho odiato."
Una scheggia di terreno vetrificato schizzò in alto.
Tracciò una scia gialla sopra la sua testa, e una nube di
fumo acido. La mano che stringeva il sasso ricadde sul
fianco, perplessa. Da nord risuonò una vibrazione come di
gong; e, sotto i suoi piedi, la lastra di vetro cominciò a
fendersi. Lacerarsi. Divaricarsi. Esplodere a geyser
verso l'alto, in una fontana incredibile, inarrestabile,
imbevibile. Con un balzo, lui si buttò di nuovo a destra,
sulla roccia. Si coricò sulla pietra dura e si riparò la
testa con le mani. Per una volta, per l'unica volta da
quando era stato trasportato lì, l'aria si riempì di un
continuum di suoni. Rumori. Vibrazioni. Esplosioni.
Montagne di detriti, trasportate da un vento invisibile,
volavano verso est. Verso una delle algide, estranee,
glaciali torri che si levavano ai limiti della sua visuale.
A delimitare il panorama della fine del mondo, che lui solo
avrebbe conosciuto. Quando il turbine cominciò a placarsi,
rialzò la testa. Piano, timidamente. Guardingo. Con la
consapevolezza di non possedere la minima protezione. E
vide: uno squarcio apocalittico nel vetro; frammenti rossi,
polverizzati, di uova in frantumi che volteggiavano
nell'aria; brandelli di antenne lacerate che correvano verso
la linea dell'orizzonte; un terreno ormai impraticabile, e
sterile per l'eternità. Niente gli pioveva addosso.
Appoggiandosi sulle mani, si tirò in piedi. Il tornado di
vento e vetro si stava allontanando; e sotto si era aperta
una crepa. Sin dove poteva arrivare il suo occhio, le uova
si erano polverizzate. Adesso erano cumuli inerti di cenere
rossa, grumi pronti a essere triturati dal macinapepe
dell'eternità. Cristo, pensò. Sono riuscito a portare la
morte in un mondo morto. Non avrebbe mai scoperto cosa
contenevano le uova rosse.
"Non potremmo arrivare a un accordo? Decidere una prassi
comune? Vedere cosa fare? Insomma..." Lui alzò le braccia,
tentò tutte le smorfie che la sua scarsa mimica facciale gli
concedeva. "Io qui ho una posizione. Soldi. Potere. E
nutro un affetto particolare per tua madre" aggiunse, come
se bastasse quell'affermazione a garantirgli uno status
privilegiato. "Sono il suo fantasma preferito. Cosa ne
dici, Luca?"
Il suo accampamento, all'alba: luce giallastra del sole;
fuoco spento, per stanchezza, per sonno; silenzio totale;
mondo immobile. Si guardò attorno, mentre aspettava che la
caffettiera a batterie gli preparasse la solita, gigantesca
razione di catrame. Un tempo, nella sua vita prima di Luca,
il caffè del mattino gli serviva per uccidere gli ultimi
residui di sogno incollati ai neuroni; da quando era lì, non
sognava più. O forse sognava, ma non ricordava, e lo
riteneva profondamente ingiusto: un altro furto, un'altra
cosa che gli era stata sottratta senza una sua minima colpa.
Ma quella mattina, portando la prima tazza di caffè alle
labbra, fu colto da una folgorazione che lo paralizzò, lo
raggelò, lo pietrificò. Una sua colpa esisteva, ed era un
peccato primordiale, degno del più alto dei castighi. Il
massimo affronto all'universo umano, alla meccanica dei
sentimenti: l'orgoglio della solitudine. Nelle coordinate
del suo mondo, sino a quando poteva ricordare, sino al
momento più antico che la memoria fosse in grado di
presentargli, era esistito soltanto il lavoro, e
nient'altro. L'ossessione di Marte, unico scopo dei suoi
giorni. Vissuti in un isolamento narcisistico che lo aveva
reso impermeabile ai rapporti umani, inattaccabile
dall'amore, non contagiabile dagli affetti. Nessuna donna,
prima di Estelle. Nessun figlio, prima di Luca. C'è molta
giustizia, pensò, assaporando con un piacere primordiale il
caffè bollente. Solo alla fine del mondo. Come sono sempre
stato. Ma anche Luca era solo. E un padre vero non lo
aveva mai avuto.
Stupefatto, guardava l'insetto saltare sotto la volta
esagonale dell'immensa sala. Non gli importava nulla delle
colonne scanalate, composte di una sostanza verde,
tremolante, che sembrava gelatina; non gli interessava la
macchina inerte che dominava il fondo della sala, gialla,
persa nei propri sogni, nel ricordo dei padroni che non
c'erano più. Più tardi. Avrebbe studiato tutto più tardi.
Adesso, l'unica cosa essenziale era il grillo nero che stava
seguendo a passi discreti, nel timore di spaventarlo.
Qualcuno con cui dividere l'eternità dell'agonia. "E'
elettrico" disse una voce alle sue spalle. "Come in quel
vecchio romanzo di fantascienza. E non canta. Però una
parvenza di vita è meglio di niente." Si voltò. Luca era a
due passi da lui, il volto finalmente disteso, quasi aperto
a un sorriso. "Ti aspettavo" gli disse lui. Luca annuì.
Non era sorpreso. Nessuno dei due era sorpreso. "Certo che
potremmo arrivare a un accordo" disse Luca, riprendendo il
discorso di qualche giorno prima. Di milioni di anni prima.
"Decidere una prassi comune. Se vuoi." Lui appoggiò lo
zaino sul pavimento. Le pareti della sala assorbivano gli
echi come fossero di spugna; e forse lo erano. La voce
umana, lì dentro, possedeva il nitore di una nuvola vista
dalla cima dell'Himalaya. Il grillo sparì dietro una
colonna. Nessuno dei due si prese il disturbo di seguirlo.
"Ho esplorato questa Terra prima di te" disse Luca. "Tanto
tempo fa. Subito dopo esserci arrivato. Si può
sopravvivere. Ti guiderò io. So dov'è nascosto il cibo, e
ci sono molte cose da imparare. Molte." Lui gli tese la
mano. "Molte" ripeté.
Il loro accampamento, al tramonto: due tende verdi, l'una
di fronte all'altra. Di lato, il fuoco chimico delle
tavolette gialle. Lui sta canticchiando qualcosa sottovoce.
"Il meccanismo, il gorgo, ci ha distrutti tutti e tre" gli
dice Luca. "O forse tutti e quattro, contando mio padre.
Questa solitudine era inevitabile. Dobbiamo pagare." Lui si
gira, guarda Luca e gli sorride. "Ma no, cosa dici? Questa
è la fine della solitudine. Pensaci, pensaci." Poi riprende
a canticchiare e accarezza il grillo elettrico che ha in
mano. Il grillo non si muove. Non canta, e non si muove.
Dopo tutto, è soltanto elettrico.
"Mio antico nemico." Luca lo abbraccia. "Mio nuovo padre.
Andiamo a fottere questo vecchio mondo." "Vecchissimo" lo
corregge lui.